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METALLIZED CHARTS 2018 - Redazione C “Sludge & Post Metal”
21/01/2019 (1024 letture)
Il 2018 è appena andato pentagrammaticamente in archivio e, nella più classica tradizione dei consuntivi di fine anno, abbiamo deciso di ripercorrere i passaggi musicalmente salienti degli ultimi dodici mesi in area sludge e post metal, focalizzando lo sguardo sui lavori a nostro avviso più significativi e integrando una lista che in nessun modo pretende di essere esaustiva con alcuni titoli che sono sfuggiti ai nostri radar in sede di recensione.

SLUDGE-UNA COSTITUZIONE SEMPRE MENO SANA E ROBUSTA?
Partiamo nella nostra ricognizione dal sempre più dolente tasto sludge e ancora una volta, purtroppo, dobbiamo riassumere il quadro generale con un poco confortante “Anno nuovo, malattie vecchie…”. Anche nel 2018, infatti, si è confermata una tendenza di fondo che vede il genere in pericoloso arretramento rispetto alla gloria di un sempre più lontano passato che fu, stante una ormai purtroppo consolidata divaricazione delle strade delle due componenti fondamentali che ne avevano determinato il successo. L’antica, vincente mescola di southern rock e core di più o meno diretta filiazione punk sembra aver esaurito anche il semplice potere di attrazione per le nuove band che si affacciano sulla scena e, ad anni di distanza dalla scissione che ha prodotto la nascita del post, non può più valere la giustificazione che i “ribelli” abbiano di fatto portato con sé l’intero bagaglio delle possibili contaminazioni melodiche, prosciugando almeno in parte lo stagno di chi ha scelto di rimanere fedele alle declinazioni più fangose e malate. Dodici mesi senza grandi botti, dunque, e ancor meno lavori segnati dai tratti fatali dell’imperdibilità, in un grigiore complessivo che ci ha portato a restringere la scelta a pochi titoli e neanche tutti davvero ortodossi, volendo spaccare in quattro il capello della classificazione.

BLACK TUSK – T.C.B.T.
Un ritorno importante a quattro anni dalla tragica scomparsa del bassista Jonathan Athon, la band di Savannah ha confermato la sua iscrizione di diritto alla lista dei fedeli nei secoli agli stilemi classici del genere, regalando una cavalcata sludgecore telluricamente impeccabile e pronta a rese live di sicuro effetto. Tracce rapide e dalle strutture lineari nella loro semplicità, un drumming ossessivo e uno scream spigoloso sono gli ingredienti di base di una proposta che, senza stupire, offre se non altro un pascolo affidabile per gli amanti dell’usato sicuro.

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MORNE – TO THE NIGHT UNKNOWN
Restando in territorio nordamericano, a parole fermamente decisi a negare ascendenze punk e metal a favore di una collocazione in qualche (mitologico…) orizzonte crust ma nella realtà ormai organicamente collocabili in una metal prospettiva a tutti gli effetti, i quattro ragazzi di Boston si muovono con buona disinvoltura tra sludge e doom, senza disdegnare escursioni in territorio classic metal ottantiano. Dopo dieci anni di carriera e quattro album all’attivo, la rotta verso approdi qualitativamente significativi sembra finalmente tracciata, anche se qui manca ancora la scintilla in grado di accendere irreversibilmente la miccia.

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BODIES ON EVEREST – A NATIONAL DAY OF MOURNING
Attraversato l’Oceano Atlantico, ci concediamo una veloce sosta in terra d’Albione al cospetto di un album che ha il sicuro merito di azzardare sentieri non convenzionali in cui tocca al drone/ambient contaminare una base dai forti echi industrial. L’idea è sicuramente apprezzabile, un paio di episodi mietono buoni raccolti in termini di ossessività e devozioni crowbariane intrise di psichedelia, ma sul risultato pesa un senso di sazietà che non tarda a sopraggiungere indipendentemente dalla difficoltà di fruizione di fondo.

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TALBOT – MAGNETISM
La testimonianza migliore del momento di difficoltà dello sludge viene da questo lavoro, a cui abbiamo assegnato la valutazione più alta in ambito sludge nel 2018: in arrivo dall’Estonia, autoprodotto e caratterizzato da una significativa mediazione con l’universo stoner e, in misura minore, doom… serve altro, come argomentazione a sostegno della tesi? Detto questo, il duo Andre/Mikhailov si merita tutti gli onori del caso per aver modellato la materia southern tentando una declinazione “potabile” del genere senza rinunciare ai contributi muscolari. Per tutti gli orfani dell’avventura kylesiana, questa gita fuori mano a Tallinn ripagherà senz’altro il prezzo del biglietto.

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POST METAL- UNA QUASI SUPERNOVA, MOLTE GIGANTI ROSSE…
Ci è già capitato di affermarlo in diverse occasioni e ci sembra ancor più opportuno ripeterlo dovendo abbozzare un consuntivo annuale: lo stato di salute complessivo di un genere non si misura tanto dall’altezza raggiunta dalle sue punte più avanzate quanto dalla capacità di mantenere sempre più viva e affollata la fascia collocata a ridosso dall’eccellenza, con l’auspicabile prospettiva che gli occupanti di quest’ultima spicchino il salto decisivo verso l’Empireo. E l’affermazione acquista ulteriore valore se riferita al 2018, anno in cui praticamente tutti i più celebrati moniker post hanno lasciato a maggese i rispettivi campi (inseriamo nel gruppo anche i Minsk, protagonisti di un ritorno sulle scene in formato split con i rossocrociati Zatokrev, due tracce per meno di venti minuti), consentendoci di accendere i riflettori su nomi prevalentemente nuovi, oltre a qualche conferma.

RAUM KINGDOM – EVERYTHING & NOTHING
Eccolo, il “nomen novum” in arrivo dall’Irlanda a cui ci sentiamo di assegnare la corona d’alloro del post certame annuale. Grazie a un lavoro capace di rinverdire i fasti Amenra senza appiattirsi sugli stilemi del nobilissimo modello, il quartetto di Drogheda è riuscito nella sempre ardua impresa di offrire brividi di rara intensità cinematografica, cartina di tornasole infallibile per testare il valore di un platter post. Fango sludge illuminato sinistramente da eteree aperture melodiche, claustrofobie in servizio permanente, straniamento, allucinazioni, ci sono tutti gli ingredienti per rendere magica la pozione in fermento nel calderone. E se poi a girare il mestolo provvede la resa vocale di un singer non troppo lontano da sua maestà Colin Van Eeckhout…

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AN EVENING WITH KNIVES – SERRATED
Percorrendo a ritroso la rotta di Guglielmo d’Orange (e scendendo non di molto sulla scala della qualità), tocca all’Olanda regalarci un altro quasi debutto d’eccezione, peraltro sul lato opposto dello spettro post rispetto all’eccellenza irlandese. Niente atmosfere plumbee e densità che si fanno catrame, il terzetto di Eindhoven punta tutto sulle contaminazioni, segnatamente di stampo stoner con consistenti nervature hard rock settantiane, valorizzate alla perfezione da un singer anche in questo caso protagonista di una prova monumentale. Una sosta altissimamente consigliata, per chi fosse interessato a sondare le potenzialità del genere in chiave “potabilità”.

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DIRGE – LOST EMPYREAN
Imprigionati in una delle più fitte e inspiegabili cortine di sottovalutazione che il post metal abbia mai fatto calare su uno dei suoi alfieri, i parigini superano di slancio le incertezze figlie del precedente EP Alma/Baltica e calano il settimo asso di una carriera ormai gloriosamente ultraventennale. La forza di gravità sludge sublimata dalla filiformità space, strutture pesanti lentamente corrose da insidie psichedeliche, un uso intelligente dell’elettronica e una coppia di vocalist finalmente convinta dei propri mezzi, si fa davvero fatica a immaginare l’oscura forza che abbia finora impedito alla band di spiccare il volo nel ristretto novero dei nomi di culto del genere.

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FLOOD PEAK – PLAGUED BY SUFFERERS
Si torna nella post culla a stelle e strisce con il debut di questo terzetto ancora in modalità autoproduzione, a cui va il merito di aver provato a distillare gli assi portanti delle scuole Amenra, Isis e addirittura Yob. Formalmente un full length ma con una durata contenuta che configura nella sostanza un EP, l’album si aggira con molte frecce nell’arco tra spigolosità core e sfumature psichedeliche, dissolvendo i confini tra i tre stati canonici della materia in un processo che valorizza l’arma letale a disposizione della band, ovvero la sei corde di un monumentale Peter Layman.

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HUNDRED YEAR OLD MAN – BREACHING
Altro giro, altro regalo in arrivo da una band che sta muovendo i primi passi sulla scena, nella fattispecie quella inglese impegnata a colmare il gap accumulato in questi anni, quando sembrava che la Manica fosse assurta a confine fisico per le possibilità del post metal di raggiungere le bianche scogliere di Dover. Tocca anche in questo caso agli Amenra e agli Isis il compito di fungere da pietre di paragone più immediate, ma il carico di personalità della band è semplicemente spaventoso, a cominciare dalla prova vocale del singer Paul Broughton. Se a chi scrive fosse intimato (sotto minaccia) di sbilanciarsi su quale band nel 2018 abbia sfoderato il miglior rapporto qualità del debutto/potenziale di crescita, il nome degli Hundred Year Old Man sarebbe in cima alla lista. Occhi puntatissimi, dunque, sul futuro di questi ragazzi.

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… UN MANIPOLO DI NANE GIALLE…

… ABRAHAM - LOOK, HERE COMES THE DARK!
Apriamo il capitolo dei lavori per i quali, con un’espressione ormai di uso comune in questi anni, potremmo spendere la definizione “bene, ma non benissimo” con un quintetto svizzero protagonista dell’opera forse più ambiziosa del 2018; diciannove tracce per quasi due ore d’ascolto, un impianto concettuale alla base solido e articolato, una quadripartizione formale a cui dovrebbe corrispondere un identico schema sul versante stilistico… peccato che l’ombra dei padri (qui Neurosis e Cult of Luna su tutti) sia troppo ingombrante, finendo per appesantire un kolossal già di per sé impegnativo.

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MOUNTAINEER – PASSAGES
Lo aspettavamo con discreta ansia, il ritorno di Clayton Bartholomew per il suo secondo cimento con i Mountaineer dopo la fine della breve ma intensa parabola dei Secrets of the Sky e se non altro va detto che non si è ripetuto il passaggio a vuoto del debut. Tuttavia, nonostante gli indubbi passi avanti, il motore della band non gira ancora a pieno regime, scontando qualche difetto di troppo nell’ammiccamento eccessivo all’easy listening di maniera e, soprattutto, annoverando in line up un vocalist dalle qualità non trascendentali, per usare un eufemismo. Diciamo che se il post metal fosse un banchetto, al terzetto di Oakland potrebbe anche toccare il compito di preparare qualche portata, anche se non gli affideremmo più di qualche stuzzichino che anticipi pietanze di ben altra consistenza.

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DEMETRA SINE DIE – POST GLACIAL REBOUND
Per la prima sosta tricolore della nostra ricognizione ci fermiamo nella Genova del terzetto guidato da Marco Paddeu, chiamato a fornire una prova altrettanto convincente del penultimo A Quiet Land of Fear, che aveva riscattato (con lode) un debutto discretamente farraginoso come Council from Kaos. La risposta in arrivo da Post Glacial Rebound, però, è solo parzialmente convincente, alternando momenti di buona resa (ottimo il tiro “neurosisiano” sfoderato da Marcello Fattore alla batteria) ad altri dove prevale il ricorso a cliché già abbondantemente saccheggiati dai frequentatori del genere.

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PIJN – LOSS
Violini, pianoforte e chitarre acustiche che disegnano ricercati arabeschi, atmosfere dilatate su cui si scaricano improvvise scariche di energia, interminabili sezioni strumentali che alterano progressivamente la percezione della realtà, questi ragazzi di Manchester hanno tutte le carte in regola per solleticare gli appetiti degli amanti delle terre di confine tra rock e metal, a patto però di sfuggire al rischio-autocompiacimento che tarpa un po’ le ali a questo album rendendolo prolisso in qualche passaggio. La classe c’è, la personalità anche, resta il compito di dosare meglio le forze, sarebbe un peccato sprecare una simile scorta di carburante in dotazione.

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… LA POLVERE DI UNA STELLA CHE FU…

SUMAC – LOVE IN SHADOW
“La lingua batte dove il dente (del recensore) duole”. Ci si perdoni il lapidario approccio proverbial/verghiano applicato al mondo delle sette note, ma purtroppo siamo costretti a spendere parole poco lusinghiere per l’ultima creatura di sua maestà Aaron Turner. Non bastano le personali devozioni (niente al mondo, fosse anche un’improvvisa conversione del Maestro all’hip hop, costringerà mai chi scrive ad abbattere la statua equestre innalzata in suo onore per i meriti di isisiana memoria), non basta aver arruolato in line up un altro mostro sacro del calibro di Brian Cook in libera uscita dalla casa madre Russian Circles, il risultato è un album da cui le emozioni sono rigorosamente bandite. Troppo mestiere, troppo “già sentito” e troppa cerebralità sotto una patina di sperimentalismo presuntamente avanguardistico, alla fine restano solo l’impeccabilità delle forme e l’indiscutibilità degli attori. Troppo poco, per farci alzare soddisfatti alla fine dello spettacolo…

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… E LE LUCI TRICOLORI DELLA NUBE DI OORT.
Come ultima tappa del nostro viaggio, abbiamo scelto di dirigerci verso le frontiere più estreme a cui è approdato il movimento post metal nel processo di espansione dal big bang primigenio. E’ nozione discretamente comune (e sostanzialmente corretta) che il post sia nato dalla progressiva dilatazione della componente atmosferico/melodica all’interno della poetica sludge fino al punto da trasfigurarne gli assi portanti ma, accanto alla corrente principale che non ha mai reciso del tutto il cordone ombelicale con il genere di origine (in termini di muscolarità o imponenza degli impianti e di ricorso all’abrasività del cantato in scream, per fare degli esempi sommari), si è parallelamente affermata una declinazione sempre più eterea del dettato atmosferico ed è qui che si è realizzato l’incontro con le astrazioni space/cosmic o con le liofilizzazioni ambient/shoegaze. È uno spicchio di cielo popolato di lavori diafani e a larghissima prevalenza strumentali (a impedire che la voce interrompa il fluire di emozioni quasi sempre psichedelicamente orientate) e proprio in questi mondi dove dominano i colori sfumati abbiamo assistito al miglior contributo di band tricolori alla causa post nel 2018, al punto da farci parlare di una vera e propria “scuola italiana” in formazione.

CHARUN – MUNDUS CERERIS
Sono in quattro, vengono da Cagliari e per la scelta del moniker hanno optato per la divinità etrusca che accompagnava le anime dei defunti nel momento del distacco dall’esperienza terrena, segnalando immediatamente il raggio d’azione di un progetto a questo punto già di buon respiro internazionale. L’oscurità degli ipogei di cui restano splendide testimonianze archeologiche (che musicalmente si manifesta con un buon peso della componente doom), però, è mediata da una spinta altrettanto significativa verso gli spazi aperti della volta celeste, che si riempiono dei tipici echi alcestiani capaci di condensare malinconia e contemplazione. Se riusciranno a ripetere l’incanto dell’incontro tra gli affanni del mondo sotterraneo e il respiro a pieni polmoni in un universo de-materializzato, ci attendiamo che si aprano grandi orizzonti, per questi ragazzi.

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VESTA – VESTA
L’altra faccia della medaglia delle contaminazioni space su una base post ce la offre una band di Viareggio, protagonista di una release per cui scomodiamo senza timore di eccedere in credito nomi quali Rosetta e Red Sparowes. Musica per astronauti, dunque, a bordo di una navicella spaziale che non è però metafora della volontà di fuga dall’umana condizione ma che, al contrario, incarna lo spirito di eroica esplorazione dell’ignoto in una sorta di aggiornamento della lezione dell’Ulisse omerico/dantesco. E allora occhi incollati ai finestrini, perché là fuori va in scena lo spettacolo, unico, dell’incontro tra scienza e visionarietà…

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Leo
Sabato 2 Febbraio 2019, 21.10.48
6
Come fare a non augurarvi Buonaserata! Siete troppo "teneri" e indifesi! Fate quasi tenerezza....
Pacino
Sabato 2 Febbraio 2019, 11.23.03
5
Awaken degli Agrimonia e l'ultimo dei Sunnata li spazzano via questi album.
Red Rainbow
Lunedì 28 Gennaio 2019, 21.31.12
4
@Inflames69: il dubbio ci sta alla grande (e so di rischiare grosso, contraddicendo finanche la somma sapienza di Metal Archives ), ma personalmente ritengo gli Harakiri for the Sky ancora discretamente distanti dalla fromtiera del post. E' sicuramente vero che l'"abito" black va molto stretto agli austriaci, però io lo vedo ancora decisivo, pur arricchito da innegabili punti di contatto con shoegaze e depressive rock. Beninteso, non si richiede un riecheggiamento di qualcosa a scelta tra Neurosis, Isis o Cult of Luna per essere inseriti nella "famiglia", però le distanze fra gli Harakiri e i post Padri è immediatamente percepibile già dai tempi di Aokigahara. Comunque, per sedare ogni eventuale dubbio, attendo di vederli live tra pochi giorni (anche se il mio "piatto" saranno i Draconian), sono ovviamente pronto a farmi smentire dal palco...
Inflames69
Lunedì 28 Gennaio 2019, 20.51.27
3
Non so se rientrano in toto nell' ambitodel post metal ma se cosi fosse meritano il posto piùcalto del podio i MERAVIGLIOSI "HARAKIRI FOR THE SKY". Trovo il loro album Arson un viaggio ineguagliabile e omdescrivibile mei meandri dei sentimenti piu cupi dell anima. A mio modestissimo parere Il VERO CAPOLAVORO musicale dell anno 2018. Tu ZOLFO che ne pensi?
Red Rainbow
Mercoledì 23 Gennaio 2019, 8.57.33
2
Ciao @No Fun, in realtà i Deadly Carnage sono un po', diciamo, "defilati" rispetto al post metal ad alta contaminazione space a cui facevo riferimento citando Charun e Vesta. E' senz'altro vero che, rispetto alle origini, l'ultimo Through the Void... ha segnato una virata consistente verso il post, ma loro ci sono arrivati per un sentiero diverso dalle band che ho citato, cioè aumentando i dosaggi ambient/gaze in un impianto dove le radici black sono ancora in bella vista in molti passaggi. Se ti piace la mescola post/black con venature space e vuoi sentirla all'opera in un lavoro del 2018 ti consiglio un giro sulle frequenze di Earthcult, dei russi Trna, davvero un buon album...
No Fun
Mercoledì 23 Gennaio 2019, 0.56.19
1
Ciao Zolfo, cosa ne pensi di "Through the Void Above the Sun" dei Deadly Carnage? A me è piaciuto però non conoscendo bene il genere magari non mi accorgo di carenze che possono sfuggire a chi non ne sa molto (inoltre il livello di Raum Kingdom e Morne, gli unici che ho ascoltato di quelli citati, mi pare superiore e non di poco...); Visto che hai parlato di una vera e propria "scuola italiana" in formazione mi chiedevo se anche loro ne facessero parte...
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