FOCUS-ON

Nuova Recensione
Aydra - Hyperlogical Non-Sense

Nuova Recensione
Nasum - Shift

Nuova Recensione
Cathedral - The Serpent Gold

Nuova Recensione
Rammstein - Reise Reise

ARTICOLI
TOP DOWNLOAD
HOUR OF PENANCE
Misconception [mp3]
HATESPHERE
Forever War [mov]
TOP ALBUM TOP DEMO


Protest The Hero
Palimpsest


Oneiric Celepha´s
The Obscure Sibyl

CERCA

 

COMMUNITY

Entra in Chat

MetallizeD Forum

Firma il Guestbook

Sondaggi

GEMELLAGGI

GODS OF METAL 2004

Sabato 5 Giugno

INTO ETERNITY:
Mi gusto la loro esibizione da profano, in quanto all'ultimo lavoro della band ho prestato solo qualche distratto ascolto, e devo dire in tutta sincerità di non aver trovato nulla di così speciale o eclatante nella loro esibizione, se non la grande padronanza tecnica del chitarrista, vero istrione della band canadese assieme al panzuto singer.
Nei 20 minuti a loro concessi lo scarso pubblico si dimostra dapprima freddino e poi sicuramente più partecipe, e la band reagisce molto bene ricompensando con sorrisi, incitamenti e ringraziamenti al pubblico italiano.

DOMINE:
Tocca ai soliti Domine il gravoso compito di scaldare per bene il pubblico, ma questa volta, a differenza dello strepitoso concerto del 2000 e dell'altrettanto buono del 2002, le cose sembrano funzionare a metà. Un Morby sensazionale si da da fare nel migliore dei modi per incitare la folla, ma la gente sembra un tantino assopita, forse a causa del caldo, forse perchè la lunga "Aquilonia Suite", nonostante sia uno degli episodi migliori dell'ultimo disco, mette a dura prova chi non conosce a menadito "Emperor Of The Black Runes" o chi non stravede per l'epic band toscana. Ovviamente non mancano i due classici "Thunderstorm" e "Dragonlord".
Personalmente ho apprezzato come al solito lo show della band di Enrico Paoli, anche se, come sempre, mi rimane quel senso di delusione non avendo mai potuto assistere alla riproposizione dal vivo di qualche pezzo del primo album, vero e proprio capolavoro di epic metal oscuro e decadente, quel "Champion Eternal" che mi fece gridare al miracolo nel 1997, ma che troppa gente sembra aver dimenticato, abbagliata forse dalle spinte a suon di doppia cassa e melodie più immediate dei successivi album.

RAGE:
Semplicemente scandalosa la posizione nel bill dei Rage, ai quali vengono concessi sicuramente troppi pochi minuti rispetto alla caratura della band del sempre più mastodontico Peavy Wagner, che in ogni caso si fa valere e non risparmia un colpo, annichilendo con un'esibizione improntata sulla velocità e sulla potenza di canzoni recenti come "Down", "War of the Worlds", "Set This World On Fire", "Higher Than The Sky", alle quali si aggiunge, unico episodio del passato, la splendida "Don't Fear The Winter", a suggello di una prestazione eccellente. Dal lato musicale la band è stata al solito magnificamente ineccepibile, con un Mike Terrana letteralmente indiavolato e in forma strepitosa che è riuscito a catalizzare l'attenzione di chiunque, e un Victor Smolski in grande evidenza. Da incorniciare la prova come al solito superlativa sia come cantante che come bassista di Peavy. Questa formazione a tre mi piace sempre più, devo confessarlo.

ANATHEMA:
Il concerto si potrebbe riassumere in un siparietto tra un fan che invocava a gran voce l'esecuzione di "Silent Enigma" e Vincent che risponde "We're tired of playing 'Silent Enigma'". Una band che ormai fa parte di un altro mondo, che nulla ha a che vedere con l'Heavy Metal, se non per quanto fatto in un passato ormai decisamente accantonato. Il concerto in sè è ottimo, anche per chi, come me, li aveva visti al Transilvania Live di Milano qualche mese fa e nutriva di conseguenza grandi aspettative. Il pubblico generalmente risponde poco calorosamente e si fa fatica persino a sentire gli applausi durante alcune delle pause tra una canzone e l'altra. Solo verso la fine, con l'esecuzione di "A Dying Wish" prima, e della cover di "Comfortably Numb" dei Pink Floyd poi, la gente ridiventa magicamente partecipe e calorosa.
In ogni caso gli Anathema non si lasciano sfuggire l'occasione per dimostrare ancora una volta la loro umiltà e la grande simpatia, indossando tra l'altro le magliette della nazionale italiana di calcio, marchiate "Transilvania Live", con impressi i loro nomi sul retro.
Simpatici e bravi. L'unica loro "colpa", se così si può dire (per me assolutamente non è una colpa), è di non essere più una metal-band.

SYMPHONY X:
Era la prima volta che li vedevo (nel 2002 durante la loro esibizione mi ero rifugiato nei cessi pubblici) e l'unica cosa che ne ho ricavato è che sarà anche l'ultima. A parte qualche bel pezzo di "The Divine Wings of Tragedy" i Symphony X, e lo dico con franchezza, non mi sono mai piaciuti, nonostante vada dato atto agli statunitensi di essere degli immensi musicisti. La tenuta del palco è semplicemente nulla o poco più, ma nonostante ciò il pubblico sembra gradire e sono in molti venuti appositamente per assistere al loro concerto. Io trovo di una stucchevolezza disarmante le loro composizioni, quindi non sono la persona adatta per esprimere un giudizio, visto anche che dopo poco sono passato dalla zona centrale a quella laterale per consumare un pasto a base di piadina e salsicce, innaffiate di schifezze varie.
Tecnicamente strepitoso tecnicamente Michael Romeo (che sembra piuttosto un clone di Timo Tolkki, esteticamente parlando), assolutamente sopra la media tutti gli altri, con una buona prestazione anche del frontman Russel Allen, che si destreggia piuttosto bene durante tutto il set, composto da canzoni pescate in egual misura da un po' tutti gli ultimi album dei newyorkesi.

NEVERMORE:
La più cocente delusione di questo festival per me arriva dai Nevermore, uno dei gruppi più importanti degli ultimi anni, ma che in questa occasione combina un disastro totale, per un concerto da dimenticare in tutto e per tutto. Suoni impastatissimi, chitarre che non emergono durante gli assoli, delle ritmiche confuse, dei volumi bassissimi (cosa del resto valida anche per tutti i gruppi precedenti), staticità sul palco, svogliatezza palpabilissima anche da distante. Come se non bastasse anche Warrel Dane, con un look tenebroso e trucco nero sugli occhi, ci mette del suo, facendo venire alla luce tutti i suoi limiti vocali in sede live. Mentre su disco la scarsità di potenza può venire abilmente mascherata da validi produttori o da toni cupi e drammatici, in sede live tutti i difetti di una voce stentata come la sua si fanno sentire. D'accordo, nessuno si aspetta una prestazione all'altezza di quelle che inanellava il singer al tempo dei Sanctuary, ma un minimo di cura e di professionalità da parte di un personaggio di tale caratura è ovviamente lecito aspettarsela.
Davvero un peccato, anche per la buona scaletta che pescava dai capisaldi degli ultimi due album, com'era giusto attendersi, andando a riprendere anche "Next In Line" tratta dal grandissimo The politics of Ecstasy e "The Fall of the Flesh" dal capolavoro assoluto Dreaming Neon Black. Sicuramente bocciati su tutto, anche considerando le enormi potenzialità live della band di Seattle, potenzialmente una vera macchina da guerra.

IL DILUVIO:
Verso la fine dell'esibizione dei Nevermore un cumulo di nubi temporalesche si sta avvicinando, e, proprio mentre sembrava prossimo il rischiararsi del cielo, ecco che arriva una vera e propria tromba d'aria a portare scompiglio nel catino dell'Arena Parco Nord. A complicare le cose, in un fuggi fuggi generale arriva anche la tempesta, violenta come sassate, che costringe i presenti ad accalcarsi sotto le uniche zone protettive, rappresentate dagli stand gastronomici e dai bagni pubblici (cosa ci voleva a creare una zona coperta solo per il pubblico?). Chi non riesce a rifugiarsi sotto a qualche stand è costretto a ripiegare fuori dall'Arena, verso le tende allagate e le macchine parcheggiate fuori. Nel mezzo del temporale succede il peggio... il telone di copertura del palco si squarcia a metà, facendo ricadere la pioggia sui Marshall e sui mixer, oltre che sulla batteria, pronta già da qualche ora, dei Judas Priest. Tutti ormai temono il peggio: concerto annullato.
Le voci si rincorrono non appena terminato il diluvio. Chi dice che faranno suonare un po' tutti, tagliando brutalmente le scalette. Chi invece profetizza un annullamento totale del concerto anche per la giornata successiva. Chi, più ragionevolmente, intravede una via d'uscita nella possibilità di fare suonare la domenica le band saltate a causa del diluvio.
Alla fine la lieta notizia: i Judas Priest suoneranno.
Ulteriori dichiarazioni dei Priest (risalenti al giorno in cui sto scrivendo questo articolo) confermeranno che la decisione di suonare, nonostante le condizioni precarie del palco e l'assenza di copertura, è venuta direttamente dalla band, che ha premuto affinchè tutto andasse alla perfezione per non deludere i fans italiani. Onore ai Priest, grande esempio per tutti dopo 30 anni di onorata carriera!

JUDAS PRIEST:
L'attesa si fa snervante a questo punto... Un'arena invasa dal fango, delle nubi incombenti all'orizzonte che non lasciano ben sperare per il proseguo, le scarpe e i capelli inzuppati d'acqua e solamente il cd di "Back In Black" degli AcDc pompato dall'impianto (che dimostra deboli segni di parziale cedimento) a far smuovere la gente come solo la band australiana riesce a fare.
Dopo un'oretta di sano headbanging si spengono le luci e viene tolta la musica. L'attesa è stata tanta ma è ripagata da un'entrata in grande stile con la doppietta "The Hellion/Electric Eye" cantata da un Rob Halford che appare magicamente da una piattaforma al lato del palco nel tripudio generale dei metalhead accorsi per gustarsi questa leggendaria reunion in uno dei suoi primi concerti.
La band passa in rassegna tutti i classici, da una "Metal Gods" che sembra una dichiarazione di intenti, a "You've got another thing comin'", passando per canzoni altrettanto famose e conosciute come "The Ripper", "Touch of Evil" (in cui Rob si trasforma in un perfetto Nosferatu con tanto di camminata gobba), "Diamonds And Rust", "Breaking The Law" o ancora "Hell Bent for Leather", con tanto di entrata in motocicletta.
Halford emana un carisma senza fine, supportato da una band in grandissima forma, con un Tipton sugli scudi, affiancato dal compagno d'avventure K.K.Downing e da una sezione ritmica terremotante e precisa come non mai, col solito Ian Hill nascosto nel suo angolino a fare il lavoro sporco e il mai esausto Scott Travis, col suo inimitabile tocco. Si è di fronte a un grande evento e lo si evince dalle facce estasiate dei fan e dai brevi discorsi di Rob sul palco.
Passano due ore e lo show si conclude nel tripudio generale con delle gocce di pioggia (fortunatamente molto poche) che cadono sul retro del palco.

E' giunta l'ora di tornare alle tende, ma uno speaker annuncia che l'indomani si sarebbe recuperato il concerto degli Stratovarius e che quindi chi avesse comprato il biglietto solamente per il sabato potrà entrare anche la giornata successiva. Al che sono più gli improperi e le incazzature che non le facce felici, ed alcuni (tra cui il sottoscritto, che ha speso 70 euro per i due giorni) si sentono decisamente presi per il culo da un'organizzazione fin qui discreta. Si finisce quindi con quella sensazione orribile di essere stati derubati.
In ogni caso la gente è troppo stanca per protestare e si avvia felice verso il proprio umido giaciglio, dopo aver assistito a un'esibizione che rimarrà a lungo negli occhi di tutti.

Domenica 6 Giugno
Quando si arriva al Made In Bo la domenica mattina si intuisce subito come i tecnici siano ancora nel pieno della sistemazione del palco. Forse per questo motivo, forse per lasciare spazio ai co-labeler Stratovarius, i Dragonforce non prendono parte al concerto.

STORMLORD:
Con pochissimo tempo concesso a loro, i romani cercano di dare il massimo, ma non riescono a coinvolgere un pubblico fatto al 50% da thrasher e per il resto da rocker/glamster. Certamente far suonare loro e i Naglfar in un contesto totalmente fuori dalla loro proposta musicale non ha giovato e sono state poche le persone che si sono lasciate trasportare, anche per la stanchezza di molti conseguente alla prima giornata (terribile sotto il punto di vista fisico) che li ha spinti ad arrivare al festival in un orario pomeridiano.

NAGLFAR:
Dopo una brevissima pausa salgono sul palco i Naglfar. Vale per loro quasi lo stesso discorso fatto sopra con gli Stormlord, anche se il genere sicuramente più estremo e il carisma maggiore della band svedese si fanno certamente apprezzare, con le loro divagazioni che puntano direttamente al Viking più massiccio. Rimangono comunque poche le persone attente al concerto, durante il quale la band attinge sia da "Vittra" che da "Diabolical".
Da rivedere in un pub oscuro e fumoso, senza dubbio.

SODOM:
Ecco il primo gruppo della giornata che ho veramente atteso. Dopo un breve soundcheck i tre thrasher teutonici entrano, e con la loro solita attitudine "in your face" attaccano a pestare con "Remember The Fallen", che spazza via tutto quanto si è sentito prima di loro. Purtroppo i suoni risultano a dir poco pessimi, con il basso e la chitarra che vanno e vengono a intermittenza, provocando un effetto decisamente fastidioso. Nonostante ciò l'attitudine dei Sodom ha la meglio e i problemi tecnici passano in secondo piano quando Onkel Tom fa partire l'attacco di "Outbreak of Evil", e poi via con "Napalm in the Morning" sotto il tripudio generale (a dimostrazione dei consensi di pubblico ricevuti grazie al capolavoro "M-16"), "The Saw is the Law" e "Sodomized".
Quello su cui non transigo è il pochissimo tempo concesso a una band che ha fatto la storia del metal. Semplicemente scandaloso che sia stato concesso loro un lasso di tempo degno di una band locale con un disco all'attivo. Vedere i Sodom che vengono trattati come gli ultimi della classe fa pensare e ci fa incazzare tutti quanti, compreso chi non stravede per il thrash metal, ma riconosce l'importanza storica della band di Angelripper. Purtroppo la Live sembra non riconoscere questa importanza storica ai tedeschi (ricordiamo anche il misero minutaggio del 2002), che se ne escono arrabbiati per il fatto che l'organizzazione non abbia permesso loro di usare i propri amplificatori fatti portare dalla Germania, obbligandoli a usare quelli già presenti sul palco, con tutti i problemi che ne sono conseguiti.
Onore a Tom Angelripper, Bobby Schottkowski e Bernemann per la perseveranza! Ma noi tutti li rivogliamo da headliner in Italia, almeno per rimediare a una figura di questo genere da parte dell'Italia!

THE QUIREBOYS:
Ecco la prima sorpresa del festival per il sottoscritto. I Quireboys suonano sotto un sole infuocato e di certo non fanno nulla per raffreddare l'atmosfera, anzi! Nel pubblico, nessuno escluso, si notano le facce entusiaste o sorprese durante l'esibizione di Spike & Company. Un frontman carismatico come pochi, che salta, lancia l'asta del microfono, ingurgita birra a non finire e lancia le lattine al pubblico. Insomma, vero Rock'n'roll!
Il repertorio della band attinge da tutta la carriera del gruppo londinese, spaziando dall'opener dell'ultimo album, "Good to See Ya", ai classici della band, con l'ovvia presenza delle due hit "Hey You" e "7 o'clock", tratte entrambe dallo strepitoso esordio del 1990, "Little Bit of What You Fancy".
Band in ottima forma e coinvolgimento perfetto del pubblico, per il concerto sicuramente meglio riuscito della giornata, se si escludono le ultime 4 band, inarrivabili per chiunque.

STRATOVARIUS:
La telenovela che li ha visti protagonisti negli scorsi mesi la conoscono un po' tutti, e di sicuro quelle notizie non vengono smentite con i fatti dall'esibizione del Gods.
I due Timo non si guardano in faccia nemmeno per un istante, e si nota spesso come Tolkki in realtà appaia distaccato da tutto e da tutti (pubblico incluso), pensando solo a muovere le dita sulla sua chitarra e a nient'altro. D'altro canto Kotipelto fa di tutto per mascherare la brutta situazione in cui si trovano gli Stratovarius, giostrandosi abbastanza bene su un po' tutti i pezzi che compongono la scaletta (di circa un'ora), spaziando soprattutto tra i grandi classici per quello che appare più che altro come una sorta di addio al pubblico italiano, che sempre ha supportato questa formazione con affetto e ammirazione.
Tra i pezzi che ottengono il responso maggiore vi sono ovviamente quelli tratti da Episode e Visions, i due album a mio parere più belli dei cinque finlandesi. Da notare una sorpresa, quella "Reign of Terror" tratta addirittura da Dreamspace, album dimenticato dai più, ma degno sicuramente di nota. Durante "Forever" sembra tuttavia di assistere veramente al canto del cigno, complice anche il titolo della canzone, non proprio in linea con lo spirito di oggi del gruppo, che abbandona il palco dopo una "Black Diamond", richiesta a gran voce dalla folla giunta a Bologna solamente per loro.
In definitiva un concerto un po' atipico, anche per la posizione rimediata nel bill dopo il temporale, ma sotto il profilo prettamente musicale sicuramente nella media degli show degli Stratovarius. Resta il rammarico nel vedere una band crollare su sè stessa in un periodo di declino. Inchino di rito tutti abbracciati con lancio di bacchette e poi si torna nel backstage... La telenovela continuerà, ne sono certo.

W.A.S.P.:
Attendevo con ansia il concerto di Blackie Lawless e compagni, dopo averli visti al GOM del 2001 in forma strepitosa. Il concerto inizia come l'ultimo album, con l'Overture che apre le danze del concept di "Neon God". Questo mi fa temere al peggio, intuendo una scaletta incentrata appunto su quest'ultimo (pessimo e raffazzonato) album.
Per fortuna vengo smentito dai fatti, con un Blackie che prende subito in mano la situazione con la sua grande dose di carisma e comincia a sciorinare un set composto esclusivamente di classici, passando da "Inside the Electric Circus" (una delle canzoni che preferisco degli WASP) a "I Wanna Be Somebody", annichilendo ovviamente la gente nelle prime file con killer-track del calibro di "L.O.V.E. Machine" e "Wild Child", cantate a squarciagola da tutti quanti, fino all'autocelebrativa "Animal (Fuck Like a Beast)", che fa capire come gli W.A.S.P. siano, oggi come ieri, esclusivamente la creatura demoniaca e malvagia di Mr. Blackie Lawless. La band infatti, Frankie Banali a parte, non si fa notare nè per particolari capacità tecniche nè per doti artistiche incredibili. Blackie domina la scena in tutto e per tutto, arrampicandosi sul suo solito microfono-teschio a forma di motocicletta come fosse un agile ragazzino.
Due sole note stonate: prima di tutto i suoni, sicuramente insufficienti e abbastanza caotici, non fanno risaltare per nulla la voce, peraltro un po' assopita, dell'enorme Lawless; secondo, l'assenza sul palco di chitarre B.C. Rich, in favore di una Jackson marchiata "Oakland Raiders".

TWISTED SISTER:
I veri e autentici dominatori del festival. Non c'è storia. Quest'anno Dee Snider, Mark "The Animal" Mendoza, Eddie Ojeda, A.J. Pero e JJ French hanno chiaramente dimostrato cos'è il rock'n'roll. Il frontman più carismatico del pianeta, l'unico che riesce a prendere in giro la folla sdraiata sulla collinetta di fronte al palco fino a fare alzare tutti (ma proprio TUTTI, non ho visto nessuno seduto!!) in piedi e fare urlare loro i cori di "I wanna ROCK" (facendo emozionare il sottoscritto, consapevole di trovarsi di fronte a una delle più grandi live-band di sempre, al pari di Ac/Dc e forse nessun'altro). Questa esecuzione dell'hit degli anni '80 della Sorella Svitata sono certo che resterà negli annali dell'heavy metal.
Un bassista selvaggio come non mai, col suo modo istintivo e vitale di dettare il ritmo a una band che non si concede un attimo di tregua. Dee Snider che, nonostante l'età ormai avanzata, continua imperterrito col suo headbanging e urla come un pazzo, mai domo e mai esausto.
Nei 45 minuti concessi ai Twisted Sister si assiste all'apoteosi del gruppo, finalmente consacrato a dovere anche in Italia, che con grande spocchia, ma anche con tanta consapevolezza, proclama che nel 2005 saranno loro gli headliner del Gods of Metal! E' un tripudio al ritmo di "We're not gonna take it", "You can't stop rock'n'roll", "Under the blade", "Burn in hell" e via di questo passo, con migliaia di persone in bilico tra l'entusiasmo più genuino e l'incredulità.
Anche chi conosce solo quei due o tre pezzi imprescindibili viene coinvolto al massimo dai californiani, che appaiono veramente a loro agio su un palco che forse gli sta stretto ma che sfruttano al massimo correndo, saltando, scuotendo le teste, addirittura rincorrendo i tecnici di palco che di tanto in tanto entrano in scena sistemando le spie.
Uno show memorabile, che resterà nella memoria di moltissime persone, alla faccia di chi non c'era!
"We are the original Twisted Fuckin' Sister!!" (Dee Snider)

MOTORHEAD:
Credo che una band del genere non abbia bisogno di presentazione alcuna. Penso che la frase "We are Motorhead... and we're gonna kick your ass" pronunciata da Lemmy all'apertura del concerto sia autoesplicativa dell'attitudine che da sempre accompagna la creatura di Sir Kilminster.
Il nuovo album, "Inferno", è prossimo all'uscita e la scenografia sul palco è come al solito colma di amplificatori e con un telone che richiama proprio la copertina di "Inferno", con lo stupendo disegno di Joe Petagno.
Quando i Motorhead salgono sul palco non ce n'è più per nessuno, con la loro solita violenza brutale e bastarda che scatena irrimediabilmente un pogo assurdamente furioso in zona "pit". In particolare in questa occasione la band è stata impeccabile, aiutata anche molto da dei volumi spropositati per qualunque altro gruppo, ma non per la creatura assassina di Lemmy che questa volta sembra più in forma vocalmente rispetto alle ultime esibizioni italiane.
Ma l'apice del concerto lo si raggiunge con l'apparizione sul palco di Dee Snider (stavolta senza trucco) per una versione strepitosa di "Killed By Death". C'è da dire che vedere due rocker di questa stazza sullo stesso palco è un'immagine che fa venire il batticuore. Speriamo che qualcuno abbia ben pensato di registrare e consegnare agli archivi questa versione live della canzone.
I classici dei Motorhead sono talmente tanti che in 50 minuti non si riesce a suonarne più di una minima parte. Nonostante ciò il concerto lascia tutti soddisfatti, con l'inizio ormai usuale di "We are Motorhead" e le solite "Ace of Spades", "No Class", "R.A.M.O.N.E.S", "Metropolis", "Going to Brasil", ma con anche qualche gradita sorpresa come "Over the Top" e "Doctor Rock". A suggello di un concerto impeccabile ovviamente la canzone più brutale, violenta, micidiale e potente di sempre, che resiste intatta ancor'oggi dopo 25 anni di vita, con quell'attacco di batteria che ha fatto la storia. Ovviamente sto parlando di "Overkill", che scatena l'ultimo pogo in un tripudio di sudore e passione.
Nota di colore: al ritorno mi fermo in autogril e chi entra? Lemmy e Campbell (il chitarrista) accompagnati dalla crew!! Ovviamente partono i cori inneggianti ai Motorhead e scattano le richieste di autografi a un Lemmy per la verità piuttosto assonnato e forse non abituato ad essere idolatrato in questo modo da orde di fan. Ebbene, sono ancora qui che mi mangio le dita, visto che il mio rullino era ormai esaurito e non sono riuscito a rimediare una foto con la persona che per me è, più che un musicista, un modello di coerenza e di vita.

TESTAMENT:
Assolutamente perfetti! Questa volta i Testament hanno dato sfoggio delle loro migliori abilità, con una band rinnovata in meglio grazie all'innesto di Paul Bostaph (ex Slayer) alla batteria e Metal Mike (ex Halford) alla chitarra solista, sicuramente migliore rispetto al precedente Steve Smyth, visto all'opera, un po' in affanno, al No Mercy 2003, ed ora in forza ai Nevermore.
L'attacco è roboante con "D.N.R.", cantata a gran voce da tutto il pubblico (tantissime persone accorse solo per loro). Si prosegue poi (in ordine sparso) con "True Believer", "Alone in the Dark", "Over the Wall", "Low", "Practise What You Preach", e molte altre tra cui mi preme ricordare una grandissima "Into the Pit" prima della quale il mastodontico Chuck Billy, con il suo solito sorriso stampato sul viso, invita i fan a salire sul palco. Tuttavia la "security" sembra fare di tutto per impedire alla gente di arrivare ad abbracciare i californiani, usando anche le maniere forti in molte occasioni, mettendo seriamente a rischio l'incolumità delle persone con atteggiamenti incomprensibili da "bulli". Ma si sà, a questa gente basta una divisa per sentirsi padrona delle decisioni altrui. Qualche fortunato riesce ad arrivare a contatto con Chuck, ma per il resto sono sforzi vani. Il moshing sotto il palco è devastante e i Testament tirano fuori tutta la violenza in loro possesso, guidati da una sezione ritmica (Di Giorgio-Bostaph) che si può considerare tra le migliori del mondo.
I Testament oggi sono come un bulldozer scagliato a 200 all'ora contro un muro, con una violenza e un impatto spropositati, ma allo stesso tempo cinicamente controllati e calcolati. Questo è sinceramente il massimo che si può chiedere a una thrash metal band come questa, che ha vissuto innumerevoli cambi di line-up, oltre al periodo difficile di un cantante che oggi sembra non temere rivali con la sua capacità di passare da un cantato pulito e emozionante a un growl possente e vigoroso con immensa facilità e padronanza dei propri mezzi.
L'apice dello show si potrebbe raggiungere con la classica "Disciples of the Watch", in un tripudio di coesione tra pubblico e band, ma dopo poco ci si accorge che qualcosa non va. L'impianto audio è stato brutalmente "spento" da un'organizzazione che definire incompetente e vergognosa a questo punto è d'obbligo. Non si trattano così i Testament, cari organizzatori. Non si può levare la corrente a una band che può mettere a tacere chiunque, che non teme rivali, che dimostra la dovuta professionalità continuando imperterrita a suonare nonostante il "problema tecnico". E' assurdo che tutto ciò accada al penultimo gruppo in scaletta, quando mancavano poco più di due minuti alla fine del concerto. Semplicemente vergogna totale su chi in Italia organizza i concerti a questo modo, provocando sconcerto e incredulità tra tutti gli stranieri accorsi a Bologna in questa giornata. E' tristissimo vedere un concerto concluso con l'ira di Chuck Billy, che scaglia il microfono incazzato e ancora incredulo mentre il resto della band continua a suonare nonostante tutto.
Se non fosse per i Twisted Sister, i dominatori del festival sarebbero stati di sicuro i Testament, contro tutto e tutti!

ALICE COOPER:
Sull'onda dell'arrabbiatura arriva dopo una mezz'ora la zia Alice, agghindata come al suo solito col suo look shockante e provocatorio, dal quale hanno attinto e copiato innumerevoli artisti che ora si spacciano per "originali".
Probabilmente questa performance di Alice Cooper e della sua band non si farà ricordare per particolari trovate sceniche o teatrali, visto che il palco appare piuttosto spoglio e assai diverso dal classico teatrino del "grand-guignol" messo in piedi solitamente dal singer americano, usando solo qualche travestimento, un po' di trucco, due attori (mi pare siano i suoi figli) e qualche goccia di sangue finto. Imperdonabile però la mancanza della obbligatoria ghigliottina sul palco!
Si farà tuttavia ricordare per una sola cosa: la musica. Infatti, se da un lato la scelta di sviluppare tutto il concerto su pezzi degli anni '70 e dell'ultimo album può lasciare un po' l'amaro in bocca a chi si aspettava l'esecuzione dei successi degli anni '80, come "Freedom", "Hey Stoopid" o "Trash", d'altro canto la qualità prettamente musicale della band è davvero stratosferica. La band è la vera protagonista di questo concerto, più che il singolo Alice Cooper, il quale spesso lascia la scena in mano ai musicisti. Una coppia di chitarristi giovanissimi che sprizza rock'n'roll da tutti i pori, un bassista d'attitudine più che di tecnica e un batterista che si fa apprezzare per un tocco decisamente caloroso, ma che forse si fa odiare da molti per il lungo assolo posto a metà concerto.
Vengono eseguiti i pezzi più famosi degli anni '70, pescando un po' ovunque da "School's Out", "Killer", "Billion Dollar Babies", "Welcome To My Nightmare" e "Lace and Whiskey". Nel bis si arriva a toccare "Trash" con l'inevitabile "Poison" e addirittura "Brutal Planet" con un mix della title track e "Wicked Young Man".
Purtroppo gli anni '80, il periodo da me preferito, sembrano essere totalmente snobbati. Ciò secondo me si spiega tenendo conto del fatto che ormai la vecchia zia Alice appare stanca sul palco e uno show fisico, come nel periodo "laccato" degli anni ottanta, probabilmente il vecchio Vincent non lo reggerebbe più bene, visto anche che appena può corre dietro il palco a rifiatare e tiene il palco ormai grazie solo al suo immenso carisma, piuttosto che a una presenza fisica vera e propria.
Comunque un ottima prova dal punto di vista musicale, che lascia veramente soddisfatti per com'è andata in generale quest'anno in quel di Bologna.

Si lascia quindi l'Arena Parco Nord in uno stato prossimo al collasso, esausti ma contenti di questa due giorni all'insegna del metal e del rock'n'roll, con ancora negli occhi quel maledetto di Dee Snider, con il suo vestito nero e fucsia a frangie. La speranza è quella di poterlo rivedere presto con il favore del buio e di un palco tutto suo.

Autore: Francesco Pighi "Korgull"

Recensione di Alessandro Prandini (Primo giorno)
Recensione di Renato Zampieri (Primo giorno)


PUBBLICITA'

LIVE REPORTS

DREAM THEATER

 

SLIPKNOT + BEHEMOTH

 

HIDEOUS DIVINITY + GUESTS

 

IMMINENCE + GUESTS

 

SABATON + APOCALYPTICA + AMARANTHE

 

TEMPERANCE + SINHERESY + STARSICK SYSTEM

 

WITCHWOOD + GODWATT

 

BRYAN ADAMS

 

ABOUT - NOTE LEGALI - SUPPORTACI - CONTATTACI - PUBBLICITA' - STAFF