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MARK LANEGAN - Sing Backwards and Weep, la recensione
01/08/2021 (826 letture)
L’epopea di Seattle, quella del cosiddetto grunge, è stata un momento di enorme rilevanza nel mondo della musica e del costume ed è riuscita a segnare un’epoca, infiltrando tramite il proprio successo anche la mentalità di quegli anni, nei quali si abbandonò l’edonismo individualista e spensierato degli anni Ottanta, per prendere coscienza della perdita di tutti i punti di riferimento e dell’inizio di un’età più complessa e probabilmente tutt’ora non risolta. Un’epopea che ha diviso, tra entusiasti e oppositori. Un’epopea che ha regalato tonnellate di grandi dischi, tra le ultime grandi ondate del rock e che ha influenzato musicalmente tutto il ventennio successivo, anche fuori dal rock pesante, portando il vessillo dell’alternative. Un’epopea bruciata velocemente, in realtà, che già alla fine del decennio degli anni Novanta vedeva tutti i propri maggiori esponenti sciogliersi e numerosi simboli scomparire prematuramente. La grande protagonista nascosta, quella che chiederà il prezzo di tanto splendore e che inciderà sulla sorte del movimento fin dai suoi albori, sarà la droga. Una compagna pericolosa, che non ammette scappatoie, se non affrontando e vincendo l’abisso e che farà tante, troppe, vittime. La droga è anche la protagonista di questa autobiografia, forse anche più della voce narrante di Mark Lanegan, che la mette a lungo al centro della scena, convitato di pietra e ferale monito.

UNA LUNGA DISCESA NELL’ABISSO
Sarebbe facile bollare l’autobiografia di Mark Lanegan con un titolo di quelli a effetto, che costano poco, del tipo “il lato oscuro dell’epoca d’oro” o cose del genere. Perché Sing Backwards and Weep è davvero un racconto oscuro e disperato, almeno fino all’ultima pagina, apparentemente senza alcuna salvezza. Appena rischiarato da qualche fiammella, che sostanzialmente chiameremo amicizia e musica. Entrambe a dire il vero annichilite dalla potenza della droga, che le sconfigge, una dopo l’altra. L’amore, per mettere subito le carte in tavola, subisce una debacle ben peggiore e umiliante.
Mark Lanegan nasce a Ellensburg, piccola cittadina montana di ottomila anime nello Stato di Washington, la cui capitale è Seattle, a oltre cento chilometri. Un posto dove letteralmente non accade niente, lontano da tutto. Figlio di due educatori che però divorziano quando lui è appena entrato nell’adolescenza, Mark non è un ragazzo facile, come non è facile il rapporto con i genitori e in particolare con la madre, che apparentemente lo disprezza irrevocabilmente fin da subito. E’ forse qui che si forma quella voragine senza fondo che il ragazzo alimenterà per tutta la prima fase della sua vita e che lo trascinerà, già da adolescente, nel gorgo dell’alcolismo. Taciturno, isolato, violento per disperazione e alcol, teppista, ladro, Mark è il classico tipo da evitare, quello da cui tutti scappano o che attira inevitabilmente l’attenzione dei bulli, in cerca di rissa. Una situazione che lo porta a desiderare unicamente la fuga da quel posto, a qualunque costo. Senza anticipare troppo il racconto del libro, che Lanegan sviscera senza alcuna remore e riguardo per se stesso e per la propria famiglia, come per le persone che fanno da sfondo al racconto, diremo insomma che l’infanzia e l’adolescenza del cantante non sono state felici e che le uniche fonti di gioia sono rappresentate dalla scoperta della musica (principalmente punk e rock anni Sessanta e Settanta, da Velvet Underground a Television, The Stooges, Ramones e tanti altri protagonisti di quel periodo), dal sesso (e dal porno, passioni perseguite con altrettanta voracità che le altre dipendenze) e dallo sport, il baseball in particolare, per il quale sembra anche molto portato e sul quale punta per salvarsi da quella vita. L’alcol è invece il compagno costante, quello che allevia il buco nero interiore e che però lo trascina inevitabilmente nei guai, verso i furti, le risse, i danneggiamenti e, infine, a un passo dal riformatorio.
Questo finché, dopo la disintossicazione, Mark incontra i due fratelli Conner, Van e Gary Lee e, proprio grazie a lui, che scopre il talento e la prolificità compositiva del secondo dei due, nascono gli Screaming Trees. Sarà probabilmente uno shock per i fan del gruppo leggere l’opinione di Lanegan sulla band, sui suoi compagni e sugli album pubblicati con loro: per lui gli Screaming Trees sono solo il mezzo per scappare da Ellensburg e quasi tutto quello che li riguarda una agonia quasi insopportabile. Ma è qui che iniziano a trovarsi tutti quei nomi che diventeranno leggendari da lì a poco: Steve Fisk, Jack Endino, la SST Records e poi la Sub Pop e i suoi due proprietari (diremmo gustosissimo il rapporto tra Lanegan e uno dei due, che vi lasciamo scoprire). Purtroppo, gli Screaming Trees arrivarono troppo presto e il loro alternative tinto di psichedelia, interamente e ostinatamente composto dal solo Lee Conner, fa fatica a trovare un vero sbocco commerciale: i tour ci sono, ma sempre in piccoli locali e postacci di vario genere, con pochi soldi che girano e spesso con continue risse tra band e pubblico, quando non tra membri del gruppo stesso, che anzi quotidianamente si picchiano tra loro, anche sul palco. I dischi si susseguono, ma la svolta non sembra arrivare mai, anche se il gruppo riesce ad allargare il giro e arrivare perfino in Europa e, nel frattempo, Mark decide di trasferirsi a Seattle, dove conosce uno dei pochi veri amici: Dylan Carlson, all’epoca ancora alla ricerca della forma definitiva per i suoi Earth. Inizia una nuova fase: lontano dall’alcol, ma preda della droga, Lanegan conosce e diventa amico di tutti i protagonisti della rivoluzione grunge, di alcuni diventerà amico fino alla fine, Kurt Cobain e Layne Staley, con i quali legherà in maniera profonda e, come Carlson, eroinomani come lui. Ma nella storia compaiono prima o poi tanti simboli della scena: Chris Cornell, Mike McCready (a dire il vero, l’unico dei Pearl Jam ad avere una parte nel libro), Mark Arm, Courtney Love, Ben Shepherd, Jerry Cantrell e poi assieme a loro tutti quelli che saltarono fuori, dalle L7 a Scott Weiland degli Stone Temple Pilots e tanti tanti altri, fino ad arrivare al suo idolo, Jeffrey Lee Pierce, cantante/chitarrista e leader dei The Gun Club, leggenda del punk statunitense e suo cantante e autore preferito. Tanti i racconti di rock che si susseguono nelle pagine del libro, molti davvero spassosi e disperati al tempo stesso, sempre filtrati dall’occhio di quello che nel frattempo è diventato un eroinomane senza ritorno, che tra un tour e l’altro passa il tempo a drogarsi con amici come unica forma di svago, dopo aver distrutto l’unico rapporto sentimentale di una certa rilevanza che era riuscito a costruire e mantenere per qualche anno. Nel mezzo, arriva anche la possibilità di una carriera da solista, iniziata dapprima in maniera quasi improvvisata col primo album sul quale il cantante si butta anima e corpo, per riuscire finalmente a trovare quella soddisfazione che negli Screaming Tree gli è preclusa da Lee Conner e a rischio di chiudersi prematuramente con la fissazione di scrivere un “capolavoro immortale” che non arriva mai a concludersi e che lo stesso Lanegan cercherà di distruggere buttando i nastri in un fiume, per liberarsi dell’incubo di un disco che non riusciva a finire e che solo Jack Endino riuscirà a fermare, affrontandolo fisicamente e impedendogli di fare il gesto sconsiderato.
Da qui la piccola svolta, con la Epic che decide di credere finalmente negli Screaming Trees, ma pretende però un disco che venda almeno quanto gli altri, visto che il primo uscito per loro, Uncle Anesthesia, non ha proprio fatto il botto atteso. L’apertura di Lee Conner, convinto dal fratello e dalla decisione di Lanegan di abbandonare il gruppo, che porta finalmente anche gli altri nella composizione dei brani è il riconoscimento che Mark attendeva da anni e, finalmente, arriva Sweet Oblivion e, prima di lui, il successo del singolo Nearly Lost You, contenuto nella colonna sonora del film mainstream Singles. Le vendite non sono stupefacenti e si attestano sulle trecentomila copie, ben lontane dai milioni venduti da Nirvana, Alice in Chains e Soundgarden, per non parlare dei “cugini” Stone Temple Pilots e Smashing Pumpkins, ma sono decisamente una ventata d’ottimismo per il gruppo, che torna a fare tour in tutto il mondo e sembra finalmente lanciato, con la partecipazione di tutti ai brani. Purtroppo, è proprio da qui che la droga imporrà il proprio prezzo in maniera pesantissima: Lanegan non solo fa fatica a chiudere il proprio secondo disco (che sarà comunque pubblicato col titolo Whiskey for the Holy Ghost e diverrà un classico “secondario” solo in termini di vendite, ma comunque molto bello), ma soprattutto inizia a vedere gli amici andarsene. Il primo come è noto sarà Kurt Cobain, ma da lì in avanti la striscia sarà sempre più lunga e dolorosa e sempre più dolorosa e buia la strada intrapresa da Lanegan. A differenza degli amici, infatti, non ha soldi e per procurarsi la droga sarà disposto a qualunque cosa, come crudamente descritto pagina dopo pagina, mentre vede anche la propria carriera musicale giorno dopo giorno soccombere alle proprie necessità di drogato, esattamente come stava accadendo all’amico e compagno di siringa Layne Staley, che lo coinvolge comunque nel suo nuovo gruppo, i Mad Season, grazie ai quali riuscirà a fare finalmente un po’ di quattrini (ma gli costeranno carissimo, poi). Intanto, l’ispirazione latita e il disco di ritorno degli Screaming Trees, che sarebbe dovuto uscire velocemente per capitalizzare il successo di Sweet Oblivion, non vede la luce e per due volte viene abbandonato, in buona parte proprio a causa della poca partecipazione di un Lanegan sempre meno coinvolto e sempre più perso.
Qua inizia la parte più dolorosa e se vogliamo volutamente squallida e umanamente feroce del libro: la dipendenza ormai invade ogni spazio della vita del cantante e sebbene per qualche mese riesce a sottrarsi alla sua presa, disintossicandosi e iniziando quindi le registrazioni di Dust, trovando anche una nuova compagna della quale sembra innamorato, tutto crolla nuovamente, fino alle terrificanti pagine del tour europeo e del ritorno, nuovamente in bolletta, a Seattle, per la quale vagherà per mesi come un barbone, avendo perso anche la casa e riducendosi a fare lo spacciatore/drogato senza tetto, mentre tutti i suoi amici, uno dopo l’altro, muoiono o scompaiono per disintossicarsi. Come detto, saranno solo le ultimissime pagine a dare l’idea che finalmente uno spiraglio si apra e che stavolta la via del riscatto e della salvezza si sia aperta, anche grazie all’aiuto di Courtney Love e di un concittadino che non aveva mai conosciuto, Duff McKagan: entrambi, gli offriranno quel braccio e quell’aiuto che salveranno Mark Lanegan. Ma è ancora la morte a mettere l’ultimo pesante sigillo al racconto, con l’addio a Layne Staley.

LA SCURISSIMA FOTOGRAFIA DI UN’EPOCA
Purtroppo, la storia si chiude qui. Nulla viene detto della sua carriera successiva, con l’ingresso nei Queens of the Stone Age dell’amico Josh Homme, di cui comunque ci regala qualche aneddoto, quando entra negli Screaming Trees per il tour di supporto a Dust e con tutte le collaborazioni che continueranno a caratterizzare la sua storia musicale, anche col ritorno alla dimensione solista e alla formazione della sua band. E’ evidente che Lanegan ha concluso qui il proprio conto con i fantasmi della prima parte della sua vita e con il dolore, cresciuto in lui fin dall’infanzia e poi compagno costante da lì in avanti. La lucidità e la crudezza del racconto sono tremende e non concedono alcuna zona d’ombra ed è evidente come la narrazione non serva certo a Lanegan per celebrare l’epopea di Seattle e i suoi protagonisti, per quanto col suo stil ruvido e diretto distrugga tantissimi dubbi e retroscena inventati (in particolare in merito alla morte di Cobain e al suo successivo e chiacchierato rapporto con Courtney Love), né tantomeno se stesso, di cui dà un’immagine sempre e comunque arrogante e autocompiaciuta, come se nonostante tutto fosse comunque lui ad avere in ultima analisi ragione, comportandosi nell’unica maniera di fatto possibile. Un espediente che lo rende al tempo stesso affascinante e odioso e che lascia quindi sulle sue spalle la colpa di tutto, nonostante sia palese quanto il rapporto devastante con la madre e in parte col padre sia da individuare come esiziale per il suo sviluppo e la sua crescita di uomo. I tanti aneddoti da musicista e i racconti dei rapporti con gli altri musicisti sono comunque imperdibili (il tour con gli Oasis è forse l’apoteosi da questo punto di vista) e ci raccontano in maniera chiarissima una intera epoca, quella di metà anni ottanta e per tutti gli anni novanta, che per molti resta iconica e indimenticabile.
La scelta di seguire apparentemente una linea diritta, dall’infanzia all’alba degli anni Duemila, è in realtà una scusa, per lasciarsi libero di inserire una quantità industriale di aneddoti via flashback, che completano il racconto e complicano la linea, aggiungendo via via particolari che vanno a gettare una luce inquietante e spesso malata anche sull’intera società statunitense -e non solo- e sul suo rapporto con la droga, il sesso, i soldi, il potere. Un cortocircuito che si autoalimenta, che crea e distrugge continuamente i propri miti, sacrificando sull’altare tutti coloro che non riescono a sottrarsi al meccanismo, come peraltro evidenziato da moltissime altre biografie di protagonisti sotto i riflettori della celebrità di ogni età. Ottimamente rappresentato da un punto di vista musicale con l’album Straight Songs of Sorrow, uscito contemporaneamente al libro, a completarlo e approfondirlo, Sing Backwads and Weep ci restituisce un’immagine tutt’altro che benevola nei confronti di chi la scrive e tanto meno della scena a cui Mark ha appartenuto, giocando un ruolo in prima fila per tanti aspetti, paradossalmente quasi meno per la musica, che non ha mai ottenuto il riconoscimento che altre band hanno raggiunto, arrivando troppo presto e troppo lontano dal centro dell’esplosione. Ne riparleremo.
Nel frattempo, resta solo da dire che il libro è di quelli che si iniziano e non si può fare a meno di leggere fino in fondo. Sapere che si tratta di una storia vera e che alla fine Lanegan è -incredibilmente- uno di quelli che sono sopravvissuti, non toglie niente alla suspence e al dolore che la lettura provoca anche nel lettore. Non si resta indenni e non si attraversa questo abisso senza lasciare qualcosa di sé, eppure è un processo necessario, se si vuole davvero capire cosa è successo e perché certi meccanismi non possano essere accettati e debbano essere affrontati e sconfitti, prima che ci distruggano. Qua non c’è niente di patinato, nessun finale hollywoodiano, solo una schietta, lucida e feroce fotografia di un’epoca, quasi un selfie diremmo oggi, scattata da dietro le quinte.

::: ::: ::: RIFERIMENTI ::: ::: :::
AUTORE: Mark Lanegan
TITOLO: Sing Backwards and Weep
PRIMA EDIZIONE: Aprile 2020
EDITORE ITALIANO: L’Officina di Hank
COPERTINA: Flessibile
PAGINE: 371
ISBN: 979-12-80133-43-4
PREZZO: € 20,00



vascomistaisulcazzo
Lunedì 4 Ottobre 2021, 10.12.45
13
Il Lanegan degli ultimi anni è autore fin troppo prolifico, fa piacere sapere che ha trovato una sua dimensione, non conosco molto bene gli ST ma posso dire che "Dust" è un album che da 20 anni venero incondizionatamente. Ottima recensione e penso che per il periodo natalizio questo sarà IL libro da leggere
Lizard
Sabato 28 Agosto 2021, 10.25.58
12
Capito benissimo e credo che siamo tutti d'accordo, in merito poi mi dirai sul resto, se ti va!
No Fun
Sabato 28 Agosto 2021, 9.36.41
11
Preso il libro e letto l'aneddoto. Non dico niente però, insomma, peccato il finale, speravo... bon, penso che Lizard abbia capito Felice comunque che l'impressione che ho sempre avuto su quella band sia confermata. Adesso leggo il resto ovvio, con la sua musica in sottofondo.
No Fun
Giovedì 12 Agosto 2021, 13.33.46
10
@Rob, pardon, avevo dimenticato che c'era la serie, che non seguo, e visto che è uscito da poco il libro ho pensato parlassi di quello. Comunque questo libro mi attira sul serio, Oasis o meno mi sa che ci faccio un pensierino.
Rob Fleming
Mercoledì 11 Agosto 2021, 19.26.10
9
@No Fun: perché oltre a leggere i libri ho guardato la serie con il magnifico Marco Giallini. E le canzoni che aprono ogni puntata di tutte le serie sono tratte dagli album Lanegan/Garwood (Mescalito) o Duke Garwood solista (Burning seas). Garwood artista da scoprire soprattutto se piace il Mark Lanegan scarno, spettrale e intimista
No Fun
Mercoledì 11 Agosto 2021, 19.09.17
8
Allora vedrò di leggere l'episodio in questione in libreria, poi agirò di conseguenza
Lizard
Mercoledì 11 Agosto 2021, 19.04.36
7
@No Fun: diciamo che ha una serie di divertenti episodi con uno di loro in particolare mi spiace, ma è davvero divertente da leggere, non anticipo niente.
No Fun
Mercoledì 11 Agosto 2021, 18.45.57
6
Volevo scrivere: ragazzi consigliatemi tre album suoi. Ma poi ho letto i commenti e ho già deciso: Blues Funeral, Field Songs, I'll Take Care of You. Ai quali aggiungo Whiskey for the Holy Ghost. Domande: @Lizard, che è successo con gli Oasis? "Leggiti il libro", no appunto, è proprio questo il punto, se ne parla bene non lo compro. @Rob: ma Rocco Schiavone perché? No, è che ho appena finito di leggere l'ultimo. Ma di musicisti che nomina nei libri ci sono gli Slayer, Pink Floyd, Bowie, Judas Priest...
El Faffo
Martedì 10 Agosto 2021, 21.49.44
5
Se uno ascolta la sua "One Way Street" avendo un po' di dimestichezza con la scimmia da oppiacei si rende conto di che Artista è Lanegan.
Indigo
Lunedì 9 Agosto 2021, 16.42.40
4
Articolo scritto benissimo e molto interessante: gli Screaming Trees e Lanegan solista non rientrano nei miei ascolti ma ogni volta che trovo un testo in cui si parla dell'epopea grunge (come quello sulla storia del genere sempre di Saverio) non posso che esserne inevitabilmente attratto. Io di questo filone confesso di amare di più il cosiddetto post grunge (Seether, Three Days Grace, Grey Daze ecc.) mentre della fase storica prediligo senza dubbio i Nirvana: gli ST inglobano invece una componente psichedelica che proprio non fa per me. In ogni caso, al di là dei gusti musicali, sembra davvero un'ottima lettura per conoscere una figura che ha fatto la storia di questo "genere-non genere" che ha rivoluzionato il rock nei primi anni '90.
Rob Fleming
Lunedì 9 Agosto 2021, 14.10.24
3
Blues funeral è l'ultimo che ho preso, buono, ma...Poi per quanto riguarda la sua carriera solista mi son fermato. Ma alle collaborazioni con Duke Garwood non ho potuto resistere (colpa di Rocco Schiavone? Anche...).
Lizard
Lunedì 9 Agosto 2021, 9.51.30
2
Stesso problema per me Rob... naturalmente può fare quello che vuole, ma diciamo che lo preferisco in altri contesti, anche se Blues Funeral mi piace da morire.
Rob Fleming
Lunedì 9 Agosto 2021, 9.28.22
1
In effetti è un vero e proprio sopravvissuto. I milionari intorno a lui sono morti quasi tutti ed erano quelli che avevano i mezzi economici per uscire dell'incubo dell'eroina e della depressione, mentre lui che quei mezzi non li aveva alla fine ce l'ha fatta. Nella bella disamina del libro mi fa ridere leggere che Duff e Courtney gli abbiano offerto "il braccio" per salvarlo, ma tra eroinomani ci sta. Sul cantante...beh...è tra quelli che fanno la differenza. I'll take care of you è un capolavoro interpretativo assoluto, gli album con Duke Garwood sono bellissimi, i suoi primi solisti sono magici. Ultimamente mi piace di meno perché quella voce, quel timbro faccio fatica ad accettarli su brani che poggiano sull'elettronica
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