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FATAL PORTRAIT - # 38 - Lamb of God
15/07/2020 (590 letture)
Definiti da molti come gli eredi naturali dei Pantera, accusati da altri di essere sopravvalutati e ripetitivi, i Lamb of God sono indiscutibilmente una delle realtà più importanti e apprezzate dell’odierno panorama musicale estremo. La band di Richmond ha infatti riscosso un successo con pochi eguali tra i colleghi della generazione partita a cavallo del terzo millennio, senza mai cambiare radicalmente né snaturarsi. Dal nostro punto di vista però, il posto tra i “grandi” lo si deve a una discografia priva di veri passi falsi che, dal puro groove degli esordi, ha contribuito a plasmare il suono del Metal americano (mainstream) contemporaneo. La recente uscita dell’ultimo album omonimo, il decimo se si considerano i due lasciti a nome Burn the Priest, ci fornisce un ottimo pretesto per tracciarne la storia attraverso una selezione di 13 brani rappresentativi.

1. Bloodletting
Un latrato indiavolato pompato dal bieco assalto frontale dei musicisti: la carriera dei Lamb of God inizia così, maltrattando l’ascoltatore fin dai primissimi secondi. Il brano che apre il debutto dei Nostri è un grumo di un minuto e cinquantasette secondi di furia incontenibile. È il 1999 e i ragazzi si chiamano ancora Burn the Priest, che è anche il titolo del loro primo full-length. Nata cinque anni prima, la band si solidifica attorno ai fondatori John Campbell (basso), Chris Adler (batteria) e Mark Morton (chitarra), tutti e tre studenti alla Virginia Commonwealth University di Richmond. Dopo alcuni assestamenti, la formazione si completa con l’innesto di Randy Blythe alla voce e Abe Spear alla seconda chitarra. Dopo la dipartita di quest’ultimo, poco tempo dopo, la line-up sarebbe rimasta invariata per i seguenti 19 anni. I semi erano già (quasi) tutti qui, benché i frutti fossero ancora acerbi. Del miscuglio di violenza e consapevolezza tecnico-compositiva che ha fatto la fortuna del gruppo, qui c’è infatti solo la prima, sotto forma di un mix compattissimo e incandescente di thrash, death, sludge e hardcore. Per quanto monocorde, l’impasto lascia presagire sviluppi interessanti: più ancora che la furibonda prova del singer, è la potenza del batterista ad emergere dai putridi solchi del disco.

2. Black Label
Fuori Abe Spear, partito per dedicarsi alla fotografia, dentro Willie Adler, il fratellino di Chris. La line-up classica si è assestata. I Burn the Priest lasciano da parte il colorito monicker e diventano i Lamb of God a tutti gli effetti. Il nuovo nome coincide anche con un cambio di etichetta, la Prosthetic Records, che accompagnerà i Nostri per i prossimi anni. Queste novità sono marchiate a fuoco in New American Gospel, primo album rilasciato a nome Lamb of God, nel 2000. Solo un anno lo distanzia dal debutto, eppure la crescita generale è innegabile, come si evince fin dall’opener Black Label. Il suono rimane organico e marcio, ma appare decisamente più strutturato e, soprattutto, pende con più decisione verso il groove. Il superbo drumming di Adler inizia a martellare dai primi secondi e fa da spina dorsale a un brano robusto e nerissimo, per certi versi non lontano dalla tardiva produzione dei Pantera.

3. O.D.H.G.A.B.F.E.
Il nome della band di Dimebag Darrell torna alla mente anche sentendo la conclusiva O.D.H.G.A.B.F.E., che mette un poco la velocità in secondo piano, in favore di melmosissimi affondi. Il titolo, abbreviazione di officer dick head gets a black fucking eye, fa riferimento ad una disavventura cui fu vittima Randy Blythe, arrestato duramente e sembra senza motivo dalla polizia di San Diego. Una critica ancora acerba, già presente, che andrà affinandosi proprio come la musica che l’accompagna. New American Gospel è un album imperfetto, ma carico di una ruvidità intatta, che segna un primo importante gradino di affinamento rispetto al debutto.

4. 11th Hour
Palm-muting secchissimo, riff groovy, batteria tellurica: con As the Palaces Burn, terzo album pubblicato nel 2003, i Nostri fanno il botto. Le scorie panteriane più evidenti, seppur mai dominanti, se ne vanno, lasciando lo spazio alla prima versione completa del classico LoG-sound, incattivito dalla produzione ipercompressa e finalmente all’altezza curata da Devin Townsend. Nei quattro minuti scarsi di 11th Hour, che vede tra l’altro la collaborazione di Steve Austin, c’è di tutto: breakdown lancinanti, riffing stoppato implacabile, ma anche una progressione melodica più che accennata. Ad immagine di questo brano, As the Palaces Burn è forse l’album che segna lo stacco maggiore dai precedenti in termini di crescita, e che vede la bieca violenza affiancata da una notevole padronanza dei propri mezzi. Se Chris Adler già si trovava su un altro pianeta tre anni prima, la crescita dei chitarristi e specialmente di Blythe è innegabile.

5. Laid to Rest
L’ascesa dei Lamb of God in questi primi anni di carriera è inarrestabile e ha dell’incredibile. Solo un anno separa Ashes of the Wake dal suo solidissimo predecessore, ma la distanza tra i due è più che tangibile. Il quarto lavoro dei Cinque, primo edito per la major Epic, è quello della consacrazione, anche commerciale: con più di mezzo milione di copie vendute, l’album conquista il titolo di disco d’oro nel 2016. Laid to Rest apre le danze, e subito la produzione appare più corposa. Dopo un intro sincopato che mette in luce le qualità tecniche dell’ensemble, il brano attacca con un riffing roccioso, diretto quanto arzigogolato, per poi chiudere in bellezza con un refrain trascinante. Ancor più che in passato, la band riesce ad incanalare la furia in una veste fruibile dagli ascoltatori meno avvezzi, senza però perdere un grammo della sua potenza.

6. Ashes of the Wake
Ashes of the Wake pullula di mine come quella appena descritta, tanto che fare una selezione sarebbe difficile e ingiusto. La title-track merita però una menzione a parte. Trattasi di un vulcanico brano strumentale di quasi sei minuti, dove i musicisti – più Alex Skolnick nei panni di ospite illustre – fanno capire, se ce ne fosse ancora bisogno, di avere pochi rivali sul piano tecnico. Troviamo all’interno del calderone assoli fulminanti, riff tritaossa, stacchi e ripartenze. Ce n’è davvero per tutti i gusti.

7. Walk with Me in Hell
Ripetersi dopo tali vette qualitative potrebbe essere un compito molto arduo, ma non sembra essere il caso per il Quintetto della Virginia, che torna a fare centro, un’altra volta. Pubblicato nel 2006, Sacrament si contende probabilmente la palma di miglior disco dei Lamb of God con il precedente Ashes of the Wake. Il quinto album si apre sulle note di Walk with Me in Hell, un atmosferico lead di chitarra attraversato dalle scariche di doppio pedale del “solito” Chris Adler. Quest’imponente introduzione fa spazio ad un brano serrato, ma più ragionato e strutturato rispetto alla media delle canzoni passate, che esplode nel bel ritornello marchiato dallo scream acutissimo e velenoso di . Ottima anche la prova della coppia Morton/Adler, mai così simbiotici e classicheggianti. La canzone è fresca, decisamente melodica per gli standard del gruppo, che aveva invero manifestato queste tendenze già in passato. Soprattutto, la prima traccia di Sacrament mette in luce un songwriting più sofisticato e oscuro rispetto alle prove precedenti.

8. Redneck
Non che la band abbia messo da parte la sua forza d’urto, come ci ricorda il primo singolo dell’album. Redneck rispolvera le vecchie e velenose influenze southern in un brano tiratissimo e strabordante di groove. La canzone ha anche fruttato ai Lamb of God una nomination ai Grammy del 2007, ulteriore segno del successo del disco, che ha venduto 63’000 copie nella prima settimana, diventando così l’album metal più venduto nel 2006.

9. Grace
La sesta traccia del nuovissimo Wrath, Grace, riassume le due principali tendenze presenti nell’album. Il brano si apre con un’inaspettata introduzione acustica, una delicata melodia tessuta dalle due chitarre. Tra i solchi del sesto album, il primo per Roadrunner, i Lamb of God piazzano qua e là alcuni momenti distesi, più presenti rispetto al passato, che danno al disco un tocco di freschezza. E la seconda tendenza? Una rinnovata scarica di violenza, che tocca livelli davvero intensi in certi episodi del lavoro, in netto aumento rispetto all’ultima uscita discografica. Tra queste due direzioni, la band di Richmond mantiene saldamente il proprio sound, divenuto ormai un marchio di riferimento. Basta questo per reinventarsi? Il verdetto di fan e critica è entusiasta, le vendite ancora una volta esaltanti (si parla di 68'000 copie vendute la prima settimana, più di 200'000 il primo anno). Wrath è infatti un album molto solido, forse però un po’ meno sorprendente della tripletta di dischi che l’ha preceduto. Vista la qualità dei suddetti, era anche difficile fare altrimenti.

10. King Me
Composto in parte già durante il tour di Wrath e uscito nel 2012, Resolution ne amplifica il carattere “sperimentale” (le virgolette sono d’obbligo), cristallizzato in una manciata di brani più che mai variegati. Se le tipiche fucilate “made in Lamb of God” non mancano, i Cinque battono per la prima volta anche altri sentieri. L’esempio più radicale lo si ritrova nella conclusiva King Me. Durante i primi due conturbanti minuti si alternano una tetra melodia di chitarra acustica, orchestrazioni e cori femminili, che fanno da tappeto al parlato di Randy Blythe. Entrano poi anche i classici strumenti, ma il synth riappare nei ritornelli. Un esempio certo non rappresentativo dell’intero lavoro, ma che mostra la grande distanza che esiste tra alcuni episodi della scaletta. Audacia o mezzo passo falso? Varietà o disordine? Al di là dei punti di vista, Resolution è sicuramente la prova meno brillante dei Lamb of God, il che resta molto relativo, visti i personaggi coinvolti e l’eccellenza dei lavori precedenti. Il settimo album del Quintetto soffre forse di qualche brano di troppo, ma resta un lavoro solido e forte di qualche episodio più che riuscito.

11. 512
27 giugno 2012, pochi mesi dopo l’uscita di Resolution. Arrivato coi compagni in Repubblica Ceca in occasione di un concerto, Randy Blythe viene arrestato dalla polizia locale. L’accusa è pesantissima: omicidio colposo. I fatti risalgono a due anni prima. Durante un’esibizione in un club di Praga, il singer avrebbe scaraventato giù dal palco uno spettatore 19enne, Daniel Nosek. Caduto di testa, il ragazzo morirà alcune settimane dopo a causa delle ferite. I report pubblicati nei giorni successivi dai media locali restituiscono l’immagine di un Blythe aggressivo e violento, intollerante verso i fan che salivano sul palco. Dal canto suo, il cantante parlò poi di una serata confusa, incandescente, con molta gente sul palco e nessuna misura di sicurezza. Considerato a rischio di fuga, Blythe rimane in custodia cautelare in una prigione di Praga per cinque settimane. Liberato su cauzione, il cantante ritorna in Repubblica Ceca all’inizio del 2013, per affrontare il processo. Il verdetto conferma i fatti, scagionando però Blythe a discapito degli organizzatori della data. A seguito di questi fatti, la band si ferma per un breve periodo.

VII: Sturm und Drang, l’ottavo album dei Lamb of God pubblicato nel 2015, è impregnato di questi fatti. Alcuni dei testi furono scritti da Blythe in prigione. E proprio l’esperienza del carcere è descritta in 512, titolo che fa riferimento al numero della cella dove il cantante è stato rinchiuso. Il brano è ragionato e atmosferico, particolarmente intenso. Il ritornello dipinge la tempesta di sentimenti che devono aver attraversato la testa del prigioniero: isolamento, senso di colpa, estraniamento, rabbia.

My hands are painted red
My future's painted black
I can't recognize myself
I've become someone else
My hands are painted red

Sofferto, vissuto, potente. VII: Sturm und Drang restituisce una band in forma strepitosa, che ritorna su livelli d’eccellenza dopo due prove (un po’) meno convincenti. Il sound è più maturo, più melodico, confermando su di un altro livello alcune intuizioni abbozzate in Resolution.

12. Still Echoes
La prigione di Pankrác, luogo di detenzione di Blythe, torna anche il Still Echoes, il primo singolo estratto da Sturm und Drang. Il brano, così come la maniera di affrontare il soggetto, sono molto diversi da quanto fatto su 512. Sul piano strumentale, la canzone è una fucilata clamorosa, uno degli episodi più sostenuti dell’album, una doccia fredda di ortodossia targata Lamb of God. A livello lirico, il focus si sposta dalla persona di Blythe alla prigione, o più precisamente a un macabro episodio della sua storia. Come spiegò poi lo stesso singer:

C'era una ghigliottina in fondo al corridoio, risalente a quando i nazisti gestivano la prigione. Dal 1943 al 1945 hanno giustiziato quasi 2’000 persone con quella ghigliottina, perché era meno costosa delle fucilazioni e più veloce dell'impiccagione. (…) Mi sedevo lì di notte e pensavo a tutti quei tizi a cui hanno tagliato la testa – uomini e donne – in quel posto non troppo lontano da me.

13. Gears
Un lungo periodo separa Sturm und Drang dal suo successore. Cinque anni inframezzati da un EP pubblicato per beneficenza e da un album di cover edito sotto il vecchio nome Burn the Priest, nel 2018. L’attesissimo nuovo inedito viene preceduto da un vero e proprio terremoto in casa Lamb of God. Nel luglio del 2019, Chris Adler annuncia la sua uscita dalla band. Questo cambio di line-up, il primo dal 2000, lascia i Quattro orfani di un batterista straordinario e di un membro fondatore. La ripartenza da questa cesura prende le sembianze di un decimo album, emblematicamente omonimo, pubblicato nel 2020. Più semplice, diretto e monolitico del predecessore, Lamb of God si pone a metà strada tra il passato e la maturità raggiunta, come testimonia il terzo brano Gears. La strofa rabbiosa aggredisce di petto l’ascoltatore con un riffing spezzato serratissimo, condito da un indiavolato Randy Blythe, prima di aprirsi in un refrain d’impatto, melodico senza essere innaturale. Il posto vacante dietro il drumkit è occupato da Art Cruz, che aveva già sostituito Adler dopo che questi si era dovuto fermare per via di un incidente motociclistico, nel 2017. Il verdetto? La prova di Cruz è impeccabile, l’album onesto e solido. I Lamb of God sono ancora in pista, ben determinati a mantenere il proprio meritato posto in cima alla piramide.



AL
Venerdì 17 Luglio 2020, 10.58.07
4
ottimo articolo di una buonissima band.
Griso
Venerdì 17 Luglio 2020, 9.58.35
3
Grazie dei commenti positivi, mi fa piacere che approviate la mia selezione! @Skull: i primissimi album sono molto più ruvidi dei successivi, personalmente mi piacciono per questo motivo, che però li rende anche più difficilmente digeribili. @Carlos: grazie del buon suggerimento, ne stiamo discutendo.
SkullBeneathTheSkin
Giovedì 16 Luglio 2020, 15.14.38
2
Complimenti @Griso: bell'articolo ed ottima selezione di brani... molto simile alla mia playlist... in particolare convergo sulla seconda parte della discografia mentre approfitterò delle tue indicazioni per riascoltare i primi lavori... i LOG sono una band ostica ed una chiave di lettura aiuta. Proprio in questi giorni, ascoltando il nuovo omonimo, constatavo che Gears è cresciuta ed emersa prepotentemente alla distanza e forse la parte meno riuscita è proprio il refrain.... musicalmente è molto bella, sopratutto il finale.
Carlos Satana
Giovedì 16 Luglio 2020, 8.59.05
1
Grande band, meritano tutto il loro successo. E buonissima selezione per conoscerli. Domanda/suggerimento: visti i mezzi di cui ormai disponiamo, non sarebbe il caso di aggiungere direttamente la playlist del fatal portrait all'interno dell'articolo?
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4) Nel 2011
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5) 2020, formazione attuale
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6) Blythe durante il processo a Praga, 2013
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7) La formazione classica sul palco, 2015
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