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MILES. L`AUTOBIOGRAFIA - Confessioni del Maestro
18/05/2020 (602 letture)
Ai tempi del liceo ero il migliore trombettista del corso di musica, ma i premi se li prendevano tutti i ragazzini con gli occhi azzurri. A quel punto ho deciso che avrei surclassato tutti i bianchi con la tromba.

Approcciarsi alla lettura dell’autobiografia di uno dei musicisti, compositori, innovatori e rivoluzionari della musica del ‘900 è sempre un’esperienza particolare, in bilico tra l’entusiasmo sfrenato e il rischio di una delusione cocente; personalmente mi è capitato altre volte di rimanere deluso da una lettura simile, che mi ha anche fatto rivalutare la portata dell’artista trattato. Ma non è il caso dell’autobiografia di Miles Davis, nella maniera più assoluta. Quando si divorano quasi seicento pagine in poco più di due giorni per poi ricominciare immediatamente da capo allora si ha la prova di quanto potenziale è contenuto in quel volume.
L’amore che nutro nei confronti di Miles Davis non è nato da subito, si è sviluppato negli anni, progressivamente con la mia conoscenza del jazz e la sua comprensione attraverso lo strumento, nel mio caso la chitarra; e i dischi del trombettista in questione sono stati fondamentali per me, perché ho sempre percepito la volontà di Davis, nel corso degli anni, di provare a sviluppare la sua idea di jazz per renderla contemporaneamente più stratificata e complessa, ma anche più accessibile per le masse, con tutti gli ostacoli che un obiettivo simile potesse comportare. Si pensi alla fruibilità di un disco orientato al jazz rock come A Tribute To Jack Johnson (1970), contrapposta alla indefinibile massa sonora dell’album seguente On The Corner (1972), le differenze sono lampanti. E durante la lettura dell’autobiografia tutti questi cambiamenti a livello sonoro corrispondono a cambiamenti notevoli dal punto di vista personale. Miles Davis si apre completamente verso il lettore, grazie ad una prosa asciuttissima ed essenziale, che riduce al minimo le divagazioni puramente letterarie per concentrarsi sulle descrizioni cruda dei fatti, in una lunghissima cronistoria, spesso volgare e zeppa di parolacce, che dura all’incirca sessant’anni. Si ha la sensazione di entrare davvero nei meandri di un animo limpido e trasparente, poiché Miles non tralascia di raccontare nulla della sua esistenza, dai grandi successi, osservati sempre con razionalità e apparente distacco, fino agli sbagli clamorosi della sua vita, soprattutto dal punto di vista sentimentale. Il rispetto incondizionato per i mentori di sempre Charlie Parker e Dizzie GIllespie, con il primo che rimane sempre un punto di riferimento anche negli anni dove la dipendenza dall’eroina era ormai una spada di Damocle fissa sulla sua testa e il secondo trattato alla stregua di un padre adottivo.

Leggere i pensieri di Miles Davis sulla musica e soprattutto sui musicisti con cui lavora negli anni è uno dei piaceri più grandi dell’esperienza di questo volume, poiché si percepisce chiaramente l’idea che il trombettista ha della sua arte e del modo in cui deve essere eseguita da chi è al suo fianco. Davis è un leader che dapprima agisce nelle retrovie, ma con l’arrivo del successo prende maggiormente consapevolezza del proprio potere trascinante. Difficilmente chi suona con Miles si allontana dalla sua cerchia di musicisti, spesso invece è proprio il leader che decide di allontanare alcuni musicisti dalla sua cerchia per la dipendenza da alcol o droghe o perché palesemente vengono definiti musicisti mediocri, sostituiti prontamente da altri migliori. Non ci sono le mezze vie in questa autobiografia: un attimo un musicista può essere definito nel peggiore dei modi e l’attimo dopo invece diventare parte integrante del gruppo di Davis. L’istinto domina sovrano nelle decisioni del musicista di Alton, ma questo è sempre in un certo senso preceduto da un ragionamento a monte, ben radicato fin dall’adolescenza.

Un altro capitolo essenziale del volume riguarda il rapporto di Miles Davis con le donne, tante nel complesso, ma pochissime quelle davvero significative. È singolare come il trombettista tratti male ciclicamente tutte loro, salvo poi redimersi nelle parole del libro, ma mai in modo patetico, bensì conscio del proprio orgoglio smisurato, tanto arrogante quanto giustificato dalla vita stessa. Fa male, fa davvero male leggere di come Davis tratti le donne con cui instaura una relazione soprattutto alla luce del 2020: non mancano le offese, i tradimenti e anche le mani alzate. Il rapporto con le donne è travagliato come quello con la musica o forse ne rappresenta un perfetto comprimario. Ma si capisce dalle parole dell’autore come l’amore fisico e sentimentale per le svariate compagne sia, almeno in un primo tempo, sincero e mosso da buone intenzioni.
La dipendenza dalle droghe e dall'alcool però tocca da vicino anche lo stesso Miles, che anzi rischia per ben più di una volta di cadere nel baratro. È sempre la musica, rappresentata dai musicisti con i quali il trombettista instaura dei rapporti duraturi negli anni, a risollevare il nostro dalla sua condizione disperata; tra tutte spicca la crisi a cavallo degli anni ’80, dove la musica sembra non sortire più alcun interesse o effetto su Davis e la tromba sembra ormai un lontano ricordo, sostituito dalle malattie, dalla cocaina e dalla vodka, il tutto mentre continuavano ad entrare cifre astronomiche nel suo conto in banca. E qui l’intervento di una grande donna, Cicely Tyson, salvò ancora una volta il musicista americano dalla morte certa.
E ancora l’ossessione per i vestiti, un aspetto fondamentale per definire lo stile del trombettista, che vengono descritti minuziosamente e con fare quasi morboso talvolta; la galera, i continui scontri con i bianchi, affrontati sì di petto, ma anche con astuzia, le automobili sempre più sfarzose, il difficilissimo rapporto coi figli, vissuto quasi come una colpa e di cui leggiamo parole amare e disilluse, le case e i loro vari arredamenti all’insegna della modernità assoluta e infine sempre lei, la musica, in tutte le sue forme e declinazioni.

Si ha spesso l’immagine di Miles Davis come un ricco egoista despota ed arrogante ed in parte questa immagine è più che giustificata e veritiera. Ma ci sono anche svariate facce del jazzista più famoso del mondo che sono sconosciute ai più. Vale la pena leggersi Miles. L’autobiografia, originariamente pubblicata nel 1989 e poi ciclicamente riaggiornata ed ampliata, proprio per scoprire i volti nascosti di Davis, quelli che lui in primis non ha mai voluto svelare in pubblico, ma che ne hanno segnato indelebilmente l’esistenza. Musica, tantissima musica, esplorata sia dal punto di vista tecnico che sentimentale, rapporti umani condotti con onestà e altrettanta schiettezza, relazioni sentimentali costruite con difficoltà e poi buttate alle ortiche con semplicità disarmante. Il tutto all’insegna di un’America che stava svoltando non solo dal punto di vista artistico, ma anche umano, dove i neri si stavano guadagnando il loro spazio grazie al jazz, ma erano ancora visti come inferiori dai bianchi, i quali, ce lo dice lo stesso Davis, in più di un’occasione cercano di rubare il merito delle azioni dei neri per spacciarlo come proprio. Miles Davis continua e continuerà ad essere un’icona immortale grazie alla sua musica e alla sua lungimiranza, leggere la sua autobiografia aiuta a conoscere a fondo il personaggio e ancor di più l’uomo dietro quella musica e può insegnare ancora moltissimo non solo sull'arte, ma anche sul coraggio, sull'intraprendenza e su cosa significhi credere in qualcosa e combattere inesorabilmente per raggiungere un sogno.

Come musicista e come artista, ho sempre voluto raggiungere più gente possibile con la mia musica. E non me ne sono mai vergognato. Perché non ho mai pensato che la musica che chiamiamo “jazz” fosse necessariamente intesa per un gruppo ristretto di persone o dovesse diventare un aggeggio da museo, chiuso sotto vetro, come tutte le altre cose morte che sono state una volta considerate artistiche. Ho sempre pensato che dovesse raggiungere più gente possibile, come la cosiddetta musica pop, e perché no? Non sono mai stato uno di quei tipi che pensano che meno è meglio, che meno gente ti ascolta, meglio sei, perché quello che stai facendo è semplicemente troppo complesso per essere compreso da tanta gente… La buona musica è buona, non importa di che musica si tratti. Ho sempre odiato le categorie.

::: ::: ::: RIFERIMENTI ::: ::: :::
AUTORE: Miles Davis & Quincy Troupe
TRADUTTORE: Marco Del Freo
TITOLO: Miles. L’autobiografia
EDITORE: Minimum Fax
COLLANA: Minimum Fax musica
COPERTINA: Flessibile
PAGINE: 535
EAN: 9788875216207
PREZZO:
€ 16,50



L'ImBONItore
Venerdì 22 Maggio 2020, 12.41.00
17
Eeeeeeee l'unica affemghazione valida eeeee stupenda eeeeee incisiva eeeeeeee di questa ghescenzione èèèèèèè l'affeghmazione scghitta dall'autoghe dell'aghticolo in questione "uno dei musicisti, compositori, innovatori e rivoluzionari della musica del ‘900 ". Mi peghmetto di dighe di piu', Miles Davis entra di diritto eeeetra i piu' Grrrrrrrrrrrrrrandi protagonisti del '900 ! E il fatto che il ghescenzoghe abbia utilizzato il teghmine '900, esso stesso entra di diritto tra i piu' Grrrrrrrrrrrrandi protagonisti del '900 !
Transcendence
Giovedì 21 Maggio 2020, 10.47.05
16
@ Rob Fleming Robben Ford ha all’attivo una ventina di album solisti, con cui si dedica maggiormente al blues rock (album per iniziare? Tiger Walk o Talk to Your Daughter, oppure Minor Elegance, in cui c’è una versione di So What interessante), il suo repertorio fusion sta più con gli Yellowjackets. Altri chitarristi da tenere d’occhio sono Joe Pass, Wes Montgomery, Jim Hall, Barney Kessel, Tal Farlow e Kenny Burrel per il jazz vecchia scuola, (in quasi ogni loro album ci trovi almeno un pezzo blues), oppure Scott Henderson, Pat Martino, George Benson, Al Di Meola, Larry Coryell e John Abercrombie per repertorio più moderno: ci sarebbe anche Pat Metheny ma il suo è un caso un po’ a parte. Di Miles Davis invece meriterebbero una menzione anche Neferiti, Sorcerer, On the Corner e tutti gli album registrati come Miles Davis Quintet: dove ci sono John Coltrane e Paul Chambers c’è sempre una garanzia.
Galilee
Giovedì 21 Maggio 2020, 9.45.51
15
Ma lassa perde, non vedi che è un babbeo.
Black Me Out
Giovedì 21 Maggio 2020, 9.26.29
14
@giancula Non so a chi tu ti stia rivolgendo, ma ad ogni modo potresti dare un'opinione su Davis o sul libro in questione piuttosto che limitarti a sparare sentenze di questo genere su di me e sugli utenti non credi?
Rob Fleming
Giovedì 21 Maggio 2020, 9.07.32
13
Ciao @Transcendence. Ti ringrazio per la dritta. Di John McLaughlin ho qualcosa anche con la Mahavishnu e non mi dispiace e soprattutto quel capolavoro assurdo che è Friday Night in San Francisco. John Scofield e Mike Stern sono trooooppo fusion per la mia sopportazione. Il primo addirittura mi ha reso inascoltabile pure un album dei Gov't Mule. Robben Ford invece è quello che mi intriga di più. Ma non saprei dove iniziare ad ascoltarlo quando suona il blues. Perché anche lui quando fusioneggia...
giancula
Giovedì 21 Maggio 2020, 8.31.06
12
conoscete poco di heavy metal (a parte i soliti nomi, e le band italiane degli amici vostri), non sapete nulla di hard rock, vi ascoltate abitualmente robaccia con il growl (death, black, fa poca differenza), se qualcuno nomina Budgie e Diamond Head sapete solamente dire che "i Metallica gli hanno fatto le cover", e poi per darvi un tono dite di apprezzare un noioso vecchio con la tromba? siete più sinceri quando definite "genio" il puro rumore di Chuck Shuldiner o dei Voivod|!
Testamatta ride
Giovedì 21 Maggio 2020, 8.11.59
11
Questo mi manca. Ricordo qualche anno fa mi recai in libreria per acquistare il bellissimo libro di Gianfranco Nissola che ne tratta sia la biografia che gli aspetti tecnici. Alla mia domanda: "avete Miles Davis il principe delle tenebre?" mi fu risposto: "mi scusi mi ripete il nome dell'autore?" 🤣
Adriano
Mercoledì 20 Maggio 2020, 21.19.46
10
Ragazzi, l´ho letta due volte di seguito, un paio di anni fá, e la tengo vicino al letto pronta per un´altra lettura. Sono di parte, Miles é per mě il Top tra tutti i musicisti ed i suoi lavori sia acustici che elettrici sono spettacolari. Chiaramente alcuni meglio alcuni meno.Lettura consigliatissima.
Transcendence
Mercoledì 20 Maggio 2020, 20.32.57
9
Però, Miles Davis aveva suonato con altri chitarristi non da meno: John McLaughlin, John Scofield, Mike Stern, Robben Ford. @ Rob Fleming, prendi nota soprattutto l’ultimo, se ami il blues.
duke
Mercoledì 20 Maggio 2020, 20.10.24
8
.....sicuramente una figura molto importante della musica del 900.....un genio....ha fatto bei dischi....con tanti ottimi musicisti...peccato che con l'amico jimi Hendrix non si e' concretizzata l'idea di fare un disco insieme....peccato chissa' che capolavoro ne sarebbe uscito.....
Black Me Out
Mercoledì 20 Maggio 2020, 16.19.42
7
Grazie dei vostri commenti ragazzi, come dico anche nell'articolo il libro è una lettura davvero accattivante, scorrevole e illuminante. @Axoras e @Galilee fatemi sapere se lo leggerete! Tra l'altro è notizia di pochi giorni fa che uscirà un libro dedicato esclusivamente ai vestiti e al look di Davis, a mio parere moooolto interessante. @claudio Davvero il tuo disco preferito è On The Corner? Sei un temerario!
Michele "Axoras"
Mercoledì 20 Maggio 2020, 16.14.41
6
A mio avviso uno dei più grandi musicisti con cui aprire le proprie vedute musicali! Penso lo comprerò domani
claudio
Mercoledì 20 Maggio 2020, 14.55.34
5
il mio preferito è on the corner, ma ha pubblicato ore di musica assolutamente geniali
Rob Fleming
Mercoledì 20 Maggio 2020, 12.41.22
4
Io il jazz lo conosco proprio poco e lo ascolto meno. Ho i classici e poco altro (e questo poco altro l'ho preso più che altro "a causa" di Michael Connelly e del suo Harry Bosch). Di Miles Davis ho l'album che non puoi non avere: "Kind of blue". Bello. Ma mi fermai lì con "L'ascensore per il patibolo" e Sketches of Spain. Poi capitò che passai una sera/notte - ta-da! - con una ragazza che mise in loop A silent way. CAPOLAVORO! E quindi mi dedicai al Miles Davis elettrico. I puristi storcono il naso. E forse a ragione sul piano prettamente jazz. Ma dal punto di vista del rock non si può non conoscerlo: Live/Evil; Bitches Brew; A silent way sono il massimo. Poche storie.
Galilee
Mercoledì 20 Maggio 2020, 11.07.48
3
Il mio avvicinamento al genere è avvenuto grazie ad un disco che un ammiocugino mi regalò anni fa. Coltrane & Thelonius Monk. Miles lo conobbi bene, come artista, con britches brew. L'ultimo che ho preso è Sketches of Spain. Diciamo che Miles Davis è un mondo a sè. Come qualsiasi Big trascende i generi. La leggerei volentieri questa autobiografia.
Black Me Out
Mercoledì 20 Maggio 2020, 10.40.51
2
@Elluis pensa che il mio percorso di scoperta del jazz è stato molto simile al tuo, tranne che quello stesso disco l'aveva mio padre e col tempo ho imparato ad amarlo alla follia. Uno dei pochissimi dischi nella storia della Musica che considero realmente perfetto.
Elluis
Mercoledì 20 Maggio 2020, 10.14.07
1
Nel periodo in cui iniziai ad avvicinarmi al jazz, lessi da più parti che uno dei capisaldi del genere era un album di Davis chiamato Kind of Blue. Trovai il cd in "nice price", lo pagai tipo 5 o 6.000 lire e da lì mi si aprì tutto un nuovo mondo, fu una vera scoperta.
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18/05/2020
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MILES. L`AUTOBIOGRAFIA
Confessioni del Maestro
 
 
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