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JURASSIC ROCK - # 13 Mad Dogs & Englishmen - The Crazy Baraonda
26/10/2009 (6766 letture)
“Beyond a certain point there is no return. This point has to be reached ...” (Kafka)

Quante centinaia di volte avrò visto il rock-umentario?... E quante altre migliaia di volte avrò ascoltato il doppiovinile-cassetta-cd in questi... ehm quasi quarant'anni? Sicuramente non riuscirò a tenerne il conto ma ogni ascolto ed ogni nuova visione mi emoziona sempre come fosse l'unica, come quel lontano 1971 quando, seduti su scricchiolanti sedili, assistevamo per la prima volta in “fumose” (...e che fumo!!!) sale di periferia o in cinema d'essai ben lontani da ascolti in Stereo o Dolby-Sourround, al magnifico spaccato della vita onderod dell'Armata Brancaleone di talentuosi musicisti pazzi e scatenati.

WITH A LITTLE HELP FROM MY FRIENDS



Woodstock 1969
La famosa “Three days of love & music” consacrò alla leggenda più di un artista; Jimi Hendrix, Santana, Janis Joplin, Who ma più di tutti Joe Cocker, il benzinaio di Sheffield che con la sua performance conclusa con l'epilettica esibizione di With a Little Help From My Friends, la “prima” assoluta di air-guitar, incantò il mezzo milione di presenti a White Lake e il mezzo miliardo di spettatori in tutto il mondo. Passò così da un giorno all'altro, da un dignitoso semi-anonimato fatto di concerti in puzzolenti pub di minatori, birrerie con gli ubriachi del sabato sera e dance-halls di terz'ordine ad una stellare notorietà. Accerchiato ed assalito da produttori e managers decisi a capitalizzare al più presto l'improvvisa fama, Joe, forse affrettatamente, firmò tutto quanto gli passasse quei giorni tra le mani prigioniero di una imprevista sbornia di successo. Per la verità non è che si facesse mancare sbornie vere e proprie ma l'ebrezza data dallo star-system è più subdola, coinvolgente, penetrante, euforica, esaltante...

“...ero stato spinto ad ingaggiare Joe a Woodstock dopo aver sentito un nastro passatomi dal mio socio Artie e dal produttore Denny Cordell; all'epoca era pressochè sconosciuto. Dopo il primo ascolto avevamo pensato che fosse un cantante di colore di musica soul. La nostra sorpresa quando scoprimmo in un concerto a Denver che era un bianco: un inglese magrissimo che saltellava qua e là sul palco come avesse il ballo di san Vito. Le sue performance piene di emotività trasmettevano brividi!...” Michael Lang, organizzatore di Woodstock

Ecco il Nostro viene a trovarsi così tra capo e collo un contratto che lo vincolava per tre mesi attraverso gli Stati Uniti, 55 date in 48 città coast-to-coast, proprio quando, sciolta la Grease Band e accantonato qualsiasi impegno, progettava un periodo di assoluto riposo in qualche isola solitaria. Non può assolutamente rifiutarsi; la rigida legislazione americana gli impone di presentarsi ai nastri di partenza pena il divieto di prendere qualsiasi impegno lavorativo negli USA per anni a venire. Joe “Cover” esausto ma che ha conosciuto la pesante gavetta ed è un uomo che ama mantenere la parola data al di sopra di ogni contratto, seppure a malavoglia decide di imbarcarsi in questa avventura. Da buon professionista pretende almeno una band americana così da essere meglio in sintonia con il pubblico dello sterminato paese ed allestire un repertorio che sia il più stelle-striscie possibile. Chiama una vecchia volpe dello star system, quello show-animal di Leon Russell, pianista, chitarrista, arrangiatore, cantante, compositore e soprattutto un energico uomo da palco e di grande esperienza che saprà poi tenere con polso fermo un carrozzone quotidianamente traballante.

Leon Russell
Il musicista della south-central Oklahoma, le terre degli Apache e di Geronimo da cui si dice abbia lontane discendenze, è un trentenne con una carriera musicale già di tutto rispetto. Chitarrista e grande pianista, ha finora prestato la sua opera ai Byrds, Gary Lewis, Herb Alpert, Beach Boys, Dave Mason ex Traffic, Delaney & Bonnie, Jerry Lee Lewis, ha fatto l'assistente di studio ai Church Recordings Studios dove aveva lavorato per i Monkees, per Phil Spector e per molte produzioni country & western, è turnista di tutto rispetto nonché titolare di una band, Shelter People, con cui attraversa regolarmente gli Stati principalmente gli ex Confederati pertanto fine conoscitore del repertorio di classici della produzione USA. Chiamato anche da George Harrison per dirigere il “Bangla Desh Concert”, reclutò quasi tutti i musicisti reduci del tour di Joe Cocker e, forte dell'empatia raggiunta, riconfermò il successo. Sarà l'unico, il vero e l'assoluto collante di questo caravanserraglio; senza la sua presenza e la sua mano forte tutto si sarebbe sfaldato dopo pochi giorni come neve al sole, bisogna riconoscerlo.

Leon Russell non vuole però un quartetto/quintetto come previsto dal contratto -al risparmio- del manager Dee Anthony ma una ben solida band che interpreti alla perfezione la sua concezione musicale. Chiama perciò i migliori session-men del momento e con il suo carisma non fatica ad ottenere la loro presenza. il loro rispetto anzi, autentica devozione. Ecco arrivare alla corte di Cocker & Russell una superband stellare, nientemeno che i fiati di Bobby Keys e Jim Price, le stupende voci dello Space Choir di Rita Coolidge, Claudia Lennear, Pamela Polland (proveniente dai Little Feat), Donna Washburn e Dan Moore, Don Preston alla chitarra ritmica , Carl Radle al basso, Jim Gordon e Jim Keltner alle batterie, ben due, nonché percussionisti, altri coristi, altre chitarre e umanità varia per un totale di 50 persone; Joe si porta appresso il solo organista Chris Stainton, fido braccio destro nella inglesissima Grease Band. Ci si ritrova il 15 marzo per qualche giorno di prova a Hollywood/Los Angeles, negli studi della loro casa discografica ed il 20 marzo eccoli pronti a partire. I business-men americani della label A&M annusano le potenzialità di quello che può essere più di un semplice tour primaverile di questo strano cantante inglese dalla voce che grattuggia e “...se mai dovesse succedere qualcosa...” mettono alle loro calcagna 5 operatori cinematografici diretti dal documentarista Pierre Adidge che si stava specializzando in rock-movies. E qualcosa in effetti succede; da Detroit, prima tappa del tour, alle seguenti stazioni praticamente sold out, il successo cresce di giorno in giorno, il disco in circolazione registrato nottetempo –The Letter/Space Captain- scala velocemente le classifiche, e sarà addirittura clamoroso il successo degli shows nel Fillmore East tanto che da questi due concerti sarà tratto il materiale per il disco doppio dell'epoca (addirittura dilatato in un cofanetto sestuplo in questi ultimi tempi...).

JOE COCKER -video- Delta Lady


Il carrozzone va avanti da sè/con le regine, i suoi fanti e i suoi re...verrebbe da cantare vista la varietà della fauna umana presente in questo colorato tour. Un traballante aereo messo a disposizione dalla casa discografica pomposamente ribattezzato Cocker Power Airways e un bus dalla Greyhound attraversano gli States con il loro policromo, frickettone ed eccessivo carico migrante fatto di musicisti sempre troppo stanchi, troppo ubriachi o troppo fumati, bambini sempre troppo “bambini”, mogli e/o amanti e/o girlsfriends, ospiti e conoscenti a vario titolo, l'arca di Noè di cani e gatti tutti tenuti a bada da Smitty Jones, un improbabile tour manager, dalla segretaria miss Emily Smith e da un energico Leon “maestro di cerimonie” Russel. Anche la visione americana, professionistica (e sobria...) di Leon contrasta con lo spirito alcoolico di Joe & friends pertanto si viene ben presto al dissidio e allo scontro caratteriale per le evidenti diversità di vedute sui comportamenti on stage. Molto preciso e quadrato Russell, più tollerante ed elastico Cocker che addirittura, a volte durante gli shows, inventa le parole delle canzoni ma proprio perchè non se le ricorda; dopo ogni concerto, anche il più ben riuscito, sono note le sfuriate del direttore d'orchestra che rimprovera sempre di qualcosa che non ha funzionato e pretende da tutti ben altro rendimento; vecchi trucchi del mestiere per tenere comunque ai massimi livelli la concentrazione.

Il variegato repertorio di questo tour pescava a piene mani dalle hits-list americane, standards di blues, gospel, country e soul di vari periodi. C'era Delta Lady che Leon aveva già utilizzato per Delaney & Bonnie, The Letter, un successo dei Box Tops, Feelin Alright di Mason con cui Russell aveva in precedenza lavorato alla produzione, Let It Be (che nel tour sarà cantata dalla “superstar” Lennear), She Came in Throught the Bathroom Window, Something e, ovviamente, With a Little Help From My Friends dei Beatles, Honky Tonk Woman degli Stones, Please Give Peace A Chance divertente corale antimilitarista dello stesso Russell, la jazzy-ballad Cry Me A River e Let's Go get Stoned già di Ray Charles e Ella Fitzgerld, Bird on The Wire di Leonard Cohen, Superstar ancora di Russell che sarà poi un hit nelle mani dei Carpenters, Girl From North Country di Dylan, Space Captain del “Mad Dog” Matthew Moore oltre a composizioni di Ashford & Simpson, Otis Redding, Isaac Hayes, Jerry Butler tutti compositori marcatamente americani. La scelta dei brani del repertorio fu una furbata dello scaltro Leon “The Tuba” Russell; con queste importanti cover supportate dall'incredibile (allora...) voce di Cocker, non rischiava di prendere alla sprovvista il pubblico con un repertorio ancora tutto da conoscere e verificare ma lo aggrediva con collaudatissime hits una dopo l'altra senza lasciarti il tempo e lo spazio nemmeno per goderle di volta in volta, un'autentica cascata di successi. (nda...ma allora perchè tanta acredine adesso sulle nostre cover bands? Questa è stata la progenitrice di tutte...) Gli arrangiamenti superlativi a volte stravolgono le canzoni che riacquistano una nuova vita nelle corde dell'interprete di turno (non tutto il repertorio fu cantato da Joe ma fu lasciato spazio anche per interpretazioni soliste della Crew, Rita Coolidge, Claudia Lennear, Bobby Jones etc.). L'introduzione di ogni serata poi, quella Albion Intro è un'orgia di fiati e percussioni che non lascia niente all'immaginazione ma presenta bene questo assurdo Muppet Show ante-litteram !!! (E' singolare che gli studi californiani della A&M dove provarono i Mad Dogs oggi siano di proprietà e la sede della Jim Henson Productions, proprio i creatori dei Muppets...)

Rita Coolidge
Rita, nata nel 1944 a Nashville-Tennessee patria della country&folk riceve da subito una educazione musicale presso il coro della locale chiesa, con le sorelle Priscilla e Linda forma poi le Coolidge Sister. Dopo aver ottenuto la laurea all'università della Florida si trasferisce a Los Angeles ben intenzionata ad entrare nel mondo musicale ed è lì che incontra Leon Russell che la introduce nella band di Delaney & Bonnie che con l'aggiunta di “Friends” diventerà un ensemble aperto in cui militeranno nel tempo anche Duane e Greg Allmann, George Harrison, Eric Clapton e lo stesso Russell. Sempre Leon la porta anche nei Mad Dogs di Joe Cocker a cui presterà la sua straordinaria voce sia come corista che come solista nel brano Superstar; lei è la Delta Lady immortalata nella canzone di successo di Leon per Giò. Con Eric Clapton partecipa ad un suo album “solo” del 1970. Nel 1973 sposa la star del country Kris Kristofferson, anche rinomato attore, con cui incide 2 album. Il suo primo album solo “Anytime, Anywhere” vede la luce nel 1977 con ben tre brani nelle hits americane (We're All Alone, You, Higher and Higher). In piena crisi esistenziale per la separazione da Kris, Rita lascia per lungo tempo il mondo della musica ritornando poi alla fine degli anni '80 con le Walela, trio vocale formato con la sorella Priscilla e con la nipote Laura Satterfield.

WE'RE ALL ALONE – RITA COOLIDGE



La tournèe di Joe Cocker e dei Cani Pazzi fu anche il banco di prova per come non si dovevano più fare i tour e per come invece andranno concepiti in seguito. La disorganizzazione, benchè fossimo in America, aveva raggiunto delle punte inarrivabili; aereoporti molto simili a chioschi di benzina e poco più che striscie di asfalto nella sperduta campagna americana , la carovana che vaga nella notte fra un Holiday Inn e l'altro alla ricerca di un posto per dormire ma ospitare 50 e più persone arrivate improvvisamente e senza prenotazione non è cosa da poco. Una volta trovato l'alloggio c'è il problema del rifocillamento; oggi si ricorre a catering organizzati anche per la più inutile delle band di provincia ma vedere Smitty, il tour manager che prega i cucinieri di riaccendere i fornelli e preparare qualche bistecca ad un orario in cui quelli dormivano già della quinta fa veramente ridere. Ed è addirittura da sbellicarsi vedere e sentire uno spazientito portiere che raduna i documenti e fa l'appello per assegnare le stanze... Cocker Joe who is? ...Radle Carl where is?...Donna Weiss who is? Nessuna agenzia, nessun booking di prenotazione... Nessuna possibilità di cambi di vestiario e biancheria durante i trasferimenti se non la preziosa collaborazione della parte femminile del tour che lavava quel poco che poteva. In una data Joe si trovò a dover cantare tutta la serata a piedi scalzi perchè gli rubarono gli stivaletti dal camerino; dovette frettolosamente ricomprarseli. I trasferimenti dall'albergo al luogo del concerto fatti a piedi e fra il pubblico che ti ferma, fa mille domande, chiede biglietti e autografi, oppure nessuna protezione o barriera fra la platea e i musicisti cosicchè prima della fine, il concerto è un happening unico e non c'è più distinzione fra pubblico e artisti; tutto molto naif e alternativo ma molto pericoloso. “...Erano tempi molto convulsi ed anche in America non se ne sapeva molto su come organizzare in maniera appropriata una gran tournée con spostamenti complessi e logistiche tutte da scoprire. Diventammo, come molti altri, un po’ le “cavie di noi stessi” Joe.
Bobby Keys, il magico sax alla corte dei più grandi, interpellato quasi vent'anni dopo circa questo tour ebbe a dire: “Mad Dogs & Englishmen? Eravamo tutti talmente fusi che se non vedevo il film non ricordavo neanche di aver partecipato a quel tour e di certe session in cui ho suonato all’epoca il ricordo è fermato solo dalle registrazioni. Beh!, comunque a rivedere il film ho l’impressione che ci divertimmo proprio tanto...” Bobby.

Bobby Keys + Jim Price
Un binomio indivisibile e affiatatissimo negli anni a cavallo fra i “60 e i “70, due ottoni, sax per Bobby e tromba per Jim unici nel loro genere. Si capivano a occhi chiusi e interagivano meravigliosamente tra di loro e con le bands a cui proponevano i loro magici servizi. Mad Dog & Englishmen, Rolling Stones, Delaney & Bonnie, Who, George Harrison, Eric Clapton, Shelter People, John Lennon, B.B.King, Carly Simon, Barbra Streisand, Lynyrd Skynyrd, Chuck Berry e decine d'altri passando un po' tutti i generi; dal pop al R&b al soul alla disco per oltre 300 partecipazioni di quelle “pesanti”. Del texano Bobby detto anche The Ruby-Lipped (Labbra Roventi) è l'assolo in Brown Sugar degli Stones.

Meno appariscente ma altrettanto importante è l'apporto dato alla discografia in questi 30 anni di Jim Price aka The Price Is Right, anch'egli texano e coetaneo dell'amico fraterno Bobby. Anch'egli con gli Stones in tour e in studio per almeno 20 anni e nelle stesse collaborazioni di Bobby dopo aver avuto un esordio nei Buffalo Springfield. Per lui ha speso grandi parole di riconoscenza il grande jazzista Wayne Shorter dopo aver sentito la sua partecipazione ai dischi di Marvin Gaye. Ha prodotto anche dischi per Joe Cocker, Jennifer Warnes e David Bromberg. Attualmente Jim compone colonne sonore per trasmissioni televisive.


MAD DOGS -video- The Letters


Il Rock&Roll circus continua fra peripezie varie della comune canterina, enormi President Hotel e sconfortanti motel di provincia, lunghi trasferimenti in bus o in aereo intonando canti a mò di gita scolastica aggregano ancor di più la pazza compagnia viaggiante, nascono nuove amicizie, nuovi progetti e nuovi amori . La fatica comincia a farsi vedere nella barba di Giò ogni giorno più incolta, nel suo volto contratto, nei suoi occhi sempre più spiritati e assenti ma... the show must go on. Chicago è già una tappa più vivibile e l'Aragon Theatre registra il solito tutto esaurito per il solito grande successo. New York li ospita nella pancia del Madison Square Garden dove Claudia Lennear incanta l'arena con una personale interpretazione di Let It Be e Leon Russell al piano. La Depot Hall di Minneapolis li accoglie con fiori e ghirlande in pieno stile flower-power per un nuova celebrazione sotto gli occhi di Denny Cordell, produttore di Joe Cocker (ma anche dei Procol Harum, quelli di A Whiter Shade of Pale e scopritore poi dei Cranberries) giunto apposta dall'Inghilterra sull'eco dei trionfi in terra USA. Camerini pieni di fans (femmine...) estasiate, di una moltitudine vociante, di una ressa fotografante, di una calca festante (ma la security? Ah già, quella dovevano ancora inventarla...) e Giò che si asciuga con un pezzo di carta in un angolo e tutto quello che vuole è...restare solo. La Baia di San Francisco si apre sotto le ali dello scalcinato bireattore e l'atmosfera calda e primaverile allenta un po' le inibizioni. Qualche approccio un pò spinto fra i componenti della crew ormai familiarizzati, tuffi in piscina senza veli, nudità più esplicite e l'ambiente si fa più rilassato in vista di un day off. Un'intervista alla KFOR-radio con il leggendario dj Lone Wolf-Lupo Solitario la cui fama intimorisce anche Giò e Leon e poi tutti a Big Sur, epico luogo di incontro fra hyppies a sud di Monterey dove il Pacifico lambisce il National Park e tempo di gioia per un pic nic sull'erba che ammorbidisce per qualche attimo il clima arroventato da una pressione che dura ormai da settimane: miss Emily organizza un grande girotondo e anche Leon Russell finalmente sorride...

Chris Stainton
Originario di Sheffield, la stessa città di Cocker di cui è anche coetaneo (1944), vanta con Joe un'amicizia che parte dai primi giorni della scuola. Nelle bands scolastiche suonava il basso per poi passare all'organo. Fondò la Grease Band nel 1966 il cui cantante era proprio Giò con il quale compose “Marjorie” che si affacciò timidamente nell UK-charts. Sempre a fianco di Cocker si esibì con grande successo a Woodstock ed in seguito fu l'unico componente della Grease Band che il Titano si portò nel tour americano. Tornato in patria suonò negli Spooky Tooth, formò la Stainton Band, I Boxer, suonò nei tour di Jim Capaldi (ex Traffic), Maddy Prior (folk rock), Ringo Starr, Brian Ferry, Elkie Brook (rock blues) e David Gilmour. Nel 1979 iniziò una collaborazione in studio e in tour con Eric Clapton, sodalizio che dura tuttora. Nel 1998 partecipò al tour mondiale di Eros Ramazzotti da cui fu tratto il cd Eros Live, il primo dal vivo e in cui erano presenti duetti anche con Joe Cocker e Tina Turner.

Claudia Lennear
Claudia, la talentuosa vocalist di colore, prestava già la sua opera alle Ikettes di Tina Turner quando venne notata e scritturata da Leon Russell per il suo Shelter People. Dotata di una voce straordinaria e di una interpretazione particolarmente intensa e coinvolgente, Claudia entra a far parte dei Mad Dogs sempre con Russell nei quali ha anche una parte solista interpretando Let It Be dei Beatles. Ha all'attivo un solo album Phew del 1973 ma ha collaborato con Delaney & Bonnie, Stephen Stills, gli Stones ( è lei la Brown Sugar!!!) e con David Bowie che gli dedicò Lady Grinning Soul; fu anche nel paginone centrale del Playboy americano come la summer girl del 1974. Tentò la carriera cinematografica iniziata con un film di Eastwood (Una Calibro 20 per lo Specialista) ma ben presto abbandonata per tornare alla musica. Gli devono molto Chaka Khan e la stessa Tina Turner.

CLAUDIA LENNEAR -video- Let It Be


Jim Gordon + Jim Keltner
Già a 17 anni, nei primi anni '60, Jim Gordon girava il mondo battendo il tempo per gli Everly Brothers, duo pre-pop di grande succcesso, quelli di “Bye Bye Love” tanto per capire.Collaborò a Pet Sound dei Beach Boys e sul finire del decennio si aggregò a Delaney & Bonnie, un po' la nave-scuola del pop americano in cui fece conoscenza con Eric Clapton aprendo al Madison il concerto dei Cream, più tardi ricongiunto nei Derek & The Dominos, fu co-autore della famosa “Layla”, il più grande hit di Slowhand. Accompagnò poi in tour George Harrison (Bangla Desh) Jackson Browne, John Denver, CSN&Y, John Lennon, Frank Zappa, Traffic ed molti altri. Alla fine dei “70 fu colpito da schizofrenia paranoide e nel 1983 uccise brutalmente (a martellate...) la madre ma con le attenuanti si beccò 16 anni che scontò interamente. Attualmente è sotto sorveglianza in casa di cura.

Il co-batterista della band era un session-man di grido poiché collaborava stabilmente con Bob Dylan, Mick Jagger, The Manhattan Transfer, Arlo Guthrie, Willie Nelson, Randy Newman, , Neil Diamond, The Bee Gees, B.B. King, John Lee Hooker, Rita Coolidge etc. Fu chiamato da Leon perchè con il doppio batterista voleva una ritmica potente per una band di oltre 30 persone. E' curioso come Keltner in tempi diversi abbia lavorato con tutti e quattro i Beatles; con John nella Plastic Ono Band, con George in “All Things Must Pass”, con Ringo nella Ringo All-Stars Band e con Paul in “Red Rose Speedway”. Il suo stile elegante e jazzato, diverso dallo stile ritmico di Gordon, lo ha portato in seguito a collaborare per Steely Dan, Bill Frisell e Ry Cooder. Ha organizzato il concerto in memoria di George Harrison e nel 2008 Keltner ha suonato anche per Pretenders e Oasis.


A San Bernardino-California, il 16 maggio si tiene l'ultima data del tour davanti ad un pubblico strabocchevole ed entusiasta e si giunge all'apoteosi; con la barba ormai lunga e il fisico in decomposizione Joe incanta i 10.000 del Convention Center, Leon supera se stesso, lo Space Choir emoziona come non mai, i batteristi e i percussionisti dilatano la loro ritmica esibizione fino allo sfinimento, Chris Stainton abbozza al suo Hammond l'intro di With A Little Help >From My Friends, l'ultimo brano, tutto il pubblico è in piedi in delirio. We want go...we want go...we want go... e si ritorna sul palco per la corale Please Give Peace a Chance... La band si scioglie, baci, abbracci, pianti a dirotto ed emozioni, promesse di reunion ma ognuno ora per la propria strada; quelle di Joe e Leon, ormai separati in casa, non si incontreranno mai più..Al momento di fare i conti, poi, è anche peggio: A Joe Cocker, provato e sfinito, non rimangono che spiccioli, il grosso è andato agli organizzatori Dee Anthony, Frank Barsalona e alla loro Premier Talent Agency e in spese per quella pazza carovana. Ma il disco farà benissimo nel tempo, il film sarà uno dei rock-movies più visti, i musicisti prenderanno quasi tutti vie individuali di grande successo. Joe Cocker ancora non lo sa, ma ha vissuto la parte più bella e importante della sua carriera anche se impiegò anni a riprendersi dallo stress rimediato: “Dopo il tour mi rifugiai in una villa di Laurel Canyon e ci rimasi praticamente per tutto il resto dell’anno completamente fuso e rintronato dalle pressioni a cui ero stato sottoposto. Solo alla fine di quell’anno ripresi la via di casa, a Sheffield dai miei genitori per cercare di tornare a essere un uomo qualunque. Il piacere di quel tour lo avrei riscoperto solo tempo dopo guardando per la prima volta da solo il film che per anni mi ero rifiutato di vedere, non mi riconoscevo assolutamente in quelle immagini stravolto e distrutto... ”. Un trionfo costato caro.

Se avete la possibile di acquistare o noleggiare il DVD fatelo senza esitazioni e guardatelo con attenzione ; 120 minuti di autentiche, irripetibili e perciò uniche emozioni. Fatemi sapere...
Tracklist
01-Introduction-
02. Honky Tonk Women (Mick Jagger/Keith Richard)
03. -Introduction-
04. Sticks and Stones (TitusTurner/Henry Glover)
05. Cry Me a River (Arthur Hamilton)
06. Bird on the Wire (Leonard Cohen)
07. Feelin' Alright (Dave Mason)
08. Superstar - (Leon Russell e Bonnie Bramlett; canta Rita Coolidge)
09. -Introduction-
10. Let's Go Get Stoned ( di V.Simpson/N.Ashford/J. Armstead) – 7:30
11. -Introduction-
12. Blue Medley
a. "When Something Is Wrong with My Baby" (Isaac Hayes/David Porter)
b. "I've Been Loving You Too Long" (Otis Redding/Jerry Butler)
c. "I'll Drown in My Own Tears" (Henry Glover)
13."Girl from the North Country" (Bob Dylan)
14. Give Peace a Chance (Leon Russell/Bonnie Bramlett)
15. -Introduction-
16. She Came in Through the Bathroom Window (John Lennon/Paul McCartney)
17. Space Captain (Matthew Moore)
18. The Letter (Wayne Carson Thompson)
19. Delta Lady (Leon Russell)

Main musicians and nick-names

vocals: Joe Cocker (TNT Voice), Rita Coolidge (Delta Lady), Donna Washburn (Lady Madonna), Claudia Lennear (The Stellar Gypsy), Daniel Moore + Pamela Polland + Matthew Moore + Nicole Barclay + Bobby Jones (Space Choir).
guitars: Don Preston (The Gentle Giant) , Leon Russell (Master of Time)
bass guitar: Carl Radle (The Mad Professor)
piano and keyboards: Leon Russell
Hammond; Chris Stainton (The Foxy Prince of Roll)
drums: Jim Gordon (The Rock), Jim Keltner (Floats Like a Butterfly)
percussions: Chuck Blackwell (Straight from Taj Mahal), Sandy Konikoff (Sphincter Phone)
sax: Bobby Keys (The Ruby Lipped), Jim Horn
trumpet: Jim Price (The Price is Right)



Raven
Mercoledì 4 Novembre 2009, 8.24.40
15
Il fatto è che qui si punta su quelle che scimmiottano i grandi per riempire i localini del posto, nessuna riproposizione in chiave personale e azzeramento delle possibilità di chi cerca una via propria. Non va bene, no?
Khaine
Martedì 3 Novembre 2009, 20.43.32
14
Caro Celtico, il tuo ragionamento è assolutamente da quotare. Ciò non toglie comunque che se fossi in Raven anche io mi deprimerei un poco... a furia di cover band non si cresce -anche se comunque iniziare così fa bene a tutti quelli che sono alle prime armi, o che magari si cimentano in un genere di musica a loro sconosciuto o quasi.
Celtico
Martedì 3 Novembre 2009, 20.20.36
13
posso intromettermi? penso sia un fatto naturale che band alle prime armi si cimentino su pezzi famosi e si facciano le ossa suonando cover...se qualcuno offre loro anche di esibirsi dal vivo tanto meglio. Certo, ci sono gruppi che impostano la loro carriera solo per fare soldi suonando cover e questo è molto deprimente..dall'altra parte ricordo che la musica deve essere prima di tutto divertimento e se uno suona in una cover band per divertirsi e divertire il proprio pubblico (che magari non vedrà mai gli originali Iron Maiden o Judas Priest dal vivo perchè non ha la possibilità di fare trasferte galattiche al Nord) è assolutamente liberissimo di farlo..certo, io parlo dalla Lombardia dove posti per suonare non sono tantissimi ma ci sono e danno spazio sia a cover band che a gruppi originali alle prime armi....
nec
Martedì 3 Novembre 2009, 19.16.21
12
anche Mario Biondi, Vinicio Capossela e Giuliano Palma hanno debuttato con cover bands anzi Giuliano Palma lavora tuttora come cover band
Khaine
Martedì 3 Novembre 2009, 8.30.19
11
@ rich: molto vero!
Raven
Martedì 3 Novembre 2009, 8.01.44
10
Certo, non mi riferivo certo a quelli che imparano e poi vanno con le proprie gambe, ma qui semplicemente è un altro mondo. L'ho detto: locali inadeguati, (ed uso un eufemismo), spazio per il rock 5% al massimo, (e dico rock in generale), e seratine della serie : "vediamo quanti entrano e poi se avanza qualcosa per voi......ma che musica fate? Non è che mi spaventate la gente?".Non sono più i tempi in cui le cover erano un introiettare e rielaborare i pezzi dei grandi, ora sono solo mezzi per riempire un locale, punto. Almeno qui. E dato che invece ci sarebbe bisogno di creare circuito, non è certo così che si otterrà questo risultato.
Richard
Lunedì 2 Novembre 2009, 20.44.47
9
...ma anche una band che noi conosciamo benissimo che faceva la cover band degli IN EXTREMO !!!! ssssshhhhh
Khaine
Lunedì 2 Novembre 2009, 20.39.04
8
Mi intrometto per esporre un buon esempio del discorso fatto da Richard: i Trick Or Treat
Richard
Lunedì 2 Novembre 2009, 20.31.35
7
Certamente avrai ragione tu per quanto rigurda la tua realtà ma io conosco fior di metal-band che hanno iniziato suonando Iron Maiden, Deep Purple, cover dei Sabbath o imitazioni di Manson ed ora, dopo un buon periodo di rodaggio infilano i furbescamente i loro pezzi fra una cover e l'altra e nessuno o quasi se ne accorge permettendo cosi alla povera band di tastare il polso del pubblico e proporre i loro brani. Non sono pochi che hanno poi continuato l'attività con il loro repertorio. Io non biasimo a priori le cover -band; se così fosse non sarebbe esistito appunto Joe Cocker, Blues Brothers ma anche i Beatles suonavano inizialmente cover di Chuck Berry e della Motown... Comunque da noi la competizione è serratissima; o suoni bene o non suoni, niente mezze calzette. . Boh, punti di vista .
Raven
Lunedì 2 Novembre 2009, 19.42.28
6
Guarda Richard, non so come funzioni dalle tue parti, ma qui è così: nei pochissimi locali suonano solo cover band (peraltro pessime) non con lo scopo di farsi le ossa e pio dfare roba propria, ma di rimanere tali per tirare su qualche lira, nella maggior parte dei casi sono pessime ed i padroni dei locali li chiamano apposta , così la gente sente cose che già conosce, non si scomoda a prestare attenzione alla band che lasci di sottofondo più o meno gradito e consuma ai tavoli. Risultato? Chi ha qualcosa da dire non può dirla se non in privato, i musicisti veri non vengono fuori, alcuni lasciano perdere, altri cedono, e sopratutto la gente non viene mai stimolata a sentire cose nuove, nuove tendenze, nuovi suoni e quindi a creare circuito, anche solo locale, per la musica. Ti interesserebbe sentire solo gente che replica, (malissimo) Muse, Vasco Rossi, Ligabue, Placebo, Deep Purple e compagnia? a me no. ma alla gente non piace pensare e va bene così, ma le cover band, almeno qui, "fannu ddannu".
Richard
Lunedì 2 Novembre 2009, 18.26.00
5
Beh, secondo me non tantissimi motivi e comunque non così importanti. Imparano a suonare ispirandosi ai loro miti, portano un pò di repertorio conosciuto nei pub invece delle loro personali "menate" (per essere buoni...) nella speranza che poi, trovata la loro via intraprendano una strada e uno stile più personale. Non tutti possono scrivere capolavori, non tutti sono architetti, ci sono anche i muratori e non per questo meno importanti dei primi...
Raven
Lunedì 2 Novembre 2009, 10.22.11
4
Altro gran bel pezzo Richard, ma permettimi, i motivi per essere contro le cover band ci sono e sono precisi.....
Celtico
Venerdì 30 Ottobre 2009, 20.01.56
3
bè, in quello stato avrei potuto fare anche io il tour manager....
pupone
Lunedì 26 Ottobre 2009, 19.29.54
2
anvedi questi - - - - - - - Ma è mittico!!!
LAMBRUSCORE
Lunedì 26 Ottobre 2009, 13.11.11
1
cocker e canina... non male come coppia cinofila......
IMMAGINI
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Jim Horn & Bobby Keyes
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Bobby Jim Joe
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Joe in Boston
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Joe Sandy Konikoff
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Joe in L.A.
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Leon's Anaheim
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