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MESSA + DOPETHRONE - C.S.O. Pedro, Padova - 5/10/2018
12/10/2018 (436 letture)
Non si rinuncia mai ad una chiamata dell’amatissimo Pedro. Di conseguenza, non si può rinunciare ad un concerto doom, stoner, sludge al Pedro. Nemmeno dopo una giornata di lavoro e con la sveglia che suona il giorno seguente poco dopo le sette, pronta a metterci sull’attenti per un’altra giornata lavorativa. Neppure il sottoscritto ha retto fino alla fine, sarò sincero, colpa anche degli orari un po’ proibitivi, ma quando il dovere nei paraggi chiama, si risponde, non ci sono scuse, o perlomeno, ognuno di noi dovrebbe fare la propria parte per supportare eventi come questi, tale Andamento Lento Vol. 1, nel nostro specifico caso, che vede passare per Padova i nostrani - e quasi compaesani di chi scrive –
Messa, in funzione di co-headliner nella seconda parte del tour di Feast for Water, a supporto dei canadesi Dopethrone, freschi anche loro di una nuova pubblicazione nel 2018, Transcanadian Anger (autoprodotto).

Perché dopo, si sa, partono i piagnistei del tipo “eh, ma l’Italia, la snobbano tutti, l’Italia...” oppure “qui in Italia è tutto morto da decenni”, o altre parabole complottistiche e discorsi da far piegare in due dalle risate. Nessuno sta accusando chi abita dall’altra parte della pianura padana o chi lavora fino a tardi, io per primo ho perso sfilze di concerti negli ultimi anni a causa di questi due motivi. Tuttavia, la pigrizia o il finto mal di pancia non sono valide come scuse, la partita della squadra del cuore neppure (si legge pure di queste tragedie, nei social...), la fidanzata o il fidanzato o ci accompagnano o li vediamo il giorno dopo e a far serata in spiaggia chi ci va più a ottobre, in quel periodo dell’anno in cui tiriamo fuori dall’armadio, commossi, il giubbotto di pelle. Consideriamo pure, che c’è chi il sabato (o il weekend) non lavora...pertanto, la mia domanda è: “dov’era, venerdì 5 ottobre 2018, la Padova-Metal?”. Anticipo già un dato sull’affluenza media: non è andata tremendamente male – dipende dai punti di vista -, come potrebbe emergere dalle parole soprastanti, ma...scopriamolo insieme, il resto della serata, e perdonate lo sfogo.

MESSA
Non mi recavo al Pedro, precisamente, dal 9 febbraio scorso, dalla prima parte del tour promozionale di Decade dei Calibro 35 e il ricordo era quello di una location stracolma, piena in ogni dove, sopra, sotto, all’angolo bar, praticamente ovunque. Vuoi per la compagnia, vuoi per l’acustica di livello elevato, vuoi per lo show in sé, ero uscito con un sorriso a sessantaquattro denti, continuando a ripetere per i mesi successivi di come quelli fossero stati i migliori dieci euro spesi in vita mia. Questa volta, come si sarà già capito, la situazione è parecchio diversa, almeno sul piano dei partecipanti. Arriviamo poco dopo le dieci: media con l’amico (plauso per la scelta delle birre) e giro di rito al banco del merchandise. Nel frattempo, prendiamo posizione al centro, a qualche metro dal palco e le poche decine di presenti sparsi all’interno e all’esterno del locale, si raggruppano diventando un centinaio circa appena Alberto, Marco e Mistyr fanno il loro ingresso, sulle note della melancolica strumentale Da Tariki Tariqat, che, abbinata all’incenso piazzato a bordo palco e grazie agli innesti mediorientaleggianti nel mezzo e sul finale del brano, funge bene da “isolante acustico”, creando fin da subito un’atmosfera dal sapore mistico-esoterico. Sullo sfumare del primo brano, entra Sara e ci stampa in faccia Leah, singolo dell’ultima fatica discografica. Spiazzante, tutto funziona alla perfezione: la voce angelica della cantante e il suo vibrato potentissimo, il delay della batteria di Mistyr, gli armonici nel main riff e l’assolo gilmouriano di Alberto. Quest’ultimo accantona per pochi istanti la sei corde e mette mano alla tastiera, introducendoci a White Stains e alle proprie atmosfere noir, prima di riprendere a pestare seguendo la lezione settantiana dei Sabbath, farcita sempre da scorci jazzati, come nella successiva The Seer, intensa nei suoi momenti più blues oriented, nella quale spiccano Sara in veste di crooner e i fraseggi di Alberto, e valida anche nel finale più movimentato, che ci mostra un lato “inedito” della band. Purtroppo il tempo è tiranno e l’esibizione dei Nostri sta volgendo al termine. She Knows è un commiato quasi “solista” di Sara, da lacrime, accompagnato sempre da occhiate sinistre, torve, rivolte ai presenti, mentre con Snakeskin Drape la band cala l’ultimo asso della serata, il più metal e canonico dei brani sciorinati fino ad ora, e, quello più ancorato al disco d’esordio, Belfry, che li consacrò fra le nuove leve del doom, una manciata d’anni fa. Ringraziamenti di rito a chi c’è stato, a chi ha organizzato e i Messa lasciano il palco. Difetti? Forse l’aver incentrato tutto lo show sui pezzi nuovi, saltando a pié pari gioielli come Babalon, Hour of the Wolf, Blood e Outermost, ma è abbastanza evidente che la band ha voluto sfruttare i cinquanta minuti a disposizione per valorizzare il contenuto di Feast for Water in sede live. Sull’esibizione in sé, invece, nulla da dire: in questo tipo di doom non c’è spazio per soap opere fra musicisti e pubblico, perché il doom, come genere, è soprattutto atmosfera. E al di là di alcuni consigli per il futuro che possono essere loro rivolti, come quello di concedere ulteriore spazio alle doti canore di Sara, i Messa, sono già dei maestri affermati, nel ricreare una cappa atmosferica volta ad isolarci per tutta la durata dell’esibizione. Diciamolo schiettamente: se fanno parte della line-up della terza tappa del Desertfest (Anversa, 12-14 ottobre 2018) e del Roadburn Festival 2019, un motivo ci sarà. Promossi a pieni voti e da rivedere in versione estesa.

DOPETHRONE
Si è fatta mezzanotte quando il trio canadese sale sul palco e anche per il sottoscritto il tempo comincia ad essere tiranno, causa impegni lavorativi. Pur non avendo mai approfondito a fondo la discografia della band ed essendomi accostato alla loro ultima fatica discografica solo di recente, sono rimasto piacevolmente colpito dalla proposta della band, ma soprattutto dalla presenza scenica del cantante/chitarrista Vincent Houde - un autentico pazzoide con la P maiuscola -, dai suoi gesti, passatemi il termine, “teatrali”, quali dita puntate sulla tempia a mo’ di pistola, cappio legato attorno al collo simulando un'impiccagione, occhiate truci al pubblico, birra da discount per aria, un favoloso rasta-headbanging, risate perverse al microfono dai forti richiami demoniaci e quant’altro. Pazzoide sì, ma vero frontman. La loro è una proposta in your face, in bilico fra un doom acidissimo e il malessere putrido dello sludge, che risente di una certa omogeneità fra i singoli brani, ma in sede live risulta inattaccabile, anzi si tratta senza dubbio di una proposta nata per essere suonata dal vivo. E quando il leader chiede al fonico, dopo i primi tre o quattro brani, indicando il proprio strumento, “Can I have more of fuckin’ everything here?”, lo spettacolo comincia per davvero, sul piano dei volumi. Ho avuto modo di poter ascoltare canzoni estratte dall’ultimo Transcanadian Anger, quali - e i titoli sono tutto un programma -, Wrong Sabbath (memorabile la camminata di Houde a ritmo di basso), Snort Dagger, Tweak Jabber, Scuzzgasm e altre poche. Questa mezz’ora è bastata e avanzata per convincermi ad approfondire una volta per tutte questa band. Conservatrice, ma spassosa e divertente, con un’identità ben definita. Usciamo dal locale a malincuore in anticipo e mentre percorriamo la via che ci porta alla macchina, si sentono ancora risuonare, dentro le mura del Pedro, le risate diaboliche di Vincent Houde, il basso del biondocrinito Vyk e la grancassa fermata con un macigno di Shawn, nuovo batterista della band dal 2017.

CONCLUSIONI
Critiche al locale non se ne possono muovere: tutto udibile, tutto nitido, tutto eseguito dentro i tempi stabiliti. Come si leggeva all’inizio, mi sarei aspettato un’affluenza che sfiorasse almeno il doppio o il triplo delle presenze percepite durante la serata, perché è anche in base ai numeri dei partecipanti che questi eventi, che questo Andamento Lento VOL. 1, si giocano la chance di non restare un unicum da collezione ma di avere un seguito (VOL. 2, VOL. 3 e via dicendo). Suggestioni? Può essere, ma non poi così infondate. Altri due aspetti, uno negativo e uno positivo, che terrei a mettere in evidenza sono i seguenti: dopo mesi (o anni) non ho visto uno smartphone scattare foto o fare video, almeno tra le prime file di spettatori. E questa era la bella notizia. La cattiva: si ride e si scherza, ma che problemi hanno quei personaggi che vengono ai concerti per parlare tra di loro? Comprendo l’occhiata di approvazione con l’amico dopo un assolo, capisco il “figo”, capisco il “fantastico”, capisco che il biglietto d’entrata era di cinque, modici euro, capisco tutto, ma non capisco quelli che hanno fatto mercato, tra bestemmie e quant’altro, durante tutta l’esibizione dei Messa. Non voglio fare la morale a nessuno, ma vien spontaneo chiedersi “perché?”. Se lo ricordano, questi signori, il tatuaggio (zona addome) del batterista dei Dopethrone? Dubito abbiano prestato attenzione a questi dettagli, ma lo rispolvero io, molto volentieri. Un profetico “SHAME”. Ve lo dedico, perché ho provato forte senso d’imbarazzo per tali individui, immersi nella loro infinita maleducazione.



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