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  <title>Recensioni by Metallized.it</title> 
  <link>http://www.metallized.it</link> 
  <description>Webzine Metal</description>
  <pubDate>Thu, 17 May 2012 00:42:53 +0200</pubDate>
  <language>it-IT</language>
  <copyright>Copyright 2002 - 2001 Metallized.it</copyright> 
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		  <title>Demo::.. Barnum Freakshow - Circuiti\Carne\Metallo</title>
 
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		  <description>Una delle cose che preferisco del fare il recensore è lo scoprire sempre gruppi nuovi. Grazie alle segnalazioni delle label o dei colleghi o delle band stesse si viene sempre in contatto con realtà sconosciute, e il nostro compito è quello di dare il nostro modestissimo parere in merito e stimolare un dialogo costruttivo con voi utenti (credo che il concetto di recensione come &quot;consiglio d'acquisto&quot; sia ormai superato dalle moderne tecnologie, che permettono ad ognuno di farsi da solo un'idea di ciò che vuole sentire).Come in tutti i campi dello scibile umano e dell'arte, la paccottiglia (per non dire di peggio) regna sovrana, ma a volte capita la bella sorpresa di trovare qualcosa di veramente buono ed avere l'onore di contribuire a dare un po' di visibilità a realtà che se la meritano. Questo è il caso del nuovo Cicruiti\Carne\Metallo dei romani Barnum Freakshow, band dedita ad un industrial contaminato di derive che potremmo definire electro-post-rock, il tutto impreziosito da un cantanto in lingua madre, cosa che in generale apprezzo poco, che per una volta cointribuisce sinergicamente al concept senza dare un sapore &quot;provinciale&quot; alla proposta.Pur essendo un'uscita autoprodotta l'album colpisce innanzitutto per la professionalità con cui è realizzato ad ogni livello, dal packaging curatissimo ai suoni, dall'artwork alla produzione.Venendo ai brani, è indubbia l'abilità dei nostri in fase compositiva e, soprattutto, di arrangiamento, mischiando abilmente momenti più metalloindustriali (ad esempio Terror Manifesto Atto II O Matrice Industriale) a momenti più delicati ed eterei (a cui contribuisce anche la voce di Emma) creando comunque un impianto organico e ben organizzato. Fra i miei brani preferiti citerei Anguis Lapsus Volvitur e soprattutto Dolce Delitto, giocata sull'alternanza fra il procedere elettronico del brano ed il finale in cui le chitarre distorte prendono il sopravvento. Molto buoni anche i testi, opera di Luca Marengo (precedente frontman della band), anche perchè rendere bene certi argomenti utilizzando l'italiano non è affatto semplice (sentite l'ottimo risultato di Matrice Industriale). Ottima anche la chiusura, con la lunga ed avvolgente Terror Manifesto Atto III con l'alternanza di samples vocali, spoken words e voci effettate di Enrico.Quello che posso augurare alla band, per dare ancora di più, è trovare finalmente una line-up stabile (da pochi giorni anche il posto del batterista Francesco risulta vacante) per concentrarsi ulteriormente sulla musica. Buona parte dei brani, bisogna dirlo, erano già apparsi sul primo demo della band, nel 2005, per cui sarei più che altro curioso di sentire anche quale sarà l'evoluzione dei nostri nel prossimo futuro.Insomma, vedo moltissime luci e pochissime ombre in questo Circuiti\Carne\Metallo. Sarà per il tipo di proposta, abbastanza atipica nel mercato italiano, ma è abbastanza stupefacente (e triste) che una band con queste doti non abbia una label alle spalle. Con i giusti mezzi e la dovuta promozione, secondo me, i Barnum Freakshow potrebbero finalmente ottenere tutti i riconoscimenti che meritano. In bocca al lupo, ragazzi!</description>

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		   <title>Demo::.. Barnum Freakshow - Circuiti\Carne\Metallo</title>

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		  <title>Sphere - Homo Hereticus</title>
 
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		  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=7109</link> 	
				   
		  <description>Gli Sphere sono un combo polacco attivo dal 2002 e giungono con Homo Hereticus al loro secondo full-lengh ed al debutto per la Godz Ov War production. Il genere proposto, con notevole successo, è un death metal molto tirato, dai tratti brutal come ci hanno abituati ormai da anni i polacchi. L’inizio è perentorio: Forever Sworn To Blasphemy esprime rabbia e violenza e, se l’intento dei musicisti era quello di dare una mazzata dritta in faccia, posso affermare che lo hanno realizzato in pieno. L’album tuttavia non risulta esclusivamente tirato grazie all'alternanza con momenti più ragionati ma non di meno azzeccati e ad altri invece più Hardcoreggianti e “leggeri”. Come non citare poi Sadistfucktion, brano che evidentemente i nostri hanno composto da ubriachi dopo essersi scolati alcune bottiglie di vodka ed averle utilizzate da vuote in maniera impropria su sé stessi, e che ricalca il più noto Sadisfaction dei Rolling Stones. Pezzo da non ascoltare assolutamente se ci si vuole fare un’ idea di come suonino i polacchi, che pur non facendo scalpore dimostrano capacità e idee buone anche se non troppo innovative. I nostri si fregiano comunque di un songwriting a tratti pregevole e sanno dare ai brani un’identità propria e regalano momenti che rimangono impressi nell’ascoltatore. Il meglio degli Sphere arriva comunque da metà album in poi, e brani come Holistic Paralysis e Psalm To The Dark One non consentono distrazioni: bel riffing, potenza e compattezza, dissonanze ragionate e tanto groove da parte di tutti e 5 i musicisti. Si sente la voglia di dimostrare di essere capaci e maturi, ma non sembra ancora arrivato il momento della svolta: i nostri devono sudare ancora un bel po’ e probabilmente andranno avanti perché hanno una base ferma, tanta sicurezza e predisposizione a fare buona musica. Si accettano scommesse per il futuro.</description>

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		   <title>Sphere - Homo Hereticus</title>

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		  <title>Tommy Vitaly - Hanging Rock</title>
 
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		  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=7108</link> 	
				   
		  <description>Ritorno in pista per il virtuoso italico della sei corde Tommy Vitaly: a distanza di due anni dal precedente (ed ancora molto piacevole) Just Me, Tommy si propone questa volta in una veste distante dal neoclassic metal e molto più vicina al power. Hanging Rock infatti, a differenza delle mie personali aspettative, è un disco prevalentemente non strumentale (dato che su nove brani ben sette sono cantati), genericamente inquadrabile come un ibrido tra l'heavy tradizionale ed il power metal melodico. Come si noterà dando uno sguardo alla line-up, Hanging Rock può vantare la presenza di illustri cantanti metal ma anche l'intervento di bravi strumentisti.Come già accennato, l'approccio di quest'album è veramente tradizionale: le strutture dei brani sono semplici, intuitive, costruite per imprimersi velocemente nella memoria e per dare spazio a ciascun cantante di fare del suo meglio. Ogni brano ha la sua atmosfera: Betrayer ed Heavy Metal God sono puro heavy metal, mentre Hands Of Time ed Idol sono (ciascuno a suo modo) power al 100%, poi chiaramente ogni pezzo ha una parte dedicata all'espressività solista, ma in un modo molto meno accentuato di quanto fatto in occasione del precedente Just Me. Quanto all'aspetto qualitativo, devo assolutamente fare un plauso a chi si è occupato della composizione di Forever Lost, brano che vede la pregevole collaborazione di David DeFeis (Virgin Steele), e non solo per il lavoro svolto da David ma anche per gli scambi tra le strofe cantate e le brevi parti melodiche di chitarra che, senza alcun'esagerazione, rendono il pezzo il migliore del lotto al punto che in molti momenti -non solo nel ritornello- la musica è non solo piacevole, ma addirittura emozionante e toccante. Meritevole di menzione è anche Idol, il brano che vede la presenza al microfono di Michele Luppi (Vision Divine, Mr. Pig) il quale, insieme a DeFeis, è autore della prova più riconoscibile all'interno del platter. Sempre in relazione ai brani cantati, non posso non palesare la presenza di un neo, se così lo vogliamo chiamare: dato che probabilmente le parti vocali dei sette brani sono state incise in sette studi di registrazioni diversi, da cantanti che hanno timbri tra loro molto dissimili, la resa sonora finale del disco è altalenante, nel senso che l'orecchio non fa in tempo ad abituarsi ad un certo tipo di missaggio che già quest'ultima componente, cambiando canzone, in relazione alle parti vocali varia quel tanto da provocare un non-so-che di disorientamento nell'ascoltatore. In ultima analisi, spero che questa sequenza di guest vocalist -che pure non offusca l'eccellente lavoro svolto dal nucleo solido della band- non spinga qualcuno a catalogare quest'album come una specie di &quot;compilation&quot; di belle voci: al di là delle prestazioni d'eccezione svolte dai musicisti ospiti, infatti, il centro di Hanging Rock ruota attorno al concetto di musica heavy metal, soprattutto avendo riguardo alle sue varianti più melodiche. Per certi versi potremmo pensare che la presenza di soli due brani interamente strumentali (la malmsteeniana Misanthropy e la mooreiana Hanging Rock) possa comunque contribuire a far avvicinare ad un certo tipo di musica solista anche coloro che, solitamente e per i più disparati motivi, in genere ascoltano altro. Chissà che, se siete tra questi, un domani non possiate annoverarvi tra gli amanti dello shred neoclassico... per ora posso solo consigliarvi di ascoltare Hanging Rock (ed eventualmente anche il precedente Just Me), in attesa della prossima ed attesissima mossa di Tommy Vitaly.</description>

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		   <title>Tommy Vitaly - Hanging Rock</title>

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		  <title>Gotto Esplosivo - L&amp;rsquo;ora del Diavolo</title>
 
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		  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=7107</link> 	
				   
		  <description>Nascono nel 2007 col monicker di John Doe e proprio con questo nome pubblicano il primo disco, l'autoprodotto Sin Symphony, un ibrido di hard rock ed heavy metal; ma le cose a volte sono fatte per cambiare, così la band cambia idioma e nome utilizzato: non più l'inglese ma l'italiano, non più John Doe ma Gotto Esplosivo (che, in base a quanto riportato nel presskit, è una citazione colta dal film Guida Galattica Per Autostoppisti). Nelle ultime settimane, i Gotto Esplosivo mettono in commercio il loro debut album, L'Oro Del Diavolo, un altro ibrido di hard &amp; heavy, che ho deciso di catalogare come &quot;alternative&quot; in funzione della presenza -neanche troppo nascosta- di approcci ed influenze che esulano dai cardini più tradizionali della nostra amata musica.La trattazione del contenuto de L'Ora Del Diavolo deve infatti partire da una considerazione chiara e semplice: questo non è il classico hard rock/heavy metal, come poteva essere suonato trenta o quarant'anni fa da mostri sacri tipo Deep Purple, Led Zeppelin, Iron Maiden e compagnia bella. I Gotto esplosivo suonano piuttosto con una carica paragonabile a quella dei Motorhead, supportati però da una produzione scintillante, assolutamente moderna e di primo livello; il songwriting della band è elaborato: le parti di chitarra di Lasku -pur partendo da una base ritmica molto solida- approfittano di molte tipologie di riff, al punto che uno stile univoco non è definitivamente inquadrabile; a tal proposito potremmo dire che Lasku si approccia alla ritmica con la stessa disinvoltura con cui un bravo chitarrista solista crea le melodie dei suoi solos, giocando con le scale, con gli accenti, con le pause. Insomma, i Gotto Esplosivo non sono quadrati, semmai sono romboidali!Il livello di personalità della band, già di per sè elevato, trova poi un punto di forza notevole nei testi: il vocalist Anto non si è limitato a scrivere il compitino, infatti i dieci brani qui inclusi hanno ciascuno il proprio senso (indicativamente riassunto dal relativo titolo), a volte parlando di tematiche leggere (Malafesta), a volte affrontando argomenti più seri (L'Occhio, Giocherò), e comunque raggiungendo alcune vette qualitative decisamente interessanti, come nel caso che segue (tratto da L'Occhio):Mettere un mattone d'odio su un mattone d'odioè più facile che mettere un mattone d'amoresu un altro mattone più gracile di sacrificioper abbracciare il più ampio progettodi un nuovo edificioE' chiaro quindi che i Gotto Esplosivo non offrono solo della musica da bar, da intrattenimento, ma anche degli spunti di lettura e pensiero. Scorrere i testi è veramente piacevole, contrariamente a quanto spesso accade e questo valore aggiunto non può non essere sottolineato perchè è il frutto di ricerca ed impegno inusuali.Tutte queste considerazioni devono aggiungersi al fatto che il CD viene presentato con un bell'artwork, curato molto gradevolmente in ogni dettaglio della grafica e che la qualità della produzione è, come già anticipato, di livello internazionale, rispecchiando fedelmente la bontà dei brani inclusi e più in genere della loro esecuzione. Stante l'uso della Lingua italiana ed un approccio musicale che permette a chiunque (anche a chi non piace il l'hard &amp; heavy!) di avvicinarsi alla band e di apprezzarne gli sforzi, l'ascolto è consigliato a tutti, nessuno escluso.La prossima volta che qualcuno mi dirà che in Italia non ci sono gruppi metal degni di nota, avrò un altro esempio da portare avanti per smentire questa ridicola teoria.</description>

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		   <title>Gotto Esplosivo - L&amp;rsquo;ora del Diavolo</title>

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		  <title>Syn Ze Sase Tri - Sub Semnul Lupului</title>
 
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		  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=7106</link> 	
				   
		  <description>Attivi dal 2007 e arrivati al debutto discografico nel 2011 grazie alla nostrana Code666, ecco tornare con il nuovo lavoro i Syn Ze &amp;#350;ase Tri, formazione della Romania che vede tra le proprio file anche Corb, fondatore della band ed ex Negur&amp;#259; Bunget.Il sound della band originaria di Timosoara è un extreme metal imbastardito dal black sinfonico (a volte il peso dei Dimmu Borgir post 2003 è piuttosto pesante) e da atmosfere e riferimenti pagan metal.Spicca immediatamente la bella front cover, ottimamente realizzata: l’artista è stato bravo a continuare il discorso iniziato con il debutto Între Dou&amp;#259; Lumi e aggiornare il tutto con un disegno aggressivo, epico e con chiari riferimenti al genere musicale oltre che alla terra natia dei Syn Ze &amp;#350;ase Tri.La produzione è nettamente migliore di quella del primo disco, anche se alcuni suoni, quelli della batteria in particolare, a volte risultano fin troppo freddi e artificiali.L’album inizia con Sorocul, un intro narrato tra ululati di lupi, vento minaccioso e rumori inquietanti. Appena parte N&amp;#259;scut În Negur&amp;#259; si nota chiaramente quanto sia importante la componente sinfonica nella proposta dei Syn Ze &amp;#350;ase Tri: la tastiera è sempre presente, ora come strumento principale, ora come sottofondo al riffing del chitarrista Corb. Il drum kit di Putrid è picchiato con severità e il brano non fatica a decollare nonostante non sia dotato di un minimo di originalità. La seguente Vatra Str&amp;#259;mo&amp;#351;easc&amp;#259; continua sulla strada tracciata dalla precedente canzone, giocando un pochino di più sul ritmo e sulle melodie “malate” alla Cradle Of Filth. Il growl di Lycan è profondo e comprensibile, che ben si amalgama col sound del gruppo. L’ascolto di Sub Semnul Lupului continua senza particolari scossoni, nè in positivo, nè in negativo: è probabilmente questo il difetto maggiore del disco, incapace di un sussulto che sia uno, di uno spunto che rimane in testa dal primo ascolto. Manca l’idea originale, quella qualità in fase di songwriting che è al giorno d’oggi indispensabile per risaltare sulla massa informe di uscite che mensilmente affollano il mercato discografico. Sia chiaro, il secondo disco della band romena non è nè brutto nè banale, semplicemente rischia di passare inosservato tanto è lineare e “anonimo”. Difatti le canzoni si susseguono e le varie Legea, Sîmb&amp;#259;ta Apelor (“interessante” - parola grossa - giusto il cambio battere-levare di Putrid) e În&amp;#355;eleptul Întrupat sono difficili da distinguere anche dopo svariati ascolti. I giri di chitarra si ripetono noiosamente, la sempre presente tastiera non fa che appiattire la musica già di per se non particolarmente varia.Unica canzone che si differenzia dal resto è la title track Sub Semnul Lupului, vuoi per la melodia di chitarra, che per il riffing (e conseguentemente anche il ritmo della batteria), decisamente un caso isolato all’interno del disco. Nulla di eclatante, ma il pulm muting e i riff stoppati dopo tanti minuti tutti (quasi) uguali fanno solo che bene.La parte finale del disco è di qualità superiore rispetto a quanto ascoltato prima: la folk oriented În Pîntecul P&amp;#259;mîntului è a mio avviso la migliore composizione del platter, unica traccia che si può considerare varia a livello musicale e coinvolgente a livello emotivo. L’assalto frontale di Pustnicul Mun&amp;#355;ilor si fa ben apprezzare, pur essendo costruita su di un riffing tutt’altro che eccellente. Ultima canzone “reale” di Sub Semnul Lupului è Înaripat &amp;#350;i Împietrit, canzone che ricorda nell’atmosfera gli Equilibrium più d’impatto. A conclusione dell’album troviamo Venirea, outro che riprende il tema dell’intro.Il disco si trascina faticosamente e stancamente fino alla fine, l’ascolto delle tracce spesso risulta pesante per non dire noioso; qualche spunto azzeccato di tanto in tanto e la coda di Sub Semnul Lupului permettono al secondo album dei quattro metallers romeni di agguantare la sufficienza in extremis.Di fatto i Syn Ze &amp;#350;ase Tri sono più interessanti e pagan metal nell’immagine (foto, artwork, idea di base…) che nella sostanza. Al di là del discorso estetico, quel che manca al gruppo è la qualità della musica: dal debutto al nuovo full lenght non sono riscontrabili particolari miglioramenti, indice che allo stato attuale il gruppo proprio non riesce a fare di meglio.Piccola cattiveria, o una semplice provocazione: è forse Sub Semnul Lupului un disco “interessante” da ascoltare solo perché ci suona un ex Negur&amp;#259; Bunget, tra l’altro tutt’altro che fondamentale nella storia e nella discografia della storica formazione?I quattro musicisti non sono malvagi, ma hanno ancora molto, ma molto da lavorare per compiere l’agognato salto di qualità.</description>

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		   <title>Syn Ze Sase Tri - Sub Semnul Lupului</title>

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		  <title>Contemporanea::.. David Bowie - Hunky Dory</title>
 
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		  <description>Per antonomasia, le arti umane sono sette, ma cosa succede quando una di queste sette arti si fonde con un’altra? Facendo un esempio dei nostri giorni, potremmo avere a che fare con un film campione d’incassi che gode di un’ottima colonna sonora (cinema e musica); o ancora, potremmo trovarci di fronte ad un capolavoro d’architettura, abbellito da notevoli esempi scultorei. E quando c’è di mezzo la musica? Attenendoci al nostro campo di analisi (il rock e le sue più dirette evoluzioni), è facile trovare esempi di unione artistica tra musica e poesia, o tra musica e cinema. Proprio quest’ultimo, esplicitato nell’antica connotazione teatrale, è facilmente associabile a numerosi artisti, eccentriche -e geniali- personalità che hanno associato il loro nome alla storia del rock e, conseguentemente, alla storia degli ultimi sessant’anni della nostra esistenza. David Bowie è, in poche parole, uno dei maggiori intenditori dell’espressione artistico-teatrale in musica. Ciò che traspare dalla sua musica va al di là di qualunque classificazione canonica, viene venduto generalmente come pop rock, ma sarebbe irrisorio limitarsi ad una mera classificazione di questo tipo. Quello di Hunky Dory non è ancora completamente il Bowie visionario e dai numerosi riferimenti cinematografici che impareremo a conoscere meglio soprattutto nel successivo Ziggy Stardust, ma si tratta senza dubbio di un Bowie già fortemente ispirato, anche se forse non allo stesso livello del precedente The Man Who Sold the World che fece subito gridare al capolavoro. Da quest’ultimo, Hunky Dory si differenzia per una minor caratterizzazione rock, a favore di elementi molto più melodici e pop-oriented. Affiancato dal fidato chitarrista Mick Ronson, già presente in Space Oddity, dal batterista Mick “Woody” Woodmansey, dal bassista Trevor Bolder e dal pianista Rick Wakeman, anch’egli presente in Space Oddity, Bowie iniziò a delineare le trame principali delle sue future canzoni e a condividerle col suo gruppo. Nel dicembre del 1971, dopo alcuni mesi di lavorazione, l’album, registrato nei Trident Studios di Londra, vide la luce, portando con sé una ventata di novità, dovuta ad un processo di composizione e registrazione molto più rigoroso di tutti i precedenti album del Duca Bianco.Se Hunky Dory segna un mutamento, stilistico ma anche musicale, dell’arte di David Bowie, la canzone d’apertura, Changes, è l’emblema stesso del disco. Costruita attorno alle leggiadre note del piano di Wakeman</description>

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		   <title>Contemporanea::.. David Bowie - Hunky Dory</title>

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		  <title>Gandhi s Gunn - The Longer The Beard The Harder The Sound</title>
 
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		  <description>“Genova aveva sempre il suo fascino. Un giardino pensile, una cascata di case colorate che si specchiavano sulle acque del Mediterraneo”…con questa soave citazione di un libro splendido che mi è tanto caro, introduco i Gandhi's Gunn, combo tutt’altro che romantico e smielato ma originario proprio del capoluogo ligure. Una band con un richiamo tutto proprio e un’attitudine spiccata e apprezzabile. Questi quattro ragazzi, con un monicker strano, esordiscono nel 2010 con l’album Thirtyeahs, prodotto dalla neo-etichetta Taxi Driver, in edizione limitata di 300 copie comprendenti vinile e CD, a cui segue un'estate ricca di appuntamenti live, grazie alla quale la band genovese è ospite dei più importanti festival indipendenti italiani per promuovere l’opera prima. Il loro sound granitico e di forte impatto è profondamente ispirato dalla prima corrente stoner rock americana (Corrosion of Conformity, Fu Manchu). Questo The Longer The Beard The Harder The Sound è il degno erede del loro disco di debutto: otto tracce di rock estremo, con tanto stoner nelle vene e galoppate psichedeliche a portata di plettro. Con il potente attacco di Haywire si apre la strada verso la dannazione, la voce di Giacomo Boeddu è davvero impressionante,  timbro tipico del grunge ben equalizzato e i ruvidi vocalizzi degli albori dell’hard rock; tutto il gruppo è di alto livello e mena giù come un manipolo di fabbri ferrai inca**ati. Ciò che colpisce maggiormente è il sound fragoroso: potenti riff di basso e chitarra, articolati perfettamente all’unisono con randellate di batteria non indifferenti. Flood è la ballad che riduce, solo inizialmente, la scarica di adrenalina, una colata tiepida di brividi che nel suo incedere si surriscalda fino a divenire lava incandescente. Le distorsioni si assottigliano e Red (The Colour of God) vira verso uno stoner più classico; Rest of the Sun, si adagia su una cadenza blues piuttosto familiare, mentre grazie alla track Adrift, ci si proietta nel quarto elemento, sognato, intuito, occultato; deflagra tutto in un’unica traccia: la psichedelia. Il pezzo, abbellito da un sitar squillante, esordisce con ritmiche martellanti dilatandosi ossessivamente fino a rilasciare una piacevole sensazione di volo nel nulla, una sorta di lancio nel buio condito da percezioni forti, fortissime, da provare senza ritegno.  Si giunge al termine di questo viaggio con Hypothesis, ritaglio strumentale, tolta una brevissima comparsa sciamanica, che decolla verso un paradiso di fremiti diffusi: ottima la capacità della band di variegare ed inclinare le diverse influenze, rendendole scorrevoli e fluide. I Gandhi's Gunn saranno presenti al prossimo &quot;Stoned Hand of Doom Festival&quot; di Roma, kermesse che fa esibire le migliori realtà dello stivale a far da spalla a grossi calibri internazionalmente già affermati. Per intento gustatevi questo 8 tracks, poi dal vivo sono certo che sapranno catalizzarvi.</description>

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		   <title>Gandhi s Gunn - The Longer The Beard The Harder The Sound</title>

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		  <title>Killer Klowns - Rollercoaster Ride</title>
 
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		  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=7103</link> 	
				   
		  <description>Capita talvolta di ascoltare un disco formalmente ben fatto, composto da canzoni strutturate in maniera corretta, arrangiate in modo professionale, incise con perizia in modo che i suoni siano sufficientemente chiari e bilanciati, suonato senza pecche, ma che alla fine dell'ascolto non lascia dentro assolutamente nulla. E' proprio questo il caso dei brasiliani Killer Klowns e del loro Rollercoaster Ride.L'album è un concentrato di buon, vecchio, sano, sentito e risentito hard rock/glam anni 80 di stampo americano che, come detto, non ha nulla che non vada in sè, ma è una continua e pedissequa citazione di tutto quanto fatto da Skid Row, Cinderella e compagnia, con un piacevole retrogusto southern magari, ma prevedibile quanto la trama di un film porno. Nella tracklist pertanto non mancano pezzi di buon tiro come Until The End, Everytime, Wild Place e Love Burns; citazioni smaccate dei Van Halen come in Rollercoaster Ride e Addicted To Her; ballads o simil-ballads come Years Gone By, Save Your Tears (meglio la seconda) e la stucchevole Don't Take My Heart; o brani più southern come Southern Fight, ed in tutti questi pezzi i quattro musicisti danno sempre buona prova di sè dal punto di vista esecutivo, ma costantemente senza una sola, singola scintilla di sia pur minimale personalità. Tutto è già noto prima che accada, tutto è come si suppone che sia, manca anche un solo guizzo di originalità, di inventiva appena al di fuori dello schema previsto, e questo rende il disco noioso dopo poche canzoni.Preso singolarmente Rollercoaster Ride non è brutto, ed è in grado di divertire e fare compagnia dignitosamente, anche con la sua musica scontata e con i testi di maniera, magari durante gli spostamenti della prossima estate per concerti e/o per turismo, ma inserito in un contesto generale, in un settore dove tutto è già stato detto da anni ed anni, è inevitabile che lo si ponga a paragone con chi queste cose le ha scritte e dette prima, risultando inevitabilmente perdente per essere giunto al traguardo fuori tempo massimo e senza portare nulla di proprio, se non la ripetizione a pappagallo di una lezione scritta da altri. Forse un diverso insegnante avrebbe apprezzato almeno lo sforzo di imparare quella lezione, ma io non ho mai sopportato chi studia a memoria senza costruirsi ed esporre un'idea propria, magari anche banale, ma propria. I Killer Klowns invece, questo problema non se lo sono nemmeno posto e per me sono bocciati.</description>

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		   <title>Killer Klowns - Rollercoaster Ride</title>

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		  <title>Royal Hunt - Heart Of The City (Best Of 1992 - 1999)</title>
 
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		  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=7102</link> 	
				   
		  <description>E così la storia dei Royal Hunt giunge a coprire i vent’anni di attività discografica. Un traguardo importante ed imponente, anche per una band che da sempre ha svolto un ruolo cardine nell’affollato ramo del power/prog mondiale. Giusto quindi in un momento così convulso del movimento metal mondiale, ricordare e celebrare chi, ormai da tempo, si muove sul terreno dell’eccellenza in un determinato settore, pur con gli inevitabili alti e bassi. Perché verità vuole che si ricordi che non sempre le rose sono fiorite e non sempre la caccia ha portato a casa l’ambita preda. Nelle celebrazioni è giusto quindi evitare la retorica e sottolineare come la storia sia fatta anche di cadute e sconfitte, che nulla tolgono ai successi ed alla gloria ed, anzi, li rendono più veri e meritati. Così, gli anni della lontananza del singer D. C. Cooper, seppur appannaggio di un ottimo cantante come John West, non verranno probabilmente rimpianti da molti, adesso che il singer americano ha ripreso il suo posto nella band, giusto in tempo per timbrare il cartellino di queste celebrazioni. C’è piuttosto da domandarsi come questi venti anni vengano onorati, ed ecco qui questo Heart Of The City (Best Of 1992 – 1999) a porre una prima (?) pietra all’edificio del tributo ai Royal Hunt. Non è infatti chiaro se si tratti di una prima uscita a cui seguiranno altre pubblicazioni che coprano i restanti anni o se con questo best of si concluda il percorso celebrativo. Certo è che l’operazione in sé non sembra riservare grandi sorprese e desta più di qualche perplessità.Fin dalla brutta cover digitale, infatti, la sensazione è che questo best of sia stato realizzato decisamente al risparmio. Di fatto, Heart Of The City offre semplicemente due estratti per ciascuno dei primi cinque album della band, per un totale di dieci canzoni. Tutto qui. Niente bonus tracks, niente inediti, niente versioni alternative, demo, live, rimasterizzazioni. Dieci perle, naturalmente, ma zero sorprese e, tutto sommato, ci si domanda lecitamente a cosa e chi possa servire un’uscita del genere. Non di certo ai fans della band, che possiederanno probabilmente già le versioni originali, né tanto meno a chi volesse avvicinarsi a questo gruppo, dato che resta comunque preferibile rivolgersi all’acquisto di album come Paradox o Moving Target, per avere già una panoramica completa del sound e dell’identità dei Royal Hunt. Non c’è in realtà molto da aggiungere, perché i motivi di interesse si fermano qui. La band di André Andersen, infatti, nasce con una identità già spiccata e definita, come testimoniano i primi due brani Running Wild e Kingdom Dark, quindi l’unica cosa che si può fare è concentrarsi sulle diverse interpretazioni dei tre singer che hanno caratterizzato gli anni di sviluppo della band: il più grintoso e “scuro” primo cantante Henrik Brockmann, sicuramente drammatico e virile come testimoniato ad esempio nella splendida Clown In The Mirror; il duttile, splendidamente interpretativo e dotato D. C. Cooper, “IL” cantante per eccellenza della band, colui che ne ha caratterizzato gli album di più alta ispirazione compositiva; il bravissimo ed altrettanto meritevole John West, dalla timbrica più graffiata, traghettatore in acque infide e punto di riferimento in anni difficili. Poco altro è dato, se non perdersi ancora una volta in brani eccellenti ed eccelsi che sicuramente vivono già nei cuori di chi considera giustamente le architetture barocche di questa band come uno dei punti massimi mai toccati dal power/prog metal. Siamo insomma di fronte alla più classica delle operazioni commerciali, giunta dopo il ritorno all’ovile di D. C. Cooper con Show Me How To Live e con la –probabilmente - fortuita coincidenza della celebrazione del ventennale dall’uscita del primo album, Land Of Broken Hearts. Niente di più. Si poteva e si doveva qualcosa di meglio, per il valore della band in primis e per rispetto ai fans in seconda battuta. Per chi conosce già la band, il consiglio è bypassare del tutto questa trascurabilissima uscita. Per chi invece non ha mai assaporato la stordente magnificenza di questo gruppo, resta consigliabile rifarsi direttamente agli album originali. Se proprio la curiosità e l’opportunità vincono su altre considerazioni, sicuramente qua troverete dieci canzoni di alto livello, che potranno darvi un’idea precisa e dettagliata di quello che i Royal Hunt hanno rappresentato nei primi anni della loro fortunata carriera. Piccola nota conclusiva: operazioni del genere meriterebbero un voto ben preciso, che va dall’insufficienza all’insufficienza grave. Il “senza voto”, quindi, va letto solo ed esclusivamente come rispetto nei confronti del gruppo, la cui musica non meriterebbe, invece, assolutamente tale giudizio.</description>

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		   <title>Royal Hunt - Heart Of The City (Best Of 1992 - 1999)</title>

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		  <title>Recensione_passata::.. Murasaki - Murasaki</title>
 
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		  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=7101</link> 	
				   
		  <description>Affascinato da ogni tipo di giapponeseria, organizzo un giretto in rete per trovare informazioni aggiuntive sui Murasaki e tra acque dietetiche, corroboranti bevande a base di latte e birra e WC supertecnologici con ciambella riscaldata, radio e bidet incorporato, riesco ad imparare qualcosa di più sul talentuoso George Higa e su una carriera di coraggiosa sperimentazione, anelito pacifista e miglioramento continuo che dal 1971 arriva ai giorni nostri. Cresciuto in una famiglia di artisti ed educato musicalmente negli USA, il tastierista raccoglie in gioventù ogni genere di influenza musicale: folk e pop giapponese, canzoni per bambini, musica classica, hit americane ed inglesi sono le basi sulle quali il giovane Higa, che successivamente cambierà il proprio cognome in Murasaki, costruirà un percorso artistico precorritore dei tempi, a cavallo tra la millenaria tradizione nipponica e le espressioni multiformi della world music. Dopo l'esperienza con i Crystal Chain, George forma i Murasaki ad Okinawa, insieme ai gemelli Toshio e Masao Shiroma: affascinata dalla culture hippy e dal movimento dei Figli dei Fiori, la band ottiene il consenso dei giovani rocker locali e dei soldati americani di stanza sull'isola (che solo l'anno successivo sarebbe stata pienamente restituita all'amministrazione giapponese). Il circuito militare è particolarmente ambito dalle band, e si dice che, grazie al favorevole cambio dollaro-yen, per i musicisti che abbiano l'occasione di esibirsi presso le basi sarà possibile costruirsi una casa grazie al denaro accumulato suonando per appena un paio di mesi. Ma non sono solo le prospettive di guadagno ad interessare. Nelle vibrazioni restituite dal pubblico americano lo stesso Murasaki riconoscerà uno dei fattori determinanti per la maturazione della band: respirare l'ambiente a stelle e strisce (George &quot;was an American at school and a Japanese at home&quot;, recita la biografia) ed esibirsi davanti a soldati pieni allo stesso tempo di tensione e di voglia di divertirsi si riveleranno infatti un formidabile strumento motivazionale per crescere e migliorare. Ottenuto il primo contratto discografico quattro anni più tardi, gli operosissimi Murasaki pubblicano due studio-album nel corso del 1976 (il primo -recensito oggi- ad aprile ed il secondo a dicembre): confortati dall'ottimo riscontro ottenuto da quella miscela di hard rock, folk e rhythm &amp; blues che prenderà il nome di okinawan rock, il gruppo raggiungerà la prima posizione nel concorso organizzato nel 1977 da Music Life, la più importante pubblicazione musicale giapponese dell'epoca.La prima traccia del disco è un trionfo prog, nel quale sono le due chitarre di Higa e Shimoji, una sezione ritmica particolarmente eclettica e le tastiere dello stesso Murasaki ad assumere la direzione lavori, a discapito di un cantato trascurabile che -con la possibile eccezione della conclusiva Far Away- diventa puro e semplice accompagnamento. La ritmica assolutamente incalzante (quasi progenitrice di quello speed nipponico moderno che io definisco &quot;urgente&quot;, per l'angoscia che mi provoca ascoltarlo) suona freschissima ancora oggi, ad ormai quarant'anni dalla registrazione: l'ensemble è vibrante e compatto, la pastura densa e ghiotta, con un feeling jazzistico che trascina ed entusiasma fin dal primo istante. Quello della band giapponese è un unisono compatto eppure continuamente cangiante, un vibrato stracolmo di energia, un sovrapporsi continuo di pattern classici e derivativi (Pink Floyd, Uriah Heep) con escursioni sorprendenti, uno stile pulsante che ammicca ora al rock americano seventies, ora agli inseguimenti di Starsky &amp; Hutch (telefilm contemporaneo, non a caso), ora al semplice e spensierato rock'n'roll delle origini, con un tocco di cow-bell. Con la stella dei Deep Purple ad indicare la via (Murasaki non a caso significa &quot;viola&quot;), il disco sembra possedere l'energia del live, tante sono le variazioni di accento, le parti dedicate alla sperimentazione e, con esse, l'armonia ricercata con metodo nella quale anche lo spunto più eterogeneo finisce col confluire con dolcezza. Più musicali che teatrali, affascinati dall'esposizione strumentale a discapito della comunicazione vocale, i Murasaki sono capaci non solo di affascinare con voli pindarici, ma anche di spaventare: l'urlo inquietante che spezza il paesaggio lunare di Devil Woman (ispirata a Hard Lovin' Man dei Deep Purple) ha il gusto sadico -quasi macabro- di un Silent Hill o un Project Zero, per usare una doppia metafora videoludica. Dal bombardamento jazzy rock suggerito dall'immagine di copertina ad una successione geniale capace di fondere gli sguardi ambigui dell'horror giapponese con chitarre effettate in stereofonia spinta, Murasaki è un disco elegante e splendidamente nipponico: colorato, imprevedibile, troppo complesso per noi mortali oppure meravigliosamente sconclusionato, il tentativo ostinato di far coesistere rockeggianti riff di chitarra con atmosfere e ambizioni più grandi di loro è di un coraggio esemplare e quasi kamikaze. Canzone dopo canzone, le strutture si dilatano, incuranti di piacere o meno, e la band si prende spazi progressivamente più ampi per arrivare non tanto ad una sintesi, che non le è culturalmente propria, quanto ad una risoluzione più o meno coerente, quando non beffardamente affrettata (il finale di Devil Woman lascia di stucco, e quasi ferisce). Nel groove di Rock And Roll Nightmare, nel sapore on the road di What You Want o nel dolce cullare che -insieme al gradevole assolo di batteria- impreziosice la parte centrale di Maze, i Murasaki dimostrano di essere una band al debutto che non si tira indietro di fronte alle insidie del pensiero creativo: tra suoni felpati e perfetti (per il gusto e le tecnologie dell'epoca), qualche sibilo di fondo e ritmiche ora hard rock ora decisamente progressive, l'estroso sestetto del Sol Levante regala una performance di respiro internazionale per la varietà della suggestione (si veda la cover Lazy), ma anche squisitamente orientale ed isolana per la forza curiosa con la quale fagocita ogni tipo di moda, aggiungendovi la luce accecante di un effetto elettronico, il primo piano sugli occhi della protagonista, la lentezza pregnante di certa televisione didascalica alla quale segue, nella più bizzarra delle ipotesi, un finale irrisolto.Il primo lavoro del sestetto con gli occhi a mandorla è un album di levigate superfici nel quale, per talento e cultura, il fine estetico viene conseguito con una serie di spunti di assoluta sostanza, da assimilare poco per volta. Lungi dal servire un ascolto facile o perfettamente coerente, il debutto di George &quot;Purple&quot; Higa e compagni è un caleidoscopio rock di efficacia fondante, dalla suggestione fuori dal tempo, condannato a realizzare una propria attualità solamente nell'ascolto futuro. Murasaki è un atletico disco-Megaloman che fa volentieri a meno di una cronologia compiuta, capace -con il senso di libertà che esprime- di ricreare lo stupore di un bambino davanti ai fuochi d'artificio, la notte di San Lorenzo: numeri singoli e singolarmente sorprendenti, fautori di un'emozione sempre diversa, nell'attesa del colore e della forma che verranno, liberi di sbocciare in cielo e svanire precipitando, nell'attimo successivo.</description>

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		   <title>Recensione_passata::.. Murasaki - Murasaki</title>

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		  <title>Demo::.. Evershine - Renewal</title>
 
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		  <description>Dieci anni di attività underground, conditi da due demo, non sono pochi. La registrazione di un full-length per gli Evershine, seppure ancora in regime di autoproduzione, è il giusto coronamento di un impegno che si è protratto così a lungo, col solito corollario di tanti cambi di line-up e di un affinamento naturale del suono nel tempo. L'area di appartenenza musicale è quella del power anni 90, con gruppi quali Stratovarius, Hammerfall e Rhapsody a fare da punto di riferimento, e con -cito testualmente dalle loro note biografiche- &quot;sonorità più classicamente Rock 'n Heavy con una notevole influenza di J-Rock, non disdegnando passaggi progressive e riffs più aggressivi.&quot;Il primo impatto con Renewal (questo il titolo prescelto per questo lavoro registrato nel 2010, ma che vede ufficialmente la luce solo ora), è positivo per quanto riguarda la qualità del suono, curato da Christian Ice (Stormlord/Kaledon/Theatres des Vampires), presso il Temple of Noise Studio, e perfettamente adeguato allo stile Evershine, con un risultato leggermente plastificato come spesso accade in questi casi, ma molto chiaro e pulito in ogni passaggio, senza tuttavia sottrarre troppa aggressività ai passaggi più decisi. Passando all'aspetto prettamente musicale gli Evershine suonano bene e le loro composizioni scorrono via fluide e non prive di una certa eleganza. Buona l'apertura, affidata a Evershine, bel biglietto da visita dotato di un discreto tiro e di un buon tappeto di tastiere. Angel Killer sembra inizialmente un tipico pezzo AOR, per poi virare rapidamente verso lidi evidentemente melodic-power. Decisamente più arrembanti The Storm e Demons Ride, cavalcate governate della batteria e corredate da efficaci soli. Pathos, cori ed atmosfera con A Chance to Be Free. Efficace e priva di veri inciampi il resto della tracklist, fino a giungere alla conclusiva Where Heros Lie, sempre nel segno del power di classe.Quello che manca a Renewal è certamente un pizzico di personalità, di originalità che faccia distinguere gli Evershine dai tanti altri gruppi altrettanto dotati che affollano la scena nazionale ed internazionale, anche se, come ripetuto fino allo sfinimento in mille altre occasioni, non è certo un problema che riguarda soltanto loro, con l'album che alla fine risulta godibile e ben suonato, cosa che per una band con dieci anni di attività è quasi obbligatorio. La mancanza di originalità da un alto, una evidente professionalità dell'incisione e nella scrittura dei pezzi dall'altro. Quale dei due aspetti è per voi più importante?</description>

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		   <title>Demo::.. Evershine - Renewal</title>

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		  <title>Cripple Bastards - Senza Impronte EP</title>
 
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		  <description>Proud to be a bastard.Il mondo, da un punto di vista produttivo, segue sempre più una regola strana, ma certa.C’è chi imbottiglia scoregge, chi le vende e chi le compra. Una legge particolare che si perpetua nel tempo a cavallo del consumismo più esasperato, il quale, forte di “nasi” scollegati dai rispettivi cervelli, funziona sempre. Hai la fotocamera da 12 megapixel? Bene, domani te ne produciamo una da 16 allo stesso prezzo, e pazienza se le foto che realizzerai saranno sfocate. Hai un computer con processore quadcore? Ti realizziamo quello nuovo, sempre quadcore, ma di seconda generazione. Ammesso che tu non sia un progettista industriale non noterai un cambiamento, ma sarai felice, o crederai di esserlo.Tale ragionamento si riserva anche alla musica, perfino per quella metal.In un macrocosmo fatto di generi e sottogeneri, manco fossero i riflessi di una cristalleria, si punta su quelli che ti fanno sentire parte del presente, e quindi parte di quella stessa luce, la quale ti illudi che illumini più di altre.Cosa andava dieci anni fa? Il numetal, ed ecco tutti ad aggiornarsi sull’ultimo prodotto. Poi è venuto il metalcore e le conseguenze sono state le medesime. Si assiste ad un ritorno -calcolato- del thrash? Evviva, yuppie ya ye motherfucker (cit.), siamo tutti “thrash till death”.Grazie al cielo, alla coerenza o alla pazzia, c’è anche chi continua semplicemente a realizzare quel che ha sempre fatto. Non si comporta così per lanciarsi in battaglie di retroguardia tristi e patetiche, del tipo “quando ero giovane io era meglio”, ma perché è convinto di ciò che realizza, tutto qui.Tra i gruppi italiani che entrano di diritto a far parte di quest’ultima categoria è doveroso citare i Cripple Bastards.Non ho intenzione di spiegare la loro storia in pallosi dettagli; il numero spropositato di ep e full lenght -che li caratterizzano dai primi anni ’90- parla per loro. Sono ottimista, voglio credere che tutti conoscano il loro nome: sono il grindcore in Italia e non solo, punto e a capo.Con Senza Impronte tornano e, finalmente, la Relapse Records si è accorta di questi anarco-casinisti. La succitata etichetta, un tempo lungimirante come poche, ora fallace come tante, si è degnata di rivolgere lo sguardo al proprio passato migliore, quando si andava alla ricerca delle piccole realtà diverse dall’omologazione e da coltivare nel tempo. Ci sono voluti venti anni, e non è poco. Poteva anche non accadere, quindi accontentiamoci.L’ep è una mazzata sonora, gode di una registrazione perfetta, i cui suoni e movenze richiamano in maniera per niente celata i Napalm Death più furiosi. I ragazzi svolgono il proprio dovere in maniera certosina, caratterizzando idealmente tutto il lavoro come un'unica botta ripartita in cinque parti. I pezzi, come tradizione insegna, sono tutti brevi, fulminanti e in lingua italiana. La produzione, meravigliosamente sporca, è la migliore sorpresa dell’ep; degno di nota, è il rapporto tra i suoni e i tempi della batteria -chirurgici-  e quelli delle chitarre, ruvidi e acri.Su tutto domina la voce schizofrenica di Giulio, a ricordarci ancora una volta che i motivi per essere imbufaliti non mancano mai, purtroppo.Per concludere, gli anni passano, eppure i Cripple Bastards sono ancora tra noi. E’gente che in tanti anni ha visto più palchi che soldi perché al succitato imbottigliamento industriale non ha mai desiderato partecipare.Supportateli, e siate anche voi orgogliosi di essere bastardi.</description>

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		   <title>Cripple Bastards - Senza Impronte EP</title>

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		  <title>Mourning Dawn - For The Fallen... (2LP reissue)</title>
 
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		  <description>Continua imperterrito il lavoro di consolidamento della Aesthetic Death Rec. che, album dopo album e anno dopo anno, si è costruita uno status di cult label al pari di etichette ben più grandi e prolifiche e senza dover ricorrere a stupidi sensazionalismi, ma concentrando la propria attenzione nella scelta di bands dall'indiscusso valore come Esoteric, Endura, Eibon, etc. Oggi siamo qui per parlare del doppio LP dei francesi Mourning Dawn, il quale - sin dal packaging - si presenta come un lavoro molto interessante; difatti siamo al cospetto di un doppio picture disk su vinile pesante - corredato da un artwork molto ben curato ed elegante - incentrato sul triste tema dei caduti in guerra. L'album difatti è dedicato, come chiaramente lascia intendere il titolo dell'opera, a tutti quei giovani che partirono per la guerra senza mai più fare ritorno; lontani da una precisa connotazione politica, la band analizza il dramma del distacco e della perdita.Dal punto di vista prettamente musicale, ci troviamo al cospetto di un monumentale black/doom capace di unire sapientemente le influenze di grandissime bands come Unholy, Katatonia e Bethlehem, in uno stile perfettamente in equilibrio tra la parti glaciali tipiche del black metal e le atmosfere ipnotiche e rarefatte e rallentamenti mozzafiato, il tutto in un lavoro che - nel suo genere - trova ben pochi rivali nella scena odierna.L'opener In Flanders Fields si presenta con tutta la sua carica di desolazione; caratterizzata da un arpeggio monocorde che accompagna l'incedere greve della batteria, sul tutto si staglia uno screaming che definirei semplicemente straziante. Chi inizia a conoscere i miei gusti musicali sa bene che non sono un sostenitore delle depressive black metal bands dal suono zanzaroso, ed i Mourning Dawn  non possono che rafforzare questa mia tendenza, facendosi artefici di un guitar work possente e granitico che - special modo nelle parti lente - dona vigore a dei brani che altrimenti non avrebbero potuto spingersi su simili lidi sonori.Bellissima la successiva God Damn The Sun: lunga e piena di spunti interessanti, dove spesso compare il fantasma dei primissimi Katatonia a guidare le gesta del quartetto francese, come se fosse un angelo custode che in battaglia protegge l'anima dei soldati.Il lato A si conclude con Sick, brano dall'incedere abbastanza ritmato, sul quale è possibile apprezzare nuovamente un riffing malinconico e allo stesso tempo gelido che, per semplicità, potremmo definire depressive, ma al suo interno lascia intravedere molte altre influenze ben più disparate che sarebbe riduttivo riassumere in una semplice parola di uso comune.Girando lato troviamo la struggente Epitaph, caratterizzata da delicate atmosfere destinate a scontrarsi con una base black robusta in un connubio abbastanza ben riuscito, mentre è solo con la successiva The River Flow che si entra nel vivo del disco. L'influenza dei Bethlehem di Dark Metal è spudorata, ma - nonostante l'evidenza - il brano è talmente bello da potergli perdonare questo piccolo plagio. La lentezza del doom sposa la freddezza del black metal in un abbraccio molesto e malsano, cosa che negli ultimi tempi mi è capitato di sentire sempre più raramente. Questo brano, infatti, è la perfetta sintesi tra la lentezza tipica del doom, il riffing gelido e deprimente del black più ferale e le tipiche urla malsane del black, le quali, soprattutto nelle parti più lente, donano un'aura mortifera veramente pregevole. Il lato C prosegue con la doppietta For The Fallen/Dead Youth, che alternano momenti tirati a parti più cadenzate fino ad arrivare a concedersi anche degli stacchi doom molto lenti e di grandissimo valore, il tutto arrangiato sapientemente e in modo tale da non affaticare l'ascoltatore.  A concludere il lato troviamo la bellissima Ashes, l'episodio più lento del disco e anche uno dei brani più belli della loro intera discografia. Puro black/doom senza compromessi.Le mie intuizioni riguardo ai maestri che hanno ispirato questi francesi erano assolutamente fondate: in conclusione di questo lavoro troviamo infatti ben due cover, la prima dedicata proprio ai grandissimi Bethlehem dei tempi di Dictius Te Necare, dove i nostri eseguono Dorn Meiner Allmacht  in una versione abbastanza fedele all'originale (anche per quanto riguarda lo screaming particolarmente rabbioso ed alienante del buon Jürgen Bartsch) manifestando tutta la loro ammirazione nei confronti di una band assolutamente imprescindibile ed inarrivabile nel suo genere. La seconda cover omaggia gli albionici Paradise Lost con un brano tratto dall'esordio Lost Paradise del 1990, sul cui valore mi sembra abbastanza inutile discutere. Con questo For The Fallen... la Aestethic Death Rec. aggiunge una nuova perla al suo già nutritissimo rooster, e che oggi si arricchisce di un album consigliatissimo sia per gli amanti del depressive black che per tutti i fans delle bands sopracitate.</description>

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		   <title>Mourning Dawn - For The Fallen... (2LP reissue)</title>

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		  <title>Classico::.. Paul Gilbert - King of Clubs</title>
 
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		  <description>E' il 1998 quando Paul Gilbert, acclamato chitarrista americano fondatore dei Racer X e dei Mr. Big, pubblica il suo primo album solista, King Of Clubs; forte di un'esperienza alla sei corde già più che ventennale, il Nostro unisce in un unico concentrato musicale moltissime influenze, sia provenienti dal proprio passato artistico che da quello di coloro che -come immagino- ne hanno in qualche modo segnato lo stile. Questo debutto si presenta quindi come il risultato della maturità di un musicista che, superati i trent'anni d'età anagrafica, dal lato tecnico è ben conscio di quali siano le proprie doti e, dal lato compositivo, sa altrettanto bene come miscelare gli ingredienti che permettono ad un disco di resistere allo scorrere del tempo; non è un caso che oggi, a più di dieci anni di distanza dalla sua uscita, conservo un bel ricordo di King Of Clubs: ma vediamo se riesco a spiegarvi i motivi di questa durevolezza.King Of Clubs è un disco che, genericamente, oscilla tra l'hard rock e l'heavy metal, con innesti derivanti da approcci stilistici a volte anche molto lontani dalla musica dura; a titolo esemplificativo, il pezzo d'apertura (Champagne) si fa notare non solo per l'uso abbastanza scarso della distorsione, ma anche per l'approccio quasi beatlesiano alla struttura delle melodie, disegnate dalla chitarra elettrica, dal basso e dalla voce del factotum Paul Gilbert, il tutto condito da cori tipo Barbara Ann dei The Beach Boys: un incipit che cela, dietro la sua aria di spensieratezza, un ottimo lavoro di arrangiamento, finalizzato (con successo) a far capire qual'è la direzione stilistica del disco. Sempre in relazione alla presenza di suoni di chitarra solo lievemente distorti, coniugati all'inserimento di parti vocali corali, sono stilisticamente definibili &quot;rock&quot; Vinyl, Girls Who Can Read Your Mind, I'm Just In Love e la divertentissima semiballad Girlfriend's Birthday. Apparentemente fuori target anche la strumentale The Jig la quale, costruita essenzialmente su due linee melodiche di chitarra classica, non può non ricordare lo stile che il leggendario Jason Becker esibì in Air, brano incluso in Perpetual Burn (Shrapnel Records, 1988); al suo contrario, il disco viene chiuso da The Jam che, come da titolo, altro non è che una jam session: diciannove minuti (19!) di virtuosismi chitarristici, tutti sciorinati sulla stessa identica base rock/metal di basso e batteria, che si ripete perpetuamente per tutta la lunghissima e strenuante durata del brano. Proprio a causa di questa monotematicità, The Jam costituisce l'unico punto debole del disco. Poi? Poi abbiamo il resto dell'album, un insieme di brani energici (I'm Just In Love) ma al contempo melodici (Bumblebee), blueseggianti (Streetlights) ma anche cantabili (My Naomi), grooveggianti (Double Trouble) o semplicemente pesanti (Million Dollar Smile). Insomma, qui ogni brano ha la propria personalità, la propria caratteristica dominante, anche se ovviamente le contaminazioni sono presenti un pò ovunque, ma il buon Gilbert riesce benissimo a lavorare in questo senso, evidenziando chiaramente l'obiettivo musicale (ed emozionale) di ciascun brano e, contemporaneamente, riempiendolo di sfumature ed orpelli di vario genere.La presenza di così tanti elementi tra loro diversi, unita ad una costante sensazione di leggerezza, di energia, di positività, sono il segreto dell'eterna giovinezza di King Of Clubs, un album concepito da un bravissimo musicista in modo tale da poter esser goduto sia da chi nella musica cerca intrattenimento, sia da chi invece vuole qualcosa di più, anche nei termini della ricerca melodica; sia chiaro che non stiamo certo parlando di un prodotto avanguardistico, ma neanche del solito disco rock/metal: credo pertanto che il suo ascolto potrà giovare ad una vastissima platea, fatta da chi ama i classici del rock ma anche il meglio del solismo chitarristico. Se proprio non ci credete, ascoltate l'album anche solo in anteprima su qualche digital store: vi sfido a dimostrare il contrario di quanto ho sinora detto.</description>

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		   <title>Classico::.. Paul Gilbert - King of Clubs</title>

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		  <title>Classico::.. Einherjer - Dragons of the North</title>
 
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		  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=7096</link> 	
				   
		  <description>Dragons of the North uscì sul mercato nel 1996. In quel periodo Bathory usciva con il terzo disco della fase viking, Blood on Ice, e band come Ensiferum, Moonsorrow, Thyrfing e Vintersorg si erano da poco formate ed erano ancora lontane dalla notorietà. Cominciò comunque a svilupparsi un evidente interesse per un viking metal ancora in fasce.Gli Einherjer, band dedita a questo genere già da tre anni, con alle spalle un demo ed un 7’’ che ebbero un certo successo nell’underground, possono essere quindi considerati dei veri pionieri del viking.La musica degli Einherjer è molto particolare: è senza dubbio classificabile a pieno diritto come viking metal, ma è impossibile esaurirne la descrizione semplicemente paragonandola a quella proposta dagli altri gruppi del genere.Essendo usciti con la musica giusta nel periodo giusto, è sorprendente come non siano mai riusciti veramente a sfondare e come rimangano considerati una chicca per intenditori. Forse è proprio a causa della loro particolarità: ciò che li rende un piatto ghiotto per alcuni palati può risultare ostico ad altri, più legati a certi stilemi in materia di cosa ci si aspetta che faccia un  gruppo viking.È facile riconoscere la paternità di un qualsiasi brano degli Einherjer: il loro sound è un inconfondibile, caratteristico marchio di fabbrica fin dai primi demo. Innanzitutto il ritmo, al contempo marziale e tribale (se esiste un senso vichingo del termine!), scandito dal suono secco della batteria e dal brontolio del basso, strumento molto presente in tutta la produzione della band di Haugesund nonostante tutti i passaggi di mano che ha subito nel corso degli anni. Poi le due chitarre, con i loro giri cadenzati e ossessivamente ripetuti, i lenti assoli evocativi ed epici, dai vaghi richiami folk, l’uso ed abuso del levare. Le rifiniture epiche della tastiera, così fondamentali nel creare l’atmosfera delle canzoni ed al contempo così discrete, mai troppo pesanti e barocche. Infine la voce: che si tratti di canto pulito, roco o in scream, che sia opera di Frode Glesnes, Rune Bjelland o Ragnar Vikse , ha sempre quel che di grezzo, ruvido e virile.Sono questi gli elementi distintivi di ogni album degli Einherjer, fortemente presenti in tutti i loro lavori nonostante la varietà che li caratterizza: questi norvegesi infatti amano sperimentare, se ne fregano di quello che la gente si aspetta e non hanno avuto paura di proporre lavori controversi come  Odin Owns Ye All, vicino all’heavy e cantato esclusivamente da sgraziate (ma così autentiche!) voci pulite, e quel Norwegian Native Art tanto ricco di variazioni e contaminazioni nei riff e nel ritmo.Sono proprio gli elementi sopra citati e le variazioni introdotte tra un album e l’altro il motivo per cui gli Einherjer piacciono ai loro estimatori e non soddisfano i loro detrattori, che li considerano troppo lenti, con un basso troppo prepotente, troppo ripetitivi qua e troppo caotici là.Dragons of the North, il debutto ufficiale, è ben radicato nel panorama musicale che doveva caratterizzare la scena metal della Norvegia in quel periodo, con il black metal che la faceva da padrone e l’ancora giovane viking dei Bathory che cominciava ad imporsi.L’album attira l’attenzione degli appassionati del viking già dalla confezione: la copertina presenta il disegno in bianco e nero della testa di un drakkar, semplicemente tagliato ed incollato su una foto del cielo, con il complesso logo della band in cima. Il logo vecchio, ovviamente, quello incomprensibile con i disegni degli omini e non quello raffinato al computer che cominciarono ad usare con Norwegian Native Art. Anche le foto all’interno fanno venire nostalgia: la tenuta ufficiale non prevedeva ancora pantaloni di pelle, cotta di maglia e trucco da cadavere o litri di sangue finto, ma lunghe camicie, gilet e imbarazzanti maglioncini bianchi della nonna.Dalla prima all’ultima nota di Dragons of the North sembra di sentire l’odore acre della salsedine, del sudore e del sangue, quello carico e fresco della terra e delle foreste bagnate dalla pioggia, quello pungente della legna bruciata. Tra tutti gli album degli Einherjer Dragons of the North è forse quello che più si avvicina al black, in particolare per il modo di cantare, che a tratti ricorda quello di Abbath degli Immortal.La titletrack ha un ritmo lento e marziale, sul quale la voce di Rune, con tono amaro e maligno, descrive la classica flotta pagana (anche se a dir la verità nel ‘96 ancora tanto classica non era) che si avventa sui villaggi ormai caduti sotto il dominio dei cristiani, facendo scempio e saccheggiando ai danni di donne e bambini che (testuali parole) nuotano nelle lacrime.Segue Dreamstorm, una traccia epica in cui la tastiera, che simula un clavicembalo, è fortemente presente. Il pezzo si apre con un giro di chitarra acustica, che poi viene ripreso dalle chitarre elettriche e successivamente anche dalla tastiera. Il ritmo, fortemente sostenuto dal basso soprattutto nella parte finale del brano, è quello di una cavalcata. Forever Empire è il primo pezzo tipicamente “alla Einherjer” di quest’album: il basso si sente parecchio, soprattutto tra una strofa e l’altra, i corposi giri di chitarra sono un continuo crescendo e decrescendo di tensione. La voce non è più uno scream ma rimane molto roca e sporca e trasmette un senso di inesorabilità e pesantezza.La successiva Conquerer è un’altra cavalcata, questa volta più lenta e flemmatica, che rispecchia perfettamente quello che viene descritto nel testo: un guerriero che, al termine della sua missione, stanco e ferito ma ancora determinato a non subire sconfitte, inizia il lungo viaggio verso casa. Basso e batteria forniscono l’ossatura su cui si stendono i giri di chitarra, che assumono a tratti una funzione principalmente ritmica. A metà si inserisce un lungo ed epico assolo di chitarra, a cui risponde con un secondo assolo la tastiera.In Fimbul Winter e Storms of the Elder emergono nuovamente le radici black metal. Fimbul Winter inizia rapida e fulminante, il riff principale cupo e ripetuto allo sfinimento. Verso la fine appare a sorpresa un virile duetto tra lo screaming di Rune e la voce pulita del chitarrista Audun.In Storms of the Elder i diversi strumenti si aggiungono uno ad uno per un crescendo epico. Rune la fa da protagonista dall’inizio alla fine, ritirandosi dietro alle quinte solamente durante un intermezzo acustico mistico e solenne, in cui la sua voce viene sostituita da quella pulita di Audun.Slaget ved Hafrsjord, ovvero la battaglia di Hafrsjord, è un’altro brano tipicamente Einherjer. All’inizio le chitarre svolgono solo una funzione ritmica, mentre gli effetti sonori della tastiera aprono la scena creando un’atmosfera magica ed evocativa. A questo punto appare la voce di Rune che, in lingua madre, narra gli eventi dello scontro con il quale la Norvegia fu unificata sotto il regno di Harald I.Dulcis in fundo, Ballad of the Sword è un malinconico canto ad Odino. L’inizio molto melodico con voce pulita e chitarra acustica viene subito inasprito dalla comparsa di uno screaming sofferto e dall’entrata in scena delle chitarre distorte. La fine è improvvisa e lascia con un senso di nostalgia.Che dire per concludere la recensione di un disco secondo me così importante? Se non l’avete già fatto, includetelo nella vostra collezione! Purtroppo so che non piacerà a tutti e che non tutti lo riterranno così fondamentale, ma è sicuramente un pezzo di storia imprescindibile del viking metal.</description>

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		   <title>Classico::.. Einherjer - Dragons of the North</title>

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		  <title>Classico::.. Morbid Angel - Domination</title>
 
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		  <description>L'anno è il 1995 ed il death metal sta vivendo gli ultimi anni della sua massima esposizione mediatica e di successo commerciale: tra '93 e '94 erano usciti capolavori assoluti del livello di Heartwork dei Carcass, The Bleeding dei Cannibal Corpse, Covenant degli stessi Morbid Angel e tra '95 e '96 band come i Fear Factory di Demanufacture ed i Sepultura di Roots avrebbero contribuito a reinventare e svecchiare il sound portando gli ascoltatori e l'attenzione della scena metal verso nuovi lidi e sonorità.Forti di un contratto con una major (la Giant Records era una divisione della Warner), di una certa visibilità grazie ai passaggi del video di God Of Emptiness all'interno di Beavis and Butt-head su MTV e di un successo di vendite insperato per lo stesso Covenant (a tutt'oggi il disco death metal più venduto della storia), i Morbid Angel del periodo erano tra i catalizzatori dell'intero movimento.Al gruppo si presentava quindi la grande sfida di dover dare un seguito ad un disco che aveva avuto un responso ugualmente entusiastico da parte di pubblico e critica, ed al contempo di dover dimostrare di essere al passo con le nuove band che si stavano affacciando al mercato. Dopo aver reclutato il chitarrista Erik Rutan, i Morbid Angel entrano negli storici Morrisound Studios, gli Abbey Road del death metal, e tra il Novembre del 94 ed il Gennaio del 95 danno a vita a quello che probabilmente è il loro ultimo e, per chi scrive, più grande capolavoro: Domination ci mostra una band ancora affamata, potente, carica di rabbia e con nessuna voglia di sedersi sui proverbiali allori.Il titolo stesso dell'album rappresenta una dichiarazione d'intenti ed il tema centrale attorno a cui ruotano i testi scritti da David Vincent: dominazione e supremazia delle forze occulte e demoniache su quelle delle religioni ufficiali (Vincent era ed è un affiliato alla Church Of Satan), della band sulla scena e probabilmente, secondo alcune interpretazioni, dello stesso cantante all'interno degli equilibri del gruppo (dopo la pubblicazione di questo album il cantante lasciò il gruppo a causa di incompatibilità personali col chitarrista e fondatore Trey Azagthoth). Le composizioni, quattro delle quali sono a firma di Rutan, il quale dimostra già qui di avere le qualità che renderanno grandi i suoi Hate Eternal, si allineano all'atmosfera dettata dai testi ed assumono un carattere marziale, implacabile e sulfureo rendendo il sound generale, se possibile, ancora più cupo ed pesante anche rispetto a quello del già enorme Covenant.Brani come Where The Slime Live, Nothing But Fear o Dawn Of The Angry fanno venire la pelle d'oca anche a distanza di quasi vent'anni e fanno sfigurare una buona parte della scena metal odierna. Il lavoro suona ancora oggi attuale e non mostra i segno dell'età quando accostato a produzioni moderne. Anzi, al contrario, mostra come l'evoluzione del genere sia stata pesantemente influenzata da questo album: la scelta della band di rallentare il proprio sound e dare più spazio a mid-tempos carichi di groove, le armonizzazioni stranianti e dissonanti fra le chitarre, gli assoli allucinati, le linee vocali filtrate e processate hanno lasciato un segno indelebile e fatto schiere di imitatori più o meno degni di nota (per fare qualche esempio, anche una grande band come i Gojira deve molto più di quanto loro possa piacere ammettere a questo album, ed i Nile devono aver ascoltato più di una volta Hatework). Le uniche composizioni che risentono del peso degli anni sono gli intermezzi strumentali che, pur trasmettendo uno strisciante senso di inquietudine, sono realizzate con strumentazioni elettroniche che ormai suonano datate.Per concludere, ci troviamo di fronte ad un album praticamente perfetto, e non credo che lo si possa definire diversamente.</description>

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		   <title>Classico::.. Morbid Angel - Domination</title>

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		  <title>Classico::.. Black Sabbath - Live Evil</title>
 
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		  <description>Live Evil: un palindromo, un gioco di parole ed un enigma. Mentre è irrisoriamente semplice intuire le prime due definizioni, meno semplice è ai nostri tempi comprendere la terza; difatti, se nell’anno del Signore 2012 questo primo live ufficiale dei Black Sabbath è generalmente ben considerato, nel 1982 rappresentò un banco di prova fondamentale, forse ancor più dei due full length precedenti, per una band che aveva perduto tre anni prima il cantante e membro fondatore, sostituendolo con un’ugola straordinaria, ma completamente differente; non solo, ma il suddetto cantante transfugo aveva avviato una carriera solista di sorprendente successo (Lemmy aveva addirittura sostenuto che il primo album solista di Ozzy Osbourne fosse migliore di tutti i lavori dei Sabbath messi assieme) e si avviava nel medesimo periodo a rilasciare a sua volta un live, Speak Of The Devil, contenente ovviamente brani della sua carriera sabbathiana. La competizione, insomma, era rovente ed i due gruppi, da parte loro, non contribuivano certo a stemperare la tensione, punzecchiandosi anzi in continuazione a mezzo stampa ed alimentando una sorta di faida che è andata avanti per molti anni. Come se non bastasse questo clima allegro, Live Evil sarebbe poi diventato ulteriormente famoso per essere la causa dell’abbandono di Ronnie James Dio, dal momento che, secondo quanto si dice, il piccolo cantante approfittasse della notte per recarsi nello studio di registrazione ed alzare il volume della propria voce a scapito degli strumenti dei compagni. Tutto ciò per non citare le voci di presunte, ulteriori sovraincisioni in studio…Queste polemiche, insomma, non hanno certamente giovato all’album, che per certi versi è divenuto più noto per esser stato questa clamorosa pietra dello scandalo che per il suo contenuto che, è il caso di ricordarlo, vede pur sempre all’opera una band straordinaria in uno dei suoi migliori periodi di forma. Al di là dei fan oltranzisti che preferivano ed avrebbero sempre preferito Ozzy, difatti, neppure il più intransigente degli ascoltatori potrebbe negare la fantastica potenza della voce di Ronnie James Dio, che penso sia superfluo descrivere; allo stesso modo, nessuno si sognerebbe di contestare l’abilità del maestro Tony Iommi o la solidità della sezione ritmica, forte anzi di un Vinny Appice che, a quel tempo, era molto più energico di un Bill Ward demotivato e preda dei suoi fantasmi personali. Certo, viene comunque un po’ di magone a sentire le immortali strofe di Paranoid cantate da una voce che non sia quella nasale di Ozzy, ma al bando emozioni e rimpianti ed occupiamoci di una descrizione più oggettiva di queste quattordici tracce di heavy metal classico che più classico non si può. L’inizio è affidato all’intro vagamente pinkfloydiana E5150, che originariamente era un intermezzo tratto dal secondo album della band con Ronnie James Dio al microfono, vale a dire l’ottimo Mob Rules. A differenza che sul full length, però, qui le tastiere suonate dal sottovalutato Geoff Nicholls portano verso la bellissima Neon Knights, uno dei brani più noti e veloci di Heaven And Hell. Devo star qui a parlarvi delle singole prestazioni di ciascuno dei componenti dei Black Sabbath? Ne dubito, considerando che non stiamo certo parlando dei primi arrivati. Più interessante, ordunque, può essere trovarsi a che fare con N.I.B., uno dei pezzi storici dell’era-Ozzy e quindi assai pericolosa. Bisogna dire che Ronnie se la cava bene, sostenuto da una sezione ritmica in forma smagliante. Certo, è ovvio che il tono più lamentoso del Madman si adatti meglio all’atmosfera dei pezzi scritti prima del 1980, ma il folletto americano sa indubbiamente il fatto suo. Children Of The Sea conferma il suo fascino aggraziato anche dal vivo e, chiaramente, vede un Ronnie complessivamente più a suo agio; da ricordare d’altro canto che, per parecchio tempo, i fan dei Black Sabbath accorsi ai live accoglievano l’ingresso sul palco dell’ex voce dei Rainbow con il coro “Ozzy! Ozzy!”. Voodoo è una traccia a mio giudizio interlocutoria, perfetta nell’esecuzione ma onestamente non imprescindibile, che fa da intro ad un’altra canzone destinata a far venire dei brividi preventivi ad ogni fan: introdotto da un breve assolo di Tony Iommi, ecco poi il leggendario tritono di Black Sabbath, forse la traccia simbolo dell’intero movimento heavy metal. Come se la cava qui il nostro amico dalla statura minuta, dato che giocoforza è lui ad essere maggiormente sotto i riflettori? Anche qui vale il discorso fatto a proposito di N.I.B., per giunta accentuato dalla natura ancor più particolare della canzone: Black Sabbath è oggettivamente fatta per le urla disperate di Ozzy e, senza di lui, ci sentiamo un po’ orfani. Ma Ronnie fa indubbiamente del suo meglio per entrare nella parte ed offre una prestazione che, almeno qualitativamente parlando, è ineccepibile, a parte forse le sue grida fra una strofa e l’altra che risultano più graffianti che lamentose. L’esame, dunque, può dirsi superato anche in questo caso. Le due tracce successive sono a loro volta un bel banco di prova per la band e per il suo singer: ecco infatti arrivare altri due classici immortali quali War Pigs e Iron Man, la prima delle quali a mio giudizio stavolta non rende giustizia all’originale, mentre la seconda è sicuramente più riuscita. Dopo questa overdose di canzoni dell’era-Ozzy si torna ad un trittico proveniente dai lavori più recenti, prima con la muscolare The Mob Rules e poi con quelle che considero le due tracce più belle dei Black Sabbath targati Ronnie James Dio: Heaven And Hell è difatti sempre maestosa nel suo incedere ed offre terreno fertile sia al cantante per provare la sua presa sul pubblico, prima con un lungo discorso e poi con una prestazione da brividi, sia ai musicisti, che nella seconda metà si scatenano; a fare la parte del leone troviamo naturalmente il padre dell’heavy metal, mister Tony Iommi, che regala un assolo sensazionale nonostante la sua lunghezza forse eccessiva. La seconda traccia invece è la più delicata The Sign Of The Southern Cross, per la quale nuovamente non bastano le parole ed è davvero il caso di premere semplicemente PLAY ed ascoltare in religioso silenzio, anche per gustarsi il reprise di Heaven And Hell. Sfortunatamente, dopo queste due esecuzioni straordinarie, le immortali e pur valide Paranoid e Children Of The Grave rischiano di non appagare alla perfezione l’ascoltatore, tanto più che sulla prima Ronnie sembra non trovarsi a suo agio, esattamente come accaduto su War Pigs. La chiusura, affidata a Fluff, è dunque una pura e breve formalità. Che dire, ordunque, in conclusione? Sgombriamo subito il campo da ogni possibile dubbio: Live Evil è un grande live album. Si può dire e pensare quel che si vuole su Ronnie James Dio come sostituto di Ozzy Osbourne, si possono fare tutte le obiezioni del mondo sulla produzione un po’ troppo impastata, si può censurare in ogni modo la possibile presenza di sovraincisioni e rimaneggiamenti in studio, ma questo disco era, è e resterà sempre una bellissima prova della potenza dal vivo dei padri dell’heavy metal. I succitati difetti e quel che abbiamo detto in corso di recensione riguardo alcuni brani non riusciti alla perfezione gli impediscono forse di assurgere a vero e proprio capolavoro, ma sulla sua validità nessuno deve partorire dubbi. </description>

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		   <title>Classico::.. Black Sabbath - Live Evil</title>

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		  <title>Classico::.. Kreator - Cause For Conflict</title>
 
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		  <description>Pensi ai Kreator e ti tranquillizzi subito, sai che non resterai deluso ed anche questa volta potrai goderti una scarica di thrash furioso e martellante. Ad un certo punto, tuttavia, ti assale un dubbio: non sarà mica un album degli anni 90, vero? Ed invece sì, caro amico thrasher, preparati a sperimentalismi, innovazioni ed avvicinamenti ad altri generi solitamente a te non proprio graditi. Torniamo seri. Siamo nel 1995, ovvero a metà del decennio più buio per la scena metal mondiale ed in primis di quella thrash: i Metallica arrancano paurosamente e sfornano, oltre al Black Album, il mediocre Load ed il pessimo Reload, gli Slayer incidono addirittura un album di cover hardcore (Undisputed Attitude), gli Anthrax praticamente si eclissano, i Megadeth vivono sull’onda di Rust In Peace, i soli Pantera spopolano, ma ci sarebbe da fare tutto un discorso su quanto la loro proposta groove fosse assimilabile al thrash delle altre band. Ed i Kreator? Ebbene, anche il gruppo di Essen non riuscì a confermare i successi ottantiani, virando, a partire da Renewal (1992), verso delle sperimentazioni che culminarono nel discusso Endorama (1999).  Cause for Conflict si inserisce in questo quartetto di transizione -completato da Outcast- ed è caratterizzato da un sound molto particolare: vengono in parte abbandonate le atmosfere cupe del predecessore, vi sono influenze industrial e groove, viene dato grande risalto alla sezione ritmica (in particolare al basso di Christian Giesler) e mancano quegli assolo al fulmicotone tipici del genere. I testi sono critici come non mai nei confronti della società e delle sue istituzioni antiliberali, forse frutto di un momento storico di certo non facile per una Germania da poco riunificata. L’opener Prevail e Chatolics Despot (spietata nei confronti della Chiesa) non sono certo dei pezzi old-school come quelli che ritroveremo a partire dal 2001 con Violent Revolution, tuttavia costituiscono una buona sintesi tra lo sperimentalismo novantiano ed i canoni che la band aveva seguito nel decennio precedente. Progressive Proletarians è caratterizzata da numerosi cambi di tempo e da una grande prestazione alle pelli di Joe Cangelosi (ex Whiplash), mentre Crisis of Disorder vede delle chiare influenze dei Pantera, specie per quanto riguarda le chitarre. Hate Inside Your Head non è altro che un filler, un brano privo di spunti interessanti, al contrario di Bomb Threat, dove Petrozza ci urla in faccia tutta la sua rabbia verso questa società. Men Without God e Lost riprendono le caratteristiche dei primi due pezzi, risultando magari adatti anche ai thrasher più oltranzisti, anche grazie ad una maggiore velocità di esecuzione: probabilmente i due episodi più vicini alla produzione ottantiana del gruppo. Demonic è un’altra traccia di livello mediocre, Sculpture of Regret è decisamente interessante perché anticipa le peculiarità del successivo Outcast, nel quale i Kreator percorrono una strada definibile come dark e quasi “mistica”. Celestial Deliverance ed Isolation vanno invece a ritroso, riprendendo le atmosfere cupe e gli sperimentalismi di Renewal. In mezzo a queste due, ecco la bonus track State Oppression, il momento più violento e brutale dell’intera release.  Tirando le somme, Cause for Conflict è sicuramente un album difficile da comprendere ed analizzare in maniera limpida, poiché non abbiamo a che fare con i Kreator tout court, ma con la loro versione novantiana, piena di spunti diversi e non sempre così piacevoli. Il risultato finale è comunque un disco gradevole, seppur lontano dai capolavori della band.  </description>

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		   <title>Classico::.. Kreator - Cause For Conflict</title>

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		  <title>Black Propaganda - Black Propaganda</title>
 
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		  <description>Non pochi hanno salutato con grande elogio il debut-album dei nostrani Black Propaganda, torinesi attivi dal 2007 e alle prese con un suono brutale, isterico, completamente disgustato dalla realtà che ci circonda e reso ancor più marcio da una rabbia che sembra pulsare con sempre maggior insistenza negli animi dei quattro musicisti tricolori, riflesso dell’aria che tira nel nostro Paese, tanto bistrattato dall’ipocrisia della gente, dalla corruzione dei potenti, dall’imperare degli stereotipi e dall’incolmabile divario tra ricchi e poveri. Man mano che aumentano i suicidi per disoccupazione, man mano che la gente impazzisce e crea uno scenario da far west, aumenta proporzionalmente la misantropica voglia di fuga di questi ribelli scritturati dalla Nadir Music, che dunque rilasciano l’omonimo esordio dopo diversi anni di gavetta e sacrifici in sala prove. Come vedremo, il disco è una bastonata sulla nuca, ma presenta anche qualche pecca che gli impedisce di ritagliarsi un posto tra le sorprese di stagione. Quello dei quattro piemontesi è un thrash ammorbato di black metal, sfumato nel nero più infernale e saturato del marciume in ogni frammento, a cominciare dalle disturbanti ed agitate linee vocali affidate all’ugola graffiata del singer; riff macabri e possenti, decisi blastbeat e nessun attimo di luce conferiscono al platter un’atmosfera rarefatta e quasi priva di spiccate inflessioni melodiche, riscontrabili sparutamente soltanto in qualche guitar solos: per il resto prevale l’oppressiva, svilente e claustrofobica opera di disarmonizzazione spinta fino alla soglia di umana sopportazione. Di certo, è meglio chiarirlo fin da subito, questo non è un disco destinato a fruitori poco avvezzi a certe efferatezze; la voce non è granché, e mai si produce in refrain memorizzabili, da pugni al cielo o neppure vagamente catchy, bensì si delinea come mero sproloquio, privo di appigli. Molto più soddisfacente ed appagante è l’operato della chitarra, retta da Ian Binetti: essa si avvale di tratti decisamente thrashy, sforna qualche bel riff nevrotico e ben si completa con la picchiante sezione ritmica, quest’ultima assolutamente sugli scudi, scarnificante nella sua veemenza esecutoria.Eppure l’album stenta a decollare veramente, non si distingue per originalità né per incisività compositiva, nonostante sia costruito su composizioni dall’architettura discreta: la tecnica di base non è certo esagerata, ma si adegua allo stile esasperato, feroce e lancinante -ma non del tutto definibile tellurico- intrapreso dall’act italiano, che mai arriva a meritarsi aggettivi tendenti all’esaltazione a causa di una scaletta fin troppo omogenea, priva di grandi picchi emotivi; troppe volte i pezzi rischiano di suonare leggermente ripetitivi e monocorde, ed il tentativo di rendere ancora più ossessivo il disco attraverso qualche pachidermico mid-tempo, a conti fatti, si rivela deleterio. Come si diceva in precedenza, tra i solchi del platter fa capolino persino qualche assolo melodico, ma rimangono momenti isolati e il disco rimarrà impresso come ascolto ostico e dalle tinte forti, sconsigliato agli stomaci meno rodati al nichilismo più feroce. Orpelli zero, virtuosismi ancora meno: la regola è quella di sfondare il muro del suono attraverso un sound solido e glaciale, capace di trasmettere sensazioni di forte decadenza. Qualcuno ha azzardato paragoni con band come The Black Dahlia Murder o Job for a Cowboy, ma al contempo è vero che in Black Propaganda si sente anche il bisogno di esplorare territori meno consoni alle tradizionali esternazioni sonore perpetuate da queste realtà, leggasi una parziale ricerca strutturale che si collega a quanto precedentemente detto in relazione agli assoli di chitarra. Il rancore sociale e il disgusto per il sistema si tocca con mano in brani come Hit the Mass, l’opener che introduce all’ascolto con un apocalittico blastbeat: un tupa-tupa improvviso non concede attimi di riflessione ed immediatamente ci si ritrova nell’occhio del ciclone, a stretto giro di gomito tra thrash, black e death metal; rallentamenti sinistri, un vocalism straziato e continui cambi di tempo rendono subito l’idea di quello che verrà contenuto nelle tracce successive, impressione presto confermata dal rifferrama nervosissimo e dalle vorticose accelerazioni thrashy di Craving (altro pezzo a rotta di collo in cui compaiono i primi sprazzi di assolo più melodico) o dagli improvvisi e rapidi lampi distruttivi di No Prejudice. È proprio in concomitanza di questa composizione, però, che inizia a trasparire la staticità di una formula a tratti noiosa, ancor più indigesta in episodi monolitici e pesantissimi quali Cynic Apnea o Destroy to Survive, privi di ganci da knockout.I Clean My Mind Imploring for Coma è un dissonante incrocio tra ambientazioni sature e violente ed insoliti arazzi più musicali presenti nella sezione solista, mentre About Me si delinea come mazzata thrash senza compromessi: viene guidata alla meta da scroscianti sezioni ritmiche, blastbeat letali e tupa-tupa concitati, e non si fa mancare un guitar solo più modulato. L’esasperazione tocca il suo vertice massimo in pezzi come Livid Taste -attraversata da una sorta di melodica nenia mortale prima del ritorno al canovaccio portante- ma anche nelle linee vocali filtrate e nel breakdown dell’interminabile Black Propaganda/The Prophet of the Gore, undici minuti e mezzo di calci in faccia. Un brano veramente troppo prolisso e pretenzioso, che rischia di arrivare a termine soltanto con immensa fatica. La produzione è esplosiva e molto professionale, sicuramente un punto a favore della truppa piemontese: suoni nitidi mettono in risalto l’esecuzione e i diversi strumenti, dando un tocco di modernità ed efficienza non da poco al computo globale del full length. Non è un vantaggio da poco poter godere di certa qualità nel nostro paese: spesso e volentieri abbiamo dovuto confrontarci con registrazioni al limite del trash (senza l’acca), caserecce e amatoriali, per di più difese con poca obiettività dagli autori; da questo punto di vista, invece, nulla si può dire agli scriteriati thrashers torinesi. I momenti migliori dell’opera coincidono con le corse a perdifiato, quelle sì elettrizzanti e incisive, per quanto non ancora sufficienti per far fare al disco il salto di qualità: nulla di memorabile, dunque, quanto più una robusta dose di annichilente e disagiante disperazione.</description>

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		   <title>Black Propaganda - Black Propaganda</title>

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		  <title>Horrid - The Final Massacre</title>
 
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		  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=7091</link> 	
				   
		  <description>Non è una vita facile quella del recensore. Ti ritrovi talvolta con un disco lucente tra le mani dal cui ascolto potrà venire la tua sfortuna o il tuo successo. E spesso critiche od elogi da parte dei lettori non arrivano per la qualità della proposta musicale, ma per partito preso nel confronto del gruppo di turno, sopratutto chissà perché, se italiano. Nel caso degli Horrid, dopo avere letto i commenti scritti per la recensione dei Tethra (At The Gates Of Doom), ho deciso di trattare esclusivamente di musica, per non prestare il fianco a commenti che possano avere a che fare con i personaggi, le storie ed i “curtigghi” (ovvero le chiacchere da cortile). The Final Massacre è un album composto da tre momenti distinti, cronologicamente parlando i primi 4 brani sono quelli “nuovi”, mentre i successivi 4 sono i pezzi dell’EP del 1999 Blasphemic Creatures, e gli ultimi 2 quelli dell’ EP Awaiting For The Truth del 1996. Delle chicche per gli amanti, insomma. Riproporre brani di EP registrati oltre 10 anni fa insieme a brani inediti e registrati di recente ha un duplice scopo (spero di non sbagliarmi): far capire all’ ascoltatore meno smaliziato da dove arrivano gli Horrid, e dare nello stesso tempo la possibilità di giudicare il loro percorso negli anni, la coerenza e la maurità del proprio sound dagli inizi ad oggi.Concentrerò l’ analisi dell’ album solo sui pezzi ultimi, tralasciando di scrivere dei brani degli EP, che hanno il pregio di sudare ancora oggi di fatica, e di avere quel retrogusto di underground che oggi nei migliaia di debutti delle gazzellanti rockstar estreme di turno non si avverte più. Lombardi ma svedesi sino all’ osso, gli Horrid ci regalano solo 4 brani, ma il livello è elevato agli standards nord europei senza dubbio. Riff potenti e gelidi, sfuriate old style ed una produzione davvero azzeccata rendono The Final Massacre un lavoro nel suo piccolo completo. Ci si ritrova immersi nei cari anni ’90, sopraffatti dalla potenza e dalla espressività degli Horrid, di cui tutto si può dire tranne che non abbiano tra le loro armi la più ferrea coerenza. Non cercano niente di nuovo, non cercano nuovi bacini per vendere, non creano assurdità musicali o parti intricate sino allo svenimento. Gli Horrid fanno ciò che vogliono e che sanno fare benissimo da circa 20 anni: death metal i cui cardini si possono trovare in band quali Dismember, Grave, Carnage e gli Hypocrisy più selvaggi e primitivi. Pesanti, diretti e “sporchi”  (Horrid 666), i nostri faranno la gioia di chi già li conosce bene, ma l’album va consigliato soprattutto a chi non li ha mai ascoltati per farsi una idea di ciò che sono stati e di ciò che sono ancora oggi. Fortunatamente ciò che erano ieri.</description>

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		   <title>Horrid - The Final Massacre</title>

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