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AS I LAY DYING - Magazzini Generali, Milano, 09/10/2019
13/10/2019 (494 letture)
È una serata uggiosa in quel di Milano – come si confà ai primi giorni d’Ottobre – e al mio arrivo si sta smaltendo una lunga coda per l’ingresso davanti ai Magazzini Generali, location d’eccezione per un evento altrettanto eccezionale: il ritorno in Italia degli As I Lay Dying, per la seconda volta ad opera della Hellfire Booking. I metalcorers americani erano infatti già tornati l’anno scorso a Bologna, ciò nonostante i loro concerti continuano a creare scalpore e fermento, proprio a causa della loro assenza dalle scene per circa un decennio: la vicenda del frontman Tim Lambesis, incarcerato per aver assoldato un killer che uccidesse sua moglie per effetto dei troppi steroidi, potrebbe sembrare ma non è una di quelle fake news che girano in rete. Ma questo poco importa ora che lui è stato scagionato ed è libero di riprendere l’attività che gli riesce meglio: fare il frontman in una delle band metal core che hanno fatto la storia del genere – e tutti i fan del filone fin dai primi anni non possono che esserne entusiasti.
Ciò sarà ampiamente dimostrato dall’affluenza di pubblico nonostante si tratti di un mercoledì sera, con apice proprio sullo show degli headliner. La sala sarà comunque abbastanza gremita fin dall’inizio, anche grazie agli spettacolari nomi delle band di spalla per questo tour europeo: niente poco di meno che Chelsea Grin, Unearth e Fit For a King. Un bill variegato che renderà questa serata davvero ricca e stimolante su tutti i fronti.

FIT FOR A KING

Arrivo a pochi minuti dall’inizio della performance dei Nostri, perdendo i primi due pezzi, ma vedo che gli animi sono già infuocati: d’altra parte non può essere diversamente con il metal core ombroso e schiacciante dei nostri, sottolineato dalla scaletta scelta per l’occasione: pezzi come i vecchi Pissed Off e Deathgrip o la nuova Tower of Pain non possono far altro che fomentare l’ascoltatore, mentre i momenti più interiori come When Everything Means Nothing sono forse un po’ sciupati a tratti dai ritornelli puliti di Ryan O ‘Leary, che risultano un po’ sofferti: lui sarà anche un po’ affannato a causa delle continue piroette con tanto di basso che rendono mirabolante la già prestante presenza scenica dei ragazzi. I nostri recuperano comunque qualunque tipo di deifallance con breakdown e stacchi da paura, nonché con la potentissima voce del frontman Ryan Kirby, conferma vivente al detto che “nella botte piccola c’è il vino buono”. Ben Fatto!

UNEARTH


Breve cambio palco, nel quale mi sistemo oltre le transenne per poter scattar foto agilmente e al sicuro: questo tuttavia non mi risparmierà da ricevere un pugno e una testata nei primissimi minuti di performance dei Nostri, perché la gente sotto al palco è davvero scatenata. Come biasimarli, visto che gli Unearth sono una delle band storiche del metal hardcore americano, con quell’attitudine in your face incredibile - poco importa la loro età e da quanti anni suonino – unita a un gusto tecnico e a un songwriting che fa l’inchino sia al metal moderno che all’old school. Su questo palco faranno esattamente questo, magistralmente e con un’aggressività e sfacciataggine pazzesca: la voce raschiante di Trevor Phipps, la presenza scenica atletica che farebbe impallidire qualunque band di ragazzini, gli sweep ipnotici ed esemplari di Buz McGrath sono pura accademia, fra pezzi attuali come Survivalists e più datati nonché cavalli di battaglia come My Will Be Done. I cirple pit e il moshpit vengono richiesti a gran voce dal frontman ed eseguiti di rimando dal pubblico in visibilio, con apice dell’ovazione quando il chitarrista Ken Susi sale a suonare sugli spalti: ecco un altro vantaggio del metal moderno e delle moderne chitarre wireless.
Uno show e una band che fa scuola!

CHELSEA GRIN


Le vibrazioni della serata sono destinate a cambiare, a diventare oscure. I giochi di luce sui toni dell’ocra e del verde acido danno un tono cromatico adatto al genere dei Chelsea Grin: un deathcore coriaceo e semplicemente malefico. Non a caso sono uno dei nomi più blasonati della scena. Sarà lo screaming acre del nuovo vocalist Tom Barber , i riff al fulmicotone e soli pungenti di Stephen Rutishauser nonché la batteria implacabile di Pablo Viveros, ma è ora che i moshers daranno il meglio di loro nelle retrovie, fra show di braccia e gambe e circle pits: la scaletta si giostra fra pezzi recenti come Dead Rose e classici come Playing With Fire, il cui ritornello viene cantato a gran voce con il suo “BURN BURN, BURN BURN BURN!”, ma saranno il cavallo di battaglia Recreant e la nuovissima Hostage a infiammare per davvero la platea; impossibile resistere ai breakdown taglienti e matematici dei Nostri e gli stacchi sospesi e mozzafiato. E poiché le corna sono sorpassate, il frontman Tom richiede piuttosto alla platea tutti i loro “middle fingers up”: come dirgli di no! Grandissimi.

AS I LAY DYING

Altro cambio palco, un po’ più lungo come giusto che sia quando stiamo parlando degli headliner, e non headliner a caso: lo si percepisce dalla trepidazione e dalla vibrazione nell’aria, che il pubblico non aspetta altro; gli astanti sono ancora aumentati a dispetto di questa serata nel mezzo della settimana, e da questo momento in poi vedrò sui volti dei presenti un’aria sognante, una nostalgia felice.
Gli AILD salgono sul palco accolti da un boato: le luci a toni alternati e i fumi sono dalla loro, a creare un’atmosfera perfetta. Il monicker si staglia cubitale sul retro del palco, insieme a simboli alchemici ad altezza uomo dal nuovo album Shaped By Fire. Per ultimo sale il gigantesco frontman Tim Lambesis, che con la sua mise vuole forse dare un vero senso al capo d’abbigliamento “muscle tank”.
Fin all’inizio del set troveremo una band energica, esplosiva, pregna di sentimento: questa energia solare si riflette sul pubblico, che è ammaliato, in contemplazione più che dedito al pogo come per le prime tre band della serata, anche se avrebbero ben donde di scatenarsi viste le parti più estreme e tirate dello show degli
As I Lay Dying.
Che non abbiano varcato i palchi per un po’ di anni, ciò non è assolutamente percepibile, anzi forse è proprio tutto il tempo trascorso che li rende così d’impatto, così comunicativi e vigorosi. Potenza che il pubblico restituisce tramite ovazioni, corna al cielo, ritornelli cantati ed anzi canzoni in toto cantate a gran voce.
La scaletta si giostrerà fra i pochi pezzi nuovi della band (come l’epica Blinded in apertura) e sui loro classici della prima decade 2000, appartenenti all’epoca d’oro del genere e della band: il secondo pezzo sarà l’emblematica Through Struggle, seguita da Within Destruction per poi culminare in uno splendido featuring con Ryan Kirby, che raggiunge la band sul palco sotto gli occhi luccicanti del pubblico sulla nuova Redefined.
Soprattutto sui pezzi più vecchi la melodia fa da padrona ed è il loro marchio di fabbrica, soprattutto tramite certi emozionanti riff in stile swede metal che hanno fatto scuola; ciò sarà ampiamente dimostrato in The Sound Of Truth, Forsaken, The Darkest Night e An Ocean Between Us, cavalli di battaglia che non potevano mancare con le quali gli AILD dimostrano sempre di più di essere vere macchine da guerra. Poco importeranno i piccoli problemi tecnici subito risolti: il loro è un metal moderno ma non troppo, affidabile, nostalgico dei tempi d’oro dei quali loro sono stati alfieri.
Gli astanti saltano e si scatenano, senza mai perdere quell’aria contemplativa e d’adorazione, tranne i più audaci che si cimentano in crowd surfing e stage diving (o “stage dying”, vista l’alta possibilità di morte accidentale da cotali acrobazie).
Un Tim Lambesis in gran forma richiede più volte i circle pit ma soprattutto esprime spesso la sua gratitudine per questa “seconda possibilità”: deve fare un certo effetto, dopo la sua esperienza, vedere così tanti fan accaniti e adoranti, qualcosa di davvero toccante.
Fra i pezzi nuovi il più atteso è sicuramente My Own Grave, seguita dalla storica 94 Hours in una chiusura solo apparente. Alla richiesta unisona dell’encore i Nostri si ripresenteranno sul palco fra i fumi, perché diciamocelo, era assolutamente impossibile che non eseguissero Nothing Left per questo devotissimo pubblico italiano: giusto per alzare ancora il livello ed aumentare l’epicità di questo show , tant’è che la successiva Confined risulterà quasi non necessaria (ma come dire no al 16° pezzo in omaggio?).

Scaletta As I Lay Dying
1. Blinded
2. Through Struggle
3. Within Destruction
4. Redefined
(feat. Ryan Kirby)
5. The Sound of Truth
6. Forsaken
7. Shaped by Fire
8. The Darkest Nights
9. An Ocean Between Us
10. Gatekeeper
11. A Greater Foundation
12. Parallels
13. My Own Grave
14. 94 Hours

Encore:
15. Nothing Left
16. Confined


Gli astanti si possono dunque ritenere più che soddisfatti: chi c’era negli anni d’oro, chi c’era l’anno scorso o chi li ha visti questa sera per la prima volta, tutti sono più che felici di questo ritorno, tutti sono più che felici quando al di là di vicende e vicissitudini personali si tratta di buona musica: anche la sottoscritta.



Eugenio
Lunedì 14 Ottobre 2019, 18.33.04
1
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