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MANES - Sequenze di morte al rallentatore
03/11/2018 (316 letture)
Paolo Scattone “PZ:Pavl”: Ciao ragazzi, e benvenuti sulle pagine di Metallized.it per la prima volta! Come state? Iniziamo con il parlare del passato recente al fine di comprendere meglio il presente. I Manes hanno sospeso qualsiasi attività nel 2011 per poi decidere di riunirsi nel 2013. Quali sono state le ragioni di tale periodo di pausa?
Torstein Parelius: Hey! Beh, non ci fu un vero e proprio split nel senso che quel termine ha in genere per le rockband. Non vi sono stati alcun lancio di bottiglia o rissa drammatica nel backstage. Ci siamo un semplicemente un po’ persi di vista con il passare del tempo, lavorando su altri progetti e cose simili. La nostra musica è sempre stata il risultato di una cottura a fuoco lento, per quanto riguarda le ultime release, e mai sgorgata da una sorta di cottura “al microonde”, in virtù della quale proviamo instancabilmente, entriamo in studio e pling! – ecco un altro disco. Credo che questa sorta di intervallo di cottura a fuoco lento tra How the World Came to an End e Be All End All sia stato un po’ troppo esteso per alcuni di noi, e dunque sia stato percepito come una sorta di split. Non c’è tuttavia alcun bisogno di preoccuparsi. Siamo qui.

Paolo: Nel 2011 I Manes hanno licenziato alcuni web album, una formula molto peculiare ed inusuale. Potresti darci qualche dettaglio in più su queste release?
Torstein: Da un lato fu un piccolo esperimento sul formato, dall’altro una sorta di maniera per liberarci di molto vecchio materiale (in termini di vecchie idee etc), ed infine una maniera per condividere qualche insight sul nostro processo di songwriting. Per quanto concerne il formato, è stata una maniera per dar luogo ad una “edizione limitata” in forma digitale animata da un’attitudine in virtù della quale “chi dorme non piglia pesci”. Per quel che riguarda il vecchio materiale, volevamo andare avanti e lavorare su nuove idee, e non fossilizzarci su potenziali brani che erano andati a finire nella categoria del “forse” diverse volte. Pubblicarle per chiunque fosse interessato abbastanza da ascoltarle fu parte dell’idea. E, in ultima analisi, desideravamo un modo per mostrare le prime fasi -o, ancor di più, versioni alternative- di composizioni passate, presenti e future.

Paolo: Durante tale periodo di pausa diversi membri della formazione sono stati coinvolgi in progetti paralleli. Potresti parlarci di questi ultimi? Hanno avuto qualche influenza sul nuovo corso della band?
Torstein: Qualsiasi cosa influenza qualsiasi cosa, specialmente in un microcosmo come il nostro. Ad ogni modo, si, noi siamo -e lo eravamo anche in quel periodo- coinvolti in altri progetti quali Drontheim, Lethe, The Soundbyte, Chton, Atrox,Kkoagulaa, Manii, Calmcorder, Helsinki Horizon e probabilmente anche altri. Molti di questi side project hanno anche riguardato due o più membri dei Manes. Cosa potrei dire in merito? Abbiamo un’imponente vena creativa, e la convogliamo in maniere diverse con diverse persone. Se gradisci i Manes, ti consiglierei di dare un’occhiata a qualcuna di queste band in quanto alcune di esse sono permeate dalle stesse atmosfere, in qualche maniera. Per quanto mi riguarda, ho suonato negli Chton e nei Drontheim ed ho contribuito al materiale proposto da Lethe e Kkoagulaa. Ah, ho anche fatto da chitarrista in sede live per gli Atrox in una occasione.

Paolo: Prima dello “split” I Manes stavano lavorando su un nuovo album, dopo How the World Came to an End, che fu completato soltanto post “reunion” ed intitolato Be All End All. Si tratta di un prodotto finale diverso dall’idea originale, considerando che il processo di scrittura iniziò in un periodo differente? Come ritieni che i Manes siano evoluti nel corso degli anni?
Torstein: L’idea originaria era abbastanza approssimativa e basata sul dar vita ad un lavoro diametralmente opposto rispetto al precedente, How the World Came to an End. Tali idee (confuse, tematiche, concettuali) sono state l’ispirazione per diversi album, ma non si è mai trattato di qualcosa di dogmatico o strettamente osservato. Si tratta di direttrici che indirizzano in qualche maniera il nostro afflato, ma nulla di più. Ogni album è sempre stato una sorta di istantanea di un certo periodo con i suoi rispettivi stato d’animo, insieme di influenze o riferimenti. Non lo potrei immaginare in modo diverso da com'è diventato.
Per quello che riguarda la nostra evoluzione, cosa potrei dire? Probabilmente ci sono evoluti moltissimo. Cerco di evitare di considerare ogni release in maniera che si discosti dalla sua propria essenza. Non si tratta mai di una serie di trampolini di lancio o di processi evolutivi dal passato al presente o cose simili. Noi cerchiamo ogni volta di realizzare il miglior disco possibile, e non di conseguire il nostro pieno potenziale o cose simili.

Paolo: How the World Came to an End, Be All End All e, ora, Slow Motion Death Sequence. Sembrerebbe esservi una connessione logica tra questi titoli, implicante una visione apocalittica del mondo. Qual è il significato dei testi?
Torstein: Certamente, c’è un filo conduttore, e immagino tu possa includere in essa anche Vilosophe e l’EP [view] all’interno di esso. Credo che qualsiasi nostra composizione approcci il tema della fine nella maniera più nichilista possibile, probabilmente da diversi punti di vista. How the World Came to an End ha una sorta di matrice cognitiva di anticonformismo, mi verrebbe da dire. Abbiamo avuto molte recensioni positive del precedente disco, Vilosophe, ma non volevamo realizzare unVilosophe#2 in nessun modo. Alcuni di questi album hanno a che fare con lo stesso tema inteso in un determinato modo a seconda del disco in questione, ma ogni brano è una storia individuale che verte sui propri e personali lati oscuri. Con Be All End All, abbiamo voluto affrontare la tematica ad un livello maggiormente spirituale sicché How the World Came to an End può esser considerato come un disco “senza vita”, mentre invece Be All End All è un disco “senz’anima”, ahahah. Slow Motion Death Sequence ha a che fare, in maniera più diretta, con la morte ed il morire, ma anche con tutto ciò che conduce alla morte, in qualche modo. Dunque, si, immagino tu possa definirlo apocalittico…o almeno, gelido e ammantato di oscurità. Cerchiamo di mantenere i testi diretti e comprensibili, ma comunque aperti ad interpretazioni ed immersioni. Vogliamo che l’ascoltatore sperimenti il suo stesso lato scuro, e che non ne ascolti soltanto la descrizione generica. Tentiamo sempre di aggiungere anche quello all’equazione.

Paolo: Focalizziamoci ora sull’ultima release. Chi meglio dell’artista può difatti presentare e spiegare i brani contenuti nel disco? Potresti fare una sorta di track by track da un punto di vista prettamente musicale?
Torstein: Le nostre composizioni sono sempre maturate in lunghi periodi di tempo, non vi sono dei brevi e veloci scampoli di informazione da raccontare per ciascuna traccia. Attraversano tutte diverse fasi, sia dal punto di vista del testo che, soprattutto, dal punto di vista musicale e strutturale, per quanto riguarda gli arrangiamenti etc. Posso comunque provare a ricordare qualcosa su alcune di esse, perlomeno.
Endetidstegn ha avuto un arrangiamento simile -anche se non totalmente uguale- per molto tempo, e ciò significa che percepivamo che avesse qualcosa di davvero valevole sin dal prime fasi. Abbiamo registrato molte line vocali per questo brano, ma ne abbiamo utilizzate soltanto una parte. Il brano ha avuto come titolo provvisorio The Golden Age of Taxidermy per qualche tempo, mentre ci lavoravamo.
Scion venne alla luce in una fase più ottimistica, ma aveva bisogno di essere trasportata in una dimensione più oscura (e credo siamo riusciti a farlo), ed è stata dominata da un afflato più elettronico per molto tempo.
Last Resort si basa un tema chitarristico al quale si era molto affezionato il nostro cantante Asgeir, il quale dunque ha insistito affinché lavorassimo sul brano durante il processo di registrazione. È diventata una composizione fantastica, ed è entrata a far parte del disco dopo molto lavoro sull’arrangiamento e le linee vocali.
L’idea alla base di Poison Enough for everyone fu del batterista Rune Homsnes, ed auspicabilmente nemmeno l’ultima.
Building the ship of Theseus è l’unico brano di Slow Motion Death Sequence ad esser stato suonato precedentemente dal vivo. Ne abbiamo difatti suonato una versione un po’ diversa nel 2016, in occasione del Blastfest, tenutosi a Bergen, in Norvegia.

Paolo: Analizzando ed ascoltando l’album, abbiamo notato una cura particolare per la struttura delle canzoni. Sembrerebbe essere un approccio differente rispetto allo sperimentalismo decostruttivo proposto nelle recedenti release. Sei d’accordo?
Torstein: Abbiamo lavorato con maggiore omogeneità nel corso di tutte le fasi di realizzazione di questo album, e credo che ciò abbia in qualche maniera “compresso” -non letteralmente, ovviamente- il sound in maniera più consistente rispetto a quanto sia avvenuto in BAEA, che è stato realizzato in maniera più frammentata ed attraverso sessioni di lavoro individuali. Non avevamo sin dal principio questa intenzione, si è trattato di qualcosa evolutosi in maniera piuttosto organica. Non riesco davvero a paragonare i diversi gradi di sperimentalismo tra un album e l’altro. Il nostro prossimo lavoro sarà probabilmente diverso sia per approccio che per struttura.

Paolo: Trip hop, electro synth, pop, post rock. Lo stile musicale dei Manes è una combinazione di differenti approcci ed influenze, il che denota un’ampia competenza musicale. Quali sono le band e gli ascolti che influenzano più diffusamente la vostra arte?
Torstein: Ci influenza tutto ciò che ascoltiamo, ma nulla in maniera diretta. Non scegliamo e decidiamo cosa ci influenza. Detto ciò, ascoltiamo moltissimi generi diversi all’interno della band. Di ciascuno dei generi che hai elencato vi sono una manciata (o meno, forse) di buone band ed artisti che potrebbero aver composto qualche buon brano. Per quanto mi riguarda, mi approccio alla musica senza star a guardare il genere, riesco a trovare buoni lavori qui e lì. Se ripenso a ciò che ho ascoltato recentemente, si tratta di un mix eclettico di Perturbator, Beyond Dawn, Årabrot, e la nuova colonna sonora di Susperia di Thom Yorke -non mi aveva convinto immediatamente al pirmo ascolto, tra l’altro- e qualcosa di vecchio degli Austra. Tutto ciò potrebbe non avere influenza su nulla, oppure magari, in qualche modo, potrebbe averne.

Paolo: Slow Motion Death Sequence può essere considerato un disco pieno di sensazioni mutevoli. Nel corso dell’ascolto è possibile ripercorrere diversi mood che conferiscono a ciascun brano la propria identità. Da dove traete l’ispirazione per il vostro songwriting?
Torstein: Beh, il songwriting può essere qualsiasi cosa, a partire da 15 minuti di ispirazione che danno forma facilmente ad una traccia completa nel corso quattro anni o in differenti sessioni di registrazione, ri-arrangiamento, mix e re-mix. Ad esempio, due delle tracce presenti nel nostro disco precedente, Be All End All, sono sgorgate dalla medesima canzone. Credevamo che una sola canzone non avrebbe preso forma come avrebbe dovuto da quella idea, così, nel corso di una notte in studio, abbiamo ri-lavorato una versione totalmente differente della stessa canzone. Quest’ultima venne realizzata a partire da alcuni degli elementi dell’idea originale e di una differente linea vocale, precedentemente scartata. Abbiamo quindi ricavato due brani differenti, poiché la versione primigenia ha funzionato anche di per sé. 2 ad 1, insomma, non male. L’ispirazione per quella seconda versione furono la frustrazione, un po’ di assenzio, ed una dose notturna di determinazione.

Paolo: In Slow Motion Death Sequence, le line vocali sono molto incisive, è un album nel quale il lavoro dei cantanti è uno degli aspetti più importanti. Alcuni degli ospiti dietro il microfono hanno dato un contributo importante nel corso delle sessioni di registrazione. Come avete scelto gli artisti che hanno collaborato con voi?
Torstein: Credo che le linee vocali abbiamo avuto una sorta di immediatezza, almeno per quanto riguarda i primi due o tre album. Tutto ciò è a suo modo accattivante e scorre bene a livello superficiale. Cerchiamo tuttavia in genere di costruire una complessa corrente carsica alle spalle delle linee vocali, ma credo che siano importanti, sì.

Paolo: I Manes hanno sempre prestato attenzione al packaging degli album. Potresti darci qualche informazione circa l’ultimo lavoro? Vi è un significato particolare dietro la scelta della cover?
Torstein: La cover di Slow Motion Death Sequence è stata realizzata da Ashkan Honarvar, il quale aveva disegnato anche la cover di BAEA, ma non si è dedicato molto a questa attività, in passato. Lavora molto con temi drammatici ed intricati livelli di significati e connessioni. La sua principale modalità operativa è il collage, mediante il quale taglia parti da vecchi libri creando nuove forme e contesti. Gli abbiamo dato piena libertà con la cover dopo avergli fatto ascoltare la musica ed aver in prima istanza parlato dei temi del lavoro. Credo che gli avessimo anche detto che avremmo voluto una cover diametralmente opposta rispetto a quella di BAEA. Non volevamo dare un senso di continuità. Ogni aspetto viene realizzato con massima cura, ma non possiamo dartene una spiegazione. Si tratta di qualcosa che puoi fare soltanto tu.

Paolo: Per la prima volta nella loro carriera, i Manes hanno realizzato un videoclip per la opener, Endetidstegn, diretto da Guillherme Henriques. Puoi dirci qualcosa, in quanto musicista, su questa nuova esperienza che connette immagini, suoni e parole?
Torstein: Non si è trattato di un grande cambio di paradigma per noi, no. Amiamo difatti da sempre aggiungere un livello visivo alla nostra musica (e questo riguarda anche le cover, come detto precedentemente), ma per i Manes la musica è la componente più importante. L’idea iniziale del video è stata mia, ed è qualcosa che mi è sembrata aderente con il tema (e con i testi) di questa canzone. Guilherme ha dato corpo e sangue all’idea, realizzandola in quanto direttore. L’esperimento è riuscito in maniera meravigliosa, e speriamo di aver la possibilità di realizzare più video in futuro.

Paolo: Under Einn Blodraud Maane è indubbiamente ormai parte di un lontano passato. Considerando la natura estremamente sperimentale dei Manes, hai mai pensato alla possibilità di remixare o riarrangiare alcune canzoni del periodo black metal in maniera tale da dargli una nuova veste, allineata con lo spirito dei Manes più recenti?
Torstein: Una volta abbiamo suonato live un brano dal disco d’esordio (nel 2004, probabilmente), occasione in cui l’abbiamo eseguito con approccio e afflato differenti, ma non penso lo rifaremo di nuovo. O almeno, non abbiamo piani immediati (o il desiderio) di farlo. Preferiamo guardare avanti e non rivangare il passato.

Paolo: Quali sono i piani della band per il futuro? Promuoverete il nuovo album in sede live?
Torstein: Non abbiamo intenzione di farlo. Abbiamo iniziato un pochino a provare, per vedere se le nuove canzoni avrebbero potuto funzionare in un contesto live, e lo spirto della band è fantastico. Non vi è nulla di pianificato ancora, ma speriamo di suonare in due o tre occasioni nel corso del 2019, staremo a vedere come andrà. Una delle date sarà probabilmente nel nostro paese d’origine, Trondheim, e, forse una o due date altrove. Forse in Francia, forse in Italia, forse in Olanda, forse in Inghilterra, non saprei. Siamo un po’ stanchi dell’approccio dei festival che prediligono la quantità sulla qualità, ed abbiamo declinato alcuni di questi inviti. Vorremmo che l’occasione in cui decidiamo di suonare dal vivo da qualche parte sia speciale. Seguiteci su Facebook per avere aggiornamenti in tempo reale sul quando e dove accadrà!

Paolo: E con questo è tutto! Ti ringrazio moltissimo per il tempo che hai dedicato a Metallized.it. Vuoi fare qualche considerazione conclusiva?
Torstein: Grazie moltissimo per l’intervista! Dal momento che la prima stampa di Slow Motion Death Sequence è andata sold out, sia in CD che in vinile, dopo qualche settimana dalla release, in questi giorni uscirà una nuova stampa in vinile giallo e nero con poster! Questa ristampa sarà limitata, dunque se avete intenzione di prenderlo…prendete quello! È meraviglioso! A presto!

Si ringrazia Roberto Tursi per la collaborazione.



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