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WARNERVE - Deserti, cantine e chitarre
22/01/2009 (1738 letture)
Dalle cime innevate della Val D’Aosta alle roventi distese di sabbia e rocce texane, dal thrash allo stoner metal, ecco a voi i Warnerve!

Benvenuti sulle pagine di Metallized. Vorreste fare una breve presentazione della band?
Certo, I Warnerve nascono nel lontano 1997, sebbene avessimo un altro nome la formazione era già questa. Dopo un periodo passato con cantanti vari, abbiamo preso l’attuale via stilistica a partire dal 2003 quando io stesso sono ritornato a cantare oltre che a suonare. Fondamentale per noi è stato l’incontro tra l’heavy-thrash che suonavamo in precedenza con le più calde e magmatiche sonorità stoner.

Avete dato alla vostra musica la curiosa definizione di “ultra heavy stoner rock”. Cosa significa per voi?
Proprio quel che accennavo prima: la fusione, che cerchiamo di rendere al massimo personale, tra il metal e lo stoner, o se vogliamo lo stoner rock suonato con una matrice heavy. Nei nostri pezzi si possono trovare parti molto pesanti e aperture psichedeliche oppure funkeggianti, parti molto dirette e parti ripetitive e progressive.

Quali sono le tappe che vi hanno portato dal thrash metal degli esordi a ciò che suonate oggi?
Diciamo che ci eravamo stufati di sonorità fredde e asettiche, all’idea di avere sempre un suono perfetto. Anzi: vogliamo avere un suono ruvido e rozzo, caldo e coinvolgente, proprio come la musica che suoniamo. Insomma, privilegiare la sostanza alla mera forma. Troppe band sprecano tempo con suoni e produzioni milionarie; ci ribelliamo a questo modo assurdo di vedere la musica “dura”, che deve essere considerata come arte, sudore, passione e nient’altro. Perché allora i gruppi buoni dovrebbero essere quelli con più grana per permettersi mesi di studio? Va là, stronzate.

Immagino che con la mutazione stilistica della vostra band siano cambiati anche i vostri gruppi di riferimento…
Certo, direi su tutti i Kyuss, QOTSA, ma anche Spiritual Beggars, Down, COC. Riteniamo di appartenere di diritto a questo filone, per me tra i più creativi e interessanti dell’intero panorama rock. Inoltre alcuni di noi ascoltano new metal e quindi inseriscono le loro influenze all’interno di questo quadro; l’obiettivo è di avere una nostra personalità definita. Il panorama attuale italiano è a volte deprimente per questo: tutti dietro ad un filone che va di moda come pecore. Ok, ci si fanno i soldi ma... Dove va a finire l’integrità artistica di una band?

Il coronamento della vostra evoluzione musicale è per ora “The Face Of God”, un disco accolto molto bene dalla critica. Ne siete soddisfatti? Potendo, ne cambiereste qualcosa?
Questo è un punto che tengo a sottolineare: è ovvio che una autoproduzione sia perfettibile da molti punti di vista. Abbiamo registrato i 40 minuti del disco, basso e batteria insieme, in un pomeriggio. Tutto buono alla prima massimo alla seconda. Erano due anni che stavamo dietro ai pezzi e i ragazzi sono stati bravissimi, certo; ma se fossimo stati 3 mesi in studio rilassati a fare solo quello è ovvio che il risultato sarebbe perfetto. Qualcuno però non riesce a capire questa cosa, anche molti recensori ai quali si mostra la luna e loro guardano il dito. Comunque come ti dicevo la nostra attitudine è questa, quindi siamo estremamente soddisfatti del disco e soprattutto dei pezzi, dai quali non sapremmo davvero cosa togliere o aggiungere. Dal nostro punto di vista sono perfetti.

Come nascono le canzoni dei Warnerve?
Da spunti personali poi rielaborati da tutti. Ognuno dà il suo contributo che riusciamo sempre ad amalgamare. Dopo dieci anni di esperienza la cosa ci viene piuttosto naturale. Siamo consapevoli che Face Of God è un disco ostico, difficile da recepire ai primi ascolti e che necessita tempo per essere assimilato; un motivo in più per esserne orgogliosi, perché quello che si perde in immediatezza nei pezzi lo guadagniamo in longevità degli ascolti.

Quali sono le tematiche di cui parlate nelle vostre canzoni e da dove traete ispirazione?
Nelle liriche posso trarre ispirazione da fatti molto personali (ad esempio Doubt parla di un uomo importantissimo per la mia vita suicida anni fa) oppure da libri e film. Mi piace parlare degli aspetti più epici e “grandiosi” dell’esistenza; non a caso Itaca parla del ritorno di Ulisse e la seconda parte dell’album è dedicata al libro e poi film 2001 Odissea nello spazio, nei quali i quattro pezzi rappresentano ciascuno una parte del film.

Come mai la scelta di inserire nel vostro ultimo “The face of God” un mini-concept basato su “2001: Odissea nello spazio”?
E’ stato un film con una fotografia incredibile per l’epoca, che ha lasciato il segno nella storia del cinema. E’ riuscito a rappresentare gli spazi siderali con una forza incredibile. A tratti è sicuramente pesante da vedere, ma la sua capacità di evocare l’infinito la trovo grandiosa.

Un curioso fenomeno che nel corso degli anni ha caratterizzato lo stoner rock/metal è stato il suo progressivo attecchimento nelle zone “fredde” dell’ Europa: dai deserti del Texas e dalle paludi del Mississippi, questo modo di fare musica ha preso sempre più piede in Scandinavia (soprattutto in Svezia) e ora fiorisce ancora una volta in Valle d’Aosta. Secondo il vostro modo di vedere, a cosa è dovuto tutto ciò?
Questa è proprio una bella domanda! Credo che sia il messaggio di fondo ad attrarre persone cosi distanti: il primato dell’emozione e della sensazione nel suonare sulla pura tecnica e sul suono perfetto, il richiamo agli anni 70 visti come periodo creativo e sperimentale, la fusione di giunge, rock e psichedelica in un qualcosa di unico e variegato. Una ricerca dell’oltre sensoriale: un po’ di fumo, qualche birra, un ampli decente e si parte alla ricerca di sensazioni che solo la musica può regalare. Forse perché dalle nostre parti c’è poco da fare che viene assolutamente naturale chiudersi in garage, mandare a fan culo il mondo e suonare. Forse è ciò che accomuna i deserti californiani, le lande svedesi e le montagne valdostane…

Conoscete bene la scena valdostana? Quali sono (oltre ai Warnerve, ovviamente) secondo voi le band da tenere d’occhio?
Siamo in quattro gatti qui e ci conosciamo un po’ tutti. Sicuramente gli amici Behind the screen che spaccano come dannati, gli amici rocker Sirio2222, e poi (e qui mi faccio autopubblicità!) gli altri progetti miei: gli El negro (stoner rock cantato però in italiano) e gli Henry Miller, gruppo molto sperimentale e atipico. Vi invito ad ascoltare qualcosa di questi gruppi sullo space perché credo davvero ne valga la pena.

Come vi rapportate all’attività live? E’ per voi un banco di prova importante, un naturale completamento del lavoro fatto in studio, un veicolo promozionale diretto o cosa?
Suonare dal vivo ci piace, e molto. Il limite è rappresentato dalle occasioni esigue, dalla mancanza di spazi, dal fatto che il nostro genere non è facilmente catalogabile e soprattutto le nostre composizioni necessitano di vari ascolti per essere digerite ed apprezzate al meglio.

Bene, l’intervista si conclude qui. Ringraziandovi per la vostra disponibilità vi saluto e lascio a voi le ultime parole.
Grazie a voi per le domande intelligenti e lo spazio concesso. Concludo invitando all’ascolto dei nostri brani: se cercate qualcosa di personale, potente, grezzo ed epico allo stesso tempo venite a cercarci e non ve ne pentirete. Altrimenti fatevi crescere la frangetta e incollatevi a All Music, perché non facciamo per voi!



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