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DEICIDE + SAMAEL + VADER - Rolling Stone, Milano, 18/01/2009
26/01/2009 (4857 letture)
Partire con aspettative alte non è mai un bene, tuttavia quando stai per incrociare sul tuo cammino pezzi di storia come Vader, Samael e Deicide l'entusiasmo va a mille.
Starò mica invecchiando?

Comunque…
Il Rolling Stone è piuttosto vuoto al mio arrivo, momento in cui la crew sta preparando il campo ai "polacchi di ferro" Vader. Hanno già terminato il loro set i The Amenta, gli Order Of Ennead ed i Devian che non mi rammarico di avere bypassato a favore di una sana dormita pomeridiana. Le facce che intravedo hanno un nonsoché di familiare, fatto che mi convince sempre di più a considerare il nostro bel mondo come un unico cristallo, a prescindere dalla miriade di particolarità e sottogeneri disponibili sui banchi dei negozi specializzati. Un paio di strette di mani a “colleghi” e conoscenti fanno da apripista alla serata che mi accingo a trascorrere; sono le 19.30 circa e so che mi aspettano almeno tre ore di musica schiacciasassi che intendo godermi dal primo all’ultimo secondo.
Per ora mi metto seduto.

Una breve introduzione e via. Wiwczarek e compagni cercano subito il feeling con il pubblico che accoglie le potenti note di The Crucified Ones come manna dal cielo. I suoni sono inizialmente sbilanciati e nel corso della prestazione migliorano solo di poco. L'ugola tagliente di Piotr è soffocata dalle chitarre iperdistorte e dunque poco incline a quella potenza che è sempre stata marchio della fabbrica Vader buona invece la sua prova alla 6 corde impreziosita da numerosi interventi solisti a supporto del compagno Kieltyka, da poco assoldato dai conterranei Decapitated. Ottima, soprattutto per il contesto, la restituzione del basso e della batteria, quest'ultima affidata alle cure del nuovo arrivato Jaroszewicz che sostituisce lo scomparso Raczkowski (R.I.P); il suo drumming a dire il vero non mi ha impressionato: le azioni sulla doppia cassa, in particolare, sono sembrate confuse e poco precise, ben lungi dalla limpidezza tecnica che, da li a poco, sarebbe trapelata dalla prova di un certo sig. Asheim. Il pubblico, caldo nei brani storici (Silent Empires, Black To The Blind e Wings), freddino nelle interpretazioni più recenti (le tracce tratte dagli ultimi The Beast ed Impressions In Blood), si è involontariamente fatto testimone della traiettoria discendente che i Vader hanno intrapreso negli ultimi anni, vuoi per un’indubbia – e credo volontaria – inerzia stilistico/creativa, vuoi per le problematiche individuali culminate nei fatti tragici che hanno colpito la band. Se devo poi passare in rassegna anche l'aspetto scenico (cosa che mi diverte sempre) non posso ignorare un certo immobilismo tipico delle formazioni senza frontman "libero" (spezzato solo da qualche atteggiamento demagogico che sapete bene non essere di mio gradimento) ed un abbigliamento degno dei peggiori "tamarri" di quartiere; ovviamente non sono questi ultimi aspetti tali da modificare il mio giudizio – positivo – , tuttavia un pizzico di movimento in più sul palco avrebbe giovato all’occhio degli osservatori più attenti: per gli incorreggibili headbangers ciò non credo faccia alcuna differenza, ma per me che sono oramai preda del “reuma”… la fa, eccome!
Lo show è dunque piacevole per tutti i 45 minuti a disposizione ed accompagnato da una partecipazione davvero significativa che mi aspettavo dai veterani ultratrentenni e che invece è giunta, al contrario, dai fan più giovani. Quando i Vader se ne vanno quasi mi dispiace, nonostante sia ben consapevole di cosa si sta per scatenare sul Rolling Stone.
Arrivederci a presto, Ultimate Incantation

Mentre gli addetti iniziano a maneggiare il palco per adattarlo alla peculiarità dei Samael che, a differenza dei compagni di nottata, sono privi di drummer, io scommetto con un amico sull’opener del loro set: Reign Of Light dico io; Rain dice lui. La pinta di birra in palio rimane inassegnata a causa della spettacolare scelta che gli svizzeri ci propongono: pronti via con Black Trip. Il brano, dal mitico Cerimony Of Opposities è latore di splendide notizie: i Samael sono in grande forma e non vogliono limitarsi ad uno spettacolo promozionale; la loro grandezza sta anzi nel fatto di ignorare l’imminente pubblicazione del nuovo Above (in uscita il 6 marzo), a cui fanno solamente un piccolo richiamo, concentrando la composizione della scaletta su un’ampia sventagliata di successi intervenuti dai lontani esordi ad oggi. Scatto in piedi e mi fiondo, sfruttando l’indecisione dei più giovani – sorpresi da questa chicca storica –, in prima fila, proprio davanti a Vorph. Inizio a scuotere la testa in un delirio emozionale che mi condurrà fino all’ultimo secondo di un concerto che vi dico subito essere stato tra i miei preferiti di sempre. Il wall of sound profuso è impressionante e perfino ingiusto nei confronti dei pur bravi Vader. La Korg di XY, innalzato da un palchetto su cui è posizionato anche il campionatore e qualche rastremato tamburo acustico (tom), è simbolo dell’insano e futuristico stile che i nostri hanno ottenuto miscelando black, death, trash ed elettronica; l’urlo delle keyboards è immenso e si sposa perfettamente con una prova strumentale dei cordofoni di rara violenza e definizione; le partiture dei Samael non sono mai state estremamente complesse, tuttavia riproporre dal vivo, con precisione, i vari intrecci con cui si sviluppano i vari motivi non è certo facile, soprattutto a livello ritmico laddove, causa utilizzo della drum-machine, è impossibile riprendere con agio eventuali anticipi/ritardi. Tra l’altro, con Reign Of Lighte soprattutto Solar Souls, la brutalità “sintetica” a cui ci avevano abituato durante i nineties sembrava ridimensionata a favore di una maggiore attenzione alla melodia ed agli arrangiamenti simil-EBM; ora è tutto il contrario! Le chitarre, lontane dall'essere ultrasature, conferiscono cattiveria attraverso il consueto ringhio grezzo e sottotonale ed il basso lavora in completamento in modo egregio, con passaggi interessanti e mai esageratamente autocelebrativi. Il modo di calcare il palco dei fratellini svizzeri è piuttosto particolare, più vicino ad un'esibizione da rave-party che non a quella di un concerto heavy metal. Vorph, avvolto nella sua mise futurista e quasi "leccata" si muove parecchio, sempre a scatti regolari, simulando le gestualità robotiche dei miti asimoviani di cui è fan. XY, al contrario, è plastico, quasi un grillo nella sua esile fisicità: sembra posseduto da quegli dei del male che hanno sempre fatto parte dell'immaginario iconografico della band, ultimamente deviata su tematiche più spirituali. Makro e Masmiseim sono semplicemente concentrati: apprezzo molto la loro serietà esecutiva. Il concerto è una cascata di perle nere: Reign Of Light, Rain e Moonskin sono semplicemente corroboranti. Ne esco sfinito ma incredibilmente soddisfatto. So che tra qualche giorno (7 febbraio) i Samael bisseranno da headliners in quel di Prato (Siddharta): il centro Italia è avvisato.
Spettacolo assicurato!

A questo punto sarei anche soddisfatto e pronto al moviolone domenicale (che voi sappiate, c'è ancora Pistocchi?), tuttavia essere a soli 10 minuti da uno show dei brutal-deathster più conosciuti al mondo mi trattiene sul posto; evito la sbarra perché ben conosco la potenza del mosh provocato dai Deicide e mi allontano quel poco che mi consente di assicurarmi l’indennità fisica. Durante i Samael avevo visto Jack Owen – solito sguardo nel vuoto – giochicchiare con il telefonino, birra in mano e Ralph Santolla gironzolare accendendosi, una dietro l’altra, la bellezza di 4 o 5 sigarette rilassanti. A vederla così, questa strana coppia di axemen sembrava perfino umana. È bastato poco per sconfessare nuovamente questa mia insalubre credenza. Rapidi come la loro doppia cassa, i Deicide salgono sul palco per aprire con la bellissima Dead By Dawn: Benton inizia a vomitare la solita (stupida se mi permettete) blasfemia, che lo accompagna fin dagli esordi, con una cattiveria impressionante; gli argomenti dissacranti sono un trademark non più modificabile, anche se ho l’impressione che, a differenza dei primi anni ’90, oramai non attizzino più nessuno; personalmente trovo questa ostentazione tematica l’unico vero punto debole di una band che ha fatto storia e che con The Stench Of Redempion e l’ultimo Till Death Do Us Part è tornata nell’olimpo del pianeta estremo. I tempi si susseguono rapidi e perfettamente sincroni alle martellate di Asheim, che si dimostra quanto mai leader maximo all’interno del gruppo; l’avvio lascia tutti senza fiato: Dead By Dawn, Once Upon The Cross e Scars Of The Crucifix sparate una dietro l’altra – senza pause – sono micidiali. Santolla e Owen si scambiano lo scettro nei vari solo anche se, come mi era capitato in passato, colgo un nonsoché di metafisico nell’utilizzo che il primo fa della sua Jackson V bianca. Detto questo la superiorità di Santolla non pare così evidente come invece si era manifestata quando lo vidi suonare con gli Obituary accanto a Trevor Peres, certo è che la facilità con cui la sua mano sinistra si sposta sui tasti è indice inconfutabile della sua bravura; c’è chi dice sia un chitarrista troppo “tecnico” e troppo “classico” per il metal estremo, senza ricordare che fece parte pure dei mai abbastanza compianti Death: a me pare perfetto. Confutatemi se ne avete il coraggio!
Se Santolla non ha l'apparenza del “dio in terra” (prestando servizio per i Deicide sarebbe proprio un controsenso) è anche merito del buon Owen che per rigore mi riporta alla mente quel genio della chitarra ritmica che è (stato) Scott Ian: lui è meno volitivo, se vogliamo più accademico e preparato; noto che va spesso in tapping, tecnica che gli avevo già visto abusare già all’epoca dei Cannibal Corpse. Il sodalizio tra i due è comunque riuscito, grazie anche a queste piccole differenze che ne facilitano l’assortimento.
Anche Benton non cede un solo attimo: i suoi vocalizzi sono al limite della perfezione ed entrambi i registri storici (il deep growling e l’assatanato screaming) frantumano i timpani come un infetto urlo di guerra. La differenza con le registrazioni in studio è quasi impercettibile ed addirittura l’efficacia distruttiva potrebbe essere considerata più possente.
Prima di parlarvi delle tracce migliori ridico per la terza volta un nome: Asheim. Questo smilzo biondino è disumano e non conosce la stanchezza, prova ne sono le rapidissime frullate di gamba ed i lancinanti blast-beat con cui accompagna il pubblico verso gli inferi; la precisione dei suoi rintocchi è facilmente desumibile negli stacchi finali a cui lui e gli altri “deicidi” giungono alla perfezione. Forse Pete Sandoval e Tony Laureano sono ancora superiori, ma accontantiamoci…
Stench Of Redemption, Death To Jesus, Holy Deception, Dead But Dreaming risuonano perverse nel rockettaro Rolling Stone; l’interpretazione di Shall Rise è semplicemente emozionante, prima del filotto conclusivo riservato ai capolavori Homage For Satan, Lunatic Of Gods Creation (che bellezza), Kill The Christians e la mitica Sacrificial Suicide.
Insomma… avete capito che mi sono divertito a iosa.

Ebbene si, cari miei, la serata del 18 gennaio è una chicca che ricorderò negli annali.
L’entusiasmo iniziale è stato ampiamente ripagato ed un pizzico di nostalgia per aver esaurito questo appuntamento già ce l’ho …
… eppure di concerti ne ho visti tanti e tanti altri ne vedrò …
Starò mica invecchiando davvero?

Servizio fotografico a cura di Emanuela Giurano "Karmaphoto"



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