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SUMMER IN HELL - Dark Quarterer + Bluagata + Metaphoric Mind - Community Park Aps, Firenze (FI), 14/07/2021
17/07/2021 (867 letture)
Una vera liberazione. Per chi ha sempre amato l’espressione dal vivo della musica poter tornare a godere di questo enorme tesoro non ha prezzo. E’ quindi con tanta emozione che ci mettiamo in coda al cancello del Community Park APS per la seconda serata del Summer in Hell, festival in quattro serate di mercoledì, dedicato all’underground metal locale e non solo. Chiaro che ad attirare e spiccare in generale sul cartellone della più che meritevole rassegna sia proprio il nome dei Dark Quarterer, band proveniente da Piombino che non ha davvero bisogno di presentazioni, ricoprendo in questo caso il ruolo del veterano di mille battaglie e che può finalmente cominciare a presentare dal vivo il proprio ottimo Pompei, ultima uscita da studio. Ad accompagnarli troviamo due band invero piuttosto diverse tra loro, il che sembra promettere una certa varietà della serata.

METAPHORIC MIND
La pioggia del giorno precedente e le poche gocce della mattina ci regalano una serata piuttosto fresca e dopo la consueta sosta al bar, l’attesa per l’inizio della serata si fa abbastanza pressante. I primi a salire sul palco sono i Metaphoric Mind, band attiva dal 2013 e che ha conosciuto negli anni diversi cambiamenti di line up, che portano all’ingresso di Melissa Bruschi alla voce e Diego Masani al basso, ad affiancare gli altri membri: Paride Fidati alla chitarra e Flavio Salvadori alla batteria. A causa dei ritardi accumulati il set dei Metaphoric Mind sarà piuttosto ridotto, tanto che alla fine saranno solo cinque i brani suonati, tra cui il singolo (ascoltabile anche su Spotify) e brano di apertura Beyond, che verrà riproposto anche in chiusura. Si fa notare in primis la presenza di un secondo chitarrista, Marco Ferro. Purtroppo per la band, è subito evidente che i suoni siano completamente sfasati e questo penalizza fortemente l’opener Beyond, peraltro caratterizzata da una ritmica abbastanza complessa, rendondo quasi inascoltabile il brano, nel quale l’unica cosa che sembra davvero a posto è proprio la voce di Melissa Bruschi, il che permette di apprezzare se non altro la riuscita melodia del refrain. Purtroppo, il resto, a partire dai riverberi e fino ai suoni di chitarra e della batteria, per tacere delle basi, è davvero tremendo. Il gruppo comunque non si fa intimorire, Melissa catalizza l’attenzione con una buona prestazione, passando da voce pulita a growl in maniera convincente e contribuendo, grazie al pubblico comunque caloroso nei loro confronti, a tenere su la prestazione, mentre i fonici riescono a risistemare la situazione, che nella successiva Under Water risulta già decisamente migliorata, per quanto mai ottimale, tanto che la seconda chitarra resta praticamente inudibile. Ad ogni modo, il gruppo si presenta come fautore di un “extreme progressive metal” dalle connotazioni futuriste, ma in sostanza tolta la buona prestazione strumentale e il potenziale che si percepisce, l’impressione è che -tolto il singolo- musicalmente i brani presentati facciano un po’ fatica a trovare un loro senso compiuto, tra metal moderno, elettronica, tentazioni nu e groove, prog metal e una connotazione “extreme” che sembra più che altro affidata al growl di Melissa. Forse un po’ troppa carne al fuoco, che anche a causa della brevità dell’esibizione non permette di apprezzare appieno la proposta della band. Naturalmente, i problemi di suono e la sicura tensione per essere in apertura dopo tanto tempo di assenza dai palchi non consentono di dare valutazioni definitive sull’esibizione dei Metaphoric Mind, che comunque tengono il palco e riescono a tirare dalla propria il pubblico uscendo a testa alta al termine della propria esibizione. Da rivedere alla prossima occasione.

BLUAGATA
Si cambia decisamente tono con i Bluagata, band nata nel 2017 attorno ad Alessia Masi (voce, piano e sintetizzatori), Folco Vinattieri (Chitarra e cori) e Federico Masi (Batteria) ai quali si aggiunge durante la registrazione del primo album Margherita Bencini (voce e sintetizzatori). Infine, a completare la formazione arriva Lorenzo Mattei (basso), col suo iconico Rickembecker. Pubblicato Sabba, la band torna in studio e stavolta registra un EP, dal titolo The Disguises of Evil, cantato in inglese. I cinque dimostrano di avere una personalità piuttosto forte e di non farsi alcun timore reverenziale, pur proponendo un genere piuttosto diverso da quello delle altre band della serata, che poco o nulla a che fare col metal e si abbevera piuttosto a post punk, alternative rock, pop, musica elettronica e qualche accenno inquietante e macabro, che potremmo definire electro-gothic, legato in particolare ai concept sviluppati nei due album finora pubblicati. A colpire sono anzitutto i suoni, decisamente più equilibrati rispetto alla precedente esibizione e l’alto livello tecnico dei cinque, nei rispettivi campi di azione, con una ricercatezza compositiva e lirica che si fa subito notare e che caratterizza la proposta della band con una originalità che fa bene sentire. Specie se poi a completare il quadro troviamo un connubio vocale riuscito come quello che si crea tra Alessia (definibile come la voce principale e dotata di una bella vocalità da contralto/mezzo soprano con una ottima estensione) e Margherita dalla voce più acuta e graffiata, che si cercano e si completano, armonizzando o enfatizzando l’operato l’una dell’altra, offrendo oltretutto il loro contributo tra tastiera, piano e sintetizzatori. Forse inizialmente un po’ diffidente (e il Mac sul palco in prima fila continua a fare un certo effetto), il pubblico si convince presto che il gruppo ha qualcosa di valido e forse perfino importante da proporre e finisce per accettare la particolare proposta dei Bluagata, senz’altro aiutata in questo dalla scelta dei brani, nei quali la chitarra di Folco Vinattieri si fa spesso sentire e l’ottima sezione ritmica si ritaglia un ruolo altrettanto importante. L’esibizione scorre così piuttosto velocemente e se anche non sempre si ha l’impressione che tutto sia a fuoco e le composizioni danno l’impressione di essere sì eclettiche e interessanti, ma in qualche caso ancora sfuggenti e poco incisive, le qualità strumentali e vocali della band riescono comunque a mantenere il contatto col pubblico, che segue fino all’ultimo. Si fanno comunque notare ottimi brani come Church / Revenge, La Ferita a Crezia, Bluagata, Il Vuoto a Aradia e arriviamo così al finale nel quale spicca Mother / Ghost, retta da una ritmica indiavolata e decisamente metal condotta dall’ottimo Federico, sulla quale comunque rimane evidente la matrice dark/post punk, mentre le due voci costruiscono una interpretazione piuttosto arrabbiata e gridata che ben rende l’atmosfera del brano. Ma la sorpresa arriva proprio in chiusura, momento nel quale viene presentato un inedito nel quale la tensione espressa fino a quel momento trova una potentissima sublimazione, con un’aggressività che non si può non avvicinare al grind e un testo che colpisce dritto in faccia, come l’interpretazione di Margherita e Alessia, decisamente sopra le righe e dannatamente efficace. Ottima chiusura per un’esibizione che lascia soddisfatti e curiosi nei confronti dei Bluagata.

SCALETTA BLUAGATA
1. Freedom / Treason
2. Church / Revenge
3. La Ferita a Crezia
4. Bluagata
5. Father / Poison
6. Il Vuoto a Aradia
7. Sabba / Sabba
8. Worth / Slave
9. Mother / Ghost
10. Untitled song


DARK QUARTERER
Completato il cambio palco, con un ritardo abbastanza forte sulla scaletta inizialmente prevista, ecco arrivare on stage Gianni Nepi, col suo inconfondibile cappello nero, seguito da Paolo "Nipa" Ninci dietro la batteria, Francesco Sozzi alla chitarra e Francesco Longhi alla tastiera e al piano. Immediatamente accolti con affetto e partecipazione dai presenti, che sono andati crescendo nel corso della serata, fino a un numero più che accettabile e ottimamente distribuito nell’ampia location del Community Park APS. Si capisce fin da subito quanto la band tenga a questa serata, con Nepi che saluta il pubblico e ringrazia tutti (cosa peraltro fatta più volte anche dalle due band di supporto), preparando il terreno per quello che sarà il percorso, quasi interamente dedicato alla riproposizione integrale dell’ultimo album Pompei, concept che prende ispirazione dal libro “I Tre Giorni di Pompei” di Alberto Angela.
L’emozione dopo tanto tempo lontani dal palco è palpabile, ma sicuramente la precedente data di Verona ha aiutato a ritrovare la forma, tanto che già con l’iniziale Vesuvius il gruppo tira fuori una prestazione strepitosa: dal pesantissimo riff iniziale, tipicamente doom, fino a giungere allo sviluppo e all’accelerazione, con un primo e già strepitoso assolo dell’ottimo Sozzi, siamo in pieno tripudio metal, con Nepi a lasciare a bocca aperta per l’incredibile tenuta vocale già in apertura, tra acuti impossibili eseguiti assieme a delle partiture di basso che già da sole costituirebbero una seria difficoltà per molti. La natura epica e progressive della band trova in questo concept una espressione potentissima e così la successiva Welcome to the Day of Death, decisamente sostenuta a livello ritmico, è capace di trascinare gli astanti verso l’atmosfera dell’ultimo giorno di vita della città, con una chiusura enfatica al massimo livello e un nuovo clamoroso assolo di un Sozzi ispiratissimo. L’esplosione degli applausi al termine del brano sembra convincere alla fine la band che lo scoglio è superato e che il viaggio può proseguire: è tempo del brano forse più vicino al prog metal del disco, Panic, con le sue strofe soffocanti a cui fanno da contraltare improvvise aperture melodiche cariche di pathos, un brano che è impossibile non amare, anche grazie ai preziosi fraseggi di chitarra e alla deliziosa chiusura di piano di Longhi, protagonista peraltro al pari degli altri strumentisti e affatto ridotto al mero accompagnamento. Proprio apprezzando il lavoro del tastierista/organista si conferma la prima impressione avuta dall’ascolto di Pompei: disco costruito con la precisa volontà di essere riproposto dal vivo e che trova nel lavoro di arrangiamento e nella qualità del songwriting e delle prove strumentali il proprio massimo valore. E’ con una certa emozione che Gianni Nepi ci presenta la figura del protagonista del quanto brano: Plinio il Vecchio. Nel suo racconto, il disperato tentativo di portare la flotta romana di cui era ammiraglio al salvataggio degli abitanti di Pompei ed Ercolano (tra i quali pare si trovasse la sua amata), trovando in questa impresa la morte a causa dei gas emessi dall’eruzione. Ancora una volta ottima la capacità di trasmettere quasi visivamente la potenza evocativa della storia da parte dei Dark Quarterer, con un ritmo possente e al tempo stesso tragico, che esalta la narrazione in prima persona dello stesso Plinio e uno spettacolare break centrale, praticamente jazz, condotto dal piano e dal walking bass, prima del ritorno su ritmiche e distorsioni metal. Potentissima anche Gladiator, canzone nella quale più volte si eleva il raggelante urlo della folla al gladiatore di uccidere il suo avversario per il proprio divertimento e ancora una volta caratterizzata dal contrasto tra strofe opprimenti e aggressive e aperture melodiche. Giungiamo così all’ultimo brano del disco, Forever, con le sue atmosfere soffuse tra voce e piano, con improvvisi crescendo e un finale enorme sul quale si stagliano nuovamente l’enfasi e la capacità di emozionare del gruppo, per quella che appare giustamente come la marcia di chiusura di un’opera complessa e affascinante. C’è modo anche di scherzare sul palco tra musicisti che si sorridono a vicenda mentre suonano e si fanno battute nelle pause, ma il tempo è tiranno, anche se sicuramente la posizione del Community Park nella zona industriale garantisce un po’ più di tolleranza sull’orario, così Nepi annuncia un brano del 1989, scherzando sull’età piuttosto giovane dei presenti (beh… non proprio tutti!!) rispetto a quella della canzone stessa: si tratta di Retributioner, traccia di apertura del secondo album The Etruscan Prophecy, che viene anticipata da un gran bell’assolo di batteria di Paolo Ninci, il quale, da vero istrione, richiama il pubblico e al termine si alza in piedi e scandendo l’ultimo tocco dice ”e ora basta!”, a conferma del sempre vivissimo spirito umoristico. Ma il brano non ammette pause, col suo riff sferzante e tagliente e un andamento piuttosto sostenuto, con un refrain tra i più identificabili tra quelli realizzati dalla band, per un tuffo nel passato affatto nostalgico, data la sempre più che attuale qualità della canzone. Arrivati in chiusura, ecco l’inconfondibile e inquietante riff di Dark Quarterer, vero pezzo di bravura compositiva della band, che già nel proprio debutto nell’ormai lontano 1987 sapeva proporre qualcosa di originale pur nell’alveo del metal dell’epoca, pescando dal musical. I saliscendi del brano sono scanditi da un pubblico ormai totalmente rapito, fino ad arrivare alla lunghissima e protratta conclusione, con tanto di ringraziamenti vari, presentazione della band e trionfo finale, per un concerto a dir poco strepitoso, per intensità e qualità tecnica. Inutile ribadirlo: i Dark Quarterer sono una delle più grandi band italiane di sempre e hanno trovato un equilibrio che gli consente di scrivere grandi album uno dietro l’altro, praticamente senza deludere mai. Gruppo di cui essere ben più che fieri e che merita palchi e pubblici ben più importanti del pur caloroso e benvenuto evento odierno.

SCALETTA DARK QUARTERER
1. Vesuvius
2. Welcome to the Day of Death
3. Panic
4. Plinius the Elder
5. Gladiator
6. Forever

----- Encore -----

7. Drum solo
8. Retributioner
9. Dark Quarterer


Chiudendo, difficile non fare un lungo elenco di note positive, con pochissime zone d’ombra. Gioca sicuramente un ruolo la lunghissima attesa di un concerto vero, ma oggettivamente occorre fare i complimenti ai ragazzi del Community Park per aver saputo creare un bellissimo spazio all’aperto in una zona notoriamente degradata della periferia fiorentina, con numerosi tavolini e sedie sotto i gazebo, bar rifornito, un ottimo palco e un impianto degno di tale nome. Purtroppo, qualche problemino tecnico ha funestato l’esibizione dei Metaphoric Mind, scotto che spesso viene pagato dal gruppo di apertura, ma per il resto la qualità è stata piuttosto alta anche da questo punto di vista. Infine, la varietà della proposta, coronata dalla prestazione di un gigante della scena nazionale, in perfetta forma e anzi forse in uno dei momenti più alti della propria carriera. Ci voleva davvero, sperando di poter commentare presto numerosi altri eventi e un rinnovato rapporto con la musica dal vivo.



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