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...end on the seventh day God ended his work creating The Yes...


Se c'è un periodo storico-musicale che ha dato tantissimo alla creatività, alla fantasia, ad un sincero lavoro nella ricerca filologica del background culturale, al rifiuto della politica intesa come bandiera di colore da esporre sempre e comunque al di là del contesto artistico, se c'è un periodo felice rapportato ai risultati discografici ottenuti, benchè sia durato, nel suo complesso solo pochi anni, ebbene quello è da inquadrare sicuramente fra la fine dei “60 e l'inizio dei “70.
Il contesto a cui ci riferiamo è quello del prog-rock, la progressive music da alcuni ritenuta musica “barocca”, ridondante, monumentale, estetica fine a se stessa e da questo punto di vista non possiamo che condividere riconoscendo però che ha comunque prodotto una tale quantità e qualità di musica e di musicisti, molti dei quali tutt'ora in prima linea, per la quale è doveroso ringraziare chi ci ha deliziato dei propri virtuosismi, della varietà e complessità compositiva e stilistica regalandoci pagine immortali tutt'ora attuali. Facciamo qualche nome tanto da farvi tremare i polsi? Moody Blues, Nice, ELP, Jethro Tull, Quatermass, Traffic, King Crimson, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator, Genesis, Pink Floyd, Gong, Caravan, Focus, Tangerine Dream, PFM, Amon Düül II, Henry Cow, Popol Vuh, Mike Oldfield e... Yes. Sì, proprio loro, titolari della più semplice affermazione che esista sono stati (e lo saranno per anni) gli indiscussi fari e capiscuola per più di una generazione di musicisti.

GLI ANNI “70
Passavamo lunghi pomeriggi nei piccoli ma forniti negozietti di musica che ti offrivano la possibilità di ascoltare interi Lp prima di decidere l'acquisto e vista la scarsa disponibilità economica ovviamente sfruttavamo appieno questa opportunità. Fu così che, nel 1969 (già passati 40 anni, sic!), fra le novità scoprii e subito mi piacque il suono di questa nuova band inglese che con l'omonimo ellepi, Yes (1969) appunto, faceva capolino negli scaffali dei dischi con una copertina in cui ritraeva i cinque londinesi fra rovine vittoriane. Più che altro ero incuriosito da come arrangiavano un pezzo dei Beatles, Every Little Thing, sfruttando magistralmente i giochi di polifonia delle voci tipiche appunto dei Fab Four, dall'innovativo uso del basso, il famoso Rickenbacker 4001 di Chris Squire, e della batteria (Bill Bruford). Ovviamente mi accattai anche il seguente Time And A Words (1970), dove i brani cominciavano già a delineare immaginifici e pittorici paesaggi raccontati dalla particolare voce di Jon Anderson, e accompagnata dalle tastiere dell'altrettanto bravo Tony Kaye; il brano che dà il titolo all'intero lavoro ne è un perfetto esempio. Con Yes Album (1971) l'asticella viene spostata ancora più in alto e, se cominciano a delinearsi brani più complessi e articolati, autentiche suite, Yours Is No Disgrace ed I've Seen All Good People, iniziano anche delle discrepanze interne a seguito delle quali il key-man Tony Kaye lascerà la band ormai lanciata verso vette finora inimmaginabili; le cause? Vedute artistiche (l'ingresso di Howe al posto dell'amico Banks) e caratteriali (Anderson lo riteneva già “vintage”). A imitazione di Frank Zappa fecero la foto di copertina nella toilette degli studi di registrazione!
Il seguente (uno all'anno!!!) e quarto album Fragile (gennaio 1972) fa gridare al “quasi” miracolo; la fantasiosa grafica di Roger Dean (che negli anni seguenti sarà poi il loro cover-designer di fiducia) ci propone paesaggi ai confini della realtà di pari passo con la musica che traccia percorsi mai solcati fino ad ora da nessuna altra band. Arriva a traguardi impressionanti con Roundabout (con un giro di basso già nei libri di storia), Long Distance Runaround, Heart of Sunrise e dove il pesante apporto del nuovo tastierista Rick Wakeman eccelle nella ripresa di Brahams e tràcima negli arrangiamenti delle onnipresenti tastiere, una montagna di “chiavi” che andavano dall'Hammond, al Moog, al Mellotron, al Clavinet, al Pianoforte a coda, al Birotron e tutte le diavolerie elettroniche reperibili al tempo. Nell'autunno del 1972 arriva un ellepi dalla semplice copertina verdescuro e con il logo Yes che diverrà poi il marchio della fabbrica dei sogni: Close To The Edge esce a settembre ed è già attesissimo dai fans, che si aspettavano certo un ottimo lavoro, sulla linea di quelli a cui gli Yes ci avevano abituati, ma non pensavano certo di trovarsi ora fra le mani le “Sacre Scritture”, l'espressione più alta della musica progressive: un album “fantasy” innovativo, spericolato, sofisticato, pieno di invenzioni e sperimentazioni che il Mark II del prog aveva attuato sotto la sapiente guida di Wakeman da una parte e di Eddie “The Surgeon” Offord dall'altra. Il fonico degli Advision Studios assoldato da Yes Album in poi, darà il vero ed unico suono progressive alla produzione dei primi anni “70, Yes, ELP, David Sancious & Tone etc... (nda. Anche i Goblin, nel 1974, furono convocati da Eddie per un provino, poi naufragato).

Quella che segue è la recensione di una persona che il disco lo ha goduto, amato, adorato e vissuto in un momento storico e sociale molto diverso da quello attuale, in un contesto dove la musica suonata e ascoltata era al primo posto nella vita di ognuno di noi. E' molto probabile che molti di voi non si riconosceranno nei commenti e nei sentimenti espressi ma prendetela come fossero i ricordi di un veterano, uno di quello che cominciano i loro improbabili racconti con l'immancabile “...eh, quando ero giovane io...”. La lettura della conclusive interviste potrà però darvi qualche elemento in più per chiarire effettivamente come era “...quando eravamo giovani noi...”.

CLOSE TO THE EDGE - YES (ATLANTIC, 1972)
Uccelli, cascate mormoranti, misteriose foreste, tastiere in lontananza e molti altri “rumori di fondo”; questo è lo storico ed elaborato inizio degli oltre 18 minuti di Close To The Edge, suite ispirata al “Siddartha” di Hermann Hesse e divisa in quattro parti materialmente collegate fra loro. La prima, , inizia con una serie di intrecci di chitarra fra l'improvvisazione jazz e suoni rock, tagliata dai cori di Jon e dalla prepotente presenza del basso che farà da guida per tutto l'ellepi e identificherà per sempre il suono “alla Yes”. Ancora Steve Howe fa da supporto (mandolino?) all'intervento del cantato molto particolare perchè doppiato in più parti, con testi mistici di filosofia orientale (...un vecchio può chiamarti dal profondo.../...una goccia di rugiada può esaltarci/come la musica del sole.../...sfoghiamo la tensione solo per sentire il nome del padrone.../...ho crocefisso il mio odio e ripreso la mia parola...) e la grande prova del chitarrista con i suoi numerosi interventi, autentici contrappunti al canto e pezzi di bravura. Total Mass Retain a seguire con strappi, duelli fra basso e batteria, stacchi di tastiere e tutto questo a sorreggere l'imperterrito cantare di Anderson che con la sua meravigliosa voce ci indica continuamente “Verso il limite, Vicino al fiume”. Il Biondone alle tastiere ci ricorda anche della sua “ingombrante” presenza con prepotenti interventi di organo, piano, Mellotron e liquide tastiere elettroniche che dilagano poi in un maestoso organo da chiesa introducendo I Get Up I Get Down, uno dei punti più alti della suite. Seasons of Man è un completo appannaggio del muro sonoro di Wakeman che dilaga con tutto quello che trova sotto le dita e soprattutto con il meraviglioso suono del suo Hammond B3, in duello costante con Chris Squire al basso, a sua volta in perpetua competizione con la batteria di Bill. Un intreccio corale sul “...season will be pass you by...” e il ritorno al tema iniziale della foresta incantata chiudono questi diciotto minuti di autentica estasi sonora.

Se si dovesse ipoteticamente lanciare nello spazio un brano per poter dialogare con gli alieni e far capire loro che tutto sommato gli umani non sono poi così cattivi come probabilmente siamo dipinti nell'universo, bensi socievoli e capaci anche di grandi slanci artistici ed estetici, ebbene questo brano non potrebbe essere che And You And I. La seguente lunga song, anch'essa divisa in più parti, è un capolavoro di costruzione armonica che rassicura, rilassa, tranquillizza, rasserena e ben dispone, perchè no, verso la vita. Nel frammento Cord Of Life è la dodici corde di Howe che introduce il pezzo, un paesaggio sonoro, quasi una folk-ballad dove Anderson ci guida attraverso le sue tortuose immagini e Wakeman “esagera” con fiumi di tastiere, prima con il Moog ma poi soprattutto con il suono unico del Mellotron creando panorami inimmaginabili, fra Sibelius e Bruckner, sorreggendo poi la grande apertura dell'angelica, cristallina voce del cantante (Eclipse). Di nuovo arpeggi della “twelve-strings” per Total Mass Retain e il canto che, meraviglioso, prosegue descrivendoci la rivelazione delle “...emozioni di fronte ad un oceano, ad un mattino, ad una sera e nella notte con te...”, una sensibilità dettata anche dalla particolare predisposizione sessuale di Jon Anderson. Eclipse è il breve raga di chiusura. And You And I è veramente uno dei brani più emozionanti di tutta la storia della musica: perfetto, immortale, sicuramente il Classico dei Classici nel capitolo del progressive rock.

AND YOU AND I - YES


A questo punto bisognerebbe allacciare le cintura di sicurezza alla partenza della conclusiva Siberian Khatru: trascinante pezzo prog-rock ad alta gradazione stilistica con accenni bluesy dalle pelli di Bruford, inserimenti di musica orientale e classica del clavicembalo di Wakeman (Sagra di Primavera di Stravinsky), accenni psycho nelle corde di Howe, il gran pompare del basso di Squire e la divina innocente voce di Anderson con i suoi vocalizzi a condurre per mano l'ascoltatore in paesaggi evocativi ineffabili. “..soul mark../ mover.../ Christian.../ changer.../ called out.../ savior.../ moon gate.../ climber..”. Un'intricata sovrapposizione strumentale e notevoli trovate espressive fanno da accompagnamento alle uscite di sicurezza, le stesse parole della canzone hanno più un valore strumentale che un significato logico; un autentico stato mentale... Come definire questa nuova mistura sonora? Dalla fusione e condivisione di più esperienze musicali nasceva il nuovo, magico, etereo, celestiale, delicato, spirituale, magnifico suono progressive, il rock romantico di inizio anni “70.
Purtroppo, di lì a poco, il sogno sarà destinato a dissolversi, lo spartiacque sarà il triplo Yessong dopo il quale i pur talentuosi musicisti diverranno solo una tribute-band di se stessi...

SIBERIAN KHATRU (LIVE) - YES


EDDIE OFFORD: INTERVISTA AL PRODUTTORE Eddie Offord è molto schivo, non rilascia interviste, non si conoscono sue foto recenti e poche anche quelle del passato; da tempo si è ritirato dal music business e afferma che la musica non è più una parte importante della sua vita. Attualmente vive nel sud della California con la moglie. Ha due figli entrambi laureati e passa la maggior parte del tempo sul suo yacht navigando e pescando d'altura (uno che ha capito tutto della vita!!!). Abbiamo però recuperato l'unica conversazione avuta con Tim Morse, biografo ufficiale degli Yes con cui aveva parlato in occasione della compilazione del libro Yesstories. Alcuni passi più significativi:

Tim Morse: Torniamo indietro nel tempo, all'autunno del 1970 quando si stava per registrare The Yes Album. Sapevi che avrebbe potuto essere un grande successo o un grande fiasco per la band? Questa pressione incombeva sulle registrazioni?
Eddie Offord: Gli Yes avevano fatto due album precedentemente a quello. Il primo è stato registrato all'Advision Studio e lì avevo vagamente visto come andavano le cose. Sul secondo, Time and a Word, sono stato il tecnico del suono e lo stava producendo qualcun altro. Avevo conosciuto Tony Colton (produttore- n.d.a.: memorizzate questo nome) molto tempo prima di allora. Mi piaceva molto, ma penso che non fosse la persona più adatta per gli Yes. Mi pare che Time and a Word sia stato fatto su un otto tracce, credo. Nessuno di questi album decollò, ma durante quel periodo la band e io ci avvicinammo, anche se ero solo l'ingegnere. E quando mi proposero di fare The Yes Album con loro... non so, non ho mai avuto spirito commerciale, davvero non pensai se avrebbero potuto fallire da un momento all'altro. Comunque è stato abbastanza fantastico... Lo studio a quei tempi disponeva di un otto e di un sedici tracce. Il 24 tracce arrivò con l'album successivo. Il risultato fu quindi molto antiquato perché era antiquata la consolle. Alcuni dei fader non erano neppure fader - erano queste grandi manopole rotanti.

Tim Morse: Non era quello lo stile in auge in Inghilterra in quel periodo. Non erano un po' indietro coi tempi per quanto riguarda la registrazione?
Eddie Offord: Suppongo di sì, fino a quando Rupert Neve arrivò con tutto il suo staff il tutto era molto sperimentale. Era solo molto semplicistico. Non c'era assolutamente nulla in termini di effetti, l'unica cosa che avevamo era un eco piatto EMT, ma nient’altro, tutto il resto andava fatto da zero, inventato da soli, però ci piaceva trascorrere le ore scoprendo nuovi suoni e facendo ogni genere di cose stupide. Noi che volevamo ottenere un suono Leslie ed io pensai: "Bene, invece di avere i diffusori rotanti, perché non avere il microfono rotante?" Abbiamo provato con un filo corto e poi con uno lungo a farlo oscillare in tutto lo studio. Aveva un suono di ritorno che era qualcosa di fantastico. Ho usato un vecchio AKG C28 per le chitarre e un U64 per le voci.

Tim Morse: Molte persone, me compreso, sentono Close To The Edge come l'album definitivo degli Yes, ma a quanto si dice le sessioni per la sua registrazione non sono state facili. Cosa ricordi del processo di registrazione su questo album?
Eddie Offord: Più la band aveva successo, più aumentavano le ore passate in studio. Ci furono sessions a partire dalle 2 e Chris (Squire) non si presentava prime delle 4 o le 5. Erano frustrati, ma ormai giravano molti soldi e molto successo. Amo ancora moltissimo quell'album, i problemi maggiori li incontri lì dove sei maggiormente coinvolto, non credi? Per il famoso intro: il torrente mormorante, gli uccelli, le campane tintinnanti, la cascata, una parte di tastiera in lontananza... Jon arrivò con un'idea e io la portai al massimo. Ci vollero circa un migliaio di tracce per fare quell'apertura! ...Troppa erba penso (ride)!
La sua registrazione ha richiesto un periodo piuttosto lungo, non mi ricordo esattamente. Penso almeno 2 mesi. Erano estremamente ansiosi di ottenere la perfezione su ogni battuta, in più alcune parti non erano state neanche scritte prima, ma furono sviluppate in studio. Le canzoni erano piuttosto lunghe e vennero registrate in sezioni di 30 secondi per assicurarsi che fossero davvero corrette. Dopo che un intero pezzo era finito, registrato e mixato, soltanto dopo, veniva studiato per l'esecuzione live. Era un modo molto sperimentale di lavorare. Penso che fu questo, alla fine, che fece impazzire Bill! Bill (Bruford, batteria) voleva un po' più di libertà. Ma ottenere un minuto di musica poteva richiedere parecchie ore di sperimentazione.

Tim Morse: Quale musicista è stato più facile produrre? Quali erano le loro caratteristiche.
Eddie Offord: Per essere onesti, sai che è stato il più veloce? E' stato effettivamente Rick. Furono tutti veramente bravi in ciò che hanno fatto. Non ebbi davvero alcun problema con nessuno di loro, ma Rick naturalmente aveva molta esperienza in studio. Rick era un po' un outsider, ma lui fece la sua parte molto bene. Era un musicista davvero esperto con un umorismo alla Benny Hill. Invece il resto della band era un po' più stupida o qualcosa del genere. Chris era estremamente preciso e voleva che ogni colpo di cassa e nota del basso fossero precisamente allineati. Jon invece era nervoso nel cantare su questi capolavori, soprattutto perché Chris non approvava i suoi testi. "Jon, i tuoi cazzo di testi non hanno alcun senso! Che cosa è questo fiume, la montagna, i pesci, le alghe -sono assolutamente sciocchezze senza senso!". Tutti criticavano Jon per la sua mancanza di formazione musicale, ma in realtà penso che fosse uno dei suoi pregi. Lui non seguiva strutture stabilite quando scriveva, lui era come "Oh, questo lo inserisco così", senza motivo apparente e si rivelò essere tutto molto buono. E poi Jon voleva sempre aggiungere ed aggiungere qualcosa e qualche volta il resto della band se ne lamentava "è abbastanza!"; per esempio le 64 sovrapposizioni della voce in We Have Heaven.... Ma aveva ragione lui, ha funzionato.
Steve (Howe), veniva già in studio con cose già preparate, alcune molto belle. Viveva nel suo mondo isolato e tranquillo, ma era nervoso con le cose estranee... è difficile da spiegare, ma era un chitarrista fenomenale!
Bill (Bruford, batteria) era l'unico della banda che non si drogava né beveva, davvero. Aveva un gran senso dell'umorismo -era un tipo divertente. Aveva grande senso del tempo, è stato incredibile. Era un intellettuale pseudo-inglese.

Tim Morse: Che differenza ha fatto lavorare con Emerson, Lake & Palmer e con gli Yes?
Eddie Offord: Gli ELP erano più freddi e calcolatori. Io sentivo invece che gli Yes erano una band molto più calda, più rozza e più reale.

Tim Morse: E per l'organo a canne in Close To The Edge? Non mi risulta ce ne fosse uno agli Advision.
Eddie Offord: Mi ricordo le registrazioni nelle chiese, ma non ricordo dove fossero le band. Li registrai su un Revox e poi li unii alle tracce già realizzate. Usai una sola coppia di microfoni per registrare, in quella situazione avere di più non significava necessariamente fare le cose meglio. Comunque quell'organo a canne fu registrato per Emerson, Lake & Palmer... io lo utilizzai invece per gli Yes (n.d.a.: I Get Up I Get Down).

Tim Morse: Ti sei descritto come un mediatore per la band. Ci sono stati momenti in cui non sei stato in grado di mantenere la pace fra loro?
Eddie Offord: Capitava che ci fossero dei grossi litigi, in particolare tra Chris e Jon. Fu la grossa mole di lavoro a far sì che continuassero a parlarsi. Litigavano come cane e gatto; credo che Lennon e McCartney siano stati allo stesso modo. Credo che in un certo senso sia una grande cosa, perché da ciò deriva la grande musica. Chris e Jon erano solitamente parecchio in disaccordo e qualche volta sono stato più un arbitro che altro! Ma era eccitante, mi sono davvero divertito... Diventai davvero amico di tutti, in particolare di Chris e Jon. Inoltre mi elessero a loro dietista perché davo loro consigli su come mantenersi in salute.
Con il seguente Tales From Topographic Oceans il rapporto fra Chris e Jon peggiorò di giorno in giorno. Essendo un doppio album il lavoro in studio si faceva sempre più noioso, non era più un divertimento. Bill se ne era già andato... fu l'inizio della fine.

Tim Morse: Come ci si sente ad essere il George Martin del progressive rock?
Eddie Offord: Non mi sento come se lo fossi -non so che cosa significhi! Ho trascorso momenti meravigliosi lavorando con gente come ELP e Yes. La musica era davvero emozionante, nuova ed innovativa e sono davvero felice di aver fatto parte di tutto questo.
(Adattamento di Simona 'Aileen' Pala)

SCOOP! TONY COLTON
In fase di completamente di questo articolo ci siamo fortunosamente imbattuti in rete nell'incontro con Tony Colton, lo scopritore e primo produttore degli Yes e, ovviamente, non abbiamo resistito nel porre qualche piccola domanda. Tony Colton, alla fine degli anni “60, aveva una sua british country band, gli Heads Hands & Feets, decise poi di passare alla produzione discografica imbattendosi per primo appunto negli Yes. La sua predisposizione però è il R'n'b e certa canzone mainstream AOR con cui negli anni otterrà notevoli successi (Jerry Lee Lewis, Joe Cocker, Ray Charles, Elvis Costello, Eric Clapton, Phil Collins, Freda-ABBA, Celine Dion etc.).
Nato in Inghilterra, risiede però da molti anni a Nashville. Tennessee–USA. Ecco il suo autorevole parere.
Richard Milella: Come hai conosciuto gli Yes? Che musica facevano e che idee avevano circa il loro futuro nella musica?
Tom Colton: Ero stato mandato da Ahmed Ertegun (n.d.r.: presidente dell'Atlantic Records) a fare un colloquio con Jon per scritturare gli Yes. Andò bene e fui assunto come produttore. Jon mi piaceva moltissimo, ammiravo già il suo talento vocale, più tardi mi fece i cori live nei Heads Hands and Feets (n.d.r.: la band di Colton), era un folletto o una creatura della natura, un puro. Non ero invece un grande fan della band, avevo gusti più "normali", ma loro avevano un buon sound ed erano di nicchia.

Richard Milella: Penso che al vostro primo incontro loro fossero molto giovani; cosa pensavano di ottenere da quello che stavano facendo nel campo musicale? Eddie Offord dice che non erano musicisti particolari, non erano molto diversi dagli altri ragazzi che suonavano alla fine dei "70; tu come li hai giudicati?
Tom Colton: No, non erano molto diversi dalle bands di allora però mi sono davvero divertito a fare quegli albums (n.d.r.: Yes, Time And A Words), speciamente con Jon. Provammo molti esperimenti pazzi come fare la batteria attraverso i Leslie, ecc. A un certo punto licenziammo l'intera orchestra e ne reclutammo un'altra di studenti della London School Of Music. Sono orgoglioso di averli fatti.

Richard Milella: Che personalità avevano Anderson, Squire e Bruford? Per come li conoscevi tu, pensavi che avrebbero avuto questo successo?
Tom Colton: Peter Banks (n.d.r.: il primo chitarrista) mi odiava, non gli piacevo. Io trovavo il suo modo di suonare molto debole e, sebbene Jon non lo ricordi e scommetto neanche Steve Howe, io suggerii Steve a Jon ed Eddie (Offord) diverse volte. Steve aveva già esordito con una band (n.d.r.: i Tomorrow) in cui suonava con Keith West, un mio vecchio compagno di band, e lo vedevo regolarmente al Lew Davis Pub. Lì è dove lo sentii suonare principalmente, oltre che su My White Bycicle (n.d.r.: hit dei Tomorrow, 1967), che fu una grande pezzo.
Sapevo che ciò di cui avevano maggiormente bisogno era un bravo ingegnere del suono ed io ebbi l'intuito di associarli a Eddie ed alla conclusione dell'album suggerii Eddie ad Amhet (n.d.r.: Ertegun, presidente della Atlantic Records) per l'ingaggio; avevo persino istruito Eddie come ingegnere allo scopo.
L'apporto di Chris fu veramente importante perchè suonava il basso come fosse una chitarra solista e conferiva loro, insieme al drumming di Bruford, così jazzistico, da big band, un sound molto diretto, che esplorava i confini della musica classica.

Richard Milella: Quando hai lasciato gli Yes, hai lavorato con altre band di rock progressive o pop in England?
Tom Colton: No, niente progressive. Dopo gli Yes ho prodotto entrambi gli album dei Taste di Rory Gallagher (Taste I, On the Boards), ho scritto per The Cream, Rod Stewart ed altri.

Richard Milella: Sappiamo che ora tu sei un affermato produttore/autore di R&B (Ray Charles, Joe Cocker, Celin Dion etc.), cosa stai facendo ora? Su cosa stai lavorando e programmi futuri?
Tom Colton: Di recente ho lavorato con Greg Allman e ho prodotto una band irlandese, che sta per esplodere fuori da Dublino, che si chiama Riptide Movement. In questo momento invece sto sellando un cavallo... !
(Adattamento di Simona 'Aileen' Pala)

LINE UP:
Jon Anderson – voce
Chris Squire - basso e voce
Rick Wakeman – tastiera
Bill Bruford – batteria
Steve Howe - chitarra e voce

TRACKLIST:
Part 1) Close to the Edge (18,50)
* The Solid Time of Change
* Total Mass Retain
* I Get Up I Get Down
* Seasons of Man

Part 2) And You and I (10,09)
* Cord of Life
* Eclipse
* The Preacher the Teacher
* Apocalypse

Part 3) Siberian Khatru (8.55)

PRINCIPALI RICONOSCIMENTI:
RIAA (US) 1972 Gold - CRIA (Can) 1976 Gold - CRIA (Can) 1977 Plat. - BPI (UK) 1984 Gold - BPI (UK) 1984 Plat.

BONUS TRACKS (2003, REISSUE)
America
Total Mass Retain" (single version)
And You and I" (alternate version)
Siberia" (studio run-through of "Siberian Khatru")



Baro
Martedì 2 Novembre 2010, 14.54.22
16
Su Yes e Close to the Edge si è detto davvero molto, parlarne ancora ne conferma la natura di capolavoro senza tempo. Molto interessante l'intervista a Eddie Offord, in particolare quando racconta in che modo ha lavorato coi singoli e i rapporti tra di loro. Di questo contrasto tra Jon e Chris non avevo mai sentito parlare.
Celtico
Mercoledì 27 Ottobre 2010, 23.41.23
15
questi articoli sono sempre dei pezzi di storia per quelli come me che non hanno vissuto in prima persona (nel senso di intendere e volere) gli anni 70.. Al di là dei gusti musicali sono interessantissimi i vari aneddoti e retroscena che le interviste di questo tipo mettono in risalto...
pincheloco
Mercoledì 27 Ottobre 2010, 22.12.11
14
Album che ha segnato un'epoca e non solo. Uno dei punti più alti nella storia del prog. Grande Richard (già lo sai eh).
Richard
Mercoledì 27 Ottobre 2010, 13.19.31
13
Il commento autorevole di uno dei più grandi direttori d'orchestra italiani nonchè uno dei maggiori jazzisti europei non può farci che immenso piacere al di là di giudizi e valutazioni personali che denotano comunque un grande amore per la musica, un interesse per le nuove sonorità e una ricerca di dialogo verso le nuove generazioni. Grazie ancora Maestro Intra.
Black and Blue
Mercoledì 27 Ottobre 2010, 13.18.51
12
bell'articolo richard, molto interessante che batterista con i controcoglioni che e' Bill Bruford
Enrico Intra
Mercoledì 27 Ottobre 2010, 13.13.54
11
Avrebbe dato ancora più senso ampiezza e interesse per la sua capacità e passione per la musica se avesse avuto anche un minimo di attenzione per la musica jazz che è stata in quel periodo il punto di riferimento sonoro e non soltanto di molta produzione "industriale" qualche volta anche artistica. . . . E mi creda senza polemica,Mancherebbe altro soprattutto verso una persona di spessore.Le facevo notare però che ogni produzione legata al pensiero ha dietro di se il punto di partenza La nascità ,la scoperta , il percorso e gli elementi di sviluppo di una forma d'arte che si proietta alla ricerca di nuova linfa creativa ( come diceva Luigi Nono ) Anche io sono uno specialista ( jazz) ma è stato per me determinante conoscere il punto di partenza di questo linguaggio musicale , come si è evoluto e come nel suo percorso storico ha preso vita. Come ? Immergendomi nel passato ( dal gregoriano a Debussy e cosi via ) grazie di avermi dato la possibilità di rispondere ... Enrico Intra .
valerio
Mercoledì 27 Ottobre 2010, 11.38.24
10
molto interessante! soprattutto le interviste in coda alla recensione. complimenti!
Gianluca Mosole
Mercoledì 27 Ottobre 2010, 10.12.12
9
Sinceramente non sono un seguace degli YES, anche se ritengo sia un gruppo icona di certo tipo di prog/rock '70, formato da musicisti di tutto rispetto con Steve Howe che fa sempre la differenza, considerando poi l'epoca il merito viene ancor più amplificato. L'articolo mi sembra fatto bene e posso solo complimentarmi con chi l'ha scritto. Ogni bene. GM
From Genesis to Revelation
Mercoledì 27 Ottobre 2010, 10.03.35
8
Bellissimo vademecum, soprattutto per i pischelli per i quali Yes al massimo significa "si" in inglese. Braaaavo.
Andrea
Mercoledì 27 Ottobre 2010, 5.07.00
7
Bello, ben fatto e curato.
Absynthe6886
Martedì 26 Ottobre 2010, 16.27.44
6
Bei tempi dovevano essere quelli in cui si poteva rimorchiare col Progressive... Ora... Lasciamo perdere va', che è meglio...
hellvis
Martedì 26 Ottobre 2010, 16.18.46
5
Ero riuscito a rimorchiare una della mia classe prestandole Relayer dove c'era un lento che le piaceva tantissimo.... Ma vi rendete conto? Ai teenagers di più do 30 anni fa piacevano gli Yes che ti aiutavano a fare pure dell'altro. A quelli di adesso manco gli tira...per forza, avete presente farlo sotto un poster dei Tokyo Hotel? Roba da castrazione chimica!!!
Vallo/Odessazone
Martedì 26 Ottobre 2010, 15.32.37
4
Articolo molto interessante... grazie! gli Yes sono stati il mio primo amore musicale quando avevo 11/12 anni (ovvero a metà degli anni '80...) ed ascoltavo quotidianamente il live Yessongs, poi alternato al trittico The Yes Album-Fragile-Close To The Edge... quei vinili hanno fatto da colonna sonora a tanti miei pomeriggi...
Elisaprog
Martedì 26 Ottobre 2010, 11.46.14
3
Appassionato iter musicale e non solo...molto interessante! Grandi Yes, leggendo mi sono tornate alla mente molte loro melodie e mi è venuta voglia di riascoltarli subito
Raven
Martedì 26 Ottobre 2010, 9.21.37
2
Infatti nel nostro DB trovi parecchie recensioni in merito, ed altre arriveranno.
Daniele Il Miserabile Paolati
Martedì 26 Ottobre 2010, 9.07.45
1
... Anderson era in grado di cantare praticamente sopra qualsiasi cosa..e comunque in Italia abbiamo avuto band di rock progressivo che nulla avevano ( o hanno ) da invidiare all'inghilterra
IMMAGINI
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Yes - 2010
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Chris Squire col Rickembacker-4001
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Steve Howe con l'inseparabile Gibson ES175
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Rick Wakeman: 'elenco sarebbe troppo lungo!
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Tony Colton e Gregg Allman
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Ray Charles e Tony Colton
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