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FATAL PORTRAIT - # 37 - Black Sabbath
25/05/2020 (1351 letture)
Torna dopo una lunga pausa l’appuntamento con la rubrica Fatal Portrait sulle pagine di Metallized. Ebbene, dopo la bellezza di 36 scrupolosissime puntate, ce ne fosse stato uno che mi abbia avvisato che all’appello mancavano i primi della classe! Battute a parte, quando si parla dei Black Sabbath è facile incensare a prescindere una discografia che ha oggettivamente del clamoroso per quel che riguarda il rapporto tra durata e qualità; sui primi dieci anni di attività c’è poco da dire, anche prendendo i lavori meno gettonati come Technical Ecstasy e Never Say Die! scopriamo al loro interno piccole gemme che non sono reputate classici del repertorio per semplice sovrabbondanza, mentre nel decennio successivo, oltre ad assistere ad un fisiologico calo d’inventiva e stabilità interna, manteniamo ugualmente un livello invidiabile dovuto al passaggio entro questi confini di un singer come Tony Martin (a proposito, che fine avrà fatto?) e all’incessante processo creativo di Tony Iommi. Il punto debole di questo periodo fu proprio il non riuscire, da parte del suddetto, a trovare tre musicisti che rappresentassero la sicurezza e l’affiatamento avuto fino all’era Dio e ciò ha comportato ovvie ricadute. Avercene, comunque, di ricadute del genere. Dicevamo, facile parlar bene di un gruppo di questo calibro, un po’ meno cercare di raccontarli in sole quindici tracce dovendo attuare una selezione al limite dell’inconcepibile. Lo faremo tenendo presente che il concetto di “miglior canzone” non è l’unico parametro da tener conto e va per forza di cose a cozzare con lo sguardo ad ampio raggio che si deve adottare per rappresentare una lista di uscite di più o meno vent’anni (13 escluso, sia dal conteggio che da questo articolo per ovvi motivi).


1. Black Sabbath
Gli otto rintocchi di campana più iconici della storia della musica. Prima di For Whom the Bell Tolls, prima di Hells Bells ci fu un intro che sancì la nascita dell’heavy metal, in un periodo in cui pian piano molti gruppi musicali prendevano coscienza sulle potenzialità ancora inespresse della chitarra distorta. Ma i Black Sabbath, complice anche la sfortuna occorsa a Iommi sul lavoro, ci arrivano prima di tutti. Si tratta dell’unica scelta che ci siamo sentiti obbligati ad inserire, un dovere insindacabile nei confronti della genesi di un mondo, nei confronti di quel tritono iniziale che ha mutato l’hard rock fino ad allora conosciuto in “qualcos’altro”. Sopra ad esso l’altalenante litania di Osbourne, nella sua semplicità, ha raccontato meglio della Bibbia la paura scaturita dall’incontro col demonio, non più quel diavolo bonario del crocevia di Robert Johnson e del blues bensì il Satana che sarà preso come riferimento tematico da un intero sottogenere quindici anni più tardi, “sognato” per l’occasione dal bassista e patito di esoterismo Butler. Un pezzo cantato in maniera amatoriale, tecnicamente parlando, che trasmette sensazioni fortissime, urla a fine strofa che attecchiscono ancora oggi, un finale in crescendo che allenta la tensione e permette finalmente all’ascoltatore di muoversi a tempo, con i colpi di tom/piatti di un Bill Ward costretto ad assistere alla funzione in attesa del proprio momento e con l’assolo di matrice hard di Tony. In un colpo solo abbiamo i prodromi compositivi del doom metal, i testi (ancora candidi in realtà) del black metal e il suono dell’heavy, all’interno di un platter che comunque presentava forti tinte blues e influenzato dalle opere di Cream e Vanilla Fudge; un sound che spiazzò in negativo anche la critica specializzata, la stessa che ora venera tale LP al pari di una reliquia. I tempi non erano ancora maturi, al contrario dei Sabs.

2. War Pigs
Dopo appena un anno da quell’esordio iconico, seppur ancora acerbo nel suo complesso di influenze ancora da sviscerare, i Nostri pescano dal cilindro quella che sarà una canzone simbolo della propria storia, una sorta di manifesto che sarà in heavy rotation per sempre tra gli ascolti di tutti, metallari e non. Il secondo full length Paranoid è la conferma definitiva che smentisce quelli che potevano essere i dubbi riguardanti la band: non c’è traccia della coltre tenebrosa che aveva caratterizzato il predecessore, non ci sono più espliciti riferimenti occulti nei testi (anche se torneranno) ma c’è un consolidato blocco di otto tracce che parlano di problemi interiori, guerra e dipendenze, sviluppate sopra un coerente inasprimento sonoro che non poté passare inosservato. War Pigs è il contributo dei Black Sabbath all’antimilitarismo imperante di allora, un atto di accusa nei confronti di chi, ordinando ad innocenti civili di mettere in gioco la vita per la Nazione, attende al sicuro il proprio tornaconto personale; non dobbiamo dimenticare che nel background dei quattro inglesi vi è molto dello psychedelic rock con annessi e connessi e in questo brano troviamo appunto la verve tematica contropotere abbinata ad un’esecuzione memorabile. Costruita su un iniziale lento appannaggio dell’alterno duo Iommi-Osbourne, che dialogano con fiato e corde descrivendo i gerarchi militari come pure entità malvagie, al grido “Oh Lord yeah” si dà il via alle danze stavolta condotte da un Ward semplicemente incontenibile; è lui il vero mattatore in questo inciso, dalle apparenti retrovie detta i tempi con una variazione e un groove che lo piazzano di diritto a fianco di Bonham e Paice ai vertici di questo mestiere, al che per Geezer e Tony diventa più semplice (si fa per dire) furoreggiare e trovare la quadra a suon, rispettivamente, di una base martellante ma essenziale e di fraseggi debitori della scuola hendrixiana rimodellata aggressivamente. Ozzy solito predicatore al microfono, un fuoriclasse di spirito che comunque sa farsi da parte quando l’esigenza lo chiede.

3. Planet Caravan
Una caratteristica fondamentale di questa band è sempre stata la versatilità, l’abilità nel cercare canoni differenti non solo di uscita in uscita ma anche all’interno dello stesso album alternando con equilibrio pezzi da movimento ad altri perfetti per la quiete dopo la tempesta. Così come faranno successivamente con Solitude, Laguna Sunrise e Fluff, all’interno di Paranoid si concede al lato più intimista dell’ascoltatore un regalo che qualcuno definirebbe della stessa materia di cui sono fatti i sogni, un topos, questo, che abbiamo visto essere ricorrente nella scrittura dei loro testi. E Ozzy, praticamente immaginando il viaggio di una coppia fluttuante nello spazio che sa come divertirsi, improvvisa il testo di Planet Caravan con un’insolita voce filtrata dal famoso altoparlante Leslie che proviene da territori lontani, mentre in primo piano gli altri tre strumenti “dipingono” una musica stretta parente del periodo lisergico da poco conclusosi: il basso che dirige l’ensemble come fosse una chitarra, le percussioni minimali e folcloristiche ad accompagnare e la Gibson SG nera che per una volta si defila dal rock e predilige altre incursioni. Sorpresa finale è l’ingresso del pianoforte suonato dall’ingegnere del suono Tom Allon che rende il brano quasi una jam session dal sapore jazzistico, un azzardo che avrebbe rischiato di macchiare un platter fino a quel momento perfetto ma che, al contrario, fece capire a tutti quanti (o a coloro che prestavano attenzione) di che pasta erano forgiati questi giovani della Birmingham proletaria.

4. Lord of this World
Se cercate la definizione dell’aggettivo “ipnotico”, e nei sinonimi al suo seguito non c’è “il riff maestro di Lord of this World”, cambiate alla svelta dizionario. Come si diceva in apertura, il numero di classici dei BS è talmente elevato che si rischia di far passare sottotraccia questo inciso proveniente dal terzo lavoro in studio, quel Master of Reality che ha reso il trademark della band ancora più oscuro e ricercato. Ancora una volta la tematica affrontata è di tipo sociale ma c’è lo stratagemma perfetto per inserire una nuova provocazione, di quelle che infastidivano parecchio: il Lord in questione è infatti null’altri che Satana, e il suo influsso sulle persone è la causa di tutto il male sulla Terra, questo vogliono dirci le parole scritte dal solito Geezer Butler che furono, as usual, travisate dai soliti soggetti. In questo pezzo c’è tutta la pesantezza del loro sound primordiale; sono in due a suonare gli strumenti a corda ma ascoltando appena le prime note un ignaro di ciò ne immaginerebbe il doppio poiché, sempre ricordandoci che l’anno è il 1971, un “muro del suono” così non si era ancora sentito in nessun angolo del globo. L’accoppiata in questione esegue delle parti centrali e finali di pura libidine in cui la chitarra si arrampica su sé stessa in giravolte impavide mentre il basso ricama alle sue spalle una sicura protezione per l’atterraggio, un collante fondamentale per la riuscita dell’esperimento; Ward e Osbourne qui sono impeccabili ma la parte dei leoni la fanno i compagni, d’altronde in una raccolta di brani così eterogenea come la loro la cosa più divertente è proprio selezionare gli episodi in cui l’uno svetta sull’altro e viceversa, e rendersi conto quanto andassero a meraviglia all’unisono quei quattro soggetti.

5. Supernaut
Come potevamo pensare di escludere da questo elenco la canzone preferita in assoluto da Frank Zappa? Occhio che non parliamo di una leggenda metropolitana raccolta dai chiacchiericci di qualche nostalgico, sono testuali parole del poliedrico chitarrista rilasciate ad un periodico di settore nel 1974 e confermate ad Ozzy in persona durante una cena in cui gli venne offerta una torta dalle fattezze di una fanciulla a gambe aperte, dalle quali fuoriusciva dello champagne. Racconti senza tempo questi, esattamente come Supernaut, la carica da essa sprigionata e la scusa perfetta per citare il soprannome conclamato di “The Riffmaster” Iommi Frank Anthony. Il brano liberatorio ed esaltante per eccellenza dei Sabbath, introdotto dal charlie di Ward e suggellato dalla voce scatenata del futuro Prince of Darkness che qui dà veramente tutto sé stesso; si tratta di puro hard rock narrante l’apparente felicità di una vita senza freni condotta da un superuomo (o super-navigante) con l’ausilio della sostanza eretta a simbolo dell’intero Vol.4 e compagna preferita del quartetto in quegli anni. E il povero Osbourne, mattatore assoluto di quest’album e soprattutto del seguente, fu il più colpito dalle ricadute di tale sostanza, al punto da venir estromesso dalla band fino alla recente e breve reunion; bisogna però anche riconoscere che un piccolo aiutino forse l’ha dato per tirar fuori gemme quali l’assolo di chitarra infinito e la sezione solista ai limiti della musica tribale di Bill e del suo groove di cui abbiamo già detto sopra. Non a caso questa composizione trovò anche i favori di John Bonham, come certificato dal booklet della reissue del 2009 dell’album nero-arancione, un lavoro monumentale il cui suono fu preso come archetipo per il canone stoner (ascoltare Tomorrow's Dream), un LP traghettatore che guida il quartetto dalla cupezza proto-doom del precedente verso l’esoterismo spinto a tinte progressive del seguente implementando nuovi importanti scenari

6. A National Acrobat
Anno Domini 1973 e i Nostri non hanno ancora finito di stupirci. Anzi, li ritroviamo con il loro quinto album proprio all'apice della loro sperimentazione sonora. Con A National Acrobat sarebbe riduttivo parlarvi, uno alla volta, di cosa fa di bello uno piuttosto dell'altro perché qua l'ispirazione è generale, nonostante è obbligatorio ricordare il pessimo stato psicofisico di tutti e quattro una volta che il tour a supporto di Vol.4 fu completato e la dipendenza da polvere bianca instauratasi pesantemente. Come affermato da Iommi, e confermato da Butler, si era in preda ad una secca compositiva in cui gli altri tre aspettavano solamente un riff o un'idea da parte sua durante il famoso soggiorno in affitto nel castello di Clearwell, meta ambita anche dai colleghi Led Zep e Deep Purple per la registrazione dei loro In Through the Out Door e Burn; questa "idea" risulterà essere poi il main riff della title track, e il resto è storia. Ma la qui analizzata canzone è un mondo a parte composto da un lick di partenza indimenticabile che finirà leggermente modificato anche in Fade to Black dei Metallica, una sezione strumentale ai livelli di quelle sentite nel mondo progressive d'alta scuola ma dal respiro 100% Sabbath, un cambio di tempo a metà che conduce in territori inesplorati da chiunque fuorché dalla solita Sg scura, sempre un miglio avanti agli altri strumenti e incaricata di indicare la via. Il testo è per l'ennesima volta opera di Geezer ed è tra i suoi "scritti" meglio riusciti, mettendosi nei panni dell'"unborn child", nell'unico spermatozoo che ce l'ha fatta e facendo una riflessione sul concetto di vita in sé, sul suo valore inestimabile (al che qualcuno ipotizzò dei collegamenti col tema dell’aborto) e concludendo addirittura con accenni escatologici.

7. Megalomania
Passata la sbornia dei primi cinque eccelsi risultati entriamo in quella che potremmo definire “zona ignota”, non certo perché i successivi e ultimi tre lavori con Ozzy in formazione siano sconosciuti ai più bensì per la contrapposizione forte tra questo periodo traballante e quello d’oro appena terminato, con conseguente dispersione abbondante delle opinioni sui frutti del primo. La band è logora internamente, Tony è praticamente un uomo solo al comando e pretenderà di avere l’ultima parola su tutto, comprese le infinite modalità di registrazione giocate su continui ritocchi dell’ultim’ora; e Megalomania è esattamente il risultato di tutto ciò, dello stato d’animo inquieto, della rabbia reciproca condensata in musica. Non certo un pezzo da 90, ma dovendo rappresentare questa fase non ci è venuto in mente un brano migliore di un mattone di quasi dieci minuti (lunghezza superata soltanto da Warning nell’esordio) tra i più duri mai scritti dal quartetto che parla di un individuo affetto da bipolarismo, un testo stranamente scritto proprio dal Madman. Coverizzata dai Venom tredici anni dopo, questa composizione comincia su coordinate lente e litaniche ampiamente già viste, grazie ad un cantante che su certi motivi ci sguazza che è un piacere e ad un sinistro vibrato di chitarra, per poi lasciare una manciata di secondi di gloria al piano del nuovo collaboratore Gerald Woodruffe. Era la quiete prima della tempesta poiché in men che non si dica il suono si distorce, i giri del motore vanno su e la vera incazzatura esce allo scoperto tenendo fede alla dicotomia caratteriale del megalomane in questione. Il campanaccio di Bill Ward è un dettaglio non superfluo, così come le esclamazioni Sting me! e Suck me! del futuro marito di Sharon hanno dell’inquietante. Un perfetto spaccato dell’intero Sabotage e dell’aria soffocante che vi si respirava, che lo diventerà ancor di più nel successivo Technical Ecstasy.

8. You Won’t Change Me
Ultima traccia della rubrica prima del cambio di ugola in favore di un piccolo grande Uomo, You Won’t Change Me è presente per indicare la perfetta antitesi con il pezzo della posizione precedente: passiamo da una Megalomania che anticipa il suono grezzo della NWOBHM a questo esperimento affascinante ma alquanto delicato e difficile da ipotizzare anche in una discografia multicolore come la loro. Del resto Osbourne lo ricorda bene questo album, il quale fu realizzato molto forzatamente in Florida, senza un vero manager che li seguisse e spendendo un capitale; gli balenò in testa anche un possibile addio alla band, non ritrovandosi nei nuovi desideri di Iommi di emulazione del rock da classifica. In realtà crediamo che questi desideri fossero solamente temporanea mancanza di ispirazione e che fosse impellente il bisogno di mescolare le carte internamente al gruppo, sta di fatto che anche in Technical Ecstasy e anche in quello che era una specie di gulag c’è del gran materiale da cui attingere. Sintetizzatori a pioggia, già introdotti da Sabbath Bloody Sabbath ma qui opprimenti, atmosfere rarefatte, distorsione leggerissima che sale di colpi solamente nei due assoli carichi di pathos malinconico, vocalità sognante, insomma, non avrebbe sfigurato con sopra il monicker dei Foreigner; anzi, loro l’avrebbero arrangiata e accorciata in modo da farla diventare una hit da radio, le potenzialità sono ben presenti e la qualità idem. Anche il testo pare estraniarsi e rifugiarsi nella psicologia spiccia di un uomo che riconosce i propri difetti/limiti e nemmeno la sua donna potrà aiutarlo a dissolverli, non esattamente il prototipo di scrittura a cui Butler ci aveva abituati. Fortunatamente per noi questa escursione stilistica svanì nel giro di questo e del prossimo Never Say Die!, in mezzo un temporaneo abbandono di Ozzy seguito da quello vero e proprio che favorirà la rinascita dei Sabbath, il secondo periodo d’oro con l’ex Elf e Rainbow Ronnie James Dio.

9. Children of the Sea
Con la prima canzone scritta e composta dell’era Dio sfondiamo una porta aperta. Oltre ad essere la preferita di chi scrive è una di quelle songs che ti rapiscono al primissimo ascolto, o meglio, ai primi dieci secondi di esso: un arpeggio lieve come una carezza ed educato come un fanciullo il primo giorno di scuola si accoppia alla presunta cristallina voce del nuovo arrivato, “presunta” perché in un battito di ciglia il candore si trasforma nel classico artiglio che graffia dell’artista che tutti noi abbiamo imparato ad amare e che abbiamo ricordato giusto in questi giorni. Ronald porta con sé nel gruppo non solo la più volte sottolineata “ventata d’aria fresca” bensì sopperisce ad altri due problemi non di poco: il primo era quello della quasi totale assenza di Geezer Butler durante la composizione di Heaven and Hell, intento ad affrontare il divorzio, e il secondo era la mancanza, di lunga data, di un produttore serio che potesse affiancare i quattro in studio (una figura del genere manca dalle registrazioni di Master of Reality con Rodger Bain). Dio compose tutti i testi in poco tempo, affiancò Tony nella fase creativa con le reminiscenze di bassista rimastegli dai tempi degli Elf e suggerì l’assunzione di Martin Birch dietro la consolle, produttore e tecnico del suono dei Rainbow, oltre che dei primi successi di Deep Purple e (in futuro) Iron Maiden; mica male come apporto per essere una recluta, quello del buon Ron. Children of the Sea nasce da un demo già registrato con la voce del vecchio cantante, versione a loro detta più dura che fu completamente modificata grazie ad un’alchimia speciale tra i due che si instaurò sin dal primo incontro, quello che Tony definì il “turning point” della propria carriera; nella prima versione della canzone con Dio troviamo al basso Geoff Nicholls, poi rimasto in pianta stabile nel gruppo come tastierista anche se il più delle volte apparso come “unofficial member”. Sulla canzone in sé ci sarebbero da sottolineare ogni singolo passaggio, sfaccettatura e nota, ci limiteremo a farlo nei confronti del suono pieno proveniente dal quattro corde e della sua evoluzione nel brano, da contraltare alla chitarra, delle linee vocali diventate un trademark e distinguibili tra milioni di cloni anche attuali (Romero chi?), dell’assolo di soli dieci secondi che sono sì pochi ma sufficienti per l’occasione. Sono i Black Sabbath come li conosciamo ma allo stesso tempo sono una band differente, e sembra funzionare a meraviglia. Cosa desiderare di più? Forse la title track dell’album.

10. Heaven and Hell
The world is full of kings and queens who blind your eyes and steal your dreams

Chi non si è mai emozionato nel leggere il testo di questo monumento della musica in toto? A statement, come disse Ronald James Padavona, una testimonianza molto personale sui desideri e sull’ambizione umana (quella sincera e positiva) e sui presunti padroni di essa, uno sguardo rivolto ai numerosi giovani che seguivano i Sabs nell’80 e che il singer di origine italiana voleva scuotere dal torpore adolescenziale, in taluni casi prevaricante anche nelle fasi successive. Nonostante le canzoni del platter furono accreditate all’intero quartetto sappiamo con certezza che il 90% del lavoro compositivo è stato realizzato da Iommi e la title track non fa eccezione, se non per i geniali passaggi di basso ad opera, ancora una volta, di quel Geoff Nicholls che fece parte della prima lineup dei Quartz, gruppo scoperto proprio dal fondatore dei Sabbath il quale fece loro da trampolino di lancio producendo il debutto omonimo; in questo disco c’è incisa la bella Mainline Riders, dalla quale Nicholls prese a piene mani seguendo la melodia già impostata dal compagno. Il risultato è eccezionale e irripetibile, una prestazione corale da insegnare nelle scuole. Il brano è un racconto di vita concreta eppure le sonorità sono quanto di più lontano dalle “cose umane” possa essere immaginabile: direttamente dai Rainbow dei virtuosismi blackmoriani, dal groove del rock anni 70, dai Beatles dei cori di sottofondo, addirittura dal blues, è un viaggio quasi onirico che, sforati i tre minuti, scioglie le briglie ed è lì che i Nostri danno alla luce il capolavoro della carriera, termine che utilizzo qui per la prima volta dopo nove tracce presumendo che ogni band ne possa realizzare uno e uno soltanto. Finale epico in accelerata, climax raggiunto con la celeberrima strofa cantata, conseguente smorzata di toni e ripresa del lick acustico al pari di “Children…” e via di dissolvenza, lasciando i fortunati che possono apprezzare questi suoni in balia di loro stessi.

11. The Mob Rules
Novembre dell’anno seguente. Lo scenario che accompagna la realizzazione di Mob Rules si differenzia da quello del recente passato per il secondo cambio in formazione della storia degli inglesi: nel bel mezzo del Heaven & Hell Tour svoltosi dall’aprile del 1980 al febbraio del 1981 Bill Ward, ormai dipendente dall’alcool, pianta i compagni senza preavviso comunicando al telefono con Ronnie un perentorio “I’m off then, Ron” e come suo sostituto, dopo il rifiuto di Cozy Powell, scelsero il giovane Vinny Appice che fu costretto ad un mezzo miracolo per imparare tutte le canzoni in così poco tempo. Fortunatamente era sempre stato un grande ammiratore e conoscitore di Ward, oltre che della discografia dei Sabs e dunque i risultati delle sue performances convinsero Tony e gli altri a confermarlo per il seguente appuntamento in studio, primo passo di una grande carriera per lui ed ennesima grande incisione della band, la prima a non vedere accreditato il batterista tra i compositori dei vari brani. La title track non ha certo bisogno di presentazioni: realizzata dal dinamico duo appositamente per la colonna sonora del film sci-fi Heavy Metal, con un testo chiaramente non impegnato ma capace di lisciare il pelo a certi temi sociali “populisti”, è una delle produzioni più classicamente heavy e tirate dei Nostri (d’altronde nella pellicola doveva fare da sfondo ad una città invasa, dunque…) e proprio per questa dotata di enorme fascino. Dall’urlo iniziale è un susseguirsi di adrenalina e di attacchi frontali a fronte di una relativa semplicità strutturale; grande peso ebbe qui il produttore Birch che, reduce dal lavoro con i Maiden per il clamoroso Killers, ne importò parzialmente il sound diretto e potente, che a sua volta deriva dai Black Sabbath anteriori (basti pensare ad una Neon Knights) per una sorta di serpente che si morde una coda nel frattempo modernizzatasi. A posteriori c’è rammarico a pensare a Mob Rules come l’ultimo album con la coppia Dio-Birch a fianco degli inossidabili Iommi e Butler, con questo equilibrio sono stati sfornati due lavori magistrali e irripetibili, nonostante la storia proseguirà col suo alto corso; sta di fatto che in questo momento finiscono i Black Sabbath intesi come un’affiatata band corale e inizia un’altra creatura diventata un tutt’uno con il chitarrista fondatore.

12. Disturbing the Priest
Avrei pagato di tasca mia per assistere alla scena narrata da Ian Gillan riguardo la genesi di Disturbing the Priest, terza traccia del controverso album Born Again. Ebbene, il rimpiazzo di RJ Dio fu proprio l’irraggiungibile mattatore della Mark II dei Deep Purple, convintosi della fattibilità della cosa solamente dopo una sbornia in compagnia di Iommi e Butler; a seguire il piccolo cantante ricciolo nella sua avventura solista, che si dimostrerà un successo meritato, fu anche Appice che liberò di conseguenza il posto ai tamburi per il ritorno di un Ward apparentemente rimessosi in riga ma durato giusto il tempo delle registrazioni. Dicevamo, questa canzone nasce dalla pacata protesta di un presbitero che faticava a celebrare a causa della vicinanza con la sala prove occupata dai musicisti, una situazione esilarante in cui pare che il “disturbato” hard rock in futuro prodotto dai solchi dell’undicesimo LP del gruppo non dispiacesse troppo al prelato. E non dispiacque nemmeno a molti musicisti a loro posteriori, nonché ai semplici fan che, dopo un iniziale attimo di sbandamento dovuto ad una voce che poco aveva a che fare con le precedenti, accettarono il nuovo corso con la consapevolezza che si stesse parlando di “altro”, quasi di una nuova band. Disturbing the Priest porta in dote una malvagità di fondo difficilmente udita in passato su questi lidi: si può discutere all’infinito sulla potenziale inadeguatezza naturale di Gillan su questo lavoro ma altrettanto non si può fare sulla sua prestazione tecnica ed emotiva e questo brano ne è limpida e indiscutibile prova, è lui sul piedistallo con fare da santone alla vecchia maniera di Ozzy con quintali di classe e capacità in più, mentre gli altri più in basso lo accompagnano. Addirittura manca l’assolo, cosa raramente successa in contesti in cui suona Tony Iommi, anche se la tetra nenia che fuoriesce dal suo strumento può bastare e anche avanzare, Geezer e Bill fanno il loro senza troppe pretese lasciando sfogare un indemoniato che, appena arrivato, oscura i tre membri storici lanciando acuti lancinanti, da allora in competizione con quelli uditi su Child in Time in Giappone. Un Maestro, forse troppo in alto anche per loro da sempre abituati bene a livello di cantanti, che infatti lo persero subito essendo richiamato all’ovile da Glover e Ritchie.

13. The Shining
Purtroppo esistono ancora alcuni pregiudizi nei confronti dell’era Martin, trattata come fosse una parentesi di minor importanza e quindi snobbata aprioristicamente; contribuiamo così a rinnovarne l’interesse inserendo due suoi ottimi contributi alla causa del Sabba Nero. Partiamo dalla prima incisione in ordine temporale, The Eternal Idol, che fece seguito ad un enorme flop come Seventh Star, conosciuto come il famoso “disco solista” di Tony Iommi poiché dopo l’esodo collettivo del 1985 la situazione era più somigliante ad una one-man band che non ad un combo vero e proprio; il chitarrista mise un discreto numero di pezze per salvare il salvabile, come chiamare al capezzale “The Voice” Glenn Hughes e un ancora sconosciuto Eric Singer (preso dal gruppo di supporto a Lita Ford), ma le cose tornano a girare per il verso giusto solo con l’ingresso di Tony, il quale potrà dare una mano nel processo compositivo dall’episodio seguente in poi in quanto il materiale che sarà registrato nella sessione di The Eternal Idol era già pronto. The Shining è tra i suoi momenti migliori, solamente il riff iniziale che riprende il trademark zeppeliniano merita applausi: il tappeto tastieristico di Nicholls è da inquadrare come continuazione dei desideri melodici di Iommi risalenti a Technical Ecstasy (fortunatamente mitigati nel periodo Dio), il refrain è di quelli che si appiccicano immediatamente in testa grazie ad una voce squillante forse troppo simile a quella di Ronald ma egualmente performante. Da segnalare, inoltre, la parte sopraggiunta dopo il secondo ritornello che prende addirittura connotati proto-power tedesco, proprio nello stesso anno in cui questo sottogenere esploderà definitivamente. Nel complesso siamo a metà strada tra la cupezza degli esordi e la vivacità incorporata dall’80 in poi, il pubblico gradirà per quella che può definirsi una loro terza giovinezza. Menzione anche per colui che registrò le parti vocali inizialmente ma che fu cacciato improvvisamente per questioni finanziarie, quel Ray Gillen che avremo modo di ascoltare nei Badlands e che qui si è occupato dei testi di tutto l’album assieme al bassista Bob Daisley.

14. Nightwing
The Riffmaster pt.2. Dopo averlo usato per Supernaut tocca rispolverare nuovamente il celebre soprannome di Iommi per la penultima traccia del secondo album del periodo Martin, Headless Cross. Composta dal duo voce-chitarra con l’importante ausilio del nuovo batterista Cozy Powell, già personaggio con all’attivo collaborazioni con mezzo mondo, è una canzone che nulla a che fare con il noto personaggio dell’universo DC bensì potrebbe riferirsi ad un gufo oppure ad uno pseudonimo del Diavolo in persona secondo le interpretazioni. Inutile dire quale sia il punto forte e passaggio da pelle d’oca di Nightwing, quel riff da dieci in pagella che fa capolino due volte e sorregge gli altrettanto validi assoli; l’altro Tony dà sfoggio ad una delle sue migliori prove in assoluto, come sempre in bilico tra la graziosa melodia e l’animo heavy ruggente, il sapere perfettamente quando rilassare e quando spingere all’interno delle canzoni è da sempre una caratteristica peculiare degli ottimi cantanti e Martin rientra alla grande in questa categoria. Da non scordare è l’apporto avuto da Laurence Cottle al basso, relativamente minore nel songwriting ma decisivo nelle sessioni di registrazione; musicista navigato e gran conoscitore di fusion e jazz, fino ad oggi questa è stata la sua unica escursione nel mondo metal ed è comprensibile se rimarrà tale per sempre dato il suo background.

15. Computer God
Completiamo l’ultima casella disponibile come meglio non potevamo fare, rendendo omaggio anche al famoso album arrivato con dieci anni di ritardo. Dehumanizer vede la stessa identica formazione di Mob Rules con il ritorno di Geezer Butler, Vinny Appice ma soprattutto di Ronnie Dio, reduce da cinque LP solisti di alto livello che ne hanno consacrato ulteriormente la carriera, ergendolo nell’Olimpo del genere assieme agli Halford e Dickinson del caso. L’album vede sparsi qua e là anche diversi contributi iniziali di Cozy Powell, fermatosi per infortunio pelvico, e del fuoriuscito Martin, che, esattamente come successo con Gillan anni prima, non fu mai ufficialmente licenziato ma scoprì da sé di essere stato rimpiazzato; questo solo per sottolineare la carenza nei rapporti umani di molte delle presunte star che adoriamo continuamente. Computer God esterna uno fra quelli che saranno poi i temi futuristici dell’intero album: videocrazia, telepredicazione, individualismo nichilista e i soliti accenni alla morte/aldilà e il songwriting è appannaggio degli stessi tre personaggi del 1981. Parlando di musica, perfettamente in linea con quanto dichiarato ai tempi da Ron, si tratta di null’altro che il solito heavy metal, dai suoni più moderni ovviamente ma dalla sostanza concretamente inalterata. Scandita prima da un ritmo di marcia militaresco e aggressivo, a cominciare dalle intenzioni testuali, la traccia subisce il prevedibile addolcimento centrale per poi passare all’accelerata da mid-tempo maideniano finale, insomma un “già sentito”, certo, ma realizzato con la spavalderia e classe di chi non ha più nulla da dimostrare a nessuno, potendo già osservare tutti dall’alto in basso.



Neapolis75
Venerdì 12 Giugno 2020, 19.01.01
32
Complimenti al recensore per la lucidità dell'analisi e per il coraggio e/o distacco che ha dovuto avere per scegliere solo 15 tracce tra tutte quelle leggendarie prodotte dai genitori dell'heavy metal, il gruppo grazie al quale siamo tutti quì. Non sarei mai riuscito a farlo, oltretutto mancano Paranoid, Iron Man, Children of the grave , Sabbath bloody Sabbath , Killing Yourself to Live , Symptom of the Universe, Hands of Doom... (meno male che non dovevo fare io la scelta, perché sarei impazzito a vuoto) canzoni irripetibili e inarrivabili , manifesto di un intero genere musicale (e dei suoi sottogeneri). Trovo però giustissimo dare il meritato spessore a quanto realizzato con Ian Gillian e con Tony Martin (e pure in questi casi avrei avuto difficoltà scegliere). Ancora complimenti a Nòesis
Galilee
Lunedì 1 Giugno 2020, 10.53.54
31
Già letto da un pezzo... Diciamo che anche il libro prendeva polvere da un pò di anni. Non mi decidevo mai a leggerlo, altre letture avevano sempre la precedenza.
Lizard
Lunedì 1 Giugno 2020, 8.01.05
30
E trovate anche il relativo articolo/recensione nel nostro DB
Galilee
Domenica 31 Maggio 2020, 20.50.55
29
S'intitola Iron Man. Arcana edizioni.
Rob Fleming
Domenica 31 Maggio 2020, 19.55.32
28
Naaaaaaaa. Inventate no. Non ci crederei. Sappiamo entrambi che ci sono sempre diversi modi per raccontare il medesimo episodio. Che possa essere stata dipinta in modo più garbato perché si era in piena organizzazione reunion è più che possibile e che si siano enfatizzati i momenti "peace and love" rispetto agli sgambetti è altrettanto probabile. Adesso mi hai incuriosito con sto libro. Se lo trovo...
Galilee
Domenica 31 Maggio 2020, 19.27.22
27
È uscita dopo la morte di Dio. Prima di 13. Non so quanto possa essere veritiera. Però stando ai fatti che sono narrati Sharon da un sacco di mani a Iommi. Poi che Iommi racconti cose inventate sul suo conto e s'inventi che lei abbia fatto questo e quello durante il corso della sua carriera non saprei dirlo.
Rob Fleming
Domenica 31 Maggio 2020, 18.55.08
26
Ohy @ Galilee, dipende quando l'ha scritta la sua autobiografia. Potrebbe anche non essere particolarmente genuina se scritta intorno alla "tredicesima epoca".
Galilee
Domenica 31 Maggio 2020, 18.04.04
25
X Rob. Una delle cose che mi ha più stupito di questa autobiografia è proprio il personaggio di Sharon. Donna sempre presente anche nella vita di Iommi, sia come amica che come riferimento professionale. In più pagine ne tesse le lodi. E chi l'avrebbe mai detto.
Rob Fleming
Domenica 31 Maggio 2020, 17.54.41
24
Pensa te. Allora ritiro tutto da "che poi" in avanti. Se Lo dice Iommi...
Galilee
Domenica 31 Maggio 2020, 17.35.06
23
In realtà visto che sto leggendo l'autobiografia di Iommi. Fu proprio lui a non voler usare il nome Black Sabbath, dato che la band con Ozzy stava comunque facendo dei live e delle apparizioni organizzate grazie a Sharon. Da qui la scelta del nome H&H, e di portare solo materiale scritto assieme a Dio, proprio per non confondere i Fan e avere la stessa band con 2 formazione. Non è affatto vero tra l'altro che Sharon era contraria alla reunion tutt'altro. Anzi organizzava un sacco di eventi a Iommi e soci, sia con Ozzy in formazione che da solista. Purtroppo era il manager di Iommi che non voleva aver nulla a che fare con Sharon e quindi rifiutava ogni tipo di offerta. Così c'è scritto sull'autobiografia.
Rob Fleming
Domenica 31 Maggio 2020, 17.23.28
22
Bravo @Legalized! L'album degli Heaven and Hell è a tutti gli effetti un disco dei Black Sabbath. Che poi siano stati costretti a non poter utilizzare il nome per il veto di Ozzy (della moglie?) che all'epoca non voleva fare la reunion, ma nemmeno voleva che Iommi e Butler utilizzassero la ragione sociale, è un altro paio di maniche. Particolarmente squallido
Legalizedrugsandmurder
Domenica 31 Maggio 2020, 15.44.04
21
Tra quelli bistrattati ci metterei intanto dehumanizer. Ma gli album con Dio qualitativamente valgono quelli di ozzy (e mettiamoci anche gli heaven and hell che di fatto è un album dei sabs) anche se con meno peso storico
SimonFenix
Venerdì 29 Maggio 2020, 13.27.43
20
Sono d'accordo nello scegliere le migliori canzoni da OGNI lavoro piuttosto che prenderne metà dai primi album e basta. Anche nei lavori più bistrattati ci sono delle gemme che vale la pena scoprire.
Galilee
Giovedì 28 Maggio 2020, 12.35.51
19
Quoto Duke, però gli alnum validi sono parecchi. Sto giusto leggendo ora la biografia di Tony Iommi. Iron Man
duke
Martedì 26 Maggio 2020, 23.21.14
18
....i primi cinque album sono fondamentali.....poi viene il resto....
Underground
Martedì 26 Maggio 2020, 15.40.17
17
Heaven and hell è considerato da tanti il miglior disco dei Sabbath e come ho detto pure io ritengo superiore i dischi con Dio che quelli con Ozzy, quindi due brani ci stanno benissimo l!!
Nòesis
Martedì 26 Maggio 2020, 15.26.13
16
Rob, se si considera Geezer come un semplice cattolico (mi pare che lo fosse/che lo sia ancora) amante di argomenti esoterici/religiosi paradossalmente il testo di After Forever è quello più consono alle sue credenze, ma come giustamente dici tutti e quattro avevano ben capito da subito come muoversi sul filo del rasoio ed esporsi ad attenzioni extra-musicali; la canzone non l'ho inserita perché sempre ritenuta inferiore a molte altre ma mi pare che se ne parli spesso proprio per la sua peculiarità. @Galilee, tralasciando che Heaven and Hell sia il mio album preferito della band (ora posso dirlo, ritengo la breve era con Dio addirittura superiore a quella precedente), ho estratto da esso due brani poiché, come per Paranoid, è il più rappresentativo del relativo periodo. Diciamo che anche loro si sono modernizzati nel tempo, grazie soprattutto alla collaborazione con Birch, e hanno saputo reinventarsi in maniera brillante
Destiny
Martedì 26 Maggio 2020, 14.45.42
15
Da Heaven&Hell avrei messo anche Die Young e forse anche nessuno da Mob Rules. Non per dire che sia meno bello, solo che turro sommato sono uno fratello dell'altro, molto coesi a livello qualitativo e ispirativo. Invece non potrei mai rinunciare ad almeno un brano da Tyr, Anno Mundi, per dire. E poi Killing Yourself to Live e Symptom of the Universe, Hands of Doom, Chikdren of the Grave... Meno male che non dovevo fare io la scelta
Galilee
Martedì 26 Maggio 2020, 13.42.06
14
Tanto per fare un pò di critica al fine della discussione. Sinceramente due brani da H&H sono un pò troppi. Uno perché non lo vedo simbolicamente forte come i primi 6 album con Ozzy. Due perché H&H determina quel cambio di stile verso territory più heavy e meno sperimentali che nel passato. Un pò come successe ai Judas con BS. Solo che almeno per me il loro sound, dei BS, ci perse maggiormente, perché la loro vena progressiva era nolto più accentuata. Altra scelta particolare è disturbing the Priest. Ottimo brano estratto da un disco un pò sottovalutato. Però su Born again c'è Zero the hero che è imbattibile. Concordo invece sulla scelta di computer God, la canzone più bella ed evocativa di Dehumanizer
Rob Fleming
Martedì 26 Maggio 2020, 12.23.42
13
Sai @Nòesis cosa ci poteva stare nella quindicina? (che essendo poi tua la scelta già questa mia frase è priva di senso, ma tant'è). After Forever. Canzone buona con un testo veramente "forte". Mai o poco considerata dal punto di vista lirico sia dai fans che dai detrattori. Sarebbe interessante capire ed approfondire come colui che ha scritto il testosia lo stesso di Black Sabbath, NIB, Sabbath Bloody Sabbath o altri sedicenti pezzi satanisti. Che poi ci abbiano giocato/marciato anche loro con certe tematiche è un altro discorso che fa parte del carrozzone del rock and roll.
Nòesis
Martedì 26 Maggio 2020, 10.51.15
12
Ringrazio tutti per i complimenti la scelta dei brani ha portato via più tempo di quello effettivamente utilizzato per scrivere l'articolo! Ho omesso alcuni episodi celebri come Paranoid e Sabbath Bloody Sabbath semplicemente per riuscire a coprire un arco temporale di vent'anni che comprende anche canzoni, ma soprattutto album, spesso snobbati ma che possiedono qualità e fascino da vendere. E poi era l'occasione giusta per premiare le scelte più "borderline" della loro carriera e in tal senso sto rimuginando sulla selezione di The Mob Rules: soggettivamente la adoro ed è tra le prime mie scoperte ma avrebbe potuto benissimo cedere il posto alla magnifica e ben più articolata Sign of the Southern Cross.
fasanez
Martedì 26 Maggio 2020, 9.08.39
11
@tino 10 concordo su Martin e Nighwing. C'è da dire però che il suo periodo d'oro, il top vocale non p durato tantissimo imho e che live non è quasi mai riuscito a replicare le stupefacenti prestazioni su disco. Ecco perchè sta sotto, imho a gente come Adams. Comunque un grande. Scelta ardua per i pezzi, complimenti a Noesis, anche solo per il coraggio!.
tino
Martedì 26 Maggio 2020, 8.18.01
10
penso che nightwing sia uno dei migliori brani di sempre, tony martin un cantante troppo troppo sottovalutato, degno erede di ronnie james dio, veramente un brano da pelle d'oca. Concordo anche con computer god, un gioello in un disco che andrebbe riscoperto, qui avrei citato in alternativa anche la stupenda time machine
No Fun
Lunedì 25 Maggio 2020, 22.50.34
9
Non conosco quasi per niente gli album successivi a Heaven and Hell che è ovviamente un discone ma è molto diverso dai precedenti secondo me. Per quello che riguarda la scelta dei brani volevo solo dire che sono particolarmente affezionato a War Pigs perché è la canzone che mi fece capire da dove viene il metal. Da ragazzino avevo già ascoltato metal poi però per un bel periodo mi misi ad ascoltare soprattutto rock e hard rock anni settanta e blues e altro. I Sabbath non li conoscevo e quando mi capitò di ascoltare War Pigs e Ozzy che declamava quei versi in uno stile blues, proprio nel modo della cantilena blues che poteva tranquillamente provenire dai campi di cotone o da un coro gospel che poi con la chitarra di Iommi si trasforma in un carro armato e ti fa scuotere la testa, aaah, che bello, mi fece (ri)scoprire un mondo. Rimasi di stucco. E ricominciai ad ascoltare metal: doom, stoner black etc. Grandi Black Sabbath, grande War Pigs.
Kiodo 74
Lunedì 25 Maggio 2020, 21.22.21
8
Io non avrei mai potuto farla una cosa simile trattandosi dei più Grandi di sempre per me, quindi mi congratulo con Nòesis per il coraggio nelle scelte, la precisione nelle motivazioni e le palle perché dovrà subirne le conseguenze dei contestatori......condivido molte cose scritte perché comunque son sempre 15 perle di una band megagalattica! Ossequi!
Galilee
Lunedì 25 Maggio 2020, 21.12.06
7
Scelta particolare in effetti. In ogni caso, come dite voi è impossibile con tutte le grandi canzoni che han scritto avere le stesse preferenze. Dal canto mio avrei scelto più cose dai primi 5. Dopo Ozzy non mi hanno più coinvolto un granché. Nemmeno nei migliori episodi, anche se mi piacciono un pò tutti.
Rob Fleming
Lunedì 25 Maggio 2020, 16.16.47
6
Tanto di cappello per il coraggio mostrato nella scelta dei brani. 15 canzoni alla fine non sono tante quando si ha a che fare con certi gruppi. I pezzi sono commentati in modo chiaro e quindi capisci il perché della loro presenza. Ma omettere Paranoid, Iron Man, Children of the grave e Sabbath bloody Sabbath (mica Heart like a Wheel che pure adoro senza ritegno) non è da tutti.
Underground
Lunedì 25 Maggio 2020, 15.46.24
5
Ops, ho sbagliato: quindici pezzi non tredici.
Underground
Lunedì 25 Maggio 2020, 15.45.23
4
Scegliere tredici canzoni dei Sabbath è praticamente impossibile: ognuno ha le sue preferite e ne verrebbero fuori centinaia di liste diverse. Personalmente ci metterei tante canzoni dell'era Dio (come non si fa a mettere Sign of the southern cross?), ma anche dell'era Martin molto sottovaluta ma che ha fatto dischi meravigliosi. Addirittura preferisco queste due fasi a quella di Ozzy, sicuramente cantante iconico ma come tono di voce gli altri due sono di caratura superiore. Certo poi tanti classici sono dell'era Ozzy, che ha anche forgiato il sound del Sabba Nero, ma le due voci di Ronnie e Tony fanno la differenza.
Aceshigh
Lunedì 25 Maggio 2020, 15.43.29
3
Cavolo, vero che TV crimes la mandavano spesso su Videomusic... che ricordi. Grandi anni per il metal qui da noi, erano anche quelli di uno dei super Monster of Rock. Io adoro i Sabbath in ogni versione e... non so come avrei potuto sceglierne solo 15 di pezzi. Io avrei fatto tre urne con ALMENO 14 pezzi era Ozzy, 7 era Dio e altri 8 dei restanti dischi era Martin/Gillan/Hughes. Poi mi sarei bendato e avrei estratto... “a mosca cieca”. 😂 Almeno 25 anni di musica divina!
MetalFlaz
Lunedì 25 Maggio 2020, 14.46.50
2
Complimenti per l'articolo! Computer God è un gran bel pezzo, ma la mia preferita di quell'album è TV crimes, che ha un tiro pazzesco (e mi ricorda quando ero giovane e guardavo il video su videomusic/tmc2)
Black Me Out
Lunedì 25 Maggio 2020, 10.59.49
1
Posso solo immaginare la fatica titanica nello scrivere questo Fatal Portrait Simone! Scegliere quindici canzoni dei Sabbath è impossibile e chissà se arriverà qualcuno a battibeccare sull'assenza di Paranoid o di Iron Man.Dal canto mio avrei fatto praticamente le stesse scelte, anche se ammetto di venerare l'era Ozzy e non conoscere in modo così approfondito il resto della discografia dei Sabbath (ebbene sì). Comunque un abbraccio per aver incluso alcuni dei miei pezzi preferiti di sempre come Planet Caravan - l'unico pezzo, insieme a Remember Tomorrow degli Iron Maiden, capace di farmi letteralmente morire di paura quando lo ascoltavo da ragazzino da solo al buio - Supernaut e A National Acrobat. Fosse per me avrei messo praticamente solo pezzi da Sabbath Bloody Sabbath, che è il mio album preferito, e qualche estratto da Master Of Reality e Vol. 4, perciò complimenti ancora per l'ottima selezione, recupererò ciò che mi manca!
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