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SEVENTH WONDER + HIDDEN LAPSE + HELIKON - 12/4/2019 - Dagda Live Club, Retorbido (PV) - 13/04/2019 – Alchemica Live Club, Bologna
18/04/2019 (1129 letture)
INTRODUZIONE
In occasione del tour europeo dei Seventh Wonder di supporto a Tiara, noi di Metallized siamo andati a curiosare ed eccovi quindi un doppio report delle prime due date.

Report e foto della data di Retorbido a cura di: Roberto "Vicarious" Di Gaudio

Report della data di Bologna a cura di: Anna Rosa "annie" Lupo

12/4/2019 - Dagda Live Club, Retorbido (PV)

Erano anni che i Seventh Wonder non si affacciavano sulle sponde del nostro paese. I motivi, come sappiamo, sono principalmente due: il rilascio del quarto album in studio The Great Escape, con conseguente tour europeo, ed il crescente impegno di Tommy Karevik nei ben più noti Kamelot. Il che è un vero peccato perché gli svedesi, ogni volta che mettono piede in studio, sfornano prodotti di assoluto livello. A partire dal concept Mercy Falls, con una trama davvero coinvolgente, passando per il già citato The Great Escape, per finire con l’ultimo Tiara, il disco che ha reso possibile questo tour. Le valutazioni positive della critica e il suono molto più immediato e meno elaborato del suo predecessore, che ricordiamo conteneva una suite di ben trenta minuti, hanno accresciuto i consensi del quintetto. Sicuramente anche la militanza del frontman in una band più conosciuta ha fornito la sua dose di pubblicità. La buona accoglienza e le vendite raggiunte hanno quindi permesso la realizzazione di una tournée europea, che ha toccato il nostro paese con tre date.
La prima di esse, alla quale ho assistito, faceva tappa a Retorbido, in provincia di Pavia. Molto in provincia in realtà, all’incrocio tra Piemonte, Lombardia e Liguria; un luogo non comodissimo da raggiungere. L’affluenza ne ha risentito, e infatti non si può dire che la folla fosse nutrita. Certamente la distanza da un grande centro abitato è una variabile di cui bisogna tener conto. Il locale molto accogliente ed elegante, invece, è sicuramente un punto a favore, così come lo è stato il fatto di assistere ad un concerto a meno di un metro dai musicisti in scena. Non ho potuto fare a meno di notare con una certa meraviglia l’orario di apertura, che era previsto per le 20:00. Considerato che le band a supporto erano due, forse i tempi si sono rivelati essere un po’ stretti. Infatti qualcosa è andato storto, perché gli Helikon sono saliti sul palco alle 22, nonostante fossero pronti da due ore. Non è chiaro se per motivi tecnici o altro, ma i ragazzi hanno poi pronunciato qualche frase di critica riguardo alla burocrazia italiana. Per questo motivo la loro scaletta è stata ridotta da 6 tracce a 4, limitando la loro presenza ad appena 20 minuti scarsi. Minuti nei quali non hanno comunque brillato nonostante la carica che ci hanno trasmesso, ma vista la giovane età il tempo è dalla loro parte. Già dalla prima canzone è stato impossibile non notare come la batteria sovrastasse qualsiasi strumento e la voce fosse praticamente inudibile. Il cantante sembrava muovere la bocca senza emettere alcun suono. Non un buon presagio, dato che di solito i problemi tecnici di inizio serata, se non risolti entro pochi minuti, si trascinano per tutto il concerto. Dopo uno sbrigativo cambio di palco, siamo stati intrattenuti dagli Hidden Lapse, altra band nostrana. È stato bello notare come per le tre date in Italia i Seventh Wonder abbiano deciso di farsi accompagnare da due gruppi locali, come anche nelle altre date del tour, proprio per promuovere la musica di ogni singolo paese. Il gruppo era guidato da una frontwoman, molto grintosa e dalla voce sicuramente potente, per quel poco che abbiamo sentito. Anch’essi infatti hanno subito un netto taglio di scaletta e si sono dovuti accontentare di appena 20 minuti e quattro canzoni esattamente come i colleghi prima di loro. Il banchetto del merchandising dei Seventh Wonder sul quale ho potuto acquistare il capolavoro Mercy Falls era gestito proprio dalle due band di supporto, che tra un’esibizione e l’altra hanno potuto proporre anche i loro dischi e le loro magliette. L’ultimo avvicendamento sul palco, in attesa degli headliner, è durato più del previsto e i membri della band hanno montato personalmente la loro attrezzatura. Una piccola curiosità al riguardo: dal profilo Facebook ufficiale della band apprendiamo che la chitarra di Johan Liefvendahl è rimasta in Svezia e che quella con la quale si è esibito è stata acquistata in un negozio a Milano.

SEVENTH WONDER
Nonostante i numerosi disguidi, alle 23 e 20, un orario in cui solitamente un concerto finisce, siamo pronti ad accogliere i nostri tanto attesi Seventh Wonder. Speranzosi in una risoluzione dei problemi acustici, ci godiamo Arrival che, essendo principalmente composta da strumenti ad arco, era registrata. Si parte forte con The Everones, un pezzo ideale con il quale aprire le danze. Conoscendo la traccia a memoria, ho colmato la mancanza della voce nella mia mente. Ma guardandomi intorno ho avuto modo di fare caso alle facce perplesse di chi effettivamente aveva notato la "fragorosa" assenza di voce. Purtroppo non si è trattato nemmeno di un discorso prettamente vocale. Anche le tastiere sembravano essere tagliate fuori dal missaggio e per gli amanti del bravissimo Andreas Söderin è stato davvero frustrante non aver potuto godere appieno delle sue abilità. Quanto scritto vale anche per Welcome To Mercy Falls, cantata più forte da noi fan che da Tommy, così come Alley Cat, ideale per essere intonata da tutto il pubblico visti i connotati molto commerciali. Ogni traccia è stata presentata dal frontman, che sicuramente ha imparato qualche piccolo trucchetto intrattenendo folle molto più numerose. La voce si sente improvvisamente, come un insperato avvenimento, alla sesta traccia Tears For A Father, vista l’assenza di tutti gli altri strumenti. Una ballad davvero struggente, che è stato emozionante ascoltare dal vivo. Hide And Seek, una delle mie preferite, è stata introdotta proprio come nel disco dalla voce di un bambino che chiede di poter entrare. Doverla sentire mutilata, senza la bellissima sezione di tastiere e senza gli acuti vocali, è stato un trauma. La batteria del possente Stefan Nogren ha sovrastato quasi tutto, eccetto il basso di Andreas Blomqvist, ma neanche questi due strumenti avevano un suono pulito, tanto da sembrare un impasto male amalgamato di note. Victorious ci è stata, fortunatamente, presentata in versione acustica, seguita poi da Taint The Sky e dalla conclusiva e lunga Exhale.

Facendo due conti con le durate delle singole canzoni, è venuta fuori un’esibizione complessiva di appena un'ora di durata. Troppo poco vista la grande attesa per l’evento e soprattutto per le loro lunghe e orchestrate canzoni. La gestione del suono è stata un supplizio. Specie nel progressive metal, genere in cui i fan sono attenti alle singole note e dove è sconsigliato un abuso dei volumi, sbagliare è disastroso. Il momento più bello della serata è stato sicuramente quello in cui Andreas Blomqvist mi ha autografato la copia appena acquistata di Mercy Falls con la conseguente foto che trovate qui di lato. Davvero un ragazzo d’oro, super disponibile con tutti i fan che lo hanno tormentato con foto e interminabili chiacchierate. Musicista eccellente, sul palco e anche giù da esso.

SETLIST Seventh Wonder
1. Arrival
2. The Everones
3. Welcome To Mercy Falls
4. Alley Cat
5. Tiara’s Song (Farewell PT.1)
6. Tears For A Father
7. Hide And Seek
8. Victorious
9. Taint The Sky
10. Exhale


13/04/2019 – Alchemica Live Club, Bologna

Parto alla volta dell’Alchemica con speranze un po’ smorzate nei confronti della serata che di lì a poco mi attenderà. Stando agli spoiler ricevuti in tempo reale dal collega Roberto, la possibilità che il concerto atteso con smania da mesi si riveli deludente sotto diversi aspetti non è poi così remota. Tuttavia, mi ripeto fiduciosa che assistere ad uno show di Tommy Karevik e soci è un’opportunità oltremodo intrigante, considerando le rare capatine in Italia nel corso degli anni. Inoltre, seppur sia una location ridotta, il locale bolognese offre tendenzialmente un sound curato e di buon livello, aspetto che può senz’altro giovare ai Nostri laddove -come la sera precedente- dovessero sopraggiungere degli imprevisti. Al mio arrivo trovo una location ancora poco gremita e dopo una birretta al volo è già tempo di assistere alla prova degli Helikon, che stavolta iniziano puntualissimi secondo la tabella di marcia. Il quintetto bresciano capitanato dalla grintosa ugola di Giacomo Merigo mette in scena un set basato sull’unico lavoro pubblicato ad oggi, ovvero l’EP Challenge of Death. La proposta del gruppo appare fin da subito difficile da inquadrare in un unico genere: i pezzi portati sul palco fondono soluzioni thrash, power, heavy e prog dando vita ad un connubio più o meno accattivante e dal piglio tutt’altro che di immediata fruizione. Sarò sincera: non conoscevo il gruppo prima della serata e, da quanto ho potuto vedere, non rientra nelle mie corde; spezzo una lancia a loro favore citando l’enorme grinta del cantante e dei due chitarristi Mauro Nicolini e Davide Piazza, scatenatissimi dall’inizio alla fine. A prendere il testimone della formazione di Brescia sono gli Hidden Lapse, secondo act in programma, supportati da qualche instancabile e fiero sostenitore proveniente direttamente da Fabriano, città della band stessa. Il quartetto guidato dalla potente voce di Alessia si destreggia bene sui pezzi del repertorio, presentando al pubblico uno stile riconducibile ad un progressive metal condito da tinte symphonic e power. Oltre ai singoli estratti dal lavoro d’esordio Redemption (tra cui Drop e Compassion), il gruppo coglie l’occasione per presentare all’audience alcuni brani che anticipano il full-length Butterflies, in uscita il 31 maggio per Rockshots Records. Ecco infatti che in scaletta figurano gli inediti Third e Dead Jester, capaci di far risaltare il lato più sinfonico e dinamico del gruppo marchigiano. Il tempo scorre in fretta e a ricordarci che manca ormai poco all’ingresso sul palco dei tanto attesi headliner sono proprio le parole di incoraggiamento della frontwoman Alessia, che ci invita ad accogliere i cinque svedesi con tutta l’energia che abbiamo in serbo.

SEVENTH WONDER
Dopo un cambio palco e un check della strumentazione protratti di una ventina di minuti rispetto al copione è finalmente giunto il momento di spegnere le luci e di lasciare spazio alla intro registrata Arrival, che preannuncia esplicitamente l’inizio dello show del quintetto di Stoccolma. Il pubblico, accresciuto significativamente nel corso dell’ultima mezz’ora, non perde neanche un istante per acclamare l’ingresso degli headliner, cosa che finalmente avviene: il combo svedese fa capolino sul palco di fronte ad una audience in visibilio che esplode con fervore non appena appare Tommy, leader indiscusso dei Seventh Wonder. Come da programma spetta alla stupenda The Everones aprire le danze e lo fa con una resa impeccabile offuscata qua e là da qualche passaggio acuto non centrato appieno dal frontman, cosa assolutamente perdonabile considerata la difficoltà del pezzo. Il gruppo appare fin da subito carico e mi dà motivo di pensare che sarà fautore di una prova memorabile, e per fortuna le impressioni si rivelano giuste. Nonostante qualche calo del tutto trascurabile (dovuto a suoni non sempre eccelsi e a piccole imprecisioni vocali e strumentali), quello messo in piedi dagli headliner è un set a dir poco sublime, che pesca a piene mani da una carriera quasi ventennale. Il pubblico preparatissimo accompagna Tommy anche durante la successiva Welcome to Mercy Falls, introdotta dal basso opprimente dello scatenato Andreas Blomqvist e retta abilmente dalle tastiere di Andreas Söderin. Ad una sezione ritmica precisa e pressante si alternano come da studio momenti dal piglio più catchy, rappresentati in primis da un ritornello impossibile da non cantare a squarciagola, seguendo il frontman sulle note alte e basse. Si arriva presto ad Alley Cat, uno dei pezzi da novanta che non possono mancare nelle scalette dei nostri: se da un lato la sei corde di Johan Liefvendahl la fa da padrona insieme alla batteria del gigante Stefan Norgren, dall’altro i duetti col pubblico continuano imperterriti, cosa che lascia Karevik visibilmente soddisfatto. Dopo aver ringraziato calorosamente i presenti e gli ospiti di spicco della serata (tra cui Elio Bordi dell’etichetta Frontiers Records, di cui la formazione fa parte) si continuano a toccare vette altissime con la successiva e melodica Tiara’s Song, ulteriore passaggio dal recente album Tiara a cui è dedicato il tour. La voce del singer, ormai scaldata a dovere, tiene abilmente testa ai momenti più complessi del brano ed è supportata ancora una volta dai fan; tutti gli altri musicisti seguono in modo altrettanto preciso la resa da studio, piazzando brillantemente in focus batteria, tastiera e frequenti assoli di chitarra. Se fino ad ora la band è stata fautrice di una prova coi fiocchi, è con la struggente e commovente ballad Tears for a Father che si vola ancora più in alto. Il pezzo, interamente acustico, è un win-win continuo tra pubblico e voce principale, fino ad arrivare agli ultimi versi carichi di grinta a cui seguono gli applausi e i sorrisi della band e un sentitissimo "Holy shit!" da parte di Tommy, visibilmente toccato. La successiva e carismatica Hide and Seek, estratta da Mercy Falls, riporta la band su lidi più cupi e incalzanti, non prima però della lunga suite strumentale in apertura, con tanto di assolo supportato dai cori intonati del pubblico. Dopo gli ennesimi e sentiti ringraziamenti arriva la ciliegina sulla torta: un temerario chiede a gran voce che venga eseguita dal vivo The Great Escape, richiesta che sfocia in risate da parte della band e dei presenti vista la lunghezza significativa del brano (trenta minuti di canzone non sono sicuramente facili da proporre in sede live). Nonostante l’azzardo, il gruppo decide di accontentare i presenti regalando l’esibizione della parte sei del brano, A New Balance, appagando i palati musicali più sopraffini grazie a questa perla rara. Come da scaletta della serata precedente tocca a Taint the Sky il compito di iniziare a tirare le somme della serata, relegando alla sublime Exhale il ruolo di chiudi-fila: quest’ultimo è uno dei pezzi che non vedevo l’ora di sentire dal vivo e così fortunatamente è stato, in un crescendo strumentale e vocale fino all’acuto mozzafiato nel gran finale, passando per i ritornelli cantati ancora una volta all’unisono. Immancabile, visto il livello di partecipazione degli astanti, il "We want more!", esaudito dagli svedesi dopo una brevissima "riunione" interna da cui è stata selezionata la catchy e travolgente Inner Enemy, degna conclusione di una serata adrenalinica ed emozionante che difficilmente cadrà nell’oblio. Viste le premesse e i dubbi iniziali, non posso che ritenermi oltremodo soddisfatta.

SETLIST SEVENTH WONDER
1. Arrival
2. The Everones
3. Welcome to Mercy Falls
4. Alley Cat
5. Tiara’s Song (Farewell pt. I)
6. Tears for a Father
7. Hide and Seek
8. The Great Escape (pt. VI: A New Balance)
9. Taint the Sky
10. Exhale
--- ENCORE ---
11. Inner Enemy



ayreon
Venerdì 19 Aprile 2019, 6.45.07
2
beh,se avevo una mezza idea di andare a vedere gli evergrey al dagda,dopo il vostro report mi è passata ,ho capito che è il solito locale dove quando si comincia alle 23 per loro è ancora presto ,aggiungi che è fuori mano e che se gli headliner devono salire alle 23 nella maggior parte dei casi la scaletta viene tagliata , conclusione : fare centinaia di km per vedere un'ora di concerto non vale proprio la pena , vedo che gli esempi dell'alcatraz e più di recente anche del live di trezzo in cui si comincia al più tardi alle 21,30 in italia non vengono presi a modello
HeroOfSand_14
Giovedì 18 Aprile 2019, 20.06.02
1
Bravi entrambi i redattori nel descrivere bene come sono i Seventh Wonder dal vivo. Ero presente a Bologna come Annie e mi sono emozionato e divertito, per me uno dei migliori concerti a cui ho assistito. E non solo perchè poter vedere e sentire Karevik dal vivo è qualcosa di unico (prestazione vocale di livello superiore), ma anche perchè tutto il resto della band suona in modo pazzesco. E Blomqvist è un animale da palco, grandissimo. I difetti si riscontrano nel poco seguito che il gruppo ha in Italia (anche se le persone presenti erano molto partecipative e, incredibilmente, conoscevano anche molti testi), nei problemi organizzativi dei locali e nelle scalette sempre corte. Quest'ultima cosa forse si può spiegare considerando che suonano brani complessi sia strumentalmente che vocalmente, e dilungarsi troppo porterebbe ad un calo qualitativo. Però ci sono gruppi di 60 anni, senza fare nomi, che suonano 2 ore senza problemi ancora oggi. Detto questo, i SW vanno visti dal vivo, anche solo per poter cantare Tears For A Father tutti insieme, e per godere di un cantante pazzesco quale è Tommy.
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18/04/2019
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12/4/2019 - Dagda Live Club, Retorbido (PV) - 13/04/2019 – Alchemica Live Club, Bologna
 
 
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