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ALCEST - Olden Live Club, Lonato (BS), 04/04/2010
14/04/2010 (3631 letture)
Sapete che vuol dire perdere la cognizione del tempo, dello spazio, dell’orientamento? Significa sconnettere il cervello dalla realtà, riporre il proprio fisico in una condizione di stand-by liberando il subconscio; significa porre attenzione agli stimoli deboli, a tutti quei segnali che normalmente non percepiamo perché schiacciati dalla volgarità del quotidiano.
È una condizione inumana (in senso stretto), contemporaneamente abominevole e sublime: ci si può approssimare al metafisico, ma anche spingere fino all’oblio. Lo scorrere dei minuti, delle ore, dei giorni non ha più significato; non hanno importanza gli oggetti, le persone, le regole; non ha valore l’esistere fisicamente. L’anima è libera sposare il sapere senza le turbolenze della sovrastruttura sociale… ma con la verità ci si può scottare!
Maledetto fu quel contenitore dalle tinte verdognole…

Domenica 4 aprile 2010. Pasqua cristiana. All’Olden Live Club, invece dell’agnello, si consuma la più grande allucinazione di massa a cui abbia assistito. Grazie (agli) Alcest.
Voglio subito precisare che la serata comprendeva altre 4 band, tra cui i The Vision Bleak in veste di “potenziali” (ma irreali) headliners. Interessante (ma prevedibile) scoprire che le oltre 300 persone pervenute a Lonato (alle 19 il locale era già assaltato dai fan) non hanno fatto altro che aspettare ed inneggiare gli Alcest, più o meno interessati ai gruppi di contorno che hanno svolto con diligenza il proprio compito/dovere, comunque galvanizzati dai numeri “importanti” fatti registrare al botteghino.
Il ribaltamento delle forze in campo ed il mio conseguente focus sui francesi di Avignone è giustificato, oltre che dall’innegabile importanza artistica, da almeno altri due accadimenti:
1) il banchetto con il materiale degli Alcest è stato letteralmente preso d’assalto, anche e soprattutto, durante gli show delle altre formazioni incluse nel bill. Ciò è sintomatico di quanto la band ed i suoi prodotti fossero attesi nel belpaese e delle dimensioni di questa affezione che oramai sfocia nell’idolatria.
2) al termine dello show dei transalpini il locale si è praticamente svuotato, lasciando i pur bravi e diligenti The Vision Bleak con un pizzico di amaro in bocca. I fan li hanno acclamati tanto da fargli prolungare lo spettacolo di quasi mezz’ora, ma l’imbarazzo di trovarsi con un pubblico meno che dimezzato è stato evidente fin da subito. La loro capacità on-stage e l’esperienza dettata da anni di presenza sulla scena (sotto varie formule e moniker) ha comunque permesso un’esibizione di buon livello che non ha annoiato anche chi -come il sottoscritto- ha interpretato quell’oretta e mezza finale alla stregua di un riposo post-sbornia; un modo, insomma, per tornare in sé prima di affrontare il viaggio di ritorno.

Chi si fosse già confrontato con gli Alcest capirà bene l’approccio entusiastico che i più hanno dimostrato, del tutto giustificato dalla grandezza dei platter messi in commercio (su tutti “quel maledetto contenitore dalle tinte verdognole”). Travolti dal fascino nostalgico di Souvenirs D’Un Autre Monde e del recentissimo, tragico, Écailles De Lune -peraltro presentato praticamente in anteprima- ci si prepara allo show. Si inizia con la trasognante overture Printemps Émeraude i cui primi 3 minuti muti hanno la capacità di disgiungere il pensiero da ogni accadimento reale. Immediata la sensazione di trasporto che trasuda dal parterre e dai suoi “frequentatori”. C’è chi si lascia dondolare in una danza illogica e ripetitiva, chi pare ipnotizzato sotto i colpi degli accordi in maggiore, chi -ancora- si tende innaturalmente verso il palco in un’adorazione adolescenziale che mai avevo visto in un concerto di tale estremismo. Il pubblico è totalmente rapito e quando interviene il cantato dolce e dimesso è un tripudio di mani levate verso il cielo (metaforicamente parlando dato che il concerto si è svolto in un ambiente indoor). Ci vorrà tempo per sistemare i volumi dei due vocalism (Zero, alla seconda chitarra, aiuterà Neige in molte sovrapposizioni), comunque mai veramente limpidi, tuttavia l’effetto è comunque quello di essere alle prese con sonorità parecchio distanti da ciò che si è ascoltato nei concerti di apertura.
La spirale sonora di Neige e compagni è infatti potentissima, sporca, assolutamente riconoscibile nel consueto trademark ottenuto combinando riffing shoegaze, melodie arpeggiate e -per l’appunto- un cantato soave e visionario spesso svuotato delle liriche ed utilizzato alla stregua di un qualunque dispositivo strumentale. L’Olden ed il suo impianto faticano a reggere restituzioni molto sature ed anche in questa occasione una maggiore nitidezza sui toni alti avrebbe accresciuto l’efficacia di questo conturbante intreccio sonoro. Completamente opposto il ragionamento riguardante la sezione ritmica: il basso, che in tutte le composizioni degli Alcest è strumento preponderante e dall’andatura costantemente sostenuta, beneficia di ottima equalizzazione, così come il drumming, chiarissimo in ogni sua declinazione (anche nei passaggi tirati la distinguibilità delle pelli è sempre rimasta a livelli più che accettabili); un po’ esagerati -questo si- i volumi che tuttavia permettono di apprezzare la precisione dello schivo Fursy Teyssier e la tecnica del variegato Winterhalter, entrambi già con Neige nel progetto sperimentale Amesoeurs nonché con i Les Discrets.
L’ora dedicata al pubblico italiano è semplicemente commovente: Les Iris cuoce anche le menti (ed i cuori) più rocciosi che sciolgono le proprie facoltà sotto i colpi dei potenti blast-beat ingentiliti dalla melodia chitarristica. È incredibile come gli Alcest sappiano utilizzare le tecniche basilari del black metal modificandone l’effetto sentimentale: i trillati, le accelerazioni, le partiture fitte sono tutte finalizzate a contrastare i momenti ariosi demolendo completamente la normale ragione compositiva; siamo lontani anni luce da tutto e da tutti: un altro pianeta, un’altra profondità artistica, un’altra dimensione percettiva.
Meno acclamate perché sconosciute ai più (la pubblicazione del nuovo album risale alla fine di marzo), ma subito assimilate poiché appassionanti ed entrambe molto vicine al venerato Souvenirs D’Un Autre Monde, le nuovissime Solar Song ed Écailles de Lune (Part I). L’accorato fascino di quest’ultima disegna nei volti della gente una maschera di angoscia che contrasta con l’evidente entusiasmo nell’avvicinarsi, come mai prima, ai propri beniamini. Ogni cambio traccia è sottolineato da battimani e urla e, nel tempo, il concerto assume i connotati di un vero e proprio trionfo.

Neige e compagni corrispondono l’affetto dei fan con toni sommessi e schivi. Il volto del polistrumentista francese mostra un sorriso appena accennato, ma gli sguardi tra i membri della band svelano il compiacimento dell’aver colpito nel segno: a tal proposito, avendo assistito solo un paio di ore prima all’intervista condotta da Stefano Asti “Autumn”, metterei la mano sul fuoco che l’umiltà ostentata on-stage sia molto manieristica, dato che Neige mi è parso ben conscio, nonché orgoglioso, dei propri mezzi e dei risultati conquistati. Nulla di male, intendiamoci; solo un inciso ad un atteggiamento a mio avviso un po’ artefatto che un pochino “cozza” con la spontaneità della proposta in gioco. Dal vivo la band è inoltre molto statica e poco “visuale”, ma ciò non risulta per nulla limitante.

Delirio della folla, oramai ammassata verso le transenne, con la partenza acustica della titletrack del primo act. Souvenirs D’Un Autre Monde è un album che ha fatto breccia e la situazione live ne rappresenta la massima espressione: i tempi rallentati, il cantato quasi sussurrato, i colori esecutivi morbidi e leggeri di questo capolavoro trasformano ancora una volta il feeling tra palco e platea che si “coccolano” vicendevolmente in un caldo abbraccio notturno. E proprio quando l’atmosfera sublima nell’etereo, Neige si risveglia dal torpore intonando lo screaming sofferente della stupenda Percées de Lumièr. Il brano, conosciuto perché incluso nello split album con i Les Discrets che ha fatto da apripista a Écailles De Lune, squarcia un Olden Live Club allo stato mantrico che, grazie ad essa, riprende un’attività corporale che pareva definitivamente persa. Indescrivibile l’abilità di Neige nel registro distorto; indescrivibile la resa strumentale -ora pienamente efficace- perché molto meno fitta e distorta; straordinario il colpo al cuore procurato da questi lunghissimi 6 minuti di passione.
Con le membra risvegliate gli Alcest donano l’ultima perla, rispolverando Elevation dall’EP Le Secret, esempio di post black maturo ed intrigante.

Che altro segnalare...
Il concerto mi è piaciuto nonostante avrei preferito una serata all’insegna dei soli francesi, con almeno mezz’ora in più a disposizione degli stessi. Detto questo e considerata la scarsissima abitudine della band a proporsi dal vivo, non posso far altro che ringraziare sentitamente.
Lontano dalla tangibilità sono stato benissimo. Riconnettermi, al contrario, mi spaventa!
Nessun problema: c’è sempre quel famoso contenitore dalle tinte verdognole; ed ora pure quello con lo sfondo blu…
Maledetti entrambi!

SETLIST ALCEST
Printemps Emeraude
Les Iris
Solar Song
Ecailles De Lune (Part I)
Souvenirs D'Un Autre Monde
Percées De Lumière
Élévation



Druid
Giovedì 30 Dicembre 2010, 12.57.49
5
Alcest immensi. Bellissima serata. E complimenti per l'articolo.
fabriziomagno
Giovedì 6 Maggio 2010, 0.32.45
4
ho rosicato tantissimo, ma i soldi erano pochi e la strada tantissima The Vision Bleak e Alcest insieme...quando mi ricapita?!?
Luca P.
Domenica 18 Aprile 2010, 16.13.42
3
Si ok, grandi Alcest...Ma c'erano anche altre band se non sbaglio...
andrea
Mercoledì 14 Aprile 2010, 23.39.06
2
quoto moro aggiungendoci gli ulver.
Moro
Mercoledì 14 Aprile 2010, 22.48.15
1
Uno dei miei più grandi rimpianti degli ultimi anni....
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