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SICK OF IT ALL + MADBALL + STRENGHT APPROACH - Roma, Alpheus, 17/10/2010
16/11/2010 (3006 letture)
Ventiquattro anni e non sentirli. Un quarto di secolo a saltare e dannarsi l’anima sui palchi di tutto il mondo, la fama e l’orgoglio scolpiti nel sudore di migliaia di moshpit. I Sick Of It All sono un manifesto, più che un gruppo: l’emblema vivente dell’attitudine hardcore, maestri indiscussi e costanti allievi di una lezione che non vuole, che non deve morire. I Padrini, per l’appunto: e nella scena musicale (ma non solo) questo titolo non si conquista certo da un giorno all’altro.
Ne è passato di tempo dai fasti di Just Look Around e Scratch the Surface, epoca dorata in cui l’interessamento delle major (la EastWest Records, nel caso specifico) e il successo globale consacravano la band dei fratelli Koller come simbolo e punta di diamante della rinascita di un intero mondo. Una decade che ha visto schiere di falsi profeti diagnosticare la morte della vecchia scuola hardcore, loschi dottori costantemente pronti a staccare la spina e mettere il punto finale. Ma la fenice risorge dalle proprie ceneri, e lo show in programma stasera ne è per certi versi l’apoteosi, la sublimazione di ciò che qualsiasi adepto dello stage diving ha sempre sognato: i Sick Of It All tornano a marciare attraverso l’Europa in compagnia dei “cuginetti” Madball, sotto lo stendardo piuttosto esplicito del NY United Tour 2010. Compatti, devastanti e parecchio incazzati. Perché, come recita lo slogan impresso sulle belle t-shirt in vendita al banchetto del merchandising, “Hardcore Still Lives”: e qualsiasi dubbio, in questa fredda serata d’ottobre capitolino, è stato spazzato via.

STRENGHT APPROACH
Il traffico della Roma domenicale e un anticipo consistente sull’orario d’inizio programmato non giovano certo all’affluenza del pubblico durante lo show dei padroni di casa, i gloriosi Strength Approach: ma non si può immaginare vetrina migliore per uno dei gruppi più in vista della nutrita schiera hardcore romana, probabilmente una vera e propria consacrazione, considerata la portata dei compagni di palco. Quindici anni di sudata e coraggiosa gavetta ricompensati dalla forza d’urto e dal prestigio di una data con gli Dei: peccato solo per l’esigua (ma rumorosa) presenza sotto il palco e per la straniante tempistica con cui si è deciso di dare il via alle danze, non certo una novità negli ultimi tempi (basti vedere ciò che è successo con i Blind Guardian all’Atlantico qualche giorno fa). Ma gli applausi e il supporto sono assicurati. Alla prossima.

MADBALL
Pochi minuti per un veloce cambio di palco, giusto in tempo perché l’affluenza nell’Alpheus diventi massiccia. L’afa equatoriale conferma che l’impianto d’areazione non è esattamente il punto di forza del locale, ma non c’è niente di nuovo sotto il sole e il popolo hardcore romano ha ben altro a cui pensare. Le luci si abbassano e le sagome dei quattro yankees si stagliano sullo sfondo. L’impatto visivo targato Madball è impressionante: Mitts con la sua chitarra e il mastodontico Hoya Roc al basso sono esattamente i soggetti che farebbero cambiare strada a chiunque se incontrati in una notte buia e tempestosa (ma anche con la luce limpida di una mattina primaverile qualche dubbio potrebbe legittimamente sorgere). E quando il ceffo ghignate di Freddy Cricien si abbatte sul palco è segno che lo spettacolo può davvero cominciare. Allora via con Set It Off, brano manifesto del NYHC “cast of mind”, e via col pogo martellante. Ottimi i volumi, discreta la qualità dei suoni, ma non è certamente questo ciò che conta. I Madball scaraventano la propria muraglia sonora sulla massa vorticante e sudata sotto di loro, nessun compromesso e nessun tentennamento. Freddy giganteggia e saltella tra i suoi immobili compagni di sfuriata, che annuiscono compiaciuti: potenza fisica e vocale, muscoli tatuati e sorriso costante. Una sicurezza. La setlist ondeggia tra le vecchie glorie (Smell The Bacon e We The People) e qualche estratto dal nuovo, bellissimo Empire: inutile dire che quando partono i riff classici di brani come Look My Way o Infiltrate The System, ciò che si scatena è puro delirio. Crowd surfing a ripetizione e moshpit infuocato, che le movenze scimmiesche del corpulento singer non servono certo a calmare. Roccioso, massiccio, il quartetto newyorkese macina brani su brani, senza sosta: It’s My Life è un doveroso omaggio ai grandi assenti della serata, quegli Agnostic Front il cui singer Roger Miret è il fratellastro maggiore di Freddy. Non è un caso che la traccia successiva sia l’acclamatissima Nuestra Familia: buon sangue non mente, poco ma sicuro. Arriva l’inno Pridee la variegata orda sottostante (un colorito miscuglio di etnie musicali, dagli skinhead ai punkettoni d’annata con una nutrita presenza di metallari vecchio stampo) sembra compattarsi in un’unica grande onda, giusto prima che la fulminante Hardcore Still Lives! chiuda una performance strepitosa, ai limiti dell’umano. Strette di mano, promesse di futuri ritorni e ringraziamenti. Chi scuoteva la testa sconsolato scorrendo le classifiche discografiche nostrane, può stare tranquillo: finchè c’è Madball, c’è speranza.

MADBALL Line Up
Freddy Cricien – voce
Mitts – chitarra
Hoya Roc – basso
Jay Weinberg – batteria

SETLIST
01 Set It Off
02 Smell The Bacon
03 We The People
04 Empire
05 Can’t Stop, Won’t Stop
06 Hold It Down
07 R.A.H.C.
08 Heavenhell
09 Look My Way
10 Get Out
11 All or Nothing
12 Infiltrate the System
13 It’s My Life
14 Nuestra Familia
15 Down By Law
16 Hardcore Pride
17 Pride (Times Are Changing)
18 100%
19 Hardcore Still Lives!


SICK OF IT ALL
Difficile negare che la stragrande maggioranza dei presenti è qui per loro, i Boss di Queens, le Leggende dell’Hardcore. Lou Koller e soci sembrano amare particolarmente il Belpaese e non lesinano frequenti quanto estremamente gradite visite: è passato giusto qualche mese da quando hanno infiammato l’Alcatraz di Milano, ospiti del carrozzone celtic-punk guidato dai colleghi bostoniani Dropkick Murphys . Ma oggi è diverso: sarà il locale più piccolo, sarà il ruolo di headliner, ma l’atmosfera è assai più elettrica, la tensione quasi spasmodica. Basta che venga svelato il telone con lo storico logo del gruppo perché la folla cominci ad assieparsi sulle transenne. Si spengono le luci e due tecnici della road crew improvvisano la divertente parodia di un allarme antiaereo: di spalle al pubblico, la strana coppia supplisce alla mancanza di vere sirene utilizzando un paio di torce e roteando il raggio di luce sullo sfondo, mentre l’impianto audio diffonde nella sala il rumore assordante che annuncia l’imminente bombardamento. E i cacciabombardieri arrivano sul serio. L’apocalittico e inquietante fischio non è ancora svanito, che già i fratelli Koller sono entrati di corsa sul palco, pronti a scatenare l’inferno. Il sorridente faccione di Lou non rassicura nessuno. Filo del microfono attorcigliato al braccio, camicia nera sudata prima di ancora di cominciare e piede ben piantato sull’amplificatore: inequivocabili indizi del delirio imminente. Bastano le prime note di Good Lookin’ Out a dare fuoco alle polveri, e lo scoppio non può che essere devastante. Il moshpit s’infuoca e corpi volanti cominciano a piovere da tutte le parti, rendendo i Nostri visibilmente compiaciuti. Qualche problema alla diffusione delle linee vocali viene immediatamente superato, giusto in tempo perché il primo singolo estratto dal nuovo album, Death Or Jail, sollevi la bolgia sotto il palco: l’impatto sonoro è roccioso, il sudore scorre a fiotti e si fatica a capire se ci siano più gambe che planano verso il palco o spalle che le mantengano. Della potenza live dei Sick Of It All s’è già scritto in lungo e in largo: ciò che continua a sorprendere è la costante capacità di divertirsi (e divertire) on stage, come se ogni volta fosse continuamente la prima. Il riff iniziale di Uprising Nation irrompe dopo una breve parentesi dedicata ai saluti di rito: tutto l’Alpheus salta all’unisono e canta ogni singola parola di quello che è, a tutti gli effetti, il vero inno dell’Hardcore del nuovo millennio. Braccia in aria per mandare a morte i tiranni, di ieri e di oggi. Difficilmente rabbia, critica sociale e canto di guerra hanno trovato una condensazione migliore di queste liriche. Lou stringe le mani degli astanti delle prime file (o meglio, di quelli con ancora tutte le costole intere), mentre il fratello Pete e il suo ciuffo biondo ossigenato fanno uno show a parte, con salti continui e muscoli tatuati in bella mostra. Il drumming ritmato di Armand Majidi introduce il secondo estratto da Based on a True Story, la splendida The Divide: il pubblico è ormai una massa compatta, aizzata da un frontman raramente così in forma. America e Built to Last preludono al classicissimo It’s Clobberin’ Time: più che un titolo di canzone, questo è un vero è proprio invito e il pubblico non aspetta altro. Volano arti e la security ha il suo bel daffare per impedire che il numero delle persone sul palco raddoppi o triplichi. C’è ancora spazio per Borstal Breakout, cover degli Sham 69 , prima che una carrellata di pezzi storici dell’hardcore made in New York devasti ciò che resta degli esseri umani presenti. Step Down, Busted e Sanctuary vengono sparati in faccia alle creste e alle teste rasate che si agitano davanti alle transenne, e la nuova A Month Of Sundays non serve certo a riprendere fiato. E’ tempo di alzare il dito medio alto per aria sulle note dell’epocale Take The Night Off, la celebrazione di un mondo che c’è ancora e non vuole proprio saperne di smettere di lottare. I volumi reggono, il cuore trema ma il piccolo locale è l’ideale per esaltare la potenza sonora e la compattezza fisica dei Nostri. Certo, su My Life le mura danno davvero l’impressione di poter cedere e l’esaltazione è bel oltre i livelli di guardia. E’ forse arrivato il momento di calmare un po’ gli animi? Ma neanche per sogno: Lou, ormai fradicio ma sempre più sghignazzante, lancia una tripletta da urlo. Ecco Call to Arms, Injustice System e la seminale Just Look Around, che si abbattono sulla folla romana con la stessa delicatezza di un bisonte in un negozio di cristalli. Sulle note conclusive di Machete i quattro escono di scena: i lividi e le botte imporrebbero di raccattare la propria roba e cercare la farmacia più vicina. Ma siamo ad un concerto hardcore e la ragione se ne va a farsi benedire: i cori e gli applausi richiamano sul palco l’enorme Craig Setari e il suo basso, seguito dai compagni di sfuriata. Mancano ancora un paio di cartucce da sparare, ma, quando Lou chiede al pubblico di dividersi in due schiere contrapposte, anche il più ingenuo capisce che quelli che stanno per essere esplosi non saranno semplici proiettili, ma vere e proprie palle di cannone. Rullo dei tamburi, riff familiarmente sanguineo e un unico urlo al cielo: Scratch the Surface!! Il wall of death annienta le ultime energie ma non ferma certo lo stage diving, che continua ininterrotto anche sulle note della conclusiva Us Vs. Them.
Noi contro loro, un’enorme famiglia in piedi davanti a un mondo in frantumi, in un’unica immensa battaglia esistenziale scolpita nel codice genetico dell’universo hardcore. Quasi un legame di sangue che attanaglia gruppo e pubblico, chi è sul palco a chi sta sotto, chi cade a chi rialza. Autografi, ringraziamenti, abbracci, enorme disponibilità una volta che le luci si sono spente e gli strumenti sono tornati nelle custodie: fratellanza, nel senso più profondo del termine. E’ questo ciò che rende ogni concerto dei Sick Of It All un evento che travalica i confini musicali per colpire l’aspetto più intimo di un popolo, armando l’anima di ciascun membro di questo grande klan in vista della battaglia di ogni giorno.
E fino a quando ci sarà in giro gente del calibro dei Sick Of It All, sarà un po’ più facile guardare la notte negli occhi.

SICK OF IT ALL Line Up
Lou Koller – voce
Pete Koller – chitarra
Craig Setari – basso
Armand Majidi – batteria

SETLIST
01 Good Lookin’ Out
02 Death Or Jail
03 Uprising Nation
04 The Divide
05 America
06 Built To Last
07 It’s Clobberin’ Time
08 Lowest Common Denominator
09 Borstal Breakout
10 Step Down
11 A Month Of Sundays
12 Busted
13 Take The Night Off
14 My Life
15 Waiting For The Day
16 Call To Arms
17 Injustice System
18 Just Look Around
19 Machete
20 Scratch The Surface
21 Us Vs. Them


Tutte le foto sono a cura di Beatrice Poles.



Elluis
Giovedì 18 Novembre 2010, 11.50.41
5
I SOIA li ho già visti almeno 5 volte a Milano, i Madball li ho visti 2 volte (l'ultima volta quest'estate a Sesto)...... ma quanto mi rode il culo non aver visto questo tour a Roncade: in quei giorni ero già in provincia di Treviso, ma per questioni di lavoro ho fatto molto tardi, e non sono riuscito ad andare per tempo. Peccato davvero. @hm is the law: confermo che i concerti dei SOIA sono sempre un massacro !
hm is the law
Martedì 16 Novembre 2010, 10.53.30
4
Mi dispiace aver saltato questa ghiotta occasione per vedere i mitici SOIA! Deve essere stato un massacro!
Khaine
Martedì 16 Novembre 2010, 9.25.40
3
No no, è la vecchiaia!!! DD
Berserker
Martedì 16 Novembre 2010, 9.19.30
2
Sì, infatti nella line up corrente avevamo correttamente già posizionato il pelatone Craig: poi nel report, chissà perchè, c'è scappata la mano. Saranno ancora i lividi dello stage diving, o la nostalgia canaglia...
denak
Martedì 16 Novembre 2010, 2.35.49
1
bellissimo report, ma Rich Cipriano non suona più con i soia dal 1993!!! l'attuale bassista è il leggendario Craig Setari
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