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I 100 MIGLIORI DISCHI DOOM - La recensione
09/04/2020 (1813 letture)
Siamo più o meno tutti consapevoli del fatto che l’epoca della giovinezza dell’heavy metal sia ormai piuttosto lontana. Un genere nato tra la fine degli anni 60 e primi anni 70, che ha conosciuto l’età dell’eccesso e dell’edonismo spinto, per poi arrivare all’età dei dubbi, del pentimento, delle angosce, di una maturità che ha significato lottare per la propria identità e assorbire nuove esperienze che lo hanno inevitabilmente cambiato, fino a raggiungere l’età adulta e le sue responsabilità, la consapevolezza e l’esperienza, che inevitabilmente lo hanno scortato ad una mezza età sulla quale forse nessuno avrebbe scommesso e che invece si rivela naturalmente difficile e travagliata, ma non per questo meno interessante e ricca. Esattamente come avviene per le persone, quindi, questo è il momento di fare i conti con la propria Storia, gli eventi e le esperienze, le persone, gli errori, i successi, le follie e la gloria. Come ogni altra forma di Spettacolo, il Rock si è sempre raccontato molto e in questo l’heavy metal non fa eccezione e lo ha fatto spesso con iperboli: i musicisti sono tutti “geni” o “leggende”, gli album “capolavori”, le canzoni sono “epiche”, i riff “monumentali”, gli assoli “fulminanti” e via in crescendo. Ecco quindi che, nel tentativo di raccontare ciò che l’heavy metal è stato ed è ancora oggi, diventi inevitabile andare a spulciare ogni angolo, ogni aspetto, ogni storia, ogni band, anche la più sconosciuta, per esaltarne la genialità incompresa o il disco imperdibile, la leggenda mai cantata, il fondamentale apporto all’evoluzione del genere o alla sua definizione.

L’ARCHETIPO DELLA LISTA
Uno degli stratagemmi narrativi più utilizzati in assoluto, che segue naturalmente l’inclinazione biblica della lista dei “10 Comandamenti” (prima o poi riprenderemo l’omonima serie…), è quella appunto di stilare classifiche o liste delle band o degli album imperdibili del genere. Se anni fa era ancora possibile farlo in senso generale, oggi con la proliferazione di generi e sottogeneri e la ipertrofica quantità di uscite, diventa pressocché impossibile e, di conseguenza, spesso le classifiche si fanno per genere o al massimo per area. Anche così, diventa difficile scegliere e isolare i vari sottogeneri, perché le contaminazioni sono reciproche e le sfumature spesso minime. Eppure, il meritorio o quanto meno inevitabile spirito enciclopedico che in questi anni ha sempre più preso piede, non può guardare in faccia a tante sottigliezze e, anzi, nella sua natura comunque commerciale e divulgativa, fa di questa confusione un proprio merito: chiarire, catalogare, dare una misura e dei criteri, cosa è e cosa non è, diventano un Metodo. Estremizzando, diventa la Verità. Quella Storica, che si vorrebbe tramandare nella sua forma più pura e precisa. Ecco quindi che, riprendendo uno degli appuntamenti storici di un qualunque giornale o portale web, che annualmente prova a mettere in fila gli “album dell’anno”, troviamo sempre più spesso pubblicazioni in formato libro che ci guidano all’interno di uno dei sottogeneri del metal, narrandone identità, genesi, storia e, naturalmente, indicando gli album imperdibili. Visto poi che la numerologia ha un suo perché, non si possono semplicemente indicare i migliori e via, ma occorre che la lista sia esattamente riconducibile a un numero pari e possibilmente bello tondo: 10, 50 o 100. C’è chi ha osato di più ed è arrivato a 500, riuscendo peraltro a citarne diverse decine che neanche appartengono di lontano al genere stesso. Questo è un altro punto fondamentale della Storia. Come si fa a parlare di un genere, senza parlare di ciò che lo ha influenzato e fatto nascere, piuttosto che cambiare? La logica non ammette repliche, ma la domanda neanche: se è la lista dei 10, 50, 100, 500 migliori dischi del genere X, perché nel mezzo ci trovo anche roba che ha un legame spesso forzato o addirittura inesistente col genere stesso? E perché invece non trovo altro che avrebbe ottimo titolo per essere presente e viene scartato per far posto a questi stessi artisti/album che non sono di quel genere? L’enciclopedismo ha i suoi limiti e soffre inevitabilmente della tentazione appunto di voler dire tutto, per non apparire ignorante e autoreferenziale, ma inciampa altrettanto inevitabilmente nei propri paletti. Proprio come nei libri di Isaac Asimov, nei quali venivano enunciate le “3 Leggi della robotica”, invenzioni dello stesso Asimov, che si divertiva poi a trovare tutti i limiti ed evidenziare tutti i paradossi che quelle stesse leggi creavano, gli autori delle liste stabiliscono il numero e poi ne diventano schiavi. Perché poi il problema può non essere solo che i titoli sono troppi e si devono fare delle scelte lasciando fuori questo e quello, mettendo dentro qualcos’altro, ma può anche succedere che invece un sottogenere non abbia sufficienti titoli davvero validi o particolari da segnalare e quindi diventi inevitabile tentare di allungare più o meno il brodo, andando a prendere anche titoli o artisti che, tutto sommato, c’entrano davvero poco o comunque che rendono necessario un gran bello sforzo interpretativo (o di fantasia) che ne giustifichi l’inserimento.

I 100 MIGLIORI DISCHI DOOM
In questo lungo elenco di generi poteva forse mancare il doom? Certo che no. Non si tratta davvero del genere più prolifico, né di quello che ha ottenuto più riscontri di vendita e, spesso, neanche di critica. Questo d’altra parte spiega perché l’attenzione su di lui arrivi ben dopo generi più fortunati, dall’hard rock, al power, dal black, al grunge, dal nu metal al prog (rock e metal), dal glam all’AOR, dal thrash al death. Il doom è sempre stato il fratello dimenticato, quello mai davvero di moda, sempre un po’ fuori posto, se non per pochi esemplari di razza, che hanno superato le barriere di genere e sono riusciti ad ottenere un riconoscimento appena superiore. Una mancata consacrazione piuttosto ingenerosa, in particolare se si pensa che gli inventori del genere, i suoi primi e più importanti rappresentanti, sono anche il gruppo che da più parti viene indicato come l’inventore dell’heavy metal tutto, ovverosia i Black Sabbath, da Birmingham. Il doom è quindi considerabile addirittura come genere primigenio dell’heavy metal? Non sarebbe corretto dire questo, in effetti, come non è corretto dire che i Black Sabbath siano stati gli unici padri dell’heavy metal. Come spesso avviene quando si parla di musica, in realtà i padri che hanno partecipato sono molti e piuttosto diversi tra loro, il che spiega poi perché l’heavy metal propriamente detto abbia preso numerose strade e influenze completamente diverse e perché abbia dato vita ad un’infinità di sottogeneri e band diversissime tra loro. Il doom, però, tolto l’acuto dei Black Sabbath e degli altri profeti del cosiddetto “dark sound” (dai Coven ai Black Widow e via elencando), è rimasto a lungo confinato in un alveo secondario e letteralmente bistrattato e deriso per quasi tutti gli anni 80, gli anni dell’edonismo e degli eccessi appunto, con la sola eccezione dei Candlemass, capaci davvero di mettere tutti d’accordo. Per gli altri nomi nobili, Trouble, Saint Vitus, Pentagram in primis, invece, il percorso fu decisamente impervio e assai poco fruttuoso. Solo con gli anni 90 e il ritorno delle sonorità settantiane, il genere finalmente esplose -si fa sempre per dire, nessun gruppo doom ha mai venduto tanti dischi-, facendo comunque da contraltare al maggior successo che altre derive settantiane ottennero, a partire dal fratellino stoner che invece dei Black Sabbath era più figlio dei Blue Cheer e che ottenne da subito un riscontro ben più convinto. Ci volle l’esplosione dei Cathedral per dare finalmente al doom il posto che meritava e, con i Cathedral, l’approdo a sonorità più estreme, dal funeral doom al death doom allo sludge e, infine, al gothic e, passati i 2000, al drone.
Una storia che i 100 Migliori Dischi Doom ripercorre con una curiosa, per quanto comprensibile, premessa: nessun album dei Black Sabbath viene citato nell’elenco. Questo perché giustamente non sarebbe stato possibile né giusto citarne uno solo. Prendiamo nota e andiamo avanti. Altra curiosa decisione è quella di non citare alcun altro protagonista del dark sound settantiano: i primi album che troviamo in elenco, parlando in ordine temporale, sono infatti il debutto rispettivo di Angel Witch e Witchfynde. Due grandissime band della NWOBHM, che tutti ben conosciamo e amiamo, ma che in effetti non sono band doom. Fondamentali per lo sviluppo del doom METAL? Senza dubbio. Ma allora perché davvero non mettere in elenco Coven e Black Widow? Per loro l’imbarazzo di citare un solo album non c’era. O, ancora, perché non citare almeno i Death SS che per immaginario e musica meriterebbero tanto quanto le band inglesi di essere annoverati tra le influenze per il doom metal? Mettiamo una seconda nota. Peraltro e giustamente, le band NWOBHM citate sono anche altre, più propriamente vicine al genere, come i Witchfinder General e i Pagan Altar. Da qui si dispiega appunto l’elenco vero e proprio, con i dischi (chi usa più questa parola?) messi in ordine alfabetico in base al nome del gruppo di riferimento e quindi senza un criterio temporale, il che pone accanto album e artisti appartenenti ad epoche e correnti diverse. Altra avvertenza: lo stoner e lo sludge saranno trattati a parte, in libro dedicato. Scelta condivisibile dato che appunto si tratta senza dubbio di generi affini, ma tutto sommato distinti e identificabili a sé rispetto alla matrice del doom. Troviamo quindi alcune band che potrebbero essere identificate come stoner, ma solo perché hanno influenze palesemente doom nella loro proposta.
L’autore del libro è Stefano Cerati che per Tsunami ha già pubblicato diversi libri ed è uno dei nomi più noti tra i tanti che si sono cimentati nell’ardua impresa di catalogare e dare ordine al nostro amato genere. Le schede dei singoli album, scritte interamente da Cerati, trasudano passione e competenza e il suo stile sobrio ma descrittivo, che analizza l’album quanto il contesto, risulta sempre piacevole ed equilibrato. Come anche per il precedente libro dedicato al power metal, vale l’avvertenza che i dischi citati sono considerabili i migliori del genere per l’autore, ma questo non significa che siano necessariamente dei capolavori tout court. Una distinzione meritevole e che appunto riduce un po’ il trionfalismo tipico di queste uscite. Difficilmente I 100 Migliori Dischi Doom sarà un libro che si legge tutto d’un fiato e questo non per carenze dello scritto o dell’autore, quanto proprio per la sua natura: prescindendo dall’elemento temporale, diventa inevitabile saltare da un disco all’altro seguendo logiche proprie. Ci sarà chi vorrà leggere prima le schede di album conosciuti, chi prima quelle di album sconosciuti, chi quelle di album di cui magari conosce il titolo o il gruppo per sentito dire e il desiderio di approfondire vincerà su altro; chi magari seguirà appunto un criterio cronologico o magari per sottogenere.
Come sempre avviene in questo tipo di uscita, sarà inevitabile commentare il proprio accordo o disaccordo con quanto scritto, magari anche a voce alta. Sarà altrettanto inevitabile sottolineare le mancanze (cediamo alla tentazione e diciamolo subito: i Memento Mori, in primis) o, per converso, quello che c’è ed è discutibile. Su questo punto infatti si cela il problema anticipato: arrivare a 100 titoli davvero significativi non è facile, specialmente se si esclude il gruppo principe del genere e praticamente tutti gli “antenati”, così come il filone stoner/sludge. Alla fine, con tutto il giusto amore per i gruppi principali dei quali comunque si è deciso di citare un album solo (come scegliere tra Epicus Doomicus Metallicus e Nightfall o tra Forest of Equilibrium e Ethereal Mirror?) e con tutta la volontà di rendere merito e giustizia a gruppi e album ingloriosamente dimenticati o sottovalutati, ecco che si apre inevitabilmente la porta a band che col genere c’entrano poco e nulla, per dovere di completezza o semplice influenza. Ecco quindi che trovano posto band come Amorphis, Corrosion of Conformity, Boris, Ghost o Tryptykon che, tutto sommato, fanno numero ma senza una vera necessità di presenza, se di doom si parla. Specialmente se si considera poi che lo stesso autore cita altri 50 album fuori lista “da ascoltare”. Scelta anche questa corretta, volendo appunto chiarire i dischi fondamentali del genere e altri che sono considerabili “ottimi” ma non essenziali, ma che lascia un po’ straniti, considerando che nella lista degli album fondamentali ci vanno dischi che non appartengono al genere, ma lo toccano di tangente e che anche l’identificazione di gruppi stoner/sludge ma comunque con forti elementi doom appare piuttosto opinabile o comunque molto personalizzata. Un discorso che varrebbe in parte anche per gli album epic metal citati, che però ben figurano, invece, nel generale accordo che l’epic primordiale conteneva e contiene tutt’oggi amplissimi elementi doom, con i già citati Candlemass ad esaltare entrambe le componenti al massimo livello nella propria musica.

A CESARE QUEL CHE E’ DI CESARE
Al di là di tutti gli appunti e le note di chi svolge la professione dello spacca-capelli, è un piacere constatare come finalmente ci si ricordi del doom e che la sua identità così specifica e radicata ottenga un minimo di inquadramento e storicizzazione entrando infine nella lista dei generi ai quali si dedica attenzione e catalogazione. Come tutti i generi di nicchia, resta un angolo prezioso e spesso intoccato di passione e talento, di vero e incontaminato amore per la musica. Uscite del genere, con tutte le loro contraddizioni e con tutti i loro notevoli meriti, sono assolutamente benvenute quanto necessarie. Cerati è senza dubbio un autore che offre garanzia di attenzione al dettaglio e qualità dello scritto, oltre ad una competenza indubbia e le poche parole con cui tratteggia in maniera esemplare il genere e la sua identità nell’introduzione non fanno che confermarlo. In attesa quindi che l’uscita si completi con i gemelli stoner/sludge, non resta che plaudere all’iniziativa e spingere affinché altre storie appartenenti a questo genere vengano raccontate e messe finalmente in luce. I personaggi non mancano davvero e, sarebbe importante, neanche la curiosità del pubblico.

::: ::: ::: RIFERIMENTI ::: ::: :::
AUTORE: Stefano Cerati
TITOLO: I 100 Migliori Dischi Doom
COLLANA: I Tifoni
EDITORE: Tsunami Edizioni
COPERTINA: Flessibile
PAGINE: 197
ISBN: 978-88-94859-30-0
PREZZO: € 18,00



tartu71
Sabato 25 Aprile 2020, 10.50.56
14
i black boned angel pero' li avrei citati
SkullBeneathTheSkin
Venerdì 24 Aprile 2020, 15.52.58
13
@Transcendence: quanto ai rellentamenti pachidermici ci hai preso in pieno, bastava una "territory" a mandarmi in crisi... sempre preerito un po' di brio/velocità, non a caso mi paicciono molto punk ed hardocore... riguardo alle etichette con me sfondi una porta aperta, sevono a chi vende non a chi ascolta... inoltre... lo sapevo che "downtuned" era inesatto e non sarebbe passato, grazie della tua spiegazione ma con me cade nel vuoto ... non sono musicista ... e Devin Townsend è uno dei miei artisti preferiti in assoluto! Lascia perdere messaggi in pvt, vedo piuttosto che ti sei registrato. Significa che con noi vuoi rimanere. Benvenuto
Transcendence
Venerdì 24 Aprile 2020, 15.04.22
12
@SkullBeneathTheSkin: Prego. Penso di aver capito che tu, più che il sound, del doom non reggi le distorsioni “scure” e i ritmi lenti e pachidermici… e non c’è niente di male ad ammetterlo, anche perché gran parte del doom si basa su quello, del resto. Non per niente, Cathedral e Orange Goblin vengono definiti anche stoner in più di un’occasione (nel caso dei secondi, in album come Coup de Grace hanno addirittura sperimentato con velocità hardcore), più che doom. Personalmente sono uno di quelli che non gradisce la proliferazione di etichette troppo specifiche come stoner e sludge, specie se portano alla confusione tra sottogeneri come spesso succede: se prendo un disco dei Kyuss, degli Orange Goblin o dei Fu Manchu, la prima parola che mi viene in mente è hard rock, non stoner. Un ultimo chiarimento: i Saint Vitus non suonano down-tuned, ma con le accordature standard in Mi e Mi bemolle: paradossalmente, proprio tanti gruppi stoner come Kyuss (Do), Cathedral (Si) e Baroness (La# in qualche occasione) usano accordature ancora più ribassate, anche se la scelta di raggiungere frequenze così basse dipende più da scelte personali che altro, poiché la maggior parte delle chitarre non sono fabbricate per essere pensate per quelle accordature, salvo eventuali modelli custom. Se vuoi chiedere altro puoi anche scrivermi privatamente, perché stiamo uscendo dall’argomento, tanto è chiaro che a me di questo libro me ne importa poco o niente.
SkullBeneathTheSkin
Venerdì 24 Aprile 2020, 14.34.43
11
@Transcendece: grazie. Personalmente metto proprio i Cathedral (o simili) come spartiacque: quello non è stoner, per me. Infatti alcune loro cose mi piacciono, altre meno. Saint Vitus ed altri che (riassumo) suonano "downtuned" ugualmente sono doom. Riguardo alle influenze, le tralascerei proprio perchè ad intendere quelle ci trovi di tutto in tutto. Jimi è uno dei miei ascolti preferiti, sempre pensato che fosse un po' il padre dello stoner, mai accostato invece al doom che infatti anche per me comincia coi Sabbath... gli Orange Goblin, per dirtene un'altra, mi pare accavallino la carriera sui due fronti... Time Travelling Blues è stoner, imho, The Big Black è molto più doom o cmq "scuro"... oggi li trovo insipidamente metal e basta, di stoner non gli rimane un granchè. Ecco probabilmente uso la "luce" come discriminante, intesa sia per ariosità che per calore. Lo stoner squaglia, il doom è figlio del buio... imho, certo.
No Fun
Venerdì 24 Aprile 2020, 14.26.08
10
"Il doom è quindi considerabile addirittura come genere primigenio dell’heavy metal? Non sarebbe corretto dire questo, in effetti, come non è corretto dire che i Black Sabbath siano stati gli unici padri dell’heavy metal". Cito la rece. Per quel che mi riguarda penso che il doom sia la scintilla che ha trasformato l'hard rock in metal. Quindi impossibile avere un doom non metal.
Transcendence
Venerdì 24 Aprile 2020, 13.59.39
9
@SkullBeneathTheSkin: Dipende da cosa intendi per doom. Il doom primigeno di Pentagram, Saint Vitus, The Obsessed, Electric Wizard e Blood Farm è praticamente rock-blues/psichedelico anni 70 trasposto con produzioni aggiornate, distorsioni più sature che non ricorda solo i Black Sabbath, ma anche nomi come Blue Cheer, Vanilla Fudge e The Jimi Hendrix Experience (mi verrebbe da citare anche “Sunshine of Your Love” dei Cream, ma forse mi sto spingendo un po’ oltre). Ma pure se prendi gruppi affini come Blood Ceremony, Jex Toth e Avatarium, i riferimenti al folk dei Jethro Tull si sprecano, quindi paradossalmente il doom è fra i generi estremi quello più devoto al rock classico: direi che i confini non si vedono neppure. Se invece per doom intendi la famosa triade My Dying Bride-Paradise Lost-primi Anathema, è un discorso a parte: dovresti parlare di gothic/doom o di death/doom perché in mezzo agli elementi rock anni 70 ci si infilano di mezzo riferimenti alla scena gothic della decade successiva. A far da collante fra le due varianti ci sono gruppi come i Candlemass, i Solitude Aeturnus e i Solstice, che si possono porre a metà fra queste due scene (magari non ci sono tendenze death ma ci sono alcuni riferimenti blues, seppur mischiati con modi minori e frigi che si rifanno più al progressive che al blues), e poi ci sarebbero i Cathedral inglesi che hanno attinto da tutte le varianti messe insieme. Se il papiro ti sembra confuso un po’ hai ragione, perché il doom non è settoriale come death, thrash e power, quindi ci è finito dentro un po’ di tutto (ecco spiegata la citazione di nomi improbabili e ambigui come Baroness, Amorphis e Tryptikon.
SkullBeneathTheSkin
Venerdì 24 Aprile 2020, 13.27.14
8
@deep blue: lo stoner merita un libro a parte, le comunanze certo non mancano ma il doom è un altro film. Non serve aggiungere "metal" imho. Stoner e doom sono due cose diverse... sarà che il doom lo detesto mentre lo stoner lo amo, quindi quella sottile linea che li divide la percepisco piuttosto bene per natura. Credimi, i Baroness col doom hanno ben poco a che spartire, per fare un esempio fra le band che citi. Sono molto solari, fatti le debite proporzioni. Lo stoner esiste anche in chiave non-metal come appunto potrebbe essere per i Baroness, il doom direi che dai confini del metral non esce praticamente mai. O sbaglio? Ecco, qualcuno me lo fa un esempio di doom che non sia metal? Così combatto la mia ignoranza!
DEEP BLUE
Venerdì 24 Aprile 2020, 13.21.34
7
rileggendo la critica sembra che ci sarà un altro volume con le band Stoner e Sludge ...bene
DEEP BLUE
Venerdì 24 Aprile 2020, 13.18.11
6
Sto leggendo e ascoltando, molto interessante, chiaramente è una scelta molto personale e il commento di SimonFenix mi sembra corretto. Ci sono molti dischi interessanti che non conoscevo ma mancano alcuni nomi come i Thou, i Baroness, i Mastodon per non parlare della grande quantità di band Stoner rimaste fuori. Alla fine tutto fa brodo e va benissimo anche cosi
SimonFenix
Sabato 11 Aprile 2020, 14.26.10
5
Stesso discorso che ho scritto per il libro sul Power Metal. Più adatto sarebbe stato il titolo "100 album Doom Metal da conoscere".
Kiodo 74
Venerdì 10 Aprile 2020, 19.20.15
4
Ordinato..... Spero mi arrivi presto! Sono un ammiratore del signor Cerati....gran cultore! Ossequi!
duke
Venerdì 10 Aprile 2020, 19.02.27
3
...lo cerchero' appena possibile....ma davvero non ci sono i memento mori....
Lizard
Venerdì 10 Aprile 2020, 18.43.29
2
Beh... Alla fine conta quello
tartu71
Venerdì 10 Aprile 2020, 18.27.16
1
letto tutto d'un fiato. appunto......bello
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09/04/2020
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I 100 MIGLIORI DISCHI DOOM
La recensione
 
 
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