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SIGILLUM S - Music Inn, Roma, 23/05/2019
28/05/2019 (324 letture)
Attivi sin dal lontano 1985, grazie all’incontro tra Eraldo Bernocchi, Paolo Bandera e Luca Di Giorgio, i Sigillum S hanno sempre rappresentato un punto di riferimento essenziale per chiunque si sia approcciato alla scena elettronica italiana degli ultimi vent’anni. La loro lunga carriera, costellata decine di release tra demo tape, EP ed album, ha sempre attraversato sinuosamente power electronics ed ambient, lambendo sonorità etniche ed esoteriche di ispirazione orientale, congegnali alla verve etno-antropologica che li contrassegna. E quale migliore occasione per saggiarne la veste attuale e l’incarnazione in sede live della data offertaci da La Fine?

Sebbene sia già il 23 maggio, il clima risulta piuttosto umido e pungente: a riscattare tuttavia la fatica nel raggiungere il locale sotto un fastidioso velo di pioggerellina è la magnifica cornice di Castel Sant’Angelo, facente da sfondo alla location. Conseguenza della chiusura dei più storici luoghi di ritrovo, per dir così, alternativi della capitale, è la recentissima riorganizzazione e frammentazione della scena in piccole realtà in grado di fornire l’atmosfera giusta a spettacoli per soli cultori. La sala ipogea dedicata ai concerti, di ridottissime dimensioni, è accogliente e suggestiva e l’aspetto grezzo delle sue mura donano un che di ancestrale all’esperienza. Ad affiancare Bandera e Bernocchi, menti propulsive del progetto, è il neo reclutato Bruno Dorella (sarà sufficiente qui citare gli OvO per riassumerne i meriti e la lunga militanza nella scena) che, come vedremo, apporterà un contribuito genuino e personale alla performance. Alle undici circa, le luci calano e lo spettacolo ha inizio. I tre impegnano il palco con le loro strumentazioni, avvolti da una luminescente cortina rossiccia. Come già avvenuto in diverse occasioni, i Sigillum S scelgono di abbandonare le velleità più eteree e riflessive del loro sound per graffiare la notte con beat dal sapore dub, ricchi di percussioni etniche e non, trafitte da synth ora rabbiosi e striduli, ora solenni, ora armonizzati e melodici. Se Bandera, chino e concentrato sulle proprie macchine, ha quasi le movenze di uno sciamano dei nostri tempi, Dorella presta appieno la propria fisicità all’ordito strumentale, sia mediante percussioni, sia avvicinando il pad al volto producendo vocalizzi mistici. Oltre a ciò, egli donerà un’ossatura ritmica ancora più marcata ad una delle composizioni imbracciando il proprio basso, unico strumento cordofono a comparire nel set. Sebbene l’ingresso del Dorella renda la formazione piuttosto inedita, si percepiscono un’armonia ed una comunione di intenti pressoché stupefacenti, come se i Nostri suonassero insieme da sempre. La sintonia è palpabile, così come l’anima ed il talento posti nell’esibizione: il sintetico non è qui mero silice attraversato da circuiti ed obbediente al totalitarismo del codice binario, bensì vera e propria protesi mediante la quale l’artista distende appieno il proprio universo. E l’ascoltatore non è più recettore passivo di una proposta somministrata dall’alto, bensì soggetto attivo dell’esperienza multimediale qui offerta. Non dunque grovigli di rame, bensì vasi sanguigni pulsanti, attingenti da un lato ad un sapere ventennale, dall’altro all’ispirazione più genuina.

Non vi sono termini che permettano di descrivere con maggiore precisione e nettezza le sensazioni e l’impatto che tali orizzonti musicali recano con sé: bisognerebbe prender parte almeno una volta a tale rituale trasposto in vibe elettroniche per averne un’idea sufficientemente definita. Mi accontento qui di offrire la mia visione, sperando di farvi interessare ad un progetto che merita tutta l’attenzione dell’ascoltatore più smaliziato.



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