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STREBLA - Il rumore incessante del punk meridionale!
11/08/2021 (523 letture)
Il Sud Italia è da sempre una delle polveriere più pericolose per quel che riguarda la scena punk/hardcore e proprio da lì si sono sviluppate alcune delle realtà più incisive per la scena dagli anni ’80 in poi (per approfondire consigliamo la lettura di questo articolo ancora attualissimo). Come confermato dagli stessi Strebla, protagonista dell’intervista di oggi, il Sud – in particolare la Puglia – non ha ancora smesso di dar vita ad espressioni musicali antagoniste, tra cui spicca oggi il quartetto barese, autore di un personalissimo mix di noise rock in salsa hardcore punk. Il loro album di debutto Cemento è stato ben accolto su queste pagine, per questo motivo abbiamo deciso di lasciare spazio alla band stessa per scoprire cosa ruota intorno al caos rumorista degli Strebla. Buona lettura!

Black Me Out: Ciao ragazzi e benvenuti sulle pagine di Metallized. Raccontateci un po’ di voi: quando nascono gli Strebla e qual è stata l’esigenza di dare vita ad una band come la vostra?
Nicola: Ciao e grazie dello spazio che ci state concedendo! La formazione attuale degli Strebla nasce nel 2018 con l’arrivo di Manuel alla batteria. Prima eravamo in tre e condividevamo ascolti e suggestioni abbozzando qualche pezzo. L’idea è stata dall’inizio di dare vita a una band che facesse noise senza imporsi dei paletti ma piuttosto esplorando le sfumature di rumore possibili, lasciandoci guidare dalle nostre attitudini.

Black Me Out: Perché il nome Strebla? Ho letto che appartiene ad una famiglia di insetti parassiti, ma c’è un motivo più profondo dietro questa scelta?
Nicola: Eravamo in cerca di un nome spigoloso e un po’ cacofonico come la nostra musica. Tra i vari nomi slavi trovammo “Strelba” (sparo) ma invertendo le lettere ci piaceva di più e così è nato il nome Strebla. Abbiamo poi scoperto il suo significato legato ai parassiti e ci è piaciuto ancora di più. Aveva un significato abbastanza marcio.

Black Me Out: Con il vostro primo album Cemento proponete un sound peculiare, ascrivibile al noise rock, ma con profonde radici hardcore. E proprio dalla scena hardcore si può dire che proveniate e apparteniate. In che modo vi sentite legati ad essa?
Nicola: La scena hardcore della nostra città e della nostra regione ci è sembrata da subito il luogo giusto dove stare, il luogo in cui poterci esprimere secondo le modalità che ci piacciono, in maniera orizzontale, diretta e senza tante sovrastrutture che il mondo della musica spesso impone. Dalla scena abbiamo imparato, impariamo e impareremo tanto. Negli spazi sociali che ci hanno accolto ci siamo conosciuti e siamo cresciuti. Crediamo nell’attitudine che la nostra scena porta avanti e siamo fieri di farne parte.

Black Me Out: La mezzora di musica che proponete su disco è letteralmente devastante e mostra sfaccettature diverse. Avete delle influenze o delle ispirazioni precise – recensendo l’album io ne ho individuate alcune – oppure lasciate che le composizioni fluiscano senza alcun freno?
Nicola: Senz’altro all’inizio siamo stati influenzati da gruppi come Jesus Lizard, NoMeansNo, Shellac ecc. Sono tutte influenze fondamentali, ma abbiamo deciso di non seguirle pedissequamente, piuttosto di mischiarle e contaminarle con altri linguaggi che secondo noi esprimevano qualcosa. Con l’entrata di Manuel alla batteria si è aggiunta fortemente l’influenza hardcore punk che si è intensificata concerto dopo concerto.

Black Me Out: Parlateci delle registrazioni del disco: i brani sono stati composti tutti in presa diretta o ad esempio gli episodi strumentali hanno subito un trattamento diverso (penso ad esempio al brano finale, composto fondamentalmente da samples)?
Nicola: Sì, le registrazioni sono avvenute completamente in presa diretta con tutti gli strumenti nella stessa stanza. Le voci sono state sovraincise. Fatti D’Arme Di Una Guerra Senza Fortuna e l’ultima traccia sono tracce decisamente più “studio”, ottenute dall’insieme di più suoni, sintetizzatori, no input noise e samples vocali. La traccia vocale di Someone Locked The Door è stata improvvisata anni e anni fa da Nicola, l’abbiamo recuperata e manipolata un po’ per metterla nel disco.

Black Me Out: L’album ha dei suoni veramente belli e azzeccati, si fa quasi fatica a pensare che tutto questo sia frutto di un lavoro in presa diretta, così viscerale e sincero. Ma parlando nello specifico dei suoni adottati quanta è la cura con cui li avete scelti? E quanto è importante la vostra strumentazione nel raggiungimento del risultato finale?
Nicola: Per quel che riguarda i suoni abbiamo utilizzato la strumentazione e i settaggi che usiamo abitualmente live, pedali tirati a 11 e tanta cattiveria nelle mani destre. La batteria del disco era il risultato di pezzi e piatti presi da altri set, molti prestati. Nel disco basso e chitarra sono semiacustici e il synth passa attraverso un overdrive per basso. Senz’altro la strumentazione è un aspetto a cui siamo molto affezionati e che ci affascina sempre tantissimo, da bravi casinari noise-punk, anche se per lo stesso motivo non abbiamo il fetish per equipaggiamenti precisini, puliti o all’avanguardia. Ci piacciono gli strumenti semplici e resistenti, che ci permettano di sperimentare e che riescano a prendersi le mazzate che dispensiamo, ma non siamo ancora pronti a perderci nei cavilli e nelle finezze tecniche di questo mondo. È bello anche il lato “casuale” della cosa... Avere uno strumento qualsiasi e tirarci fuori quello che si vuole.

Black Me Out: Passando al lato grafico di Cemento è impossibile non notare la fotografia di Michele Guyot Bourg che campeggia sulla copertina. Come siete venuti a conoscenza dell’opera di Guyot Bourg e perché avete scelto proprio questa immagine?
Nicola: Ci è capitato per caso di vedere le foto di Michele Guyot Bourg in rete e quella che poi è diventata la front cover ci ha colpito per la sua semplicità quasi crudele, per la sua pesantezza sottintesa. Ci ha subito comunicato molto, sembrava che alcuni testi fossero stati scritti guardandola e per questo l’abbiamo scelta come copertina. Ringraziamo di cuore Michele Guyot Bourg per averci concesso di utilizzarla.

Black Me Out: Da grande sostenitore della lingua italiana nella musica rock ho particolarmente apprezzato la vostra scelta di cantare in italiano, in un genere che sulla carta forse sarebbe stato più appetibile con testi solamente in inglese. E invece funziona alla grande così, tanto che un’etichetta americana come The Ghost Is Clear Records si è interessata a Cemento. Anche in questo caso vi chiedo se la scelta dell’italiano è stata ponderata attentamente o se siete già partiti con l’idea di esprimervi nella vostra lingua madre.
Nicola: L’italiano è la lingua con cui riusciamo a esprimere più concetti, anche complessi, in maniera sintetica e sin dall’inizio ci è venuto naturale usarlo. Nonostante ciò ci sono dei divertissement in inglese influenzati molto dagli ascolti sopracitati, dai Dead Kennedys, dai NoMeansNo, dai Gang Of Four ecc…

Black Me Out: Il brano che spicca maggiormente in scaletta è Decapito, che è anche il pezzo che più mostra le vostre diverse nature: post-hardcore, noise, il gusto per le melodie e per gli arrangiamenti non banali. Come nascono questo brano e il suo testo? Il verso “Hanno portato la bara a piazza San Pasquale” a cosa si riferisce di preciso?
Nicola: Decapito è uno dei primi brani che abbiamo composto insieme. Qualche riff di questo pezzo è nato persino prima che gli Strebla avessero un batterista… Ci siamo molto legati, è un brano decisamente emotivo e divertente da suonare. Rappresenta molto bene la voglia di rivincita e di aggregazione che spinge il genere e le scene. Il testo parla di momenti di vita vissuta individuale, di luoghi e quartieri a cui siamo legati. Quel verso in particolare ne è un buon esempio.

Black Me Out: Degni di nota a mio parere sono anche i testi dei primi due brani del disco, la titletrack e Carne. Mi piace molto come in poche righe riusciate a condensare concetti e pensieri decisamente profondi ed attuali, con un’efficacia rara. Chi di voi si occupa dei testi dei brani e in che modo essi vengono scritti?
Nicola: Ti ringraziamo. I testi sono curati principalmente da Nicola, ma i concetti che ci sono dietro vengono sempre sviscerati in sala prove in modo da dare tutti insieme il giusto senso e la giusta atmosfera ai pezzi. Vengono ispirati da suggestioni individuali, da frustrazioni personali, da dubbi...

Black Me Out: Parliamo della vostra terra, la Puglia. Voi venite da Bari e proprio da lì arrivano due tra i dischi a mio parere più interessanti dell’anno: il vostro e Cargo Cult dei Turangalila. Quando parlo con musicisti italiani mi interessa sapere in che modo essi si sentono legati alla propria città e se pensano che essa sia stata o possa essere importante per la propria musica e per essi stessi come artisti. Qual è il vostro pensiero a riguardo?
Nicola: I Turangalila sono nostri amici e hanno tirato fuori un discone. La città e la provincia di Bari è da sempre stata “agitata” dal punto di vista musicale, basti pensare a gruppi come Chain Reaction, Last Call, Nagasaki Nightmare, Bz Bz Ueu… Dalle sfumature del punk ai contesti più sperimentali la nostra città ha sempre urlato abbastanza forte. Nonostante le costanti minacce che il decoro e le istituzioni pubbliche rivolgono verso gli spazi contro-culturali di Bari, fuochi di resistenza nascono piano piano e speriamo che presto brucino quello che devono bruciare… Siamo fieri di portare, insieme ad altri, il punk meridionale in giro per l’Italia. Con tutte le sue contraddizioni siamo quindi molto legati alla nostra città e alle sue particolarità. Non a caso il disco è dedicato ai territori: cornuti, mazziati, depredati, avvelenati ma FORTI e sempre bellissimi.

Black Me Out: Ideologicamente gli Strebla sono una band nettamente schierata, con dei principi esplicitamente espressi sia nel disco che negli ambienti dove solitamente è possibile vedervi dal vivo e che voi stessi sostenete. Quanto è importante per voi esprimere le vostre idee in questo senso? Pensate che una presa di posizione così precisa possa un domani negarvi delle possibilità o non vi ponete questo dubbio?
Nicola: Per noi è abbastanza naturale schierarci e lottare per quel che possiamo. Sostenere determinate cause, portare la nostra solidarietà e COMPLICITÀ a determinate realtà è il minimo che possiamo fare in quanto gruppo indipendente e slegato dalle logiche di mercato. Riguardo il discorso di eventuali possibilità negate crediamo che il DIY e il punk rappresentino di per sé il negarsi determinate possibilità marce per aprirsene altre, migliori e sincere, in quanto scene che stanno in piedi da sole.

Black Me Out: Abbiamo introdotto la dimensione live, dove da quel che ho potuto vedere non vi risparmiate affatto. Quanto conta per gli Strebla esibirsi dal vivo?
Nicola: Per noi il live è tutto. È il momento in cui tutti i tasselli tornano insieme e per una quarantina di minuti si può esplodere. Lì prendono forma le canzoni e le emozioni a esse associate. Là si suda, ci si aggrega, ci si conosce, si è INSIEME. È la cosa più bella di tutte…

Black Me Out: Ora che Cemento è fuori e l’accoglienza che gli sta venendo riservata è ottima avete già piani per il futuro?
Nicola: Siamo molto contenti che a qualcuno sia piaciuto l’album. I nostri piani ora sono ovviamente quelli di suonare live più possibile, muoverci per l’Italia, magari per l’Europa e portare la nostra roba in giro. Ah e ovviamente, appena sarà possibile, registrare il prossimo disco!

Black Me Out: Grazie per la chiacchierata ragazzi, questo spazio è vostro e potete dire tutto quello che volete! Noi consigliamo ancora a tutti i nostri lettori di ascoltare Cemento e di venirvi ad ascoltare dal vivo quanto prima!
Nicola: Grazie a voi per le belle domande e per l’interesse! Salutiamo i lettori che si sono letti questa intervista. Tutti gli altri ringraziamenti li abbiamo fatti a più riprese... Grazie alle realtà che ci supportano da sempre e ai gruppi con cui abbiamo condiviso esperienze. UP THE PUNX!



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