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BONES - #8 - Cryptic Shift, Replicant, Inoculation, Astral Tomb, Gelkhammar, Crown of Ascension, Hyperdontia, Mortiferum, Fuming Mouth, Dripping
24/12/2020 (536 letture)
Cryptic Shift / Replicant / Inoculation / Astral Tomb - Chasm of Aeons (Blood Harvest / Desert Wastelands Productions, 2020)

Tracklist:
1. Cryptic Shift - Cosmic Dreams
2. Replicant - Unbeing
3. Inoculation - Xerthaneus
4. Astral Tomb - Transcending from the Mortal Plane Guided by a Familiar Phantasm


Formazione Cryptic Shift:
Xander Bradley (Voce, Chitarra)
Henry Parker (Chitarra)
John Riley (Basso)
Ryan Sheperson (Batteria)

Formazione Replicant:
Michael Gonçalves (Voce, Basso)
Peter Lloyd (Chitarra)
James Applegate (Batteria)

Formazione Inoculation:
Nick Nedley (Voce, Basso)
Anthony Allen (Chitarra, Voce)
Charlie Winters (Batteria)

Formazione Astral Tomb:
Michael Schrock (Voce, Chitarra)
Adrian McClair (Chitarra)
Zach Johnson (Batteria)

La splendida copertina di Bruce Pennington, illustratore che negli anni ha realizzato copertine per tantissimi classici della fantascienza e che ultimamente, anche grazie a qualcuno viene riscoperto in tutto il suo splendore, non lascia dubbi sulle tematiche trattate in questo “four way split”. Spazio, cosmo, galassia, razze aliene, insomma, una gioia per chi vorrebbe vivere ogni giorno un’avventura tra le pagine di Asimov, Butler o Clarke. Dei quattro gruppi che prendono parte allo split, che consideriamo davvero un’ottima trovata da parte della Desert Wastelands Productions, è molto probabile che il primo vi sia già noto.
I Cryptic Shift sono infatti gli artefici di uno dei più riusciti nonché migliori album tech-death dell’anno, e con il pezzo qui presente si prendono la briga di rimarcarlo e invitano chi se li fosse persi ad ascoltarli. Cosmic Dreams è un pezzo originariamente uscito come singolo nel 2017, in cui gli inglesi si lanciano in un riuscitissimo incrocio tra thrash tecnico, death e un approccio progressive che gli permette di distaccarsi completamente dai Blood Incantation; pur trovando ispirazione nella vecchia scuola, a livello di suoni e più in generale per quanto riguarda composizione e tecnica, il gruppo s’incastra comunque in un filone più moderno in cui i virtuosismi non mancano di certo; tapping, cambi di tempo improvvisi, ma senza mai perdersi e anzi, offrendo anche passaggi molto ispirati dati dalle melodie e dagli incroci tra chitarre.
Diverso discorso per i Replicant, trio del New Jersey con alle spalle un full (Negative Life, 2018), due EP e due split. Rispetto ai colleghi inglesi, i tre si fanno notare da subito per un approccio meno istrionico ma più “atmosferico”; il largo utilizzo di riff dissonanti riporta immediatamente ad una versione dei Gorguts più “grezza” se vogliamo, complice anche una produzione più sporca e meno pulita di quanto sentito nel brano precedente. Notevole il lavoro di batteria, che seppur in soli quattro minuti offre pattern piuttosto vari e che aggiungono sicuramente qualcosa. Rispetto al debutto si nota certamente un miglioramento per quanto riguarda la voce, più incisiva e matura, così come migliora il lavoro tra accompagnamento e solista (in cui rientra anche il basso, che svolge un ottimo lavoro). Pezzo molto interessante.
Gli Inoculation sono anche loro un gruppo con alle spalle qualche uscita, tra cui un full nel 2018 intitolato Pure Cosmic Dread, qualche demo (tra cui segnaliamo Elysium del 2013) e un EP, Anatomize, pubblicato lo scorso anno. Xerthaneus ci riporta su coordinate più violente e d’impatto, esaltando riff che possono ricordare i vecchi Hate Eternal uniti ad una tecnica strumentale che si fa sicuramente notare. Tra il susseguirsi di scale, dissonanze e altri passaggi funambolici, non manca un tocco melodico e un’apertura che enfatizza a dovere le atmosfere sci-fi del pezzo.
Quelli che forse stupiscono un po’ di più e che si discostano dai tre gruppi precedenti sono sicuramente gli Astral Tomb, il cui evocativo nome dona perfettamente l’idea di cosa si andrà ad ascoltare. Colpisce da subito la produzione, tipicamente da demo e quindi tutt’altro che pulita, ma è una scelta comprensibile, perché i nostri riescono ad unire l’oscurità della vecchia scuola all’immaginario che caratterizza l’uscita. Privilegiando i ritmi lenti, i nostri danno grande spazio alla chitarra solista ed i suoi effetti, davvero fondamentali per creare atmosfera e fare da guida in un brano che mostra comunque grande tecnica e cattiveria; molto particolare, sarà curioso sentire cosa faranno con l’EP in arrivo a gennaio 2021.

Gelkhammar – The Sword of Gelfiser (Xenoglossy Productions, 2020)

Tracklist:
1. Intro
2. Daughter of the Wind
3. Marsa
4. Gibbiuna's Graves
5. Sibà
6. The Sword of Gelfiser


Formazione:
Warrior (Voce)
Anammelech (Chitarra)
Marchosias (Batteria)

Terza uscita in tre anni per i Gelkhammar, gruppo di Pantelleria che con The Sword of Gelfiser approda sulla nostrana Xenoglossy Productions, che tramite la loro sotto-etichetta Cossyra Tapes ristampa anche Cossyra, EP di debutto del trio uscito nel 2018. Non può essere un’uscita della Xenoglossy se non si ha a che fare con un concept o con della musica in qualche modo particolare:

"The Sword of Gelfiser" refers to an archeological find discovered inside the cave of Gelfiser (from the Arabic word "Jebel Fizàr", meaning "cracked mountain"), near the island's mountain Montagna Grande. The artifact dates back to 1270 and it allegedly belonged to a French knight who arrived in Pantelleria during the Ninth Crusade.

Quindi, sotto l’aspetto delle tematiche trattate, siamo perfettamente in linea con le altre uscite dell’etichetta. A livello musicale invece, abbiamo qualcosa di più canonico e meno ricercato; il black metal die tre è decisamente più classico, andando a trovare ispirazione nei grandi nomi del genere e riadattando il tutto ad una dimensione più personale. Con “personale” ci si riferisce al tocco ipnotico dato dalla ripetizione di riff che rievocano scenari desolati, abbandonati. Un primo esempio è dato da Marsa, che con un incidere lento e marziale rievoca gli orizzonti che il cavaliere francese del 1270 poteva ammirare dalla strada che dà il nome al pezzo. Ottima anche la funerea e lenta Sibà, traccia à la Darkthrone che grazie allo scream di Warrior si arricchisce di disperazione e decadenza. Pur trattandosi di uno stile primitivo e che grazie alla produzione riesce a creare un legame sonoro e immaginario con il concept, la cura per i pezzi è comunque evidente: non aspettatevi caos fine a sé stesso, perché tutti i brani sono costruiti a dovere tramite l’utilizzo di diversi ritmi e riff, così come non deve passare inosservato tutto il lavoro della chitarra per quanto riguarda le stranianti melodie e altri passaggi che danno carattere ad ogni traccia (menzione speciale per la titletrack). Ecco, pur essendo un’uscita più canonica, ai tre bisogna fare i complimenti per essere riusciti ad aver portato questo stile ad una dimensione tutta loro e che, così come avviene per i Gadir, è fortemente legato alle storie e all’immaginario della propria terra.

Crown of Ascension - Twixt Zero and Infinity (Xenoglossy Productions, 2020)

Tracklist:
1. Hyperion
2. One Way Pendulum
3. Twixt Zero and Infinity
4. A Romance of Many Dimensions
5. Glorious Failer


Formazione:
A. White (Voce, Violoncello, Pianoforte, Chitarra, Drum machine)

Se l’uscita dei Gelkhammar era musicalmente più “canonica”, il primo EP del progetto Crown of Ascension rispetta tutte le caratteristiche delle uscite Xenoglossy. A guidare il progetto c’è Alexander White, musicista che si è sempre mosso nell’underground a partire dal 1999, anno in cui debutta con Imitators of Miracles di Uncertainty Principle, il suo progetto (dei tanti, tra cui i Vessel of Iniquity, sempre sotto Xenoglossy Productions) più longevo e prolifico. Tutti progetti particolari, sperimentali, e lo stesso vale per Twixt Zero and Infinity, lavoro di cinque tracce che non passano inosservate. Si farebbe presto a definirlo come un lavoro “cosmic black metal”, ma attenzione, perché se da un lato è vero che si ha a che fare con uno stile che evoca scenari spaziali, dall’altro è interessante vedere come sia realizzato il tutto. Quello dell’inglese è un black metal suonato principalmente con violoncello e pianoforte, dove le chitarre sono messe sullo sfondo e a tratti vengono completamente dimenticate. Una scelta azzardata, esagerata a primo impatto, ma che funziona. Per certi aspetti e con le giuste proporzioni, è un modo di concepire la musica estrema simile a quella di Esoctrilihum ma senza che le chitarre prendano il sopravvento; eppure, è impossibile non considerarla un’uscita black metal, perché pur nella sua “assurdità”, i pezzi ci sono e funzionano. Hyperion mostra da subito quanto il tutto possa essere violento, con una drum machine che picchia dall’inizio alla fine ma che non si limita a fare da accompagnamento, anzi, a differenza di quanto si spensa è molto frenetica e ispirata. Il violoncello va a suonare melodie e creare lo strato principale su cui si appoggiano pianoforte e chitarre, pensate più per creare un sottofondo rumoroso ed elettrico. Il tutto è ovviamente fatto di dissonanze, passaggi in pianoforte che danno l’idea di essere semi-improvvisati e una voce utilizzata in modo piuttosto strano: non si tratta proprio di vero cantato, ma più che altro di scream che sembra farsi sentire in modo intermittente diventando così uno strumento aggiunto. E non si tratta di canzoni solo ed esclusivamente violente, perché con A Romance of Many Dimensionstroviamo tempi più controllati che rendono il brano un incrocio tra atmosfere spaziali e gotiche in cui la bella melodia principale è accompagnata da un interessante lavoro di drum machine. Probabilmente la perla dell’EP. Un lavoro dalle tinte misteriose e affascinanti d’ascoltare tutto d’un fiato. Un viaggio cosmico.

Hyperdontia / Mortiferum – Split 2020 (Carbonized Records, 2020)

Tracklist:
1. Hyperdontia - Punctured Soul
2. Mortiferum - Abhorrent Genesis


Formazione Hyperdontia:
Mathias (Voce, Chitarra)
Mustafa (Chitarra)
Malik (Basso)
Tuna (Batteria)

Formazione Mortiferum:
M. Bowman (Voce, Chitarra)
C. Slaker (Chitarra)
T. Wolfe (Basso)
A. Mody (Batteria)

Due delle più interessanti e giovani realtà del death metal più marcio e senza fronzoli uniscono le forze per registrare un piccolo split di due tracce, una a testa. Parliamo dei danesi Hyperdontia e degli statunitensi Mortiferum. Il debutto dei primi andava ad inserirsi in quel filone di gruppi figli della scena danese guidata dagli Undergang, tanto da condividerne qualche membro, mentre gli statunitensi poggiavano su coordinate più in linea con il death/doom grezzo e purtrido. Sarà superfluo dirlo, ma i due pezzi non si discostano da quanto sentito sugli esordi. Punctured Soul prosegue con quanto sentito su Nexus of Teeth, mischiando cavalcate, qualche riff più tecnico e accelerazioni vecchia scuola che non badano a chissà quali trovate stilistiche. Rimangono inoltre il caratteristico e marcissimo growl di Mathias così come i suoni (produzione compresa) sporchi e ottimi per dare peso ai momenti meno spinti; colpisce sempre la capacità dei nostri di sapersi prendere qualche momento più azzardato aggiungendo qualche legato o qualche lieve tecnicismo, così come non passa inosservato il lavoro della chitarra solista, tutt’altro che improvvisato.
Stesso discorso, almeno in termini di qualità per Abhorrent Genesis, traccia di sette minuti in cui i nostri ricordano perché Disgorged from Psychotic Depths sia stato uno dei migliori dischi del 2019 in ambito estremo. Le atmosfere horrorifiche e lugubri vengono immediatamente esaltati da riff di scuola doom e una chitarra in sottofondo che rimanda al death finlandese. La voce di Bowman s’innesta poi su delle chitarre che aumentano leggermente il ritmo per poi sfociare, verso metà brano, in uno dei loro classici momenti fatti di tempi dilatati e in cui il lavoro del basso distorto diventa molto importante. Anche in questo caso abbiamo un operato della solista davvero da non sottovalutare, e no, anche questa volta i quattro non mettono da parte accelerazioni in blast beat che per qualche attimo alzano il climax del pezzo. Due ottimi brani che oltre a riconfermare le qualità dei gruppi, mettono una voglia incredibile di ascoltare qualcosa di nuovo. Li aspettiamo!

Fuming Mouth – Beyond the Tomb (Triple-B Records, 2020)

Tracklist:
1. Beyond the Tomb
2. Master of Extremity
3. Road to Odessa


Formazione:
Mark Whelan (Voce, Chitarra, Basso, Percussioni)
Andrew Budwey (Chitarra)

Musicisti ospiti:
Matt Guglielmo (Batteria)

Quella dei Fuming Mouth è una proposta che per certi aspetti può essere considerata come “coraggiosa” alle orecchie di qualche purista. Il duo statunitense, che ha dimostrato molto chiaramente le intenzioni con The Grand Descent (2019), un buon debutto a cui però mancava quel qualcosa in più che gli permettesse di essere “soltanto buono”. Parliamo di uno stile che partendo da chitarre chiaramente di scuola svedese, sviluppa quello che è un incrocio tra death metal e hardcore; le chitarre potrebbero infatti ingannare, ma una volta iniziata Beyond the Tomb, il tutto si fa molto più chiaro. Le ritmiche sono tutto sommato un mix dei due stili, ma a fare la differenza è ovviamente la voce, di scuola hardcore e che si apre a passaggi più melodici e armoniosi anche grazie alle chitarre, andando così in netto contrasto con quello che solitamente si sente su chitarre del genere. Nonostante questo, i tre pezzi sono tutt’altro che brutti, e si fanno notare in modo particolare i momenti più lenti fatti da riff rocciosi ben legati tra loro e un taglio epico dato anche dalla voce di Whelan, potente e in grado di muoversi su svariati stili, dal pulito fino ad arrivare al growl gutturale (Master of Extremity, Road to Odessa). Buon EP, con spunti interessanti e un tocco di “sfacciataggine” che non guasta.

Dripped - Putrescent Omniscience (Ungodly Ruins Productions, 2020)

Tracklist:
1. Odium Inert
2. Animae Ruinas
3. Dripping Lament
4. Autosomal Dominant
5. Putrescent Omniscience
6. Impetuous Malevolence


Formazione:
Will Brown (Voce)
Ewza Lambert (Chitarra, Basso)
Vlad Melnik (Batteria)

L’EP d’esordio degli australiani Dripped è da consigliare a chi ha nostalgia del brutal nato da Disgorge e simili. Putrescent Omniscience è infatti composto da sei brani che nei loro due minuti e mezzo di durata media non concedono un attimo di respiro e non si muovono minimamente dai canoni del genere. Una scelta stilistica che ovviamente rende l’EP un ascolto destinato principalmente a chi stravede per sonorità di questo tipo; aspettatevi in sostanza una batteria che dall’inizio alla fine non accenna a fermarsi, puntando tutto su blast beat e qualche leggera variazione, riff di chitarra tecnici ma sempre suonate a velocità folle e un growl gutturale che ricorda maestri come Matti Way o A.J. Magana. Gli unici, leggerissimi, momenti di apparenta calma li si riscontrano in Autosomal Dominat e nella titletrack, ma si tratta davvero di cosa da poco e che non vanno mai a far perdere d’intensità alle canzoni. Anche a livello di produzione e di suoni ci troviamo in perfetta linea con il genere, e sì, aspettatevi il rullante di batteria dal suono bello marcato. Nulla di originalissimo e, se dovessimo guardare in ottica futura, difficilmente potrebbe competere con Condmned o Devangelic, ma per chi cerca brutal quadrato, violento e fedele alla linea, i Dripped meritano sicuramente un ascolto.



Immolazione
Martedì 29 Dicembre 2020, 18.28.59
1
Certo che sarebbe bello se qualcuno stampasse quei Gelkhammar lì su vinile eh... comunque gran bella carrellata di titoli più e meno noti. Anche io sono curioso dell'EP in uscita degli Astral Tomb
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