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WITCHWOOD + GODWATT - Circus Club, Scandicci (FI), 21/12/2019
26/12/2019 (1022 letture)
Serata uggiosa mentre l’ennesimo diluvio si abbatte sulla città e il livello dell’Arno torna a raggiungere il primo livello di guardia. Fortunatamente, per chi volesse fare appena qualche Km uscendo dalla cerchia del centro e volgesse il proprio sguardo verso Scandicci, sta per iniziare una serata capace di scaldare e togliere umidità e muffa anche al più incartapecorito rocker. Siamo infatti al Circus Club che, non pago di aver ospitato la sera precedente i deathster Benediction per una serata che ci dicono essere stata memorabile, si appresta a dedicare l’evento del sabato sera a due band italiane di spessore, Godwatt e Witchwood. L’interesse è a mille per entrambe le formazioni, che raggiungono Firenze dai due lati opposti della Toscana, per regalare una tre ore di musica. Entriamo quindi nella sala, lasciando la pioggia fuori, pronti per scaldarci al fuoco del rock….

GODWATT
Quando entri in un locale e in diffusione senti un pezzo clamoroso e totalmente inaspettato, perché sconosciuto ai più, come From a Dry Camel dei Dust, sai già che la serata non potrà che essere grandiosa. Troviamo le stesse quindici persone di sempre, con i membri delle band che girellano per la sala, a conferma dell’atmosfera rilassata e conviviale tipica del Circus Club. Passaggio al banchetto del merchandising per i primi acquisti, poi al bar ed ecco che, senza troppe cerimonie, i Godwatt salgono sul palco e danno il via alle danze… si fa per dire.
Moris Fosco e compagni non saranno infatti mai famosi per produrre musica "da ballo", ma il loro doom tinto di nerissimo sludge sarebbe capace di smuovere anche i sassi, nonostante l’asfissiante e funebre andamento dei loro brani. Caricati dell’onere di aprire la serata, man mano che la sala comincia a riempirsi, i tre non si fanno certo spaventare e la loro musica è fin da subito capace di sprigionare tutta la propria ferale potenza. I ritmi sono lenti, disperanti, mentre la voce di Fosco è straziata e concede ben poco alla melodia, preferendo cantare la morte e il disfacimento, l’assenza di speranza, la consapevolezza che tutto avrà una marcescente fine, come testimoniato dal titolo dell'ultimo lavoro in studio, Necropolis. Temi cantati in italiano, molto basilari, scarni, anch’essi privi di alcun appiglio. Dal vivo questo approccio si coniuga col silenzio quasi totale che i tre lasciano al pubblico, con pochissime parole pronunciate da Moris, nessuna presentazione dei brani e il pachidermico sound del basso di Mauro Passeri che riempie ogni anfratto. E’ proprio il continuo dialogo tra basso e chitarra a costituire il fulcro attorno al quale tutti i brani si svolgono e l’affiatamento tra i due musicisti è ottimo, al punto da esaltare quelle minime ma indispensabili variazioni che danno respiro a brani apocalittici e scurissimi. Buona anche la prestazione di Jacopo Granieri , che limita forse il proprio estro nei passaggi, dando piuttosto concretezza dinamica quando serve, senza ulteriori abbellimenti, salvo poi concedersi una liberatoria cavalcata di doppio pedale sull’ultimo pezzo in scaletta. Certo la proposta dei Godwatt non è proprio per tutti e presenta poche sostanziali variazioni tra un brano e l’altro, ma dal vivo, potendo sfruttare al massimo l’effetto dell’ottimo amalgama del gruppo e la buona articolazione dei brani, l’effetto è decisamente buono per chi mastica appena le sonorità doom/sludge. Il pubblico sembra infatti gradire e non poco, scapocciando ai pesantissimi riff e applaudendo convintamente tra un brano e l’altro. E’ così che i tre quarti d’ora circa affidati ai Godwatt passano velocemente con ottimi riscontri e conferma del valore del gruppo, che ringrazia il pubblico con una umiltà degna di applausi e lascia il palco agli headliner.

WITCHWOOD
L’attesa per la band di Faenza è forte, dopo gli ottimi riscontri ottenuti in Italia e all’estero col proprio debutto Litanies from the Woods, al quale ha fatto seguito l’altrettanto valido Handful of Stars, che ha avuto il difficile compito di saziare l’appetito in attesa della pubblicazione del prossimo album, previsto da qui ad un paio di mesi.
Il piccolo palco del Circus è letteralmente straripante di strumentazione e d’altra parte non dev’essere stato neanche facile bilanciare i suoni di una band così stratificata e forte di sei elementi che comprendono in pianta stabile il flautista Samuele Tesori. In ogni caso, al centro si posiziona Ricky Dal Pane, chitarrista e cantante, autore principale della band e fulcro del dialogo col pubblico che sarà costante e divertito lungo tutta la scaletta, a conferma del cambio di atmosfera netto che si respira rispetto all’esibizione dei Godwatt. Dopo l’intro Like a Giant in a Cage, l’apertura è tutta per Liar, brano che dava il via anche a Litanies from the Woods e che col suo riff hard rock settantiano offre subito una bella introduzione al mondo dei Witchwood, con tanto di lunghe sezioni strumentali, assoli incrociati di flauto, organo hammond e chitarra. Si nota subito che qualcosa rispetto alla versione da studio cambia: anzitutto il brano è leggermente dilatato nelle parti strumentali e si perdono le armonie alla Uriah Heep dei refrain, col solo Dal Pane a tenere tutto il comparto voce; inoltre, il flauto prende decisamente più campo -e questo è bene-, mentre la sezione ritmica resta appena più indietro nel mixaggio -e questo è meno bene, avendo un bassista come Luca Celotti in formazione. Al termine del brano Dal Pane ringrazia tutti e confessa che lo stato di salute sul palco non è il massimo, ma l’atmosfera è già caldissima, il locale è stipato e il concerto può riprendere al volo con A Grave Is the River, che mantiene una struttura e un approccio similare alla precedente, confermando semmai l’alto livello tecnico del gruppo e la divertita gestione di tanti solisti a disposizione che possono scambiarsi aumentando il valore aggiunto dei brani. Stessa sorte accoglie A Place for the Sun, nella quale si fa apprezzare la progressione del refrain. Da sorpresa e brividi veri invece la riproposizione di The Golden King, brano d’atmosfera che ci trasporta letteralmente in un mondo fatato e da atmosfere orientali e vellutate. Canzone non facile da presentare, vuoi per lunghezza, vuoi per sospensione emozionale e totale immersione che richiede al pubblico come ai musicisti, che conferma invece, vista la totale riuscita, che siamo al cospetto di una grande band. Seconda sorpresa, ecco che per rialzare il calor bianco dell’esibizione i sei tirano fuori dal cappello una clamorosa versione di Gypsy (Uriah Heep, naturalmente), che conferma il viscerale amore che la band nutre per gli inglesi, con una versione perfetta sulle strofe, quanto allungata e personalizzata nella parte centrale, vero terreno di fuoco per i musicisti, fino all’apertura del seminale e applauditissimo riff di In-a-Gadda-da-Vida, che ridà poi il via alla seconda parte del brano. Terza sorpresa, i Witchwood decidono di presentare stasera una nuova canzone, estratta dall’album in uscita e totalmente inedita: Hesperus è nuovamente un brano di impostazione hard rock venato di prog e folk, ritmato ed energico, che presenta uno sviluppo melodico decisamente riuscito. Non si rilevano grossi cambiamenti nelle direttrici del gruppo da questo brano, ma la riuscita è ottima. Ci avviamo verso la parte conclusiva dell’esibizione, data la lunghezza media piuttosto elevata delle canzoni ed è il turno di Rainbow Highway dedicata da Dal Pane a tutti i sognatori in sala. L’atmosfera southern ben si confà al brano e alla serata che, come prevedibile, tocca però il proprio apice con la stupenda versione di Handful of Stars, la quale chiude il set in un tripudio musicale. Neanche il tempo di salutare e ringraziare di nuovo il pubblico che il gruppo viene caldamente invitato a restare sul palco e proporre ancora la propria musica. Tocca ad un’altra cover la parte del bis ed è Flaming Telepaths, già ripresa in Handful of Stars, ad allietare i presenti, confermando ancora una volta l’assoluta coerenza col repertorio della band e l’ottima quando fedele resa del classico targato Blue Oyster Cult. Chiusa stavolta definitivamente l’esibizione, nonostante le ancora forti insistenze dei presenti, i Witchwood salutano e ringraziano gli amici dei Godwatt che hanno condiviso con loro la serata, rimanendo fino all’ultimo e si congedano dal pubblico fiorentino.

SETLIST WITCHWOOD
1. Intro - Like a Giant in a Cage
2. Liar
3. A Grave Is the River
4. A Place for the Sun
5. The Golden King
6. Gipsy
7. Hesperus
8. Rainbow Highway
9. Handful of Stars

---- Encore ----

10. Flaming Telepaths


NOTE CONCLUSIVE
C’è di che essere contenti uscendo dalla serata di oggi, nonostante ad attenderci ci sia ancora la pioggia. Concerti come questi sono sempre un piacere e le implacabili assi del palco testimoniano che i Witchwood sono senza dubbio tra le realtà più interessanti in assoluto del panorama italiano, una delle poche capaci veramente di scrivere grandi pezzi e non solo di seguire diligentemente la “moda” del retro rock. A colpire è appunto la capacità di toccare livelli emozionali che non tutti sanno smuovere e il fatto che il Circus fosse praticamente pieno conferma che in molti se ne sono accorti. Nota di merito per i Godwatt che hanno convinto un pubblico che probabilmente non era lì per loro e che alla fine ha invece applaudito e apprezzato un’esibizione che sulla carta poteva non essere facile. Infine, il Circus Club pur con i limiti di una location piccola, con un palco basso e una organizzazione che sa a volte di amatoriale, è una delle poche restanti oasi di musica dura nell’intero territorio fiorentino e non si può che fare un plauso a chi sta tenendo alta la bandiera, nonostante le molte difficoltà, offrendo sempre una sincerità e una integrità di fondo encomiabili. Alla prossima occasione.



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