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DESTRAGE - Un pugno sferrato contro il nostro tempo
19/06/2019 (466 letture)
A qualche settimana dall'uscita dell'ultimo lavoro dei Destrage The Chosen One, non ci siamo fatti scappare l'occasione di fare qualche domanda al chitarrista Matteo Di Gioia. Ecco a voi quello che ne è uscito fuori!


Luca Chiariello: Ciao ragazzi e benvenuti sulle pagine di Metallized.it! È passata poco più di una settimana dalla pubblicazione del vostro ultimo album intitolato The Chosen One, a due anni di distanza da A Means to No End. Come siete arrivati a partorire questo nuovo lavoro, come di consueto diverso dai precedenti, ma sempre di inconfondibile stampo Destrage?
Matteo Di Gioia : L’abbiamo partorito con dolore (cit.) come d’altronde ci è stato promesso. Scrivere (e cancellare) The Chosen One è stato un processo di rara crudeltà creativa. Non c’è stato spazio per indulgenze né sfizi. Il materiale è stato selezionato col bisturi e non ci siamo mai guardati né in faccia né indietro. Non ci siamo neanche aspettati a vicenda. Chi voleva essere in studio veniva e lavorava duro. Potrebbe sembrare di stare a sentire un integralista della musica, ma la verità è che lo facciamo perché scrivere un disco è una delle cose più belle che ci sia.

Luca Chiariello: Sono passati oltre dieci anni dal vostro debutto ufficiale Urban Being. Come descrivereste, brevemente, la vostra evoluzione durante questo periodo?
Matteo: È un evoluzione musicale che va di pari passo con la nostra crescita umana. Non abbiamo avuto cambi di lineup ma le nostre abilità, relazioni e fonti di ispirazione sono in continua mutazione. Sui primi due album eravamo ragazzini, Are You Kidding Me? No ha segnato la maturità, A Means to No End è stato il dente del giudizio (che male a pensarci!). Ogni disco è la fotografia di una band che vive. Si vede quando è spensierata, si sente quando sta rispondendo a delle ombre che vengono da dentro o quando combatte con delle forze che vengono da fuori. Forse posso dire che siamo cresciuti senza mai invecchiare, e credo che si senta.

Luca Chiariello: Torniamo ora a concentrarci su The Chosen One. Cosa potete raccontarci riguardo ai temi che avete deciso di affrontare nelle liriche?
Matteo: The Chosen One è un pugno sferrato contro il nostro tempo. Un tempo che dovrebbe risplendere di cultura -perché mai come oggi è stato così facile e accessibile farsene una decente- e invece siamo qui che la superstizione schiaccia il sapere, l’ignoranza divora l’informazione, l’odio oscura la tolleranza. Non me lo spiego e mi fa incazzare da morire, a dire la verità.
Hey, Stranger! è la canzone più esplicita, testo e video tracciano un’affermazione decisa e inflessibile. Certo tutti i temi sono affrontati con ironia, perché la retorica populista e stupidamente diretta non ci appartiene.
The Chosen One e The Gifted One esplorano i concetti di scelta e dono, causalità e casualità, che sono i due poli del gigantesco magnete che ci tiene sospesi nella vita.
Chi avrà voglia di leggere i testi si ritroverà e ritroverà persone che conosce in molti degli aspetti trattati. Curiamo molto i contenuti delle nostre canzoni, è nostra responsabilità non inquinare il mondo con parole vuote, e aprire la bocca per dire qualcosa è un’occasione che non deve mai andare sprecata.

Luca Chiariello: Dal punto di vista della sperimentazione musicale, The Chosen One sembra muoversi in territori finora da voi mai esplorati. Le tracce sono compatte, energiche e trascinanti, sebbene la destrutturazione della tipica forma-canzone che vi ha da sempre contraddistinto sia ancora presente. Era il risultato che vi aspettavate di ottenere?
Matteo: È il risultato che abbiamo cercato di ottenere con tutte le nostre forze. Il tuo commento mi riempie di orgoglio. Grazie.

Luca Chiariello: Personalmente ho apprezzato molto la produzione, a cura di Josh Wilbur. Il suono risulta nitido e cristallino e ogni strumento è al posto giusto. Immagino che ottenere un prodotto così ben rifinito in ogni dettaglio abbia richiesto un grande lavoro.
Matteo: Lavoro suo! (ride, ndr), ma non solo. Salvatore Addeo ha fatto un magistrale lavoro di tracking e Matteo “Ciube” Tabacco ha dato un’impronta unica al disco durante la produzione.
Siamo arrivati al mix con le idee più chiare che mai. ogni traccia è stata registrata e lavorata nell'ottica di essere poi mixata da Wilbur, al quale abbiamo consegnato materiale a prova di bomba -e a prova di indecisione e capriccio d’artista, due crogioli infettivi responsabili della distruzione sonora di diversi dischi-.
Lavorare con Wilbur è stato molto eccitante. Inizialmente ero un po' bloccato da un certo timore reverenziale nei suoi confronti, ma appena Josh ha annusato l’andazzo mi ha chiamato al telefono e mi ha detto: "Vedi di non fare il timido e dimmi cosa va e cosa non va nel mix, che qui non c’è la deadline. Io lavoro fino a quando viene una figata e voi saltate tutti dalla sedia." Da quel momento ci siamo sentiti tutto il giorno tutti i giorni per lavorare al sound e ai mille dettagli, anche attraverso sessioni di mix dal vivo in remoto. Quanto alla figaggine del suono, devo dire che Josh è stato un uomo di parola.

Luca Chiariello: Il songwriting risulta comunque variegato, anche grazie alla presenza di numerosi ospiti (pensiamo, per esempio, all’assolo di sax in Mr. Bugman). Cosa potete dirci riguardo agli ospiti con cui avete lavorato?
Matteo: Luca Mai (Zu, Mombu) è il responsabile della crema demoniaca spalmata su Mr. Bugman e At the Cost of Pleasure. È un musicista fuori da ogni grazia di Dio e sono proprio un suo fanboy. Fabio Visocchi (Loop Therapy) ha lavorato a tastiere, Rhodes e Mug su The Chosen One, The Gifted Onee At the Cost of Pleasure. Vederlo al lavoro è stato impressionante per abilità e sensibilità e la sua adesione ad un genere che non gli appartiene per nulla mi ha davvero sorpreso. Fabrizio “Izio” Pagni (Tasters, Zen Circus) ha lavorato all’intero disco prendendosi cura di sampling, elettroniche e Seaboard, che io chiamo la tastiera di carne. È suo il grande merito di aver dato una patina tecnologica e radicale al sound dei Destrage. Davvero non potrei essere più contento delle partecipazioni che hanno arricchito questo album.

Luca Chiariello: Vi confesso che sto fissando l’artwork di The Chosen One da giorni, mi ricorda qualcosa che ho già visto ma la memoria mi tradisce. Chi si è occupato della copertina dell’album e da cosa ha preso ispirazione?
Matteo: L’artwork è firmato Marco Tafuri - BadBro. Marco è un amico e un compagno di vita. Una delle pochissime persone che conosco e che considero un vero artista perché con lui è così, anzi o così o vaffanculo. Non so cosa questo dipinto abbia scatenato in te, ma quando l’ho visto la prima volta l’ho odiato e poi progressivamente amato alla follia. Deve esserci qualcosa lì dentro che non riesco a spiegare. Felicissimo che Paolo lo abbia proposto e che la band lo abbia scelto.

Luca Chiariello: Nei prossimi due mesi girerete l’Italia, a partire dalla data del 21 giugno al Santeria di Milano per poi partecipare a vari festival durante il mese di luglio. Che altri piani avete per il futuro?
Matteo: Abbiamo proposte che stiamo valutando con calma e testa. Non posso ancora dichiarare niente se non che questi pezzi bramano il palco come un vampiro brama il sangue delle vergini. È la cosa più metal che abbia mai detto in vita mia, adesso devo controbilanciare indossando infradito per due mesi.

Luca Chiariello: Grazie mille per il tempo che ci avete dedicato, l’intervista si chiude qui. Volete lasciare un ultimo messaggio ai nostri lettori?
Matteo: Infradito.



tino
Mercoledì 19 Giugno 2019, 11.52.07
3
mai sentirsi inferiori agli stranieri quando si parla di qualità italica, vale per la musica come per le altre cose, se una cosa made in italy è buona per me è sempre valore aggiunto
Galilee
Mercoledì 19 Giugno 2019, 11.06.14
2
Da quando li ho scoperti sono la band metal contemporanea che mi da più soddisfazioni. Per me dei veri eroi a livello mondiale. Visti dal vivo anni fa, divini. Non vedo l'ora di ascoltare il nuovo disco.
Korgull
Mercoledì 19 Giugno 2019, 10.52.59
1
Uno dei più grandi gruppi che abbiamo mai avuto in Italia, ne siamo quasi indegni. Bella intervista
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