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ARCHITECTS + BEARTOOTH + POLARIS - ALCATRAZ (Mi) - 30/01/2019
03/02/2019 (499 letture)
Gennaio volge al termine e Milano, pur risparmiata dalla neve, è fredda e umida come consuetudine.

Una lunga coda si profila all’ingresso: tutti fremono, non per l’aria gelida ma per la band inglese capostipite del modern metal: gli Architects, forti del loro nuovo lavoro e della loro seconda era, la rinascita. Fra gli album più attesi dell’anno appena trascorso c’era proprio Holy Hell. Lo stesso è valso senza dubbio per la loro data italiana, organizzata dalla Hellfire Booking / Erocks production, nella nota location Alcatraz che sempre si presta alle performance dei grandi nomi del metal. E Architects è sicuramente un gran nome non solo del metal-core, ma della scena musicale estrema. Una band che si è fatta da sola e che si è guadagnata stima e seguaci in tutto il mondo, ricostruendosi dopo la grossa tragedia che li ha colpiti. E se la triste storia della prematura dipartita del loro chitarrista e compositore Tom Searle rimane indimenticabile e straziante, i Nostri sono comunque risorti come una fenice dalle ceneri: ceneri che seppur asfissianti si rivelano essere solo un sottile strato adagiato su di un solido background e retaggio. Sicché il nome di Tom è e verrà ancora portato alto durante questa serata tramite e con i suoi compagni.

Ad aprire due band variegate e significative, ognuna a modo suo, ovvero gli americani Beartooth e gli australiani Polaris: un bel pot-pourri di metal moderno dai tre angoli del mondo.
Al mio arrivo vengo scortata con molta celerità all’interno dell' Alcatraz, ciò nonostante non riesco a vedere i Polaris, la cui esibizione è stata anticipata per via di questioni logistiche. In verità sono in molti a non riuscire a vederli ed è un vero peccato, perché la band merita sicuramente. Ci rifaremo!

BEARTOOTH

La sala è invece gremita quando giunge il turno dei Beartooth dall’Ohio con furore, con il loro metalcore dal gusto americano e le melodie catchy: loro sanno come unire tunes allegri e cori coinvolgenti a pattern in your face: le carezze e gli schiaffi si alternano con piacevole costanza.
A coronare il tutto, un gusto groovy semplicemente irresistibile: ciò si palesa sia nei loro pezzi più classici, come The Lines e Hated, che nei nuovi singoli come You Never Know, tutti vissuti con entusiasmo da un pubblico molto partecipe: i ritornelli e i cori vengono cantati a gran voce e un movimento simultaneo non abbandona mai gli astanti, che ondeggiano a tempo con la musica; è splendido vedere così tanta gente appassionata! Al centro invece, un moshpit più giocoso che violento, ma scatenato e dall’apparenza assolutamente divertente. Pezzo apice è sicuramente la nota In Between, il cui chorus squisito prende tutti i presenti (me compresa), per concludere in grande con Disease, altrettanto coinvolgente e con il frontman Caleb Shomo in ottima forma su tutta la linea.
Una performance ben lontana a livello stilistico dagli headliner, ma che in qualche modo prepara benissimo il terreno per il pezzo forte della serata. Bel lavoro!


ARCHITECTS

Sulle tantissime persone presenti, sono in pochi ad uscire dalla sala -solo chi è già nelle retrovie o nei pressi dei vari punti ristoro- perché lasciare la propria posizione adesso significa rischiare di perdere le prime file e i posti migliori. I fan più stoici si accalcano dal un bel po’ sulle transenne, con i cosiddetti occhi a cuore / stella: qualunque forma si confà alla vera devozione.

Grazie al mio pass fotografico sarò scortata oltre le transenne dalla security e avrò modo di assistere da vicino alla performance per i primi tre pezzi: ciò si rivelerà un grande privilegio.
L’aria si fa trepidante mentre i tecnici sistemano strumenti e microfoni (e il cambio palco si protrae per parecchio), ma si sa che l’attesa fa parte del piacere: all’improvviso caleranno le luci, accompagnate da un’ovazione del pubblico e gli Architects salgono uno ad uno sul palco.
Si apre alla grande con Death is Not Defeat, prima traccia del nuovo album il cui titolo già rappresenta il messaggio di rinascita e rivalsa dei Nostri: messaggio che sarà proferito con una fierezza straordinaria. Si prosegue con la mordente Modern Misery -ultimo singolo / video dall’album- ma sarà la successiva e un po' inaspettata Nihilist a far impazzire i presenti, grazie alla sua pesante implacabilità e ai primi getti di fumo che sottolineano tutti i breakdown dell’esibizione (espediente riuscitissimo, utilizzato ad ogni concerto della band).
Dopo la mia breve ma intensa permanenza oltre le transenne vado a prendere posto alla sinistra del palco, dove tutto sommato la mia visuale è parziale pur riuscendo a seguire degnamente lo show.
Ciò che subito mi colpisce sono i molti presenti che levano al cielo dei fogli con su scritto T/S in un cuore: le iniziali di Tom Searle : il simbolo viene proiettato sullo sfondo dello stage durante alcuni frame delle performance dei nostri e rappresenta il memento e il continuo, commovente tributo per il chitarrista.
I nostri danno il meglio di sé e il frontman Sam Carter su tutti, grazie alla sua voce unica nel genere, ma anche il pubblico non è da meno con un trasporto totale e imperituro. E’ che i pezzi simbolo degli Architects sono davvero molti e a tutti andrebbero dedicate delle parole. Molti di essi vengono suonati questa sera in una scaletta che esplora appieno il nuovo lavoro (Royal Beggars, Mortal After All), ma spazia nella precedente discografia a cominciare dal classico Broken Cross col suo profondo simbolismo para-religioso, proseguendo con Holy Hell che il singer dedica a tutti i presenti che cantano a gran voce, ma non tanto quanto Gravedigger, cavallo di battaglia dei nostri col suo ritornello memorabile, gli stacchi perfetti in cui si sente risuonare solo la voce del pubblico e i “bleagh” di Sam, sparsi un po’ in tutto il set e vero marchio di fabbrica della band.

Non è da meno la nuova Mortal After All, ma ancora una volta la tripletta di Downfall e soprattutto i super classici Naysayer e These Colours Don’t Run alzano ulteriormente il livello, soprattutto il famoso verso e relativo breakdown “YOU FUCKING PIGS”: i presenti parevano non aspettare altro.
Il frontman colpisce per la sua perizia vocale, non solo negli harsh vocals magistrali e peculiari, ma anche nelle delicate linee vocali pulite; ringrazia le band di apertura e interagisce col pubblico, chiedendo per alzata di mano chi abbia visto suonare gli Architects prima e chi no, ringraziando tutti in ogni caso. Fra gli astanti c’è più contemplazione che moshpit, anche se alcuni audaci non demordono e altri si cimentano in mirabolanti crowd-surfing. L’ ascolto si gode anche sugli spalti e abbiamo un Alcatraz gremito che canta all'unisono, solleva le mani al cielo e continua ad alzare i cartelli con le iniziali T/S, mentre la band ha una presenza scenica che si staglia sul largo palco e fa da cornice ai momenti aggressivi che si alternano ad attimi di puro feeling.

Ennesima esplosione con A Match Made in Heaven e il suo testo politico-sociale fuori dai denti, per poi divenire nella toccante e necessaria Here After: un momento di elevata intensità ed emozione che sarà perpetrato nell’encore con un breve estratto del pezzo Memento Mori, con Gone With The Wind e con Doomsday. Forse fra le canzoni che più rappresentano la tragedia di Tom, e il desiderio della band di rendergli degno tributo continuando a portare avanti la sua musica, con memoria e resilienza. A sottolineare ciò, un incoraggiante e scenografico scoppio di coriandoli che -baluginando nei giochi di luce- cadono con leggiadria dal soffitto sui presenti incantanti.

Non si possono spendere parole a caso sugli Architects e la loro è stata una scaletta che avrebbe entusiasmato e poi messo in difficoltà qualunque reporter, per rendervi giustizia, ma che avrebbe reso contento e soddisfatto qualunque fan, così come sicuramente è stato, insieme a una performance energica, impeccabile e emozionante su ogni fronte.



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