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STIGE FEST - TORMENTOR + THE BLACK + THE COMMITTEE + OTHERS - Campus Industry Music, Parma, 09/02/2019
16/02/2019 (932 letture)
Solo due anni fa veniva inaugurata la prima edizione dello Stige Fest, che in quell’occasione è sembrato quasi come un piccolo miracolo in una proposta italiana che solo recentemente ha mostrato vagiti più all’altezza degli standard europei. La presenza dei canadesi Blasphemy attirò davvero tantissima affluenza, risolvendosi in un’esibizione davvero annichilente (per chi volesse ripercorrerla, ecco qui il report) che ha fatto crescere nei presenti una certa aspettativa nei confronti del secondo episodio del festival.
Possiamo dire che le premesse sono state rispettate: avere i Tormentor per la prima volta in Italia è senza dubbio un evento storico, per cui mi imbarco per assistere alla loro esibizione, forte anche di precedenti esperienze in cui li avevo incrociati live e che avevano di fatto confermato come la band ungherese sia davvero meritevole di essere vista in concerto. Arrivo purtroppo al Campus Industry Music che gli opener Vomitmantik hanno già terminato il loro concerto, per cui resto nell’attesa che si preparino i successori.

THULSA DOOM
Il primo gruppo che mi trovo ad ascoltare è tra le scoperte più interessanti che questo festival ha avuto in serbo, a giudicare dalle opinioni che ho potuto ascoltare subito dopo aver assistito alla loro performance. I Thulsa Doom attraverso il loro monicker pagano un esplicito tributo all’omonimo capo della setta del culto del serpente, che i cultori della celebre saga di Conan Il Barbaro ricorderanno, debuttando per Invictus Productions alla fine dello scorso anno con il loro EP Realms of Hatred. I numerosi consensi positivi con cui il lavoro è stato accolto hanno valso alla band la partecipazione allo Stige, che rappresenta anche il loro debutto in sede live: un’occasione non da poco poter vantare come primo concerto un evento che vede i Tormentor come gruppo principale.
Autori di un mix corrosivo di death metal che trae ispirazione dall’ondata di fine anni Ottanta/inizi Novanta, la band si renderà protagonista di un’esibizione molto compatta, a tratti sporcata da inserti thrash che conferiranno ai brani un’aura ancora più sinistra, o da soluzioni che faranno tornare alla mente i primi Morbid Angel. Una certa maturità nella composizione è sicuramente frutto dell’esperienza pregressa che ciascun membro della formazione ha avuto in diversi gruppi dell’underground romano: troviamo infatti ex-membri di Demonomancy, Necromancer e Lurking Terror, che hanno deciso di fondere le reciproche influenze riuscendole a rielaborare in maniera efficace, sottraendosi quindi da forzature emulative e riuscendo, al contrario, a guadagnare una complessità compositiva originale. Pattern di chitarra particolarmente caustici si intrecceranno infatti ad assoli melodici ma furiosi, rendendo i pezzi molto stratificati, senza complicare eccessivamente una proposta che trova la massima espressività proprio attraverso la sua durezza primitiva.

SETLIST THULSA DOOM
1. The Gates of Niniveh (Woe to You...City of Blood)
2. The Final Scourge
3. Demon Conjurer
4. Divus de Mortuus (Necrovore cover)
5. Thulsa Doom


EGGS OF GOMORRH
Conoscevo gli svizzeri Eggs of Gomorrh solo di nome, ma non avevo mai approfondito la loro proposta musicale prima d’ora, quindi mi approccio al live con una certa curiosità. Fin dalle prime note, la band sembra dichiarare in maniera piuttosto evidente un’affiliazione ad un black/death metal dai suoni saturi ed oscuri, che si coagulano in una soluzione molto aggressiva e bestiale. Sono solo in tre sul palco, ma riescono a creare un muro di suono davvero considerevole, con una resa estremamente caotica e intricata che farà rimanere gli astanti piuttosto impressionati davanti alla distruttività delle atmosfere. Sicuramente gli Eggs of Gomorrh si sono dimostrati un gruppo che merita approfondimento da parte degli appassionati di questo genere. A discapito di un recente ingresso all’interno della “scena”, mostrano infatti delle intenzioni molto chiare e decise, che seppur non si distinguano particolarmente dalla massa, sono portate avanti con convinzione e fierezza, risultando godibili.

DARVAZA
I Darvaza sembrano tracciare un filo conduttore che rimanda direttamente alla precedente edizione dello Stige Fest: la formazione vede infatti la collaborazione tra Wraath, frontman degli oramai sciolti One Tail, One Head, e Omega, pseudonimo di Gionata Potenti, da sempre musicista nostrano attivo prolificamente in diversi progetti come i Fides Inversa, dove ricopre il ruolo di batterista e dei quali troviamo anche il bassista Tumulash. Entrambe le band erano presenti proprio lo scorso anno qui a Parma, ma adesso abbiamo modo di vedere i due musicisti all’opera con un’ulteriore incarnazione. Mi sono espressa più volte in merito ai gruppi della Terratur Possessions, in particolar modo per rimarcare l’ottima impressione che mi hanno fatto i Whoredom Rife entrambe le volte che ho avuto modo di vederli dal vivo. D’altro canto, sono sempre stata anche piuttosto critica circa la qualità di alcuni dei progetti racchiusi sotto questo roster, che sono accomunati da uno spirito oltranzista che punta all’obiettivo di creare un fronte comune nelle frange del black metal norvegese, per riproporne una versione primordiale ed il più possibile fedele agli stilemi tradizionali del genere e strapparlo alle contaminazioni che rendono la proposta spuria. Seppur nobile, l’intento in alcuni esempi presenti all’interno dell’etichetta si rivela poco efficace, sfociando in un revivalismo che non dà il giusto respiro alla personalità o originalità di ognuno; un revival che viene alimentato solo da un supporto feticista responsabile nel corso degli anni di aver creato un alone di culto attorno a tutto questo filone. Questo ovviamente contando le dovute eccezioni.
Parlando dei Darvaza, ad esempio, ho trovato la loro proposta molto più accattivante: l’aderenza alla tradizione non sembra infatti soffocare delle soluzioni musicali che hanno il pregio di rompere un pattern ossessivo. In particolare, ho trovato estremamente espressive le incursioni vocali di Omega, che si sono intrecciate al timbro più cavernoso di Wraath come accade in The Silver Chalice. È la seconda volta che incrocio i Darvaza ed è sempre questo pezzo a colpirmi di più live: la tonalità alta e struggente delle parti di Omega conferiscono un ulteriore spessore emotivo al pezzo, rappresentando dei picchi di pathos che, insieme agli inserti più “intimisti” delle chitarre, smuovono una base più caotica e furiosa. L’ottima performance di Wraath lo conferma un grande frontman, in grado di reggere il palco con un coinvolgimento fisico che ha reso più esplosiva la resa finale di tutta l’esibizione. Un’altra menzione vale il pezzo Fearless Unfeard He Slept, tratto dall’ultimo EP Darkness in Turmoil, che esaurisce il suo incedere acido nell’outro dove il ronzio delle mosche sembra proiettarci davanti ad un cadavere in putrefazione.

SETLIST DARVAZA
1. A Hanging Sword
2. Towards The Darkest Mystery
3. The Barren Earth
4. Fearless Unfeard He Slept
5. The Silver Chalice


DEMONOMANCY
(contributo a cura di Nicolò Brambilla "Nicko")
Tra le migliori esibizioni italiane della giornata c’è sicuramente quella dei romani Demonomancy, trio black/death riconfermatosi l’anno scorso con l’ottimo Poisoned Atonement, seguito da numerose apparizioni internazionali a supporto. Le loro date italiane sono sempre accolte calorosamente e questa a Parma non è da meno. Il gruppo dimostra grande padronanza del palco e una proposta musicale accattivante, che si scosta decisivamente dalla unidimensionalità dei derivati di Beherit e Archgoat, raccogliendo invece molte influenze che vanno dall’heavy classico al doom, e soprattutto potenziando la vena Celtic Frost che in passato poteva solo essere intuita e che rappresenta ora invece un elemento caratteristico della proposta, a partire dallo stile vocale meno harsh fino al maggiore spazio di cui le linee chitarristiche godono. La scelta di fare una cover di Fight ‘till Death degli Slayer è certamente il miglior modo di raccogliere consenso ed entusiasmo tra i presenti, ma certi inediti ci riescono anche meglio: è il caso soprattutto di The Day of the Lord, che si potrebbe quasi considerare il loro anthem.

SETLIST DEMONOMANCY
1. Revelation 21.8
2. Fiery Herald Unbound (The Victorious Predator)
3. Archaic Remnants of the Numinous
4. At the Great Gates to Black Doom
5. The Last Hymn to Eschaton
6. Poisoned Atonement (Purged in Molten God)
7. Involution of Spirit Into Mass
8. Fight ‘till Death (Slayer Cover)
9. The Day of the Lord


THE COMMITTEE
Salgono ora sul palco i “misteriosi” The Committe: gruppo di recente formazione, nonostante risulti attivo dal 2007 come one-man band, ha fatto il suo debutto solo nel 2013 con l’EP Holodomor. L’alone di mistero che aleggia attorno all’identità dei membri della band, che conservano l’anonimato anche sul palco coprendosi il volto con dei passamontagna, sembra essere un pretesto per annullare l’identità personale di ognuno e mettere al centro la musica, come unico elemento di identificazione. Sia per look che per proposta musicale, il parallelismo con i ben più celebri Mgla è presto fatto e la band entra a pieno titolo in un certo trend che oramai è diffuso nell’underground. L’adozione di questa soluzione di camuffamento viene infatti abbracciata da sempre più gruppi (un altro esempio che mi viene in mente, sono gli statunitensi Uada) e sancisce quello che potremmo definire un vero e proprio filone nella scena.
Avevo già intercettato alcuni lavori dei The Committe prima di sapere della loro prima calata italica e, seppur incuriosita, non mi sono sentita stimolata ad approfondirli. Non so quindi, in tutta onestà, quale sia il graduale impatto che la loro presenza tra gli acts del metal estremo “atmosferico” abbia esercitato, ma dev’essere piuttosto consistente a giudicare dal posto che è stato loro riservato nel bill di questa sera. Fatto sta, che trovandomi al loro cospetto cerco di seguire ed analizzare meglio i loro pezzi e la prima cosa che noto è che con i colleghi polacchi Mgla i The Committee hanno in comune non solo l’impatto scenico, ma anche alcuni pattern che guidano le trame dei loro brani. Il pathos trasporta senza dubbio la loro rincorsa verso sonorità che attingono ad un black metal più oscuro ed aggressivo, ma i suoni si fanno carico di suggestioni ulteriori anche grazie ad un tocco di epicità. L’impostazione del gruppo sul palco sarà al contrario piuttosto algida e “militaresca”, per cui anche la risposta del parterre risulterà poco partecipe fisicamente, anche se sarà senza dubbio interessata.
Tralasciando rimandi marcati a realtà già consolidate che abbiamo precedentemente menzionato, e che rendono la proposta dei The Committe poco originale, la band ha condotto uno show molto buono. Una miglior equalizzazione dei suoni avrebbe tuttavia giovato all’esibizione, della quale non si riuscivano a percepire distintamente tutti gli strati. In ultima battuta, mi sento però di confermare che, nonostante una precisa esecuzione, la loro proposta continua a non coinvolgermi a dovere.

THE BLACK
Oltre agli headliners, i The Black, veterani dell’heavy doom italiano, sono uno dei gruppi che senza dubbio avevano catturato la mia attenzione e che hanno reso il programma del festival ai miei occhi più interessante.
Ricordo una loro partecipazione anni fa a Roma, in occasione dello Stoned Hand of Doom che in quell’edizione (parliamo del 2010) vedeva come gruppo principale gli Electric Wizard, che si resero protagonisti di un live psicotropo e perfetto anche per quanto riguarda la scaletta. Purtroppo, però, in quell’occasione non feci in tempo ad incrociare il gruppo guidato da Mario "The Black" Di Donato, anche nel corso degli anni successivi non sono mai riuscita a recuperare, e sono quindi particolarmente eccitata di vederli finalmente dal vivo.
Ci immergiamo nella loro Ars et Metal Mentis e l’apertura del concerto è affidata ad una triade direttamente ripescata dai primi dischi pubblicati dai The Black: Refugium Peccatorum e Infernus Paradisus et Purgatorium. Ahimè, non ci sarà modo di ascoltare estratti da uno dei loro lavori che maggiormente preferisco, Abbatia Scl. Clementis (che avevo ripercorso in occasione di questa recensione), anche perché con gran sorpresa tutto il resto della setlist sarà dedicato a pezzi inediti. Tuttavia, anche nella novità si percepisce lo stile inconfondibile delle loro trame sinistre ma sacrali, esaltate dall’insinuarsi psichedelico della chitarra sotto il cantato recitato in latino del frontman. Purtroppo la voce non sarà sempre presente, per via forse di un problema al microfono che in alcuni momenti non la amplificherà sufficientemente, ma al di là di questo piccolo inconveniente tutta la performance è stata segnata da grande compattezza e, soprattutto, grande classe.
I The Black hanno decisamente soddisfatto le mie aspettative, risultando trascinanti e trascendenti.

SETLIST THE BLACK
Intro
1. De Profundis tenebrarum
2. VII Orbis
3. IX Orbis
4. Necrofobia
5. Castrum Pesculum
6. Immota Manet
7. Cerbero
8. Lupi Fortes
9. Museum
10. Nictofobia
11. Mala Tempora



TORMENTOR
Veniamo alla fase conclusiva di questo secondo episodio dello Stige Fest, che sorprendentemente non ha registrato lo stesso numero di presenze sulle quali aveva invece potuto contare la precedente edizione. Mentre attendo che il gruppo di Budapest faccia il suo ingresso sul palco, mi interrogo infatti sulle motivazioni che possono esserci dietro questo fenomeno e, anche se in questi casi il risultato è sempre imprevedibile, così come le ragioni che lo stimolano, mi rispondo che probabilmente è dovuto alla massiccia presenza dei Tormentor da un anno a questa parte, in diversi contesti e festival europei. Io stessa ho già avuto modo di vederli due volte, al Chaos Descends ed Brutal Assault (report qui), per cui posso immaginare che l’hype che si era creato subito dopo l’annuncio della reunion stia lentamente svanendo a causa dell’eccessiva reperibilità del gruppo, che lo rende un piatto meno succulento (per quanto restino comunque, a mio avviso, da supportare).
Al di là di questo, sono molto contenta all’idea di rivederli, anche perché, come detto in apertura di questo articolo, le esperienze precedenti mi hanno fatto capire quanto il gruppo sia in splendida forma e riesca a condurre dei concerti davvero impeccabili. Uno dei meriti è senza dubbio da ascrivere ad Attila Csihar, questa sera accolto da un boato che si solleva dal parterre non appena viene intercettata la sua presenza sul palco. Sono da sempre una sua estimatrice: l’ho potuto apprezzare nelle sue diverse sfumature, con i Sunn O))), i Mayhem, i Void Ov Voices, e quello che mi ha da sempre colpito è il carisma esercitato durante le sue performance, oltre che ovviamente le abilità nella modulazione della voce, che sembrano non risentire dei tanti anni di carriera alle spalle. Anche questa sera quindi i Tormentor decidono di ripercorrere tutto il loro storico e paradigmatico Anno Domini, che in un miscuglio di epicità e trame cupe si guadagnò nel 1989 lo status di culto.
Arricchendosi di profondità espressiva con i diversi registri vocali su cui si poggia il cantato di Attila, la band riesce a restituire musicalmente tutta l’atmosfera impenetrabile del lavoro, che trova il suo apice nella celebre Elisabeth Bathory, sicuramente il pezzo più atteso ed accolto in maniera corale. È davvero emozionante farsi trascinare dalla melodia portante con cui si apre il brano, che riesce a trasmutare alla perfezione il carattere così perverso e controverso di un personaggio come la Contessa sanguinaria, “the countess of my fire”.
Con lo scorrere dello show, il pubblico sarà sempre più fisico nel dimostrare il suo assoluto coinvolgimento, spronato anche dalle incitazioni del frontman che ad un certo punto impugna il doppio microfono per rendere ancora più disturbante l’esecuzione, sfoggiando poi una grossa croce, impugnata ovviamente al contrario, mentre ci avviamo verso la conclusione.
Anche questa volta, dunque, i Tormentor si sono dimostrati assolutamente perfetti, riproducendo fedelmente tutta la creatività schizofrenica contenuta in quelle prime gemme prodotte trent’anni fa, ma che ancora oggi esercitano un’influenza che travalica qualsiasi inflessione temporale.

SETLIST TORMENTOR
1. Ave Satani (intro)
2. Tormentor I
3. Heaven
4. Elisabeth Bathory
5. Damned Grave
6. In Gate of Hell
7. Transylvania
8. Tormentor II
9. Trance
10. Beyond
11. Apocalypse
12. Lyssa
13. Anno Domini
Encore:
14. Intro from 7th Day of Doom
15. Branded the Satan
16. Mephisto
17. Live in Damnation
18. Seventh Day of Doom



IMMAGINI
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16/02/2019
Live Report
STIGE FEST - TORMENTOR + THE BLACK + THE COMMITTEE + OTHERS
Campus Industry Music, Parma, 09/02/2019
 
 
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