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SVNTH - Il settimo genocidio
14/09/2020 (781 letture)
Spring in Blue è il titolo del loro nuovo e terzo album, espressione di un post-black metal che incontra abilmente molteplici influenze stilistiche. Loro sono i romani SVNTH, già noti con il monicker esteso Seventh Genocide, e abbiamo avuto l’occasione di farci raccontare direttamente dalla band qualcosa sul disco appena uscito…

Annie: Ciao ragazzi, è la prima volta che vi ospitiamo nei nostri spazi, quindi benvenuti. Partirei subito con una domanda riguardante il nome della band: vi siete chiamati per anni Seventh Genocide e avete deciso di abbreviarvi in SVNTH di recente. A cosa dobbiamo questa scelta? Più in generale, invece, che significato ha il vostro nome?
SVNTH: La scelta di abbreviare il nome in realtà è un fattore puramente estetico e di presentazione, dato che per svariati motivi abbiamo ritenuto si addica meglio alla musica che facciamo rispetto al nome completo, che tuttavia rimane correttissimo per chiamarci e il suo significato continua a rispecchiare al 100% la band.
Approfondendo quindi il messaggio dietro al nome, il “settimo genocidio” è un concetto che abbiamo preso dal libro Il secolo dei Genocidi di Bernard Bruneteau, che appunto elenca sei genocidi come i più brutali del secolo scorso. Per noi il settimo è quello che l’uomo sta attuando nei confronti dell’ambiente che lo circonda tramite lo sfruttamento incontrollato delle risorse e la frenesia del sistema capitalista, che oltre al pianeta sta distruggendo anche l’essere umano in sé.

Annie: Dai vostri esordi coi demo e Breeze of Memories al nuovissimo Spring in Blue è rintracciabile un’evoluzione da gruppo black a sonorità post-black. Com’è avvenuto questo passaggio e quali sono le influenze individuabili nel vostro lavoro più recente?
SVNTH: Il fatto che la proposta sia partita da un black metal più tradizionale per poi venire contaminata da influenze esterne che giustificano il suffisso “post” è assolutamente vero, ma in realtà in Breeze of Memories la formula già non era più solamente black metal come nella fase dei demo.
Chiaramente da allora c’è stata un’evoluzione: se su Breeze of Memories si possono sentire rimandi a gruppi come Agalloch, Ulver, Alcest, Alda, Addaura, Deafheaven o Wolves In The Throne Room, negli anni abbiamo ampliato il nostro bacino di ispirazioni per coniare una formula sempre più personale ma che allo stesso tempo non negasse un sincero omaggio a gruppi e dischi a cui siamo legati. Ad esempio, sull’ultimo album, pur essendoci tutti i già citati, non possiamo negare le influenze di Swans, Godspeed You! Black Emperor, My Bloody Valentine, The Smashing Pumpkins, Liturgy, Krallice, Lycus, Asunder, Pelican, Fields of the Nephilim, The Cure, Diaframma e Klimt 1918, fra i vari.

Annie: Giungiamo per l’appunto a Spring in Blue, il vostro ultimo album uscito una manciata di giorni fa tramite Transcending Records. Il lavoro è riassumibile in sei tracce della durata totale di un’ora, con brani che arrivano alla soglia dei quindici minuti. È stato complesso giungere ad una quadra per pezzi sostanziosi come Chaos Spiral in Reverse e Sons of Melancholia?
SVNTH: In realtà no, come per tutti gli altri brani composti finora è stato un processo molto naturale. I due pezzi in particolare oltretutto hanno due storie diverse, sono stati concepiti in momenti diversi e sono differenti anche gli stati d’animo che li hanno ispirati. Inoltre, il discorso lunghezza è una componente con cui ci sentiamo assolutamente a nostro agio per via dell’approccio progressivo e concettuale che abbiamo nella stesura dei pezzi, complice anche la passione per certo progressive rock anni ’70 che ci accomuna (non neghiamo l’influenza dei dischi di PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Balletto di Bronzo, Le Orme, Pink Floyd, Rush, Jethro Tull e Genesis, per dirne solo alcuni). Chiaramente non partiamo con l’idea di voler fare brani lunghi a tutti i costi, dato che per alcune canzoni ci bastano tre minuti per dire tutto, mentre per altre sentiamo il bisogno di un minutaggio più consistente.

Annie: Collegandomi alla domanda precedente, come avete gestito le fasi di scrittura e realizzazione di Spring in Blue e quanto tempo vi ha tenuti impegnati tutto ciò?
SVNTH: Come tutti i nostri lavori, la scrittura avviene sempre in maniera prima indipendente e solo in un secondo momento collettiva. Ci sono brani che nella loro fase embrionale sono stati scritti interamente da Rodolfo e altri da Stefano e Jacopo insieme, sui quali in un secondo momento ha messo mano ognuno di noi dando il proprio tocco e stile alle parti del suo strumento. Riguardo al tempo che ci è voluto è difficile dare una risposta, dato che qualcosa nel cassetto del materiale e delle idee da utilizzare in futuro c’è sempre, e generalmente capiamo di avere fra le mani un disco ancora prima di decidere di farlo.

Annie: Che effetto fa aver registrato il disco ai The Thousand Caves di New York insieme a Colin Marston (Gorguts, fra gli altri)?
SVNTH: È stata un’esperienza fighissima e che ci ha arricchiti veramente tanto. Colin è da sempre un mito per noi, e oltre al semplice fatto che volevamo un disco che suonasse con il suo tocco, è stato davvero incredibile passarci insieme giornate intere e farci guidare da lui nella realizzazione del nostro lavoro. Fra l’altro, oltre ad essere un grande professionista, ci siamo trovati benissimo con lui anche dal punto di vista umano, e non è assolutamente un fattore da dare per scontato.

Annie: Per presentare Spring in Blue avete scelto uno dei pezzi più brevi del lotto, ovvero Wings of the Ark. Di cosa parla il testo e come descrivereste il brano musicalmente per chi ancora non l’ha ascoltato?
SVNTH: Concettualmente Wings of the Ark è il brano che riassume meglio le tematiche del disco, dato che si concentra su temi presenti in tutto l’album in maniera molto limpida.
Il testo del pezzo è un’ode alla nostalgia per i tempi spensierati di un’infanzia spezzata dall’arrivo improvviso di responsabilità più grandi di noi e dal primo contatto con la morte tramite la perdita di una persona cara.
È uno dei concetti che abbiamo preso dall’anime Digimon Tamers, insieme a quelli che riguardano la simulazione della vita artificiale e le conseguenze della tecnologia sull’essere umano. Siamo legati a questa serie sia per ricordi d’infanzia sia perché troviamo esplori tematiche che si addicono molto a un disco del genere; fra l’altro lo riteniamo davvero un piccolo gioiello che nonostante il retrogusto infantile e lo stile ormai datato ha poco da invidiare a mostri sacri del genere destinati a un target più maturo (è stata curata da Chiaki J. Konaka, già noto per il capolavoro Serial Experiments Lain col quale la serie ha punti in comune).

Annie: Come colleghereste il titolo del disco e il suo significato all’artwork, che dal suo canto risulta stilisticamente diverso da quelli dei vostri lavori passati?
SVNTH: Non ci sono collegamenti diretti tra il titolo e la cover art in realtà. L’artwork è appunto ispirato da Digimon Tamers ed è stato disegnato da Ruben Sawyer, mentre il titolo è un collegamento fra un colore come il blu, che riassume nell’immaginario collettivo un certo tipo di stato d’animo, e la stagione della primavera, che per diverse considerazioni personali è ugualmente associabile a quelle sensazioni.

Annie: Come reputate che sia, ad oggi, la scena post-black romana e cosa significa essere al giorno d’oggi una band post-black della Capitale?
SVNTH: Ad oggi in realtà non ci piace moltissimo far parte di un genere specifico, sicuramente la definizione di post-black metal a cui tenevamo di più qualche anno fa per descrivere la nostra musica è corretta, ma preferiamo essere associati di più ad una formula personale che a una scena o a un’etichetta. Per farla breve preferiamo essere un gruppo come gli Swans, gli Agalloch o i Mastodon, che hanno uno stile tutto loro, che essere semplicemente uno dei tanti gruppi post-black metal che riproduce bene le stilistiche del genere.
Detto questo, a Roma i gruppi che suonano come noi sono ben pochi e di conseguenza non c’è un enorme seguito per il black metal contaminato. Per citarne alcuni, però, non possiamo tralasciare i nostri carissimi amici Dreariness che si possono senz’altro inquadrare nel post-black, ma anche loro come noi preferiscono plasmare una formula originale, che per altro di disco in disco sta funzionando sempre meglio. Anche i Kleptocrazia sono degli amici e, sebbene abbiano cominciato da poco e non abbiano rilasciano nulla, meritano di essere menzionati se si parla di post-black metal di Roma.
Detto questo, proprio per la mancanza di una scena, spesso veniamo accostati al giro hardcore punk col quale condividiamo l’etica, la filosofia e il modo di concepire la musica; ma anche a gruppi gothic doom come Shores of Null, Novembre o Ars Onirica, con i quali condividiamo le atmosfere malinconiche; o a gruppi post-rock o shoegaze come Klimt 1918 o Divenere, con i quali condividiamo un altro tipo di atmosfere che incorporiamo ugualmente; o infine a progetti più estremi come Bedsore e Thecodontion, con i quali condividiamo l’attitudine concettuale e astratta (oltre ad alcuni membri del gruppo).
In generale, comunque, ci piace essere associati e suonare con gruppi anche molto diversi fra loro ed essere ritenuti interessanti da fan base molto differenti.

Annie: Una domanda che esula dal disco nuovo… lo scorso anno avete pubblicato il vostro primo live album Live in Berlin 2018. A distanza di tempo, come reputate che sia andato questo esperimento discografico? Lo rifareste?
SVNTH: Certo, perché no? Ci siamo sempre trovati molto a nostro agio con la dimensione live fin da quando si è instaurata la formazione attuale. Abbiamo sempre curato molto i nostri suoni e tendiamo a preferire l’impatto che abbiamo in sede live rispetto a quello in studio, al punto che abbiamo scelto di registrare Spring in Blue dal vivo anziché uno strumento alla volta come nei lavori precedenti. Basta fare un confronto tra i brani del live album e la loro versione studio per notare quanto siano più coinvolgenti e devastanti.

Annie: A causa del periodo particolare in cui ci troviamo, molte band (sia tra i nomi noti che tra quelli emergenti) si stanno affidando ai concerti streaming per promuovere le nuove uscite -e, perché no, per far entrare qualcosa nelle proprie casse. Avete valutato l’opzione dei live streaming oppure tornerete dal vivo appena possibile? Avete già qualche show in programma?
SVNTH: Per ora stiamo cercando di capire quando potremmo organizzare un release party per Spring in Blue a Roma con l’idea di farlo il prima possibile. Parallelamente stiamo cercando di portare il disco nuovo dal vivo anche in altre città italiane per il periodo di gennaio/febbraio, sperando che la situazione sanitaria sia più tranquilla; anzi, cogliamo proprio l’occasione per invitare eventuali promoter non di Roma a scriverci qualora fossero interessati ad ospitare il nostro show.

Annie: Molto bene ragazzi, le mie domande sono terminate. Grazie mille per la disponibilità e un grosso buona fortuna per questo Spring in Blue. Ora è giunto il momento che più preferisco: sentitevi liberissimi di aggiungere qualsiasi cosa vogliate per concludere l’intervista…
SVNTH: Grazie mille per l’intervista e per aver dato sempre spazio su Metallized al nostro nome tramite recensioni, notizie e segnalazione dei nostri concerti nel corso anni.



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