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BLACK CRUSADE - Una giornata a Milano
21/12/2007 (1783 letture)
Tutto è cominciato con l’uscita dello strepitoso The Blackening nei freddi mesi d’inizio 2007. Se in passato i Machine Head avevano fatto parlare di sé per alcune soluzioni votate eccessivamente alla buona riuscita sul mercato (mandando su tutte le furie Mr. Kerry King, che senza tanti giri di parole li definì dei venduti), l’ultima fatica dei quattro californiani ha spazzato ogni dubbio a suon di riffoni taglienti e doppia cassa come fosse grandine. Una così diretta dimostrazione di potenza e classe, un così chiaro tributo all’heavy metal di stampo “eighties” andava celebrato con un tour degno dei nuovi Machine Head. E così, come un piacevole regalo di Natale anticipato, ecco a voi il Black Crusade Tour: cinque band -come direbbe un mio amico “con i controcazzi”- per un’intera serata di musica granitica senza un attimo di sosta. Nell’ordine: Shadows Fall, Arch Enemy, Dragonforce, Trivium e Machine Head hanno messo a ferro e fuoco una Milano intorpidita dal gelo d’inizio Dicembre, ma andiamo con calma: ce ne sono di cose da raccontare…

Sono le 17 circa, le interviste sono appena terminate e, dopo un ultimo privilegiato sguardo alla sala deserta (se non per il solito via-vai di tecnici indaffarati a sistemare gli ultimi dettagli), mi decido ad abbandonare il backstage dell’Alcatraz per confluire in quella mi attendevo fosse la solita ridicola coda da concerto settimanale: una mezza dozzina di true fan per gruppo più un paio di malcapitati incuriositi dalle bancarelle. La scena che mi si prospetta davanti agli occhi una volta uscito, invece, è tutt’altro che desolante. La voglia di metallo degli abitanti della penisola ha infatti trascinato fuori dalle loro accoglienti dimore, e lontano dai loro tiepidi caminetti accesi, un numero di persone che non mi sento di stimare se non utilizzando il termine “notevole”, segno tangibile del successo che le band in cartellone stanno riscuotendo ultimamente tra i kids italiani. Così, tra i soliti cori (meno blasfemi del solito in verità) contro truzzi, emo e Gigi D’Alessio, l’atmosfera si riscalda alla maniera italiana, mentre il sole saluta l’orizzonte che, vanitoso, attende a lungo prima di tingersi di nero.

SHADOWS FALL
I primi a calcare il palco (quello grande in fondo alla sala) dell’Alcatraz sono gli Shadows Fall, anch’essi in tour a supporto di un disco, il potente “Threads Of Life”, recentemente uscito su Roadrunner Records. La band è costretta ad una mole di pubblico ridotta sì dalla posizione in scaletta, ma ulteriormente penalizzata dalla decisione di dare il via allo show quando gran parte della folla si trova ancora incolonnata ai cancelli e tenta di entrare. La carica dei cinque americani guidati da Brian Fair, singer dall’epica chioma, è tuttavia sufficiente a radunare in tempo zero, a ridosso del palco, un nutrito gruppo di fedeli per nulla intimoriti dalle interminabili ore di pogo pronte ad aspettarli. La performance degli Shadows Fall è caratterizzata da pochi fronzoli, buona acustica ed i soliti brani veloci e violenti (chi si aspettava un po’ di intimità con il nuovo singolo “Another Hero Lost” non ha tenuto conto della setlist di proporzioni microscopiche) come da repertorio. E’ possibile che ci sia di mezzo lo zampino della Roadrunner, pronta ad evitare che uno dei suoi gioiellini venga fatto sfigurare, ma i suoni questa sera non hanno davvero nulla a che vedere con ciò che siamo costretti ad ascoltare per le band di supporto a nomi più importanti: impatto deciso ed ogni strumento (quasi)sempre distinguibile in mezzo al frastuono. Fair aggiunge molto di suo, scatenando la folla a dovere e regala una splendida cartolina di lui, con il busto proiettato oltre le transenne, come un enorme mostro tentacolato che guida ed istiga un mare pulsante di teste e braccia, mentre seda questa marea incombente porgendo il microfono alle urla disumane della bolgia.

ARCH ENEMY
Cambio palco piuttosto rapido, ed ecco le luci che si abbassano per cedere il passo agli Arch Enemy. Nonostante non si tratti di una band paragonabile agli headliner della serata, per seguito e fama, c’è grande attesa per questo gruppo di svedesi. Poche tempo prima, fuori dal locale, avevo assistito al loro arrivo, volto coperto da occhiali scuri e scortati da bodyguards, mentre alcuni ragazzi -apparentemente sani di mente- si pronunciavano in esultanze indescrivibili per aver semplicemente sfiorato Angela Gossow. Proprio la biondina singer, resasi partecipe di alcune dichiarazioni critiche riguardo alla scena estrema attuale, è l’elemento più discusso di questo pezzetto di serata. C’è chi la idolatra, venerandola come l’unica rappresentanza femminile nel metal-business veramente “cattiva fino al midollo”, e c’è chi la considera un’astuta attrice che modifica a computer le proprie prestazioni vocali, senza le quali la band non andrebbe da nessuna parte. La realtà è che dietro la bella (non bellissima) tedeschina c’è un carisma ed una presenza scenica fuori dal comune. Doti innegabili che l’intera band mette in mostra e di cui allo stesso tempo si nutre per portare davanti al pubblico uno spettacolo degno del nome che tengono sulle spalle. Lo show che ne esce è convincente e gradevole (soprattutto per i fan più accaniti) nonostante alcune grandiose promesse fatte su disco siano rimaste impilate sugli scaffali delle nostre camerette. Buoni ancora una volta i suoni e brava la band, sempre estremamente trascinante. Momento epico il ritornello finale di “We Will Rise”, con grande partecipazione di una Milano che comincia a riempire a dovere un Alcatraz in carburazione.

DRAGONFORCE
Devo premettere che non avevo mai visto dal vivo i Dragonforce, che non li conoscevo molto bene su disco, che la loro immagine non mi diceva granchè, che ho sempre detestato quel genere di nomi pacchiani, e tanto per dirla tutta, che avevo una certa convinzione in testa che non fossero altro che una band da quattro soldi. Non male come premesse, eppure adesso mi vedrò costretto a tessere lodi che pochi concerti in passato hanno meritato da parte di chi scrive.

La band guidata dal talentuoso chitarrista orientale non brilla certo per originalità della proposta, un power metal senza grandi pretese, se non quella di divertirsi e divertire utilizzando un pizzico di sfrontatezza. Forse proprio questa attitudine spogliata di ogni falsa modestia, è valsa nel corso degli anni ai Dragonforce una spaccatura nel seguito di fan e pubblico. Non fa eccezione questa serata milanese che vede lo spostamento di grosse masse di pubblico durante i cambi-palco, segno della non perfetta omogeneità della proposta “Black Crusade”, con relativi fischi e lanci di carta igienica dalle retrovie nei confronti dei sei pazzi di Londra. Nonostante ciò, Li & compagni non perdono un solo istante per saltare, correre e dare spettacolo con ogni stratagemma possibile, senza per questo penalizzare la resa puramente musicale. Vedere Leclercq, Pruzhanov e Totman sfrecciare da una parte all’altra del palco è uno spettacolo nello spettacolo dentro il quale ci si trova coinvolti grazie all’enorme capacità dei musicisti di creare una connessione diretta con l’altro lato delle transenne. Potrei raccontare del supporto-birra con cannucce del chitarrista, delle facce esilaranti del bassista, quando decide di invertire i ruoli ed imbracciare una chitarra per mostrare le proprie abilità, delle sfuriate del biondo tastierista rubacuori, il quale a tratti sembra voler abbattere la propria postazione, ma il fatto è che ognuno dei mille siparietti di cui i Dragonforce si sono resi protagonisti meriterebbe di essere ammirato con i propri occhi e non può che apparire banale se raccontato attraverso queste semplici parole. Trascorre un’ora scarsa di musica trasudante affiatamento e presenza scenica degna di una compagnia teatrale che non perde il sorriso nemmeno sotto l’attacco della carta igienica, trasformandola in una parte dello show così ben riuscito ed esilarante da lasciare il dubbio che tutto fosse premeditato. L’aspetto musicale non può che cadere in secondo piano, eppure soddisfano le prestazioni tanto della band, quanto dei tecnici al mixer. Con i due cavalli di battaglia, “Through the Fire and Flames” e “Valley of the Damned”, la band porge i propri saluti ad un pubblico che ringrazia apertamente e non nasconde ammirazione per questa band frutto della globalizzazione da XXI secolo.

TRIVIUM
Quando poche ore prima del concerto avevo chiesto a Travis Smith quale fosse il segreto grazie al quale i Trivium, con tre soli album alle spalle, si trovavano in una posizione così favorevole all’interno del festival, il giovane batterista mi aveva parlato di fortuna. Che voi crediate o meno alla fortuna, ci troviamo ora davanti ad un gruppetto di ragazzi poco più che ventenni in grado di trascinare enormi folle di giovani fan sino al loro cospetto, tutti pronti ad impugnare le armi di questa metallica crociata. Altra band incredibilmente discussa, e non poteva essere diversamente a seguito di un successo così fulminante, che di fronte a critiche ed accuse di plagio, fa spallucce e prosegue sulla propria strada. Parlare qui ed ora della somiglianza di Heafy e soci con una certa band storica di Los Angeles non avrebbe senso, non rimane che raccontare la loro apparizione sul palco del Black Crusade.

Sarà la moda “alternative” del momento, sarà un ritorno in voga dell’eighties style, ma vedere Matt Heafy salire sul palco vestito di jeans attillati e maglietta bianca, con l’inseparabile Dean Razorback tra le mani, fa davvero tornare alla mente quei thrasher americani d’inizio anni ’80 con addosso la voglia di spaccare il mondo. La realtà è diversa: qualcuno affermerà che tutto questo imitare i propri eroi sia patetico, qualcuno affermerà che tutto ciò significa portare davvero avanti lo spirito heavy metal. Chi ha ragione? Ognuno di noi può rispondere a questa domanda come meglio crede, ciò che si può raccontare dello show dei Trivium è una serie di pezzi sputati in faccia alla velocità della luce con pochi fronzoli e voglia di stupire. Tra i fan radunati sotto il palco ci si chiedeva se, dopo il cambio di stile registrato con “The Crusade”, Heafy fosse ancora in grado di rendere al meglio con la propria voce in sede live i pezzi cantati in growl estratti dai primi album. La risposta non poteva essere migliore: durante tutto il concerto le parti vocali sono divise tra il frontman e Corey Beaulieu, chitarrista della band, cui spettano appunto le parti in growl. Il risultato è geniale: Beaulieu dà prova di capacità vocali che in passato aveva nascosto, sfruttandole per un riduttivo backing vocals di circostanza, mentre Heafy può permettersi di mantenere il suo consueto timbro “Hetfield style” durante tutta la serata. Buona la prova di Smith, uno schiacciasassi in grado di smontare la batteria dopo il primo brano, tanto che nell’attesa di sistemare l’asta di un crash, il resto della band si vede costretta ad occupare il tempo con una versione improvvisata di “Symphony Of Destruction” dei Megadeth: il pubblico apprezza a tal punto che non smette di cantare sino alla risoluzione del problema tecnico. Decisamente ben riuscita la scenografia, con tanto di postazioni sopraelevate a disposizione delle due asce/microfoni, sui quali troneggiano dragoni dall’artwork dell’ultima fatica della band, e suoni più che accettabili. Guardando in azione questi ragazzi ci si dimentica della loro data di nascita e, tenendo conto che il tempo è dalla loro parte, sicuramente hanno tutte le carte in regola per diventare un grosso, grossissimo nome della scena heavy metal.

Setlist: To The Rats || Fugue (A Revelation) || Entrance Of The Conflagration || The Deceived || A Gunshot To The Head Of Trepidation || Becoming The Dragon || Anthem (We Are The Fire) || Rain || Pull Harder On The Strings Of Your Martyr

MACHINE HEAD

MACHINE FUCKIN’ HEAD! Questo coro risuona nell’Alcatraz sin dal tardo pomeriggio e conclusa la prova dei Trivium non rimane che attendere che le luci lascino ancora una volta l’oscurità impossessarsi del palco. Accanto alla batteria troneggiano due enormi monoliti romboidali con su il simbolo “MH” in bianco e nero. Alcuni dei presenti sono qui solo per loro, e l’atmosfera si scalda automaticamente per una reazione chimica intrinseca alla passione umana. I Machine Head non sono band capace di tradire i fan con prestazioni live scadenti, e questo la gente lo sa. Impressiona a tratti un Alcatraz gremito in ogni ordine di posto, con gente accalcata fin sulle scalette in fondo alla sala, che di lì a poco sarà testimone dell’impressionante impatto.

Come suoni dall’oltretomba ecco spuntare dagli enormi altoparlanti la tetra serie di scarni accordi che fanno da cornice all’intro di “Clenching th Fist of Dissent”. Sono boati. Pochi istanti ed i quattro sono fuori per coprire il pit con un’onda sonora di proporzioni astrali. La collisione con il pubblico è imponente, quest’ultimo inizia a dimenarsi come in preda ad un’estasi violenta mentre i colpi incrementano la propria intensità. La canzone mantiene la genialità manifestata su disco, al quale viene addizionato un impatto tanto sonoro quanto visivo che solo questi ragazzi di Oakland possono regalare. Flynn e soci stanno vivendo un periodo di grande lucidità artistica e dentro questo live c’è tutto il carisma di una band che si è dimostrata capace di superare cambi di direzione stilistica, accuse di eccessiva commercialità e vicissitudini varie, uscendone con la testa più alta che mai. Robb Flynn sembra felice e disteso, non per questo meno devastante. Ringrazia come consuetudine i fan deliranti e spesso offre loro bicchieri di rum, brindando con innumerevoli “Salut” alla fortuna dei presenti. Le presentazioni delle canzoni hanno un qualcosa di poetico, che personalmente non mi sarei mai aspettato dal bravissimo frontman, incredibilmente passionale e profondo, come a raccontarci che dietro quelle poderose sfuriate non vi è solamente odio e voglia di andare veloce, ma sentimenti che hanno a che vedere con gli istinti che spingono l’uomo più avanti di ogni altra specie animale. E’ il 6 dicembre e c’è il tempo per ricordare, tramite uno striscione fatto da alcuni ragazzi e poi appeso sul palco, che poco più di tre anni fa moriva un pezzo di storia della musica dura. Dimebag viene salutato da un applauso dell’intero pubblico, al quale si unisce la band con commovente trasporto. Cornice ideale quest’ultima per attaccare “Aesthetics of Hate”, il celebre brano ispirato da un articolo pubblicato su di un magazine americano, nel quale l’autore definiva lo stesso Dimebag “un ignorante, barbaro, possessore di chitarra, senza talento”.

Ogni pezzo viene presentato attraverso un muro sonoro che ha pochi rivali tra le band in attività, ogni singolo musicista sul palco dà prova tangibile del proprio carisma fino allo stremo delle forze. Ed è proprio così che deve finire il concerto, perché sull’attacco di “Descend the Shades of Night”, Phil Demmel rovina a terra con un suono reso estremamente sinistro dall’impatto con il suolo della sua chitarra amplificata. I compagni abbandonano le loro postazioni interrompendo lo spettacolo per sincerarsi delle sue condizioni. In breve tempo viene trascinato dietro le quinte e tra la folla gli sguardi si fanno preoccupati. Flynn esce di lì a poco annunciando: “Non so cosa stia accadendo, ora Phil giace a terra qui dietro e alcuni medici si stanno occupando di lui. Non so se saremo in grado di proseguire”. Il pubblico attende con religiosa dedizione, fermo ai propri posti, ma poco dopo sono i tre musicisti ad uscire nuovamente sul palco per annunciare che il malore di Demmel non permetterà loro di concludere lo show. Visibilmente dispiaciuto Flynn ringrazia il pubblico per il calore manifestato, e saluta Milano, mentre tutti i presenti ricambiano l’affetto dei Machine Head con un lungo applauso che mostra tutta la comprensione e l’affetto che l’Italia nutre nei confronti della band Californiana.

Si chiude così, con l’amaro in bocca, questa serata milanese di grande musica. Amaro in parte digerito grazie alla scoperta che il musicista si riprenderà in breve dal malore e senza gravi conseguenze. E’ tempo ora di lasciare Milano, le nere strade aspettano ancora una volta il mio passaggio per tornare a casa guidato da quel portentoso mezzo che è la mia fedele Polo. Sulla strada verso ponente nella mia mente si affollano flash ancora vivi nella memoria, si accavallano gli uni sugli altri in un’immagine confusa sulla quale si staglia ad enormi lettere nere e bianche una scritta in grassetto: Machine Fuckin’ Head!

Setlist: Clenching The Fists Of Dissent || Imperium || Aesthetics Of Hate || Old || Halo || Take My Scars || Descend The Shades Of Night

Un ringraziamento speciale va alla nostra §tarChild per la preziosa compagnia durante questa lunga giornata.



Valeria*§tarChild
Sabato 22 Dicembre 2007, 21.45.00
2
marcooo bellissima recensione ..lo sai!! io che cero posso dire che hai raccontato fantasticamente il tutto! ^___^
Fulvio
Venerdì 21 Dicembre 2007, 23.19.43
1
I Machine Head hanno fatto piazza pulita!!! Sono stati devastanti...Pero' grandissimi Arch Enemy!!! Ero li solo per loro e mi sono commosso come un bambino su "Nemesis".
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