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TRIPTYKON - La morte è parte di ogni vita
15/05/2020 (675 letture)
Devo ammettere che, pur avendo ormai realizzato decine di interviste, quella con Thomas Gabriel Fischer (anche noto come Tom Warrior), leader dei Triptykon, mi rendeva particolarmente nervoso, per svariati motivi: in primo luogo sono un grande fan della sua musica, poi per via del suo status di vera e propria icona della musica pesante, ma anche perché si tratta di un personaggio complesso, al quale sarebbe stato sacrilego rivolgere domande banali. Per fortuna, come potrete leggere, l'ex leader dei Celtic Frost si è rivelato un uomo arguto, ma anche molto disponibile... a parte il fatto che distrutto le mie certezze pronunciando il nome della sua storica band “Keltic Frost”. Ma bando alle ciance e buona lettura!

Barry: Buongiorno Tom, per me è un piacere poter parlare con te! Come stai?
Tom: Buongiorno a te e grazie! Io sto bene, tu?

Barry: Non mi lamento, dai, anche se purtroppo l'emergenza coronavirus ci ha chiusi tutti in casa.
Tom: Stessa cosa anche qui da noi in Svizzera: i contagi stanno salendo, quindi siamo tutti sulla stessa barca.

Barry: Speriamo che questo incubo passi presto per tutti! Parliamo di musica infatti, ché è sicuramente meglio: orbene, dopo trent'anni il Requiem è finalmente completo: come ti senti al riguardo?
Tom: E' un sollievo, ma anche un privilegio aver portato a termine il Requiem in una cornice fantastica come il Roadburn Festival, con l'accompagnamento della Metropole Orchestra: si tratta di una conclusione molto più grandiosa di quanto potessimo immaginare nel 1986, quando il lavoro su quest'opera è iniziato e ne sono profondamente felice.

Barry: Avete chiuso in bellezza effettivamente! Se ripensi al 1986, quando hai composto la prima parte del Requiem, c'è qualcosa che cambieresti se ne avessi la possibilità?
Tom: No in realtà, sono tuttora molto contento del risultato finale: Rex Irae è divenuta un classico, si tratta di una canzone molto importante di un album fondamentale per i Celtic Frost. L'unica cosa che non mi piacque, al tempo, fu la produzione: la casa discografica ci costrinse a collaborare con un produttore che non aveva le dovute competenze per lavorare con una band come noi e, d'altra parte, in quanto musicisti underground, non avevamo un gran potere contrattuale. Tuttavia, anche con una produzione tanto paludosa, l'album è diventato un tassello essenziale della discografia dei Celtic Frost, quindi va benissimo così.

Barry: Giusto così! Cosa ti ha spinto a voler comporre un Requiem?
Tom: Fin dai tempi degli Hellhammer, il tema della morte ha esercitato una grande attrazione su di me: trovo sia una tematica profondamente affascinante, che unisce tutti, uomini, donne, bianchi, neri, credenti ed atei, ma anche umani e non umani. Ogni cosa, su questa Terra, prima o poi va incontro alla morte: la morte è parte di ogni vita, anche se le persone non amano parlarne e la ritengono un argomento tabù; se ci pensi bene, il fatto che un giorno moriremo è una delle poche, reali garanzie che abbiamo nella nostra vita. Questo concetto mi è sempre risultato affascinante, specialmente per i suoi risvolti storici, ma anche culturali, religiosi ed artistici.
Oltre a questo aspetto, il concetto di requiem è fortemente legato alla sfera religiosa, trattandosi di una messa in memoria dei defunti: poiché all'epoca eravamo molto “anarchici” e profondamente critici nei confronti delle religioni organizzate, ci stuzzicava l'idea di prendere un tema caro ai credenti per rielaborarlo alla nostra maniera, per realizzarne una nostra versione blasfema.

Barry: In pratica avete “rubato” il requiem alla Chiesa!
Tom: Certamente! L'effetto fu piuttosto simpatico.

Barry: Immagino! Rex Irae e Winter, prima e terza parte dell'opera, sono molto diverse fra loro: come hai lavorato per comporre una seconda parte che le unisse in modo armonico?
Tom: Il Requiem, fin dall'inizio, è stato pensato come un'unica composizione, seppur divisa in tre movimenti: la prima parte è un pezzo prevalentemente metal con una parte di musica classica in sottofondo; la terza costituisce invece un pezzo di pura musica classica; per la seconda parte volevamo dunque dividere in parti perfettamente uguali lo spazio spettante alla band ed all'orchestra, in modo che ciascuna desse il cambio all'altra in un'alternanza costante. In sostanza, il Requiem parte dall'heavy metal per arrivare alla musica classica e, in mezzo, passa lentamente da un genere all'altro, coinvolgendo dapprima trenta persone per poi, ad un certo punto, lasciare soltanto il suono di una campana. L'obiettivo era quello di creare un pezzo fortemente dinamico, che non facesse suonare un'intera orchestra sul palco per tre quarti d'ora, ma facesse suonare solo alcuni musicisti alla volta, in modo da non risultare statico e noioso.

Barry: In effetti sono rimasto sorpreso dalla seconda parte, a tratti è quasi un pezzo ambient.
Tom: E' la definizione corretta infatti! Vedi, quando nel 1984 abbiamo iniziato a lavorare al Requiem, era una cosa assolutamente inusuale mescolare musica classica ed heavy metal, specialmente per un gruppo estremo come i Celtic Frost; solo gruppi come Deep Purple ed Emerson, Lake & Palmer si erano cimentati con quel tipo di esperimento sonoro e, fra le band metal, in poche avevano usato l'orchestra in modo appropriato, secondo il mio modesto parere: alcuni gruppi avevano semplicemente fatto suonare l'orchestra a pieno regime, il che, come dicevo prima, secondo me a lungo andare risulta noioso. A me, personalmente, piace che l'orchestra sia viva, mi piace che suoni intensa, ma anche che in alcuni momenti sia ridotta al lumicino: prima o poi ogni musicista presente sul palco ha il suo momento e, alla fine, l'intera orchestra dispiega la sua potenza sonora, ma voglio anche che, in alcuni momenti, la musica divenga così delicata da poter sentir cadere uno spillo.

Barry: Una continua evoluzione, in sostanza; a tal proposito, possiamo dire che nella tua carriera musicale non hai mai prodotto due volte lo stesso album: quanto è importante, per un artista, evolversi?
Tom: Per noi, è sempre stato essenziale: non si è musicisti se non si sperimenta, a mio modo di vedere. La musica, per quanto mi riguarda, è un'arte ed essere un artista non significa restare nella propria comfort zone, ma assumersi dei rischi, esplorare, evolversi costantemente. Per tornare al discorso della fusione fra heavy metal e musica classica, ricordo distintamente che all'epoca in molti ci dicevano che eravamo dei folli anche solo a pensare di fare una cosa del genere, che non avrebbe mai potuto funzionare.

Barry: Doveva sembrare quasi una “profanazione”, immagino.
Tom: Anche per quello decidemmo di provare; ovviamente era un esperimento in primis per noi, neppure noi sapevamo se avrebbe funzionato o meno: abbiamo iniziato con un semplice violino sul primo album dei Celtic Frost, per poi espandere la fusione dei due generi su To Mega Therion ed Into the Pandemonium; è stata una continua evoluzione, una progressiva sperimentazione di ciò che avrebbe funzionato e di ciò che invece non avrebbe funzionato.

Barry: Vi siete sempre forzati a sfidare i vostri limiti, possiamo dire!
Tom: Perché no? Far parte di una metal band, per me, significa non essere pigri, non adagiarsi sugli allori, ma essere costantemente impegnati ad alzare l'asticella della sperimentazione. Il metal è anarchia, è rivoluzione e noi abbiamo sempre cercato di adeguarci a questo concetto.

Barry: Vero... devo dire che è bello sentire che, dopo tanti anni di carriera, hai ancora la stessa passione!
Tom: Beh, ma è la mia vita! Sognavo fin da ragazzo di poter vivere questo tipo di vita ed ho scelto di essere un musicista con tutti gli ostacoli e le difficoltà che questo comporta, specialmente per chi suona metal. Se non avessi ancora quel “fuoco” dentro, non avrebbe senso continuare.

Barry: Come dicevi prima, anche le difficoltà ed i tentativi hanno contribuito a portarvi dove siete ora.
Tom: Certamente. Parlando sempre del Requiem, averlo portato a compimento è stato un po' come entrare in una macchina del tempo: Rex Irae è una fotografia di quando ero giovane, a metà anni 80, la terza parte è un ritratto di ciò che eravamo nel 2006 e l'ultima ci mostra ora, più vecchi, nel 2020. Possiamo dire che il Requiem, in quarantacinque minuti, racconta l'intera storia dei Celtic Frost e dei Triptykon.

Barry: Un cerchio che si chiude, in sostanza. Come mai avete scelto proprio la Metropole Orchestra per accompagnarvi nel Requiem?
Tom: La Metropole Orchestra ci è stata suggerita sia dagli organizzatori del Roadburn Festival, sia dal cantante dei Dark Fortress, Florian Magnus Maier (meglio noto come Morean, ndr), che è anche produttore e compositore di musica classica; lui aveva già avuto modo di lavorare in passato con loro e ce li ha descritti come un'orchestra molto aperta a sperimentazioni di ogni genere, sostenendo che sarebbero stati perfetti per la tipologia di progetto che avevamo in mente. Devo dire che aveva perfettamente ragione.

Barry: Un ottimo consiglio, dunque. Se non sbaglio, peraltro, si è trattato del vostro primo lavoro con Hannes Grossman, nuovo batterista.
Tom: Esatto! Hannes è un buon amico del nostro chitarrista, Vic Santura, che per primo ce lo ha suggerito come rimpiazzo di Norman. Inizialmente ho avuto una lunga conversazione via Skype con lui, poi ci siamo incontrati di persona e, fin dal primo momento, abbiamo compreso che fra noi c'era una connessione, sia musicale che personale. Hannes non è solo uno dei migliori batteristi della scena estrema, ma è anche un uomo che non si fa guidare dall'ego, che non ha a cuore la propria glorificazione personale, ma la musica. Per quanto mi riguarda, specialmente dopo alcune esperienze che ho vissuto in passato, una qualità del genere è essenziale: mi piace chi vive per l'arte e non per se stesso.

Barry: L'uomo giusto al posto giusto!
Tom: Assolutamente! E non vedo l'ora di lavorare con lui al prossimo album in studio dei Triptykon.

Barry: A tal proposito, puoi darci qualche notizia in più?
Tom: Abbiamo interrotto i lavori sul terzo album a causa del Requiem, ma abbiamo intenzione di riprenderli presto e confidiamo di portarlo a termine entro il 2020; la speranza è di rilasciare almeno un EP quest'anno e di pubblicare il full-length il prossimo.

Barry: Ottimo, personalmente lo attendo con ansia, anche se è sempre meglio aspettare più tempo e poi produrre un album migliore, che avere troppa fretta!
Tom: Questo senza dubbio, ma devo dire che sono trascorsi fin troppi anni dall'ultimo.

Barry: Aspetteremo trepidanti allora! Quanto alla cover del Requiem, so che è stata disegnata dal mio connazionale Daniele Valeriani: somiglia molto ad una sorta di Angelo dell'Apocalisse...
Tom: Sì, la copertina è stata realizzata dal mio amico Daniele Valeriani, un disegnatore fenomenale del quale ho avuto modo, negli ultimi anni, di apprezzare l'arte. Eravamo in contatto già da prima di completare il lavoro sul Requiem e ci eravamo accordati per lavorare assieme, prima o poi: un bel giorno ho visto un suo dipinto, intitolato Blood Angel e mi è parso semplicemente perfetto per la nostra opera; lui è stato d'accordo con me ed ha fornito anche una seconda opera, che sarà presente nella copertina interna del disco. Trovo che il suo stile si sposi a meraviglia con il mood generale del Requiem e sono certo che avremo modo di collaborare ancora in futuro.

Barry: Vedremo cosa ne uscirà fuori! Concordi con me sul fatto che vi sia sempre stata una sorta di dicotomia nella tua musica? Non soltanto fra metal e musica classica, ma anche fra parti rabbiose e parti lente, voce maschile e femminile... quasi una contrapposizione fra apollineo e dionisiaco, per dirla in termini filosofici.
Tom: Assolutamente! Ma, molto semplicemente, questa contrapposizione è una metafora dell'esistenza; la vita di ciascuno di noi ha i suoi alti e bassi, i suoi diversi momenti di intensità. La mia musica non rappresenta altro che le mie emozioni, le mie esperienze, il mio umore: la mia vita, come quella di chiunque altro, non è stata un percorso lineare, ha avuto momenti meravigliosi ed altri terribili, che si sono riflessi nella mia musica in egual misura. Inoltre, come ho già avuto modo di osservare, suonare sempre e solo heavy metal a piena potenza finisce secondo me per risultare noioso: devi sapere che più passano gli anni, più facilmente mi annoio, quindi non vorrei mai comporre un album che suoni allo stesso modo dalla prima all'ultima canzone; mi piace far emergere differenze anche importanti in ciò che scrivo.

Barry: Beh, del resto le differenze sono ciò che ci rende umani. Una curiosità; mentre attendevo la tua chiamata, stavo leggendo un vecchio libro di Joel McIver sui 100 migliori chitarristi metal di sempre: ovviamente sei presente anche tu e l'autore sostiene che i tuo “momenti geniali” siano Circle of the Tyrants e Drown in Ashes. Quali sono, invece, secondo te?
Tom: Ahah! Sai, non sono così d'accordo sull“ovviamente”: non penso di essere un buon chitarrista, anzi mi sento un chitarrista davvero mediocre. Penso al massimo di essere un buon compositore, ma non certo un bravo chitarrista; suono la chitarra sufficientemente bene da trasporre in musica ciò che penso e va bene così, in fondo per me è questa la cosa davvero importante.
Quanto ai momenti geniali, sinceramente non so dirti se ne ho avuti, perché non penso a me stesso come un genio: al contrario, sono sempre molto critico nei confronti di me stesso e trovo che sia la cosa migliore. In passato, anche recentemente, mi è capitato di lavorare con alcune persone che si erano convinte di essere fenomenali, insostituibili; ritengo sia un atteggiamento estremamente sgradevole e malsano, che sia molto meglio guardare a se stessi con occhio critico e comprendere anche i propri errori, oltre alle proprie ragioni. Ovviamente, ci tengo a ribadirlo, si tratta solo della mia opinione.
Come ti dicevo, perciò, non so se ho avuto dei momenti geniali: le due canzoni citate nel libro sono molto differenti fra loro ed apprezzo il fatto che rappresentino i vari aspetti del mio lavoro; posso dirti che una delle mie canzoni preferite è Abyss Within My Soul, dal primo album dei Triptykon, ma, ancora una volta, si tratta semplicemente di un pezzo che amo molto, non di un momento geniale.

Barry: Per quel che vale, io sono innamorato di A Thousand Lies ed Aurorae!
Tom: Ottima scelta! Aurorae è un pezzo speciale per tutti noi.

Barry: Molto bene, io ho esaurito le mie domande. Ti ringrazio per la bella e stimolante intervista, spero sia stata gradevole per te come lo è stata per me!
Tom: Assolutamente, è stata un'ottima intervista! Grazie per il tuo interessamento ed il tempo che mi hai dedicato.

Barry: Grazie a te e spero di sentire presto il nuovo album!
Tom: Lo finiremo entro l'anno, promesso! A presto!



duke
Venerdì 15 Maggio 2020, 21.52.17
8
...intervista molto interessante....
Galilee
Venerdì 15 Maggio 2020, 21.00.07
7
E beh.. Bellissima.
Analizzatore
Venerdì 15 Maggio 2020, 18.18.11
6
Io avrei detto Tristesses De La Lune, forse non sarà geniale, ma vale sicuramente qualcosa.
Tino
Venerdì 15 Maggio 2020, 18.04.50
5
Seltic frost tutta la vita
Riccardo
Venerdì 15 Maggio 2020, 18.01.45
4
Barry se ti può consolare, nonostante io sappia da sempre che si pronuncia Keltic Frost...non riesco a non dire Seltic Frost. È più forte di me. Tom Warrior è uno dei personaggi che preferisco in assoluto, al di là dell’aspetto musicale.
Galilee
Venerdì 15 Maggio 2020, 17.16.51
3
Grande Tom. Non vedo l'ora di ascoltare questo requiem e ovviamente il nuovo album.
Rob Fleming
Venerdì 15 Maggio 2020, 16.38.03
2
Sono molto curioso di ascoltarlo tutto questo Requiem. Quanto a Tom Warrior mi è sembrato autenticamente sincero quando ha parlato di sé come chitarrista. Non mi è parsa falsa modestia. E non è poco.
Korgull
Venerdì 15 Maggio 2020, 12.45.56
1
Grande intervista, Thomas mi ha trasesso un entusiasmo per la sua musica che da tempo non sentivo, chiaro che per lui non è solo un mestiere
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