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Una delle locandine del tour europeo 2010 degli Amorphis
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Kobi e Yossi degli Orphaned Land
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AMORPHIS + ORPHANED LAND + GHOST BRIGADE - Estragon, Bologna, 26/11/2010
04/12/2010 (3253 letture)
Un freddo crudo mi attraversa la carne snervata dal costante tormento che il mio animo produce, mentre l’umido – terrificante in questa sera bolognese – pervade il mio viso patinando gli occhi e dando un senso alla loro spossatezza. Spesso è così: sto male per cose piccole, per cattivi pensieri, per sofferenze indotte dal poco tatto altrui. In questi casi, dove altri scomodano la religione, io trovo rifugio nella solitudine e nella musica depressiva: un angoscioso, amaro, oscuro abbinamento che la vita sembra volermi proporre in continuazione.
Non cercare conforto – sembra dirmi una voce lontana –. Ferisciti: fallo da te…
Ma non è serata per questo genere di cose: se è vero che lo pseudo-gothic degli Amorphis può ancora colpirmi duramente, con gli Orphaned Land siamo su canali emotivi diametralmente opposti, in qualche modo riconducibili ad una serenità di stampo religioso da cui ho sempre, volontariamente dissentito. Loro però mi piacciono e potrebbero risollevare le mie sorti.
Dunque… entro? Entro!

L’Estragon, è un locale interessante! Lo è dal punto di vista logistico, con il suo parcheggio immenso, la tangenziale a lambire le sue forme arrotondate e la sua posizione baricentrica rispetto all’Italia centro-settentrionale, e lo è ancor di più strutturalmente, con il suo bar accogliente, il guardaroba spazioso, il palco ben rilevato da terra ed ottimamente risaltato dalle luci. Ci arrivo con un po’ di affanno, stante una certa indolenza nel cibarmi e nel raggiungere il Parco Nord, ed il mio ingresso – tardivo – è segnato dalle note ipnotiche degli opener Ghost Brigade, al loro set conclusivo. Colgo poco di loro, pochissimo, ma la situazione è presto descritta con la band rivelazione del 2009 a confermare quanto di buono avevo percepito in fase recensoria. I suoni – inaspettatamente ottimi fin da questo primissimo act–, supportano l’espressività del metal profondo, aggressivo ed ispirato dei 5 finlandesi, con un Manne Ikonen – fedelissimo in sede live – che ho fatto in tempo ad ammirare sia nella declinazione “depressiva” del clean vocalism, sia in quella esacerbata e prepotente del suo mid-growling. Non avrebbe senso andare oltre a questa breve descrizione intuitiva, dato che ho potuto assistere alla sola A Storm Inside (dall’ultimo Isolation Songs), tuttavia devo confessare di essere rimasto con l’acquolina in bocca…

Snobbandoli ho probabilmente peccato di superbia: che i fan (ed il dio della musica) mi perdonino. Faccio ammenda, profondamente dispiaciuto, e proseguo nel mio viaggio di ristoro!

Tutt’altro desiderio è stimolato dallo spettacolo che a cui sto per assistere. La trasferta bolognese è stata infatti determinata dalla scelta dell’enturage degli Amorphis (gruppo che apprezzo ma per il quale non avrei di certo macinato 200 Km e sostato una notte fuori casa) di affrontare il tour europeo con gli israeliani Orphaned Land, formazione su cui nutro aspettative gigantesche e che ritorna in Italia dopo la fugace apparizione estiva al Gods. Nell’attesa dell’esibizione (e cercando di ingannare il solito irritante soundcheck da palco) cerco di “captare” le sensazioni della gente: molti parlano di Kobi & Co. con un registro metafisico, molti altri ne ammettono le capacità pur indicandoli come faticosi, cervellotici e dunque poco coinvolgenti. Nulla di diverso da quanto mi aspettavo: chi li ama (come il sottoscritto), chi non li sopporta proprio (come moltissime persone che conosco). Giunge l’ora della verità. Gli Orphaned Land sono sul palco.
Quale inaspettatissima opener i nostri propongono In Thy Never Ending Way (Epilogue), ossia l’outro del quasi omonimo album di inizio anno: il brano è semplice ma struggente, molto evocativo e dunque adatto per incominciare a scaldare le mani per gli applausi. Kobi Farhi (visibilmente ingrassato) si presenta al suo pubblico indossando una tunica bianca e congiungendo le mani in fare messianico: ha inizio, come meglio non poteva, quel rito che gli Orphaned Land chiamano live show. La gente li acclama, cantando a squarciagola la bellissima ballad d’overture. Al termine, una mitragliata di insulse bestemmie travolge l’Estragon; qualcuno, con una dose eccessiva di alcol nel corpo, continua imperterrito in un empio sproloquio che rovina il clima placido e sacrale stabilito dalla band con la platea.
Kobi, con straordinaria eleganza, replica:

My name is Kobi
Not Jesus


Il verbo di questo santone del terzo millennio basta a placare i bollori. Si può proseguire.
Campionamenti war-style introducono la seconda Barakah, brano in cui – sotto i colpi delle ritmiche cadenzate di Yossi e Matti, prima, e di levantini battimani, poi – i nostri iniziano a “pestare” con fare insolente (i richiami death/thrash degli esordi sono ancora molto evidenti). Già da questa performance noto però che c’è qualcosa che mi impedisce un soddisfacimento completo; molti passaggi appaiono scarni e non perfettamente conformi alla registrazione in studio ed anche qualche scambio chitarristico non viene effettuato con precisione chirurgica. In realtà Barakah è un brano ambiguo perché non attestato allo stile che gli Orphaned Land hanno intrapreso nell’ultimo The Never Ending Way Of ORwarriOR, ma nemmeno così risoluto da poter competere gli episodi provenienti da Mabool. Proprio da quest’ultimo vengono estratte la successive The Kiss Of Babylon (The Sins) e Birth Of The Three (The Unification) che mal celano, anch’esse, qualche problemino con il set live. Non vorrei sembrare antipatico e supponente, tuttavia con questo doppio filotto dal loro terzo (fantasmagorico) album gli Orphaned Land dimostrano poco tiro e scarsa attitudine agli arrangiamenti live (inevitabilmente differenti, partendo da una base tanto intricata e “progressiva”). Capisco perfettamente la voglia di non saturare le orecchie del pubblico con campionamenti fittissimi, così come capisco l’impossibilità (economica) di bruciare in tourer le poche risorse messe a disposizione dall’organizzazione (ricordo ai lettori che gli israeliani non sono headliners in questa serie di date), ma qualcosa in più era lecito aspettarselo, o da una parte o dall’altra. Senza voler mistificare una performance che ha comunque molto di buono (la voce ed il magnetismo un po’ teatrale di Farhi, il solo guitarism di Sassi, ecc…) devo registrare che il punto più basso si raggiunge, ingenerosamente, proprio durante l’esecuzione della stupenda e metaforica Birth Of The Three (The Unification): in alcuni passaggi ho perfino faticato a seguire la ritmica, tanto è stravolta. Molto meglio le più semplici Barakah e The Kiss Of Babylon (The Sins).
Fortunatamente, a risollevare le sorti di questo vero e proprio passo falso, arriva una corroborante Sapari all’interno della quale non si è intelligentemente rinunciato alla squillante ed insostituibile voce di Shlomit Levi (ovviamente campionata). E poi ancora Halo Dies (The Wrath Of God), Ocean Land (The Revelation) e Norra El Norra (Entering The Ark), pezzo che chiude con letizia mistica un concerto costantemente incentrato sulla religiosità dei membri di questa particolarissima band mediorientale.
Gli Orphaned Land sciorinano dunque 5 brani di Mabool contro 3 di The Never Ending Way Of ORwarriOR (di fatto 2, considerato che Olat Ha'tamid non è altro che un interludio di 2 minuti), ignorando completamente il lontano passato e dimostrando una certa reticenza nei confronti del presente. Un dubbio (certezza?) sorge però spontaneo: non è che la magnificenza di The Never Ending Way Of ORwarriOR, la sua cura maniacale, la sua ricchezza melodica, siano tutte qualità difficilmente riproponibili da una semplice, seppur capace, formazione a 5? Perché se così fosse… beh… il suo valore – anzi, quello della band stessa –sarebbe in qualche modo da rivedere, da ridimensionare; da abbassare, insomma…
E, con il cuore già malato, mi tocca anche “silurare” gli Orphaned Land. Maledette iperproduzioni, maledette aspettative, maledetta realtà…

Mi rimane insomma una sola cartuccia per dare un senso compiuto alla serata. Gli Amorphis saranno in grado di fare fronte alla loro condizione di headliners?
Il palco viene liberato dalle cianfrusaglie necessarie alle band di supporto e 2 grandi teloni adornati con la grafica di Eclipse campeggiano ai lati della postazione di Rechberger e Kallio, entrambi sopraelevati rispetto al piano in cui si muoveranno, in modo molto composto, gli storici Holopainen e Koivusaari, il bassista Etelävuori ed il vistoso (e virtuoso) frontman Tomi Joutsen.
Anche gli Amorphis, come gli Orphaned Land, cominciano dalla “fine”. La title-track di Skyforger è difatti subito data in pasto all’Estragon che, nel frattempo, raggiunge con agio la metà della propria capacità contenitiva. Subito dopo passano Sky Is Mine e From The Heaven Of My Heart, a testimoniare la volontà di proporre in modo ininterrotto il full-lenght datato 2009. Il colpo d’occhio è eccezionale: gli Amorphis sono in forma smagliante ed il pubblico si accende in un movimento che dimostra la propria soddisfazione e benvolenza. Joutsen canta in un assurdo microfono “trabiccolo” che gli fascia la bocca, ma la sua voce è divina sia quando usa il clean, sia quando si lancia nel profondo growling che caratterizza i frequenti cambi di umore delle tracce di questa eclettica band. L’effetto è poi moltiplicato dalla perfezione dei bilanciamenti e dall’atmosfera ricreata dalle fantasmagoriche keys di Santeri Kallio. I brani più avvolgenti, tipo The Smoke, godono di un wall of sound a tutto tondo, grazie anche al notevole e multi sfaccettato lavoro chitarristico della coppia di axemen: Holopainen, dalla sua posizione defilata, dimostra sconvolgente scrupolosità in ognuno dei solos in cui si cimenta. Non v’è dubbio che gli Amorphis curino morbosamente i loro show, soprattutto dal punto di vista esecutivo; dal lato meramente visuale i nostri sono un po’ troppo statici, tutti rigidamente relegati nel proprio spazio vitale e parecchio defilati dal pubblico, che invece li abbraccia con calore attraverso gli onnipresenti applausi di fine brano. Lo stesso Joutsen pare un po’ trattenuto e perfino esageratamente concentrato: viste le sue qualità canore (ben superiori al già spettacolare Paasi Koskinen, oggi leader dei connazionali extreme-doomster Shape Of Despair) mi sarei aspettato una maggiore interazione con la gente, invece limitata a qualche timida presentazione.
Detto ciò arriva il momento di cimentarsi con il passato: Better Unborn e Song Of The Troubled One (da Elegy del 1996) precedono Exile Of The Sons Of Uisliu dall’EP d’esordio The Karelian Isthmus, ma recentemente rivista in Magic & Mayhem - Tales From The Early Years. Molti sembrano “interdetti”: probabilmente solo i più anzianotti ricordano che macchina di oscure melodie fossero gli Amorphis di 18 anni fa. L’aver toccato lidi così “stranieri”, soprattutto considerando che Joutsen – come capirete bene –, trova maggiore agio quando può sfruttare appieno il suo registro (le fasi clean di questa seconda vita degli Amorphis sono certamente più virtuose di quanto non lo fossero nel lontano passato), fa comunque ben sperare per la fase finale del concerto. E così è: dopo la triste Silent Waters arrivano prima Alone e poi, intervallata da My Sun, la mitologica Black Winter Day (da Tales From The Thousand Lakes) con cui si chiude il set principale.
Fin d’ora gli Amorphis sono stati semplicemente eccezionali: dei veri alfieri della musica metal moderna! Un gruppo da acclamare e da ricordare per le molteplici sfaccettature che colorano il loro post-gothic rock: poche volte ho assistito a spettacoli tanto ben riusciti, sia dal punto di vista esecutivo, sia da quello emozionale. La setlist è praticamente perfetta, così come lo sono gli attori di questo show indimenticabile. La platea chiede i bis ed io, seppur relegato al bar – sfiancato da quasi un’ora di ininterrotto headbanging –, non posso sperare diversamente. I finlandesi torneranno, ne sono sicuro.
Non passa più di un minuto che dalle potenti casse dell’Esgtragon risuonano, terrificanti, le note della introduttiva Thousand Lakes; 2 minuti di melodia corvina che avviano un’altra perla (nera) dei tempi che furono, Into Hiding. Il brano fonde tutte le migliori componenti della band suonando malefica ed al tempo stesso solenne; la riproduzione è abbastanza fedele, nonostante sia riconducibile alla versione 2010 inclusa nel recente Magic & Mayhem - Tales From The Early Years. Per chiudere servono altri capolavori: prontamente servite le bellissime House Of Sleep, tanto per tornare su territori più attuali, e My Kantele, inno di una generazione intera (anch’essa ri-arrangiata su base Magic & Mayhem - Tales From The Early Years).
Che emozione! Che spettacolo!

Prima di chiudere, confermandovi l’effetto curativo della serata (al netto della delusione provocatami dagli Orphaned Land), voglio però complimentarmi con i gestori dell’Estragon: offrire bevande, guardaroba ed ingresso a prezzi alla portata di tutti non può che essere un merito da segnalare e da premiare. Altro punto a favore lo si registra grazie al confort auditivo: le quasi tre ore di concerto non hanno avuto alcun effetto sulle mie orecchie; nessun fischio, nessun effetto tappo, niente di niente. Averne di posti così dove potersi divertire in modo salubre ed accessibile.v Ora, per il sottoscritto, non c’è altra via che quella verso il giaciglio. La città non dorme ancora, è solo mezzanotte, ma i miei occhi si chiudono sotto spinta della spossatezza, ora più positiva che mai. L’angoscia, i sentimenti ostili, lo scettico deprimendo, si sono oramai dileguati: grazie Bologna per avermi accudito.
E grazie anche per avermi mostrato la verità. Quale?, vi starete chiedendo.. Questa:
Amorphis vs Orphaned Land… 2-0 secco!

SETLIST AMORPHIS
Skyforger
Sky Is Mine
From The Heaven Of My Heart
The Smoke
Better Unborn
Song Of The Troubled One
Karelia
Exile Of The Sons Of Uisliu
Silent Waters
Alone
My Sun
Silver Bride
Black Winter Day
Thousand Lakes
Into Hiding
House Of Sleep
My Kantele

SETLIST ORPHANED LAND
In Thy Neverending Way (Epilogue)
Barakah
The Kiss Of Babylon (The Sins)
Birth Of The Three (The Unification)
Olat Ha'tamid
Sapari
Halo Dies (The Wrath Of God)
Ocean Land (The Revelation)
Norra El Norra (Entering The Ark)

SETLIST GHOST BRIGADE
Deliberately
My Heart Is A Tomb
Into The Black Light
Lost In A Loop
Suffocated
22:22 - Nihil
A Storm Inside



Room 101
Domenica 5 Dicembre 2010, 14.46.41
1
Cavolo ma che è successo agli Orphaned Land?? a Wacken hanno fatto un signor concerto..vero è che lì erano anche alla fine di un tour da headliner e che magari i mezzi erano diversi..però una tale involuzione...almeno Kobi ha leggermente modificato la battuta su gesù...mi spiace per Giasse..immagino la delusione
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Joutsen degli Amorphis
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Ancora Joutsen
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04/12/2010
Live Report
AMORPHIS + ORPHANED LAND + GHOST BRIGADE
Estragon, Bologna, 26/11/2010
 
 
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