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MARK LANEGAN BAND + THE MEMBRANES - Les Docks, Losanna, 01/12/19
06/12/2019 (479 letture)
Losanna accoglie Mark Lanegan sfoggiando il suo peggior tempo invernale, aria gelata e una fitta pioggia sottile. Poco male, il concerto al quale ci apprestiamo ad assistere non sarà dei più allegri, musicalmente parlando. Ci scalderemo una volta arrivati ai Docks, e pazienza per il freddo. Il piccolo club – un migliaio di spettatori di capienza – accoglie la prima delle due date svizzere del tour di supporto a Somebody’s Knocking, l’ultimo album del cantante americano e quinto a nome Mark Lanegan Band. Un ottimo lavoro, che riprende il geniale miscuglio di blues, rock e elettronica sperimentato a partire dal classico Blues Funeral del 2012.

THE MEMBRANES
Prima di assistere allo show del roco cantante di Seattle però, i 45 minuti del concerto dei The Membranes, gruppo inglese formato nel lontano 1977 e che ha ripreso l’attività una decina di anni fa. Non li avevo mai sentiti, e non nascondo che le mie aspettative erano parecchio basse. Nemmeno il tempo di iniziare che la band già si ferma per dei problemi tecnici, risolti però in fretta e con simpatia. L’esibizione finalmente entra nel vivo e il gruppo svela il proprio suono, un post-punk contaminato dal noise e da certe velleità gotico-industriali, cronicamente fermo all’inizio degli anni ’80. Ogni singolo aspetto del loro show è infatti pesantemente demodé: dalle fogge alla musica, passando per i temi cosmici e una misteriosa donna velata di nero che suona cembalo e sintetizzatore! Insomma, con Mark Lanegan il genere non ci azzecca nulla ma, pur non essendo memorabile, la proposta dei The Membranes si lascia ascoltare volentieri. Soprattutto, complice la piccolezza della sala, la band riesce a creare un ambiente piacevole con il pubblico. Il logorroico ed esagitato cantante-bassista John Robb stringe mani a destra e a sinistra dal palco, dedica una canzone a uno spettatore, e tra improbabili paragoni con Shakespeare e assoli di melodica, riesce perfino a far cantare un pubblico che è lì per tutt’altro.

MARK LANEGAN BAND
Il cambio palco dura trenta minuti esatti. La musica di sottofondo svanisce, le luci si spengono. Cinque silhouette salgono sul palco, un colpo di chitarra e subito l’inconfondibile voce di Lanegan intona le quattro frasi dell’intro. Magnifico. Poche parole che già impongono con autorità la sua aura sul pubblico. Nemmeno il tempo di respirare e la band attacca Disbelief Suspension, la prima traccia dell’ultimo album. Il suono è buono, la voce del cantante di Seattle è perfetta, sembra quasi di sentire il disco. È vero che si tratta di un timbro coltivato a whiskey e sigarette, ma il buon Mark ha pur sempre 55 anni, molti colleghi più giovani si mettono a sibilare molto prima di raggiungere quest’età. Finito il brano, i musicisti partono subito con il prossimo, Nocturne, preso da Gargoyle. Siamo un po’ confusi. Il cantante non dice nulla, non saluta il pubblico né presenta la canzone. Ma soprattutto, le luci restano spente. L’illuminazione è affidata a un paio di deboli fari blu e rossi, che illuminano di striscio i musicisti. Lui, invece, resta nell’ombra. La luce riportata basta appena a distinguerne i tratti somatici. Qualcosa mi dice che le luci non si riaccenderanno del tutto, è proprio così. Per tutta l’ora e mezza di durata dello show. L’assenza di luce rispecchia quella del contatto con il pubblico. Il primo intervento di Lanegan si fa attendere fino a metà concerto, quando ringrazia i presenti in una frase, prima di riattaccare con il brano successivo. E in effetti, la scaletta è intensissima. 20 brani. Suonati tutti d’un fiato. Spezzano la tempesta di canzoni solo un corto assolo del chitarrista e la rapida presentazione dei colleghi da parte del cantante. Poi si torna al lavoro.
Una parte corposa della scaletta è logicamente occupata dai brani di Somebody’s Knocking, in tutto sette. Questi passano da episodi più potenti (Night Flight to Kabul, Stitch it Up) a momenti più cadenzati e sperimentali, forse i migliori (Penthouse High, Dark Disco Jag). In mezzo a questi trovano spazio brani degli altri album della Mark Lanegan Band, come i classici Hit the City e Bleeding Muddy Waters, rispettivamente Bubblegum e Blues Funeral. Presenti pure due inserti da Phantom Radio del 2014, Death Trip to Tulsa e l’encore (ultimo di tre) The Killing Season. Personalmente non posso che rallegrarmi degli altri due brani di Blues Funeral, Ode to Sad Disco e la splendida Harborview Hospital. Dal punto di vista della performance musicale, così come della scelta delle canzoni, non c’è davvero nulla da dire. Ogni musicista è autore di una prova maiuscola, resa ancora più notevole dal fatto che i cinque hanno suonato praticamente senza pausa per 90 minuti. Da notare in particolare il chitarrista che si alterna anche alle tastiere (mi sfugge il suo nome, pardon) e un batterista che sfoggia sorrisi come un bambino il giorno del suo compleanno. Come detto prima poi, la voce di Lanegan appare in ottima forma per tutta la durata del concerto, senza cedimenti, particolarmente espressiva nei momenti più lenti. Il pubblico c’è, e si fa sentire calorosamente.
La performance si rivela però piuttosto statica. Certo, non si tratta di un genere esagitato, ma l’oscurità e la quasi totale assenza di interazione con gli spettatori fanno calare in fretta la tensione. Timidezza? Scelta scenografica precisa? Non avendo assistito ad altri concerti dell’artista americano non saprei dire. È però con un sentimento di indecisione che lascio la sala dei Docks questa piovosa domenica sera di dicembre. Non si può dire che la band non si sia spesa, anzi, ha firmato un tour de force da applausi. Ma proprio la grande quantità di brani proposti, assieme a una certa passività generale, danno l’impressione di aver ascoltato una sorta di best of, e non di aver assistito a un concerto.

SETLISTMARK LANEGAN BAND
1. Intro
2. Disbelief Suspension
3. Nocturne
4. Hit the City
5. Stitch it up
6. Burning Jacob’s Ladder
7. Night Flight to Kabul
8. Beehive
9. Bleeding Muddy Waters
10. Deepest Shade
11. Ode to Sad Disco
12. Gazing from the Shore
13. Penthouse High
14. One Hundred Days
15. Dark Disco Jag
16. Name and Number
17. Death Trip to Tulsa
18. Bombed
19. Harborview Hospital
20. The Killing Season



vascomistaisulcazzo
Domenica 29 Dicembre 2019, 16.12.48
2
Mark è così, freddo e distaccato sul palco, con la stessa naturalezza con cui a fine concerto al banchetto del merch firma autografi e si presta a foto. Personalmente la musica viene prima di tutto, perciò accetto questa sua sincerità, Negli ultimi anni ha prodotto troppo e ben poco di buon valore, ad un unico ascolto il nuovo album mi è sembrato molto interessante, sicuramente tornerà in italia altre 22 volte questo tour come di consueto.
In Bloom
Sabato 14 Dicembre 2019, 9.49.22
1
Comunque da quel che ricordo Lanegan ha sempre tenuto un atteggiamento del genere sul palco, parlando a malapena e interagendo zero con tutti... È il suo modo!
IMMAGINI
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Locandina
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Quello che si (intra)vede di Mark Lanegan
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Mark Lanegan in blu e il batterista felice
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The Membranes
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The Membranes da sotto il palco
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John Robb alle prese con la melodica
ARTICOLI
06/12/2019
Live Report
MARK LANEGAN BAND + THE MEMBRANES
Les Docks, Losanna, 01/12/19
 
 
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