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05/11/20
W.A.S.P. (CANCELLATO)
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FATAL PORTRAIT - # 41 - Deftones
02/10/2020 (667 letture)
Da riluttanti co-pionieri del nu metal ad alfieri di una delle migliori espressioni della sfera alternative, sempre in bilico tra atmosfere sognanti e aggressività tipica del metallo pesante. Il lungo viaggio dei Deftones inizia nel 1988 alla C.K. McClatchy High School, istituto di Sacramento frequentato da Camillo Wong Moreno, Abe Cunningham e Stephen Carpenter, tre ragazzi legati dall’amore per lo skateboard e dalla passione per la musica. Dopo le prime jam nel garage di Carpenter e alcuni cambi di formazione, la line up si stabilizza definitivamente nel 1993 e di lì a poco il gruppo attira le attenzioni degli scout della Maverick ottenendo la fatidica firma del contratto grazie ad uno showcase privato di fronte al co-fondatore Freddy DeMann e all’A&R Guy Oseary. Come si suol dire, il resto è storia ed è ora giunto il momento di ripercorrere l’intera carriera della band, costellata di numerosi successi e consensi eppure scossa a più riprese da problemi interni, dipendenze e da una sorte maligna che si è portata via il grande Chi. Non è semplice farlo in sole quindici tracce, ma la suddivisione operata tra “i classici” e scelte più ardite spero possa servire ad apprezzare al meglio il multiforme universo sonoro del combo californiano.

1. Bored
Cominciamo sfatando subito un mito: no, (Like) Linus non è un album autoprodotto, è solo un bootleg che raccoglie parte della produzione pre-contratto. I primi veri vagiti discografici sono due demo del ’92 e uno del ’93, lavori accomunati da un’acerba commistione di post-hardcore, alternative rock e parentesi rap. Entusiasti per essere stati scritturati da una prestigiosa label, i ragazzi sono pronti per registrare il disco d’esordio e si recano al Bad Animals Studio di Seattle con il produttore Terry Date, già all’opera con mostri sacri come Pantera e Soundgarden. Il risultato è Adrenaline (uscito nell’ottobre del ’95), album che fotografa appieno la giovane età e l’inesperienza del gruppo, paragonabile ad un torrente impetuoso che demolisce argini e travolge ogni cosa davanti a sé. I brani sono un assalto all’arma bianca senza compromessi, senza orpelli, delle autentiche scariche di energia grezza che arrivano dritte in faccia all’ascoltatore. I riff affilati come lame delle sei corde di Carpenter, i tempi dispari della batteria di Cunningham, il basso corposo di Cheng e poi lui, Chino Moreno, camaleontico vocalist capace di destreggiarsi senza problemi tra scream rabbiosi e soffuse melodie, vero trademark del Deftones sound. Bored, opener e secondo singolo estratto, esemplifica bene queste caratteristiche introducendoci in un’atmosfera cupa e paranoica dominata dagli ossessivi riff sadicamente reiterati da Carpenter. Su questo tappeto di chiodi fa il suo ingresso il singolare timbro di Chino, alternante strofe pacate a refrain marchiati da urla intense e strazianti. Le liriche ereditano in parte il malessere esistenziale tipico del grunge, trattando in questo caso di una noia fatale ed alienante che imprigiona la mente, debilitata e cieca ai richiami del mondo reale.

I get bored
I get bored
I’m bored


2. Engine No. 9
Adrenaline è un magma ribollente di frenesia, smania e irruenza (visto dove è stato registrato c’è chi direbbe “Smells Like Teen Spirit”…) percepibili attraverso ogni traccia, dall’aritmia di Minus Blindfold alla veemenza di Nosebleed e Root passando per le profanità un po’ infantili di 7 Words. In mezzo a quest’orda caotica si staglia alla grande Engine No. 9, bomba post-hardcore esaltata dalla perfetta mutualità di chitarra e batteria e dalla prova di Chino che qui si cimenta con taglienti strofe rap. Il suo flow, non essendo un MC di professione, non eccelle a livello tecnico ma è tremendamente efficace nell’alimentare la foga del complesso, davvero adrenalinica come il titolo del disco. Passiamo ora alla questione spinosa che molti stavano aspettando: è possibile definire l’esordio dei Deftones come apripista in seconda del nu metal? Si, no, ni? Rispetto all’omonimo dei Korn di un anno prima le differenze non mancano: due chitarre a sette corde contro una a sei, batteria sincopata di chiara ispirazione funk contro una granitica e più ragionata e basso funky slappato sempre in primo piano contro uno sì robusto ma più amalgamato con gli altri strumenti. D’altro canto, certe somiglianze sono ravvisabili nel look sportivo preso dall’hip-hop, nell’uso di differenti stili vocali all’interno delle singole canzoni, nell’assenza di assoli e nelle liriche fortemente introspettive e autobiografiche. Sono dunque post-hardcore memori di una certa sensibilità emotiva alla Fugazi o sono a tutti gli effetti co-fondatori del nu metal? Il dibattito resta aperto ma verso la seconda opzione sembrano far propendere la presenza di un DJ (Frank Delgado) in due tracce e soprattutto quella di Ross Robinson che timbra il cartellino nella ghost track Fist. Ai posteri, o meglio ai lettori, l’ardua sentenza.

‘Cause no one else wants to watch when they burn
Now cum and come see you fuckin’ whore


3. My Own Summer (Shove it)
Nonostante l’impegno profuso, Adrenaline si rivela un mezzo flop di vendite e solo i continui live e il conseguente passa-parola permettono di raggiungere le 200.000 copie. È nel ’96 che i nostri ricevono i primi assaggi di notorietà (la b-side Teething è nella soundtrack di The Crow: City of Angels e Chino è ospite dei Korn in Life is Peachy) e così, ancora più determinati, si recano nuovamente a Seattle, stavolta allo Studio Litho, per registrare il secondo album prodotto sempre da Terry Date. Around the Fur esce a due anni di distanza esatti dal predecessore ed è subito evidente la maturazione artistica del gruppo, già a partire dalla devastante canzone d’apertura. My Own Summer (Shove it), singolo uscito nel dicembre ’97, è la prima hit e ottiene da subito il favore delle radio e di MTV grazie allo splendido videoclip con tanto di squalo killer. Il brano è sorretto dagli ipnotici e portentosi riff delle sei corde, splendidamente coadiuvati da un basso pulsante sottotraccia e da una batteria che picchia duro ma sa anche rallentare al momento giusto. Chino non perde la grinta adrenalinica e sfodera una prestazione impeccabile fatta di sussurri, melodie e scream ruvidi. Il testo pare sia ispirato al fatto che il frontman registrava le tracce di notte e dormiva di giorno, disturbato però dall’eccessiva luce che entrava dalle finestre e gli bruciava gli occhi.

The shade is a tool, a device, a savior
See I try and look up to the sky
But my eyes burn


4. Lhabia
Around the Fur è un album meraviglioso e non è cosa di poco conto scegliere un brano piuttosto che un altro. La dark wave di Mascara, la tellurica title-track, la furia di Rickets e Lotion, il nu metal duro e puro di Headup o l’intrigante MX con la sexy voce dell’allora signora Cunningham. Tra le tante perle c’è Lhabia, storpiatura del termine indicante una parte dell’organo di riproduzione femminile. La seconda traccia testimonia chiaramente quanto la band sia migliorata rispetto all’acerbo debutto: i riff di Carpenter non hanno perso un grammo della loro potenza ma ora risultano più curati e variegati mentre la sezione ritmica spinge, pressa e manovra gestendo i tempi con invidiabile controllo. Difficile trovare gli aggettivi con cui incensare Chino, spaziale nel passare con disinvoltura da strofe digrignate alla Max Cavalera periodo Roots (Lookaway) a refrain squarciati da melodie suadenti. Le liriche trattano ancora una volta il tema della noia, nemica infida da annientare con ogni mezzo a disposizione, che sia la droga, la dipendenza che ne deriva, o il sesso poco importa.

Dying of boredom
I’ll try it all


5. Be Quiet and Drive (Far Away)
Se le vendite questa volta arridono al gruppo (43.000 copie nella prima settimana e disco d’oro nel ’99) il merito, oltre che del primo singolo e del malizioso artwork ritraente una giovane ragazza fotografata ad un party a Seattle, spetta a Be Quiet and Drive (Far Away), secondo e ultimo estratto uscito nel marzo del ’98. Il drumming metronomico e i riff compatti ma al contempo eterei accompagnano degnamente il vocalist, pronto a trascinare l’ascoltatore in un turbine di sensazioni contrastanti quali malinconia, rimpianto e una forte voglia di lasciarsi tutte le negatività alle spalle. Ispirandosi a Never Let me Down Again dei Depeche Mode, Chino racconta quanto sia stretta la morsa delle sue insicurezze, derivanti da angosce personali o da complicati rapporti con le altre persone. L’unica maniera per evitarle sembra quella di partire ed allontanarsi il più possibile, non curandosi di eventuali accompagnatori o della meta, purché quest’ultima sia lontana dalla città senz’amore e dai problemi irrisolti.

Far (away)
I don’t care where, just far (away)


6. Change (In the House of Flies)
Il biennio 1998-1999 vede il gruppo impegnato in numerosi tour, su tutti il Warped e l’Ozzfest ma non Woodstock ’99, divenuto nel tempo il simbolo del potere mainstream del nu metal. Decisi a smarcarsi da un’etichetta ingombrante che non li rappresenta, con il fido Terry Date i nostri si mettono al lavoro al Record Plant Studio di Sausalito (California) per sfornare il disco definitivo capace di elevarli al di sopra dell’insulsa plebaglia rap metal che intasa le classifiche americane. Con Chino ora anche chitarrista e con l’ingresso in pianta stabile del DJ Frank Delgado, fino ad allora collaboratore esterno, il nuovo album inaugura una nuova fase stilistica in cui vengono esplicitate le diverse influenze del complesso, dalla new wave anni’80 alla psichedelia fino al trip hop, pur senza rinnegare la potenza tipicamente alternative metal dei dischi precedenti. Change (In the House of Flies), primo singolo subito in heavy rotation sia in radio sia su MTV, è una sorta di ballad che solo un gruppo speciale come i Deftones poteva scrivere. Corredata da un videoclip decadente che non sarebbe dispiaciuto a poeti come Verlaine, Rimbaud o Huysmans, la traccia, grazie anche agli effetti elettronici del nuovo arrivato, immerge chi ascolta in un’atmosfera languida contraddistinta dalla voce magnetica di Chino che esplode nell’arioso refrain, ad ogni concerto cantato in piena simbiosi con i fan adoranti. Il testo si presta a varie interpretazioni, dall’assuefazione agli stupefacenti ai rimpianti del vocalist per una relazione disfunzionale con una ragazza, prima vittima degli abusi dell’amato e poi “farfalla” in grado di spiccare il volo con le sue nuove ali.

I watched a change in you
It’s like you never had wings
Now you feel so alive
I have watched you change


7. Digital Bath
White Pony (termine slang per cocaina) è un successo istantaneo di pubblico e critica ma è anche la prima causa di attriti, in particolare tra Chino e Carpenter a proposito della direzione del nuovo sound, inizialmente ritenuto troppo morbido dal chitarrista. Come se non bastasse, i vari membri cedono all’uso di stupefacenti e la label impone un secondo singolo di stampo rap metal per aumentare le vendite. Il cantante, infastidito, scrive in un’ora il testo di Back to School (registrata in un giorno) per dimostrare quanto fosse facile e banale realizzare quel genere di canzoni “fatte con lo stampino”. Di tutt’altro spessore è Digital Bath, singolo promozionale avvolto da una dolce aura trip hop dispensata dall’ottimo lavoro di Delgado, DJ che agli scratch preferisce le tastiere e i campionamenti per ampliare con sfumature elettroniche lo spettro sonoro del gruppo. Il brano, dal mood romantico contornato dai picchi vocali di Chino nei refrain, in realtà dispensa uno dei testi più crudi e scioccanti mai scritti dal frontman, avente come argomento la fantasia perversa di folgorare una ragazza con un congegno elettrico dentro una vasca da bagno.

You make the water warm
You taste foreign
And I know you can see
The cord break away


8. Passenger
La classica ciliegina sulla torta. Così potrebbe essere definita Passenger, summa del disco e per molti dell’intera discografia del gruppo. Con sua maestà Maynard James Keenan ospite e co-autore del testo, i Deftones regalano un’interpretazione toccante, suggestiva e onirica, assimilabile ad un’onda sinusoidale di emozioni che fanno breccia nel cuore e nell’anima. Ricche di immagini metaforiche e volutamente ambigue, le liriche sono incentrate ancora una volta sul tema del viaggio senza una destinazione precisa, dove la strada percorsa è solo un mero espediente per vivere al massimo sentimenti anche contraddittori tra loro ma che riescono a farti sentire vivo e senza restrizioni, come se il passeggero affidasse la propria esistenza al guidatore. Ad un livello più prosaico si potrebbe leggere il tutto in chiave esplicitamente erotica, dove è il sesso la molla che spinge gli individui nell’abitacolo a compiere un lungo tragitto per soddisfare appieno e più volte il desiderio fisico. Semplicemente perfette le prove dei due vocalist, impreziosite da intrecci da brivido, e del reparto strumentale, abile ad assecondare i diversi stati d’animo che si susseguono attraverso accelerazioni e delicati rallentamenti che paiono ricalcare l’andamento dell’immaginario veicolo.

Roll the window down
This cool night air is curious
Let the whole world look in
Who cares who sees anything?
I’m your passenger


9. When Girls Telephone Boys
Dopo i fasti di White Pony per la band inizia un periodo durissimo fatto di incomprensioni reciproche, dipendenze (Chi dalle droghe, il cantante da alcol e speed) e forti contrasti con Terry Date, furibondo per la lentezza nella composizione del nuovo materiale. Questo clima di tensione ben si riflette nell’album omonimo uscito in quel 2003 funesto per il nu metal, a cui i nostri a sorpresa si riavvicinano in parte mediante la scelta di Carpenter di suonare una chitarra a sette corde, da sempre simbolo degli amici/rivali Korn. Deftones è un album “bipolare”, diviso tra una ferocia che ricorda il debutto e nuove sperimentazioni che si addentrano in lidi trip hop e shoegaze, il singolo Minerva su tutti. La frustrazione dei vari membri è ben illustrata dall’acida When Girls Telephone Boys, traccia in cui Chino si sfoga plasmando urla ferine e di rara violenza (vicine a certi frangenti estremi dell’emocore e quasi alla soglia dello screamo) assistito da una sezione ritmica martellante e dai riff ribassati della chitarra in puro stile nu metal nei refrain.

But don’t speak, don’t say nothing
In case we ever should meet again
There are some things wrong with you
I hope we never do meet again


10. Beware
A metà anni ’00 l’aria in casa Deftones diventa irrespirabile: la separazione con lo storico produttore Terry Date, il feeling che non sboccia con Bob Ezrin e l’insofferenza nei confronti di Chino, in ginocchio per il divorzio e il continuo abuso di stupefacenti. La sua dipendenza da speed ostacola le registrazioni del nuovo album e, dopo estenuanti sessioni andate a vuoto, il frontman sceglie di dedicarsi all’esordio del suo side-project Team Sleep (uscito nel 2005) rischiando come mai prima d’ora il licenziamento e il conseguente addio al gruppo. Saturday Night Wrist, uscito nell’ottobre 2006, ovviamente risente di tutte le problematiche raccontate ed è considerato il lavoro meno riuscito della carriera, diviso com’è tra aggressività senza sbocchi (Rapture, Rats!Rats!Rats!), episodi impalpabili (Mein) o monotoni (Rivière). Le tracce migliori sono quelle che più risentono dell’influenza dei Team Sleep e del loro post-rock mischiato a trip hop, dream pop e shoegaze e a splendere in mezzo a tante ombre si trova Beware, avvolta dalle calde tastiere di Delgado e dal timbro soffuso del singer. L’atmosfera malinconicamente sognante serve a quest’ultimo per rivolgere un accorato appello contro sesso, droghe e alcol, i tre demoni che lo hanno attanagliato negli ultimi difficili anni.

Do you like the way the water tastes?
It’s like gunfire


11. Diamond Eyes
Stabilito faticosamente un equilibrio, ecco che sul gruppo si abbatte una tragedia immensa: nel settembre 2008, Chi è vittima di un pauroso incidente in auto e sprofonda in un coma da cui non si riprenderà mai. Sconvolti, gli altri componenti lasciano da parte il progetto Eros cui stavano lavorando, reclutano l’ex Quicksand Sergio Vega e in appena due mesi, supervisionati da Nick Raskulinecz, sfornano Diamond Eyes, da loro stessi definito un incrocio tra Around the Fur e White Pony. Animato da un ritrovato spirito d’intesa, il disco in parte accantona le sperimentazioni dei due lavori precedenti e propone una versione aggiornata di quel calibrato mix di impetuosità metal e cullanti melodie che ha fatto innamorare migliaia di persone in tutto il mondo. I brani scorrono fluidi e compatti tra episodi più energici (CMND/CTRL, Rocket Skates) ed altri più sensibili (la dolcissima Sextape), tutti accomunati dai refrain stellari di un Chino davvero in forma smagliante. L’opener mantiene le promesse pre-pubblicazione e vede tornare i Deftones ai massimi livelli grazie ad un sound massiccio rinforzato dalla nuova chitarra a otto corde di Carpenter e alle emozionanti armonie vocali del frontman. Commovente l’arioso ritornello teneramente dedicato, come molte delle tracce qui presenti, all’amico di una vita Chi al quale va la promessa di vicinanza, sostegno incondizionato e amore fraterno da parte di tutti i compagni.

Time will see us realign
Diamonds rain across the sky
Shower me into the same realm


12. No Ordinary Love//Simple Man
Rinfrancati dal successo di Diamond Eyes, è il momento di un po’ di relax e di dar spazio ai progetti collaterali, tra cui i validissimi Crosses di Chino mescolanti elettronica, dark wave, dream pop e un’estetica witch house. Per i fan della casa madre esce nel 2011 Covers, raccolta di reinterpretazioni in gran parte già presenti nella chicca B-Sides and Rarities del 2005. Ad essere omaggiati sono i principali ascolti adolescenziali del cantante (The Cure, Duran Duran, The Smiths), ma a colpire maggiormente -perlomeno a mio gusto personale- sono due tracce su tutte. La prima è No Ordinary Love, elegante, sofisticata e sensuale come l’originale della band capitanata da Sade Adu e la seconda è Simple Man, canzone che non ha certo bisogno di presentazioni e che rientra di diritto tra i capolavori dei Lynyrd Skynyrd. La performance vocale lascia semplicemente senza parole: intensa, profonda e velata da una sottile patina di malinconia anche se la cosa più sorprendente è apprendere che il brano è stato registrato prima di Adrenaline, quando il nostro aveva solo diciassette anni.

I gave you all the love I got Baby, be a simple kind of man
I gave you more than I could give
Oh won’t you do this for me son, if you can?


13. Tempest
Lo stato di grazia prosegue nel 2012 con il settimo album di inediti Koi No Yokan, traducibile dal giapponese all’incirca con “premonizione di un amore”, ovvero quella strana avvisaglia che dentro di noi ci fa capire che si instaurerà una forte chimica con una persona, anche se solo incrociata distrattamente in un angolo trafficato della città. Musicalmente, a differenza del predecessore, l’ago della bilancia vira verso una preponderanza della componente melodica capace di toccare direttamente le corde della nostra anima tanto risulta etereo il timbro di Chino. Tale dolcezza è però come al solito contemperata dai possenti riff delle otto corde, dalla corposa sezione ritmica e dal surplus elettronico fornito da Delgado e la somma di tali elementi fa sì che il disco si configuri come un avvicendarsi ininterrotto di stati d’animo cangianti e percezioni sonore che vibrano sotto pelle. Ogni brano propone una sfumatura sensoriale differente e, se il gioco è quello di sceglierne uno solo, allora vada per Tempest ma davvero molti meriterebbero almeno una citazione, Rosemary ed Entombed in primis. La settima traccia parte delineando un’atmosfera ammaliante grazie ai morbidi sintetizzatori e all’ugola diafana di Chino, poi la calma apparente viene lacerata dalla chitarra e anche il registro vocale si fa più teso e inquieto. Il testo di questa cavalcata post-metal sembra tratteggiare lo scenario che si verificherà il 21/12/12, giorno in cui gli antichi Maya hanno profetizzato la fine del mondo a noi conosciuto.

Turning in circles, been caught in a stasis
The ancient arrival cut to the end
I’d like to be taken, apart from the inside
Then spit through the cycle right to the end


14. Phantom Bride
Venuto a mancare Chi, serve tempo per riprendersi ed elaborare il lutto ed è per questo che Gore arriva solo nel 2016, a ben quattro anni di distanza da Koi No Yokan. A livello stilistico il disco continua il percorso di allontanamento dall’alternative metal e si avventura sempre più nei territori post- colonizzati dai side project di Chino, i già citati Crosses e soprattutto i Palms con tre membri degli ormai sciolti Isis. Il nuovo lavoro si presenta variopinto e leggiadro come i fenicotteri dell’artwork, diviso tra brani estatici (Prayers/Triangles, Hearts/Wires, Rubicon) e parentesi più muscolari (Doomed User palesa l’amore di Carpenter per i Meshuggah), seppur sia ravvisabile un certo calo qualitativo e di ispirazione nella parte centrale. Non delude invece la tanto attesa Phantom Bride, semi-ballad intrisa di un delicato e perturbato romanticismo in cui l’atmosfera cullante generale è scossa da un’irrequietezza sottostante. Il tocco in più è sicuramente dato dall’ospite Jerry Cantrell, voce e chitarra degli Alice in Chains che impreziosisce la composizione con un assolo coinvolgente, emozionante e pienamente in linea con il mood sofferto della traccia. Il soggetto delle liriche è una sposa fantasma, immagine metaforica di una persona che, a causa delle dipendenze, ha progressivamente perso contatto con la realtà sprecando la propria vita nella ricerca di quei veleni ormai padroni della sua mente, del suo corpo e del suo spirito.

Waste your life
Attached to this poison
You will drain all of you


15. Ohms
Il nostro lungo viaggio si conclude nel 2020, anno denso di ricordi e celebrazioni per il combo di Sacramento (i venticinque anni di Adrenaline, i venti di White Pony e i dieci di Diamond Eyes). Per festeggiare al meglio, il nono album in studio si fregia del graditissimo ritorno di Terry Date, l’amato producer che mancava dai tempi dell’ancora non pubblicato Eros. Il nuovo Ohms (l’unità di misura della resistenza elettrica) simboleggia, a detta del vocalist, l’alterno equilibrio della band, identificabile nel fecondo scontro tra yin (la parte più metal-oriented) e yang (la componente melodica). Tale dualità effettivamente si riscontra lungo tutto il full-lenght (dalle granitiche Urantia, Radiant City, Headless si passa alle soavi Ceremony e Pompeji con tanto di campionamento dei versi dei gabbiani) e perfetto vessillo è la traccia omonima, posta in chiusura e primo singolo estratto. Ohms ripropone magnificamente l’armonia dei poli opposti insita nel gruppo, con gli spessi riff della nuova chitarra a nove corde di Carpenter a creare un roccioso tappeto sonoro per le inconfondibili melodie di Chino come sempre ariose, trascinanti e fortemente suggestive. Il testo è impregnato di un certo pessimismo nel vedere il nostro pianeta sconvolto dai cambiamenti climatici eppure il messaggio finale è quello di non abbattersi e di continuare a lottare, proprio come hanno sempre fatto i Deftones, pronti anche in questo decennio a lasciare il segno e ad aggiungere nuovi significativi capitoli alla loro splendida e longeva carriera.

Yeah, time won’t change this
This promise we made
And time won’t change this
We shall remain



SkullBeneathTheSkin
Venerdì 16 Ottobre 2020, 10.18.25
12
@Indigo: non servono scuse, tranquillo, nemmeno io sono stato troppo tenero. Acqua passata, spazio alla musica!
Indigo
Giovedì 15 Ottobre 2020, 14.08.06
11
@Skull, intanto grazie per i complimenti sull'articolo: ho passato settimane intere ad ascoltare i deftones e sapere che è piaciuto a qualcuno è una grande soddisfazione. Nell'occasione, anche se sforo in OT, vorrei dire che mi spiace per il nostro "battibecco " sotto la notizia dei fear Factory. In effetti rileggendo quanto avevo scritto mi ero espresso proprio male (il nu è certamente il mio sottogenere preferito ma di certo non ascolto solo quello e basta vedere la mia pagina profilo: al momento su 13 recensioni una sola è nu...). Detto questo passo al gruppo: su 7 words ero indeciso se metterla ma poi ho optato per bored che banalmente mi piace di più. Sulla voce di chino che dire, è davvero particolare e giustamente c'è a chi non piace; personalmente ritengo sia ottima se coniugata con una strumentale metal mentre nei progetti paralleli tipo i palms anche io ho fatto fatica ad ascoltare l'album per intero. Lui un cantante sopravvalutato? Mm questa è difficile...se devo fargli una critica, più che sulla sua bravura, la farei sul suo atteggiamento: molto snob, specie in tutte le dichiarazioni del tipo " non siamo mai stati nu metal, non siamo mai stati metal" come a dire che loro sono sempre stati ad un livello più alto degli altri e che non gradiscono essere accostati alla "massa". Ecco questo atteggiamento elitario mi ha spesso infastidito ma che lui sia un grandissimo cantante non lo metterei in dubbio. Almeno questo è il mio pensiero
SkullBeneathTheSkin
Lunedì 12 Ottobre 2020, 22.03.00
10
Da Adrenaline avrei citato anche la celeberrima 7words, ma credo anche io che il vero vertice sia EngineN9. In effetti, col senno di poi, un po' acerbo lo era il debut... all'epoca fu messo sullo stesso piano di quello dei Korn, complici forse i rispettivi video in rotazione contemporanea. Around the fur ha un livello medio piuttosto buono, ha una certa compattezza pur nel suo essere morbido... anche troppo, volendo: non è questione di chitarre se il cantato comincia ad essere un sussurro che ti alita fastidiosamente umido nelle orecchie... e questa sensazione, imho, trova la sua massima espressione in Change.. bestia che fastidio! Concordo che Digital Bath meriti una menzione ma se White Pony non contenesse quella gemma di Passenger, imho sarebbe poca cosa.... e per me, qui, finiscono i Deftones. Ho provato ad ascoltare ancora l'omonimo del 2003, senza comprarlo ma non mi ha preso. Nel frattempo avevo rivenduto sia ATF che WP tenendo solo Adrenaline che ho ancora oggi. Purtroppo non mi piace il loro percorso evolutivo sin da quando è cominciato, con il secondo album in pratica. Vorrei dire che mi piacerebbe provare a seguire le indicazioni dell'ottimo articolo di @Indigo per provare a recuperarli... purtroppo so già che non lo farò. Addirittura mi è venuto in mente la comparsata di Chino su Life Is Peachy e voglio sfidare chiunque a dire che sia vagamente riconoscibile, prima ancora che memorabile. Sopravvalutato? Boh, non so. Esistono ovviamente anche i gusti personali, con quei sussurri umidicci mi hanno addormentato davvero in fretta...
L'ImBONItore
Lunedì 12 Ottobre 2020, 20.13.54
9
Si figuri ! Inoltre vorrei segnalare anche un altra band sottovalutata di quel filone, i Chapterhouse e il loro album Whirphool. Eeeee li sci sono canzoni degne di ascolto come Breather, Pearl, Treasure eeee April. Caghi saluti!
Indigo
Lunedì 12 Ottobre 2020, 17.18.40
8
@Imbonitore, il suo ultimo commento capita, come si dice, a fagiolo perchè proprio in questi giorni mi sto dedicando per una futura recensione allo shoegaze. Grazie per la segnalazione di questi due gruppi, non mancherò di ascoltare qualcosa di entrambi
L'ImBONItore
Venerdì 2 Ottobre 2020, 20.54.55
7
Sciao, volevo aggiungere che eeee secondo me tra le influenze non dichiarate della band sci sono anche i Catherine Wheel e gli Swervedriver. Entrambi nei primi anni 90 proposegho uno shoegaze molto maschio ed energico, sempre sognante ma con i muscoli. Per me li eeeee haaanno ispirati. Ascoltateli
Indigo
Venerdì 2 Ottobre 2020, 20.15.04
6
Ah ah sto male, hai addirittura cambiato nickname Si anche per me i più belli sono adrenaline e around the fur (di quest'ultimo le avrei messe tutte ma mi sono trattenuto). Sul fatto che siano nu metal o no ricorderai di sicuro che il nostro amato Iannini nel descriverli utilizza il termine (post) hardcore e anche emocore nel trattamento delle chitarre e della voce. Per me, come scritto nella parte di engine n.9, un po' il dubbio rimane perchè davvero sono tante le differenze con i korn..comunque adrenaline può esser visto come una fase ancora embrionale del nu (siamo nel '95 dopotutto) con forti infussi post-hardcore mentre around the fur è il più nu metal di tutti mentre da white pony direi che sono pienamente alternative e lo saranno sempre finendo poi addirittura per avvicinarsi al post metal
I Deftones non sono mai stati NM
Venerdì 2 Ottobre 2020, 19.07.27
5
chiariamo subito, sono NM Head in incognito, perchè quando si parla di Deftones non si può nominare quella parola... anzi tu Indigo non so che coraggio hai avuto ad accostarla a questo gruppo troppo superiore per far anche solo minimamente parte di quella becera paccottiglia... tornando a noi, io ho adorato e adoro "Around the fur", ma mi piace molto anche "Adrenaline", e sono sostanzialmente d'accordo con te nella scelta delle canzoni di quegli album... il resto lo conosco meno, ma qualcosa ho ascoltato, anche dell'ultimo, che a quanto pare non riscuote molto entusiasmo, visto anche la recensione appena pubblicata... emozioni forti da questo gruppo, e dalla particolare voce di Camillo, e massimo rispetto perchè oltre a quello sanno anche picchiare di brutto in diversi frangenti...
Indigo
Venerdì 2 Ottobre 2020, 18.32.28
4
Ciao Rob! Guarda faccio una piccola confessione: io sono sempre stato un korniano "radicale" e fino a poco fa non riuscivo a capire come mai in ogni angolo del web (siti, forum, fanpage ecc.) quasi chiunque esaltasse i deftones. Intendo mai una critica, mai un qualcosa da rimproverargli e questo mi irritava molto pensando al contrario ai massacri a cui sono stati sottoposti i Korn. Perciò mi sono detto: e se adesso mi ascoltassi l'intera loro discografia? Mai altra idea fu più giusta: sono davvero una band incredibile, potente, emozionante, sensiblie, ombrosa, malinconica, sognante e potrei continuare all'infinito. Ogni album ha una storia diversa, un mondo fatto di sensazioni cangianti e variopinte e dunque mi sono dovuto ricredere e mettere da parte ll'immotivata antipatia che nutrivo nei loro confronti. Come per i Bizkit, anzi molto di più, ti consiglierei di dargli un'altra chance: magari solo qualche traccia al giorno dopo gli ascolti che ti sei già prefissato, secondo me non te ne pentirai. Poi se hai voglia di sapere altre loro canzoni oltre le quindici che trovi nel testo, non esitare a chiedermi, sarà un piacere consigliarti
Rob Fleming
Venerdì 2 Ottobre 2020, 18.20.48
3
Vedi @Indigo, con i tuoi articoli mi metti in difficoltà. Io ho altro da ascoltare, mica quei gruppi che ho già "archiviato" e per i quali non ho più tempo. Eppure hai affrontato i LB prima e i Deftones ora e mi ha messo curiosità di vedere se dopo tutto questo tempo...hai visto mai che...Per i primi antipatia senza ritegno, ora disinteresse immutato dopo l'ascolto di un loro album. Per i Deftones ero giunto alla conclusione che non mi piacevano se non nell'omonimo del 2003. Around the fury e White pony non potevi non ascoltarli, ma come per i Korn non è mai scattata la scintilla. Adesso mi metti nelle condizioni di interrompere gli ascolti del momento e verificare in settimana se ho cambiato idea. E per la serie "e a me che me ne frega?", ti farò sapere
Indigo
Venerdì 2 Ottobre 2020, 17.36.40
2
@Imbonitore, che piacere vederla sotto uno dei miei scritti. Guardi, essendo solo 15 gli slot disponibili e volendo coprire l'intera carriera della band ho optato per mettere "solo" tre tracce da White Pony. Devo altresì confessare che quello che mi ha messo più in difficoltà è stato Around The Fur, il mio preferito dei loro lavori contenente una traccia più bella dell'altra. Grazie per essere passato ed aver letto l'articolo, alla prossima.
L'ImBONItore
Venerdì 2 Ottobre 2020, 12.27.42
1
Nulla da dire, su questa calssifica, anche seeeeee io avreeeeeei asciunto qualche altra canzone dal bellissimo White Pony, album il qualeeeee si sposano a meraviglia l'aggressivita' degli esordi, con le atmosfere Dream della maturita' ! Caghi saluti
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