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  <title>Recensioni by Metallized.it</title> 
  <link>http://www.metallized.it</link> 
  <description>Webzine Metal</description>
  <language>it-IT</language>
  <copyright>Copyright 2002 - 2001 Metallized.it</copyright> 
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					  <title>Caliban - I Am Nemesis</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6583</link> 					   
					  <description>I Defenders del metalcore.Il metalcore è sempre più una barca alla deriva. Finiti i tempi d’oro nei quali le pubblicazioni di tale genere avvenivano per gemmazione più che per indole creativa, contribuendo allo svilimento delle idee in clonazione industriale, molte di quelle band che ne avevano cavalcato gli umori vedono in caduta la propria popolarità. Una di queste è costituita dai tedeschi Caliban. Ad onor del vero bisogna ammettere che tale gruppo abbia fiutato l’affare prima di tanti altri e, se non altro, sia rimasto coerente con i concetti di fondo. Il problema è che con gli anni i generi che spopolano tendono a scomparire con la stessa velocità con cui si sono diffusi. In altri settori si definisce il fenomeno quale bolla speculativa, e pure in tal caso le responsabilità andrebbero quantomeno ripartite a vari livelli. Anche le etichette hanno le proprie colpe, anzi, probabilmente sono state proprio loro a pretendere troppo latte dalle stesse vacche. Fatto sta che il metalcore è in quella fase melanconica in cui si cerca ancora di raschiare il fondo del barile (avete presente la gente che la sera del primo Gennaio spara i botti rimasti dalla notte precedente? Non è sufficiente fratturarcele il 31 Gennaio? Evidentemente no). Cosa c’è nel nuovo disco, l’ottavo dei Caliban? Quello che c’era nei precedenti, ma suonato meglio.Devo ammettere che ogni volta che ascolto i lavori della band tedesca attiva dal 1997 nutro più di un rimpianto. Il gruppo è difatti dotato tecnicamente, mostra di cavarsela in maniera egregia quando pesta tonalità hardcore. In quei momenti, a mio modo di sentire, i cinque teutonici mostrano il lato migliore. Non a caso le prime due tracce fanno ben sperare per l’impatto trasmesso.Eppure, puntuale come la diarrea dopo un overdose di nutella, ecco arrivare la solita ostinazione nella ricerca melodica fine a se stessa. Memorial ne costituisce l’esempio.No Tomorrow prova a rimescolare le carte, orientando le linee verso quanto prodotto dagli ultimi In Flames e vi riesce anche meglio degli ultimi prodotti di casa Friden.Con Edge Of Black e Davy Jones si ritorna pericolosamente verso il refrain emocore.La seconda parte di I Am Nemesis (un titolo, una minaccia) prosegue con i medesimi sbalzi che hanno caratterizzato la prima. Mosh, breaks, ritornelli melodici e accelerazioni. Ritorna quindi il discorso iniziale, quel ragionamento che mi porta al rimpianto per quel che potrebbero realizzare i Caliban e che puntualmente evitano.Francamente non riesco a capire il motivo per cui un gruppo ormai esperto e rodato, per di più tecnicamente dotato, debba continuare a rimestare nel metal-emo-core trito e ritrito. Aveva un senso anni fa, quando tutto poteva suonare nuovo, attuale e conveniente dal punto di vista commerciale. Da qualche tempo le cose sono cambiate, quel che era affezione verso un genere si sta trasformando sempre più nell’indifferenza generale. E’ vero che I Am Nemesis resta comunque un album prodotto e suonato formalmente bene, migliore dei precedenti, così come è doveroso ricordare ancora quanto i Caliban ci sappiano fare tecnicamente. E’ altrettanto giusto sottolineare come le parentesi più violente siano assolutamente degne di menzione, a dimostrazione del fatto che è sempre opportuno ascoltare piuttosto che dare adito a pregiudizi. Non sarebbe ora, però, di usare le proprie qualità in modo migliore? Non è un caso che una delle tracce più riuscite sia We Are The Many, forte della partecipazione di Marcus Bischoff degli Heaven Shall Burn, un gruppo al quale i Caliban dovrebbero guardare con molta attenzione. Io penso che sia il caso di rifletterci, anche perché le etichette grosse ci mettono poco a scaricarti: il tempo di una moda.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Demo::.. Rock 'n' Roll Terrorists - Disease, Drugs and Terrorism</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6582</link> 					   
					  <description>Dietro al volto benevolo del vechio Osama che troneggia sulla copertina di questo Disease, Drugs &amp; Terrorism, si nasconde un collettivo di musicisti presi in prestito a vari gruppi del torinese, uniti essenzialmente dalla voglia di dar vita ad un casino divertente e disimpegnato, inneggiante a quei valori troppo spesso dimenticati dagli artisti rock moderni quali superalcolici, stupefacenti e l’offendere indiscriminatamente ogni istituzione e potere costituito. Se ormai è difficilissimo dare vita a musica rock originale, non è detto che riassemblando con un carattere proprio stili e tecniche non propri, non si riesca a proporre qualcosa di esaltante e personale. Questo i Rock'n'Roll Terrorist lo sanno bene: la loro musica è estremamente trasversale, e si siede con il suo grasso e irrispettoso fondoschiena su tutta la linea temporale che unisce il rock'n'roll al death metal, passando per hardcore punk e thrash. L’album si apre con Lung Cancer, canzone che sembra un pezzo dei Motorhead più duri, o di un gruppo hardcore del filone più vicino al rock'n'roll, come gli Zeke, il tutto suonato dagli Entombed: le chitarre ronzanti che imperversano per tutto il disco, così come i vocalizzi atoni e marci riportano subito alla mente il gruppo di Stoccolma nel periodo di Wolverine Blues. La seguente Party Animal vede un ulteriore incattivirsi del sound in direzione di influenze thrash metal dalla furia slayeriana, e con essa si stabilisce la direzione stilistica per tutto il resto del disco. La varietà tra i pezzi è discreta, l’ascolto non annoia nè da l’impressione che le canzoni si ripetano, e a tal proposito aiuta il blues putrido di My Doctor, My Lover, My Only Friend e della cover Dope Money, che omaggia GG Allin (artista hardcore in genere più famoso per defecare sul palco durante i suoi concerti che per la sua musica). Ogni pezzo è incisivo (la durata media non supera mai i tre minuti), violento ma allo stesso tempo dotato di un sapore rock'n'roll che lo rende quasi orecchiabile, per quanto una miscela sonora come quella del gruppo torinese possa definirsi tale. Insomma, la mezzoretta scarsa di questo album (o EP, neppure il gruppo ha le idee chiare a proposito), è uno pastone eterogeneo, imprevedibile e in ultima analisi gustosissimo. I Rock'n'Roll Terrorists suonano senza intellettualismi, senza obbiettivi musicali, sono sporchi, ignoranti e sboccati, ed è questo che ci piace. Il terrorismo non dovrebbe essere così divertente!</description>					  
					  </item><item>
					  <title>CJ Sleez - Play It Loud</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6581</link> 					   
					  <description>I CJ Sleez sono un gruppo originario di Toronto, attivo dal 2000. Nella loro terra natia godono di una certa fama, ma, nonostante abbiano realizzato già tre album, risultano praticamente sconosciuti all’estero, anche a causa di una distribuzione dei loro dischi praticamente inesistente. La nuova etichetta discografica italiana Lunatic Asylum Records, fondata da Morgan Lacroix e Terry Horn dei Mandragora Scream, ha deciso di azzardare mettendo sotto contratto la formazione canadese e promuovendo il presente album antologico Play It Loud, contenente dieci tracce rimasterizzate, estrapolate dai precedenti lavori, con il deliberato intento di  rendere più nota questa formazione. Il gruppo è capitanato dall’avvenente singer CJ Sleez, una ex modella, stripper e ballerina, bionda e tatuata che non passa di certo inosservata. Stacy Stray, uno dei due chitarristi, ha militato, invece, in altre band underground canadesi (Robin Black &amp; The Intergalactic Rockstars e Die Mannequin). Il full lenght in disamina pone in evidenza alcune caratteristiche indubbiamente positive, in particolare grandi energia e determinazione e si lascia ascoltare gradevolmente, pur essendo eccessivamente convenzionale. A parte qualche manciata di pezzi più inclini al punk che meritano maggiore attenzione, il tutto ristagna ai limiti della sufficienza. L’impressione netta che ho avuto è che il combo canadese punti troppo sull’immagine marcatamente glamour, piuttosto che sull’effettiva qualità del songwriting. Se poi consideriamo che siamo al cospetto di un greatest hits, le perplessità sono ancora maggiori (non ho ascoltato i loro lavori precedenti, però se tanto mi da tanto….).  La produzione è alla fin fine  più che accettabile, non credo, tuttavia, che questa operazione della Lunatic Asylum Records raccoglierà molti consensi tra i fan del genere. Tralasciando il look irriverente e palesemente erotico della cantante (gustatevi a tal riguardo le foto) e parlando prettamente di musica, possiamo dire che questi trentatre minuti circa di viscerale sleaze metal e punk rock fanno più che altro sorridere e ti lasciano dentro  poco a livello emozioniale.L’opener Back To Nowhere, che è anche il singolo tratto dal platter, ha una ritmica sostenuta ed accattivante, purtroppo il tutto viene vanificato da un refrain troppo debole; Bad New Day pone in maggior risalto l’acida ugola di CJ Sleez nel contensto di un brano più punkeggiante; ottimo il ritmo portante di Skin Deep, ma ancora una volta il ritornello con tanto di chorus rovina il tutto; Hammer Down scorre via piuttosto piatta ed insignificante, mentre Lonestar costituisce l’apice dell’album con il suo incedere tipicamente punk che ricorda i primi The Clash; Between Our Hate è inizialmente più cupa e meno irruenta, poi la ritmica aumenta d’intensità ponendo  in risalto stavolta apprezzabili linee vocali ed una buona sezione ritrmica; valide le parti di chitarra che contraddistinguono l’andamento della graffiante Gutter Dolls; si scade nell’assoluta mancanza di originalità con la manieristica In The City e, per fortuna, nella ruvida Shallow Dive torna a dominare il punk, genere dove il gruppo dimostra di districarsi meglio; chiude l’album la frenetica  grezza Lowest Low in cui risalta maggiormente il lavoro alle pelli di Danni Action.In definitiva, Play It Loud non è un brutto lavoro ma, sinceramente, operazioni come questa non le capisco proprio, tenuto conto che di band similari e migliori in Italia ce ne sono davvero a iosa. Dateci un ascolto per mera curiosità.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Demo::.. Trollband - In The Shadow of a Mountain</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6580</link> 					   
					  <description>In The Shadow of a Mountain è il debut album di questo interessante duo canadese che, nonostante non proponga nulla di nuovo, merita senza dubbio attenzione.  La formazione composta da Mark Courtemanche e Sam Levitt viene dalle città di Edmonton e Vancouver e si forma nel 2007 con l’intenzione di emulare uno stile musicale già portato avanti da molti anni nell’Europa nel nord ed esploso nel nuovo continente solamente in tempi recenti.La prima release della band è un demo di ben trentadue minuti rilasciato nel 2008 e intitolato semplicemente Trollband che contiene anche qualche brano in comune con il lavoro in questione che arriva ad aprile 2011 e viene rilasciato senza il supporto di un’etichetta discografica; i Trollband sono infatti un combo che si è  fatto da solo e con molti sforzi è riuscito a ottenere una buonissima approvazione per una band indipendente.Le influenze di questo lavoro sono molteplici: quelle che tornano più spesso appartengono sicuramente agli Ensiferum, che oltre ad essere ispirazione del buonissimo utilizzo delle partiture epiche di tastiera influenzano il gruppo anche nei tempi di batteria (qui campionata) e nelle armonizzazioni  di chitarra, il tutto affiancato anche da intenzioni black metal e qualche spunto preso in prestito dai Finntroll di Trollhammaren.  Non fatevi quindi ingannare dalla location: come già detto all’inizio della recensione il duo prende le sue sonorità dalle migliori folk metal bands nord europee senza passare minimamente per i tipici suoni rustici e malinconici del folk americano.Il disco si apre con una chitarra acustica affiancata da un’ottima orchestrazione sinfonica - che sarà il cardine dell’album - per poi esplodere in un folk metal epico dai tempi veloci che fanno emergere sin da subito le influenze degli della band di Helsinki che sono l’essenza di questa prima traccia intitolata Fire and Ash. La componente ensiferumiana viene tuttavia messa momentaneamente da parte nel brano successivo che porta il nome del serpente mostruoso della mitologia norrena (Nidhoggr) per lasciare spazio ad un black metal che trae ispirazione dalla vecchia scuola passando anche per la sinfonia degli Emperor e l’avanguardia degli Enslaved. Heathen Blood si fa notare per l’ottimo uso del suono dei flauti e le armonizzazioni di chitarra sono la conferma della particolare cura agli arrangiamenti della band. La title track è uno dei momenti più interessanti dell’album dove le chitarre distorte lasciano spazio a percussioni e organo protagonisti insieme a una sorprendente voce clean per un brano atmosferico molto interessante. Altra componente da segnalare è senz’altro il largo utilizzo di tempi folk presenti nelle tracce successive, in particolare Warherilide, Regicide e The Return, portati avanti da arpe, flauti e pianoforte che creano un tappeto sonoro davvero ben curato, dando quindi alle composizioni un tocco evocativo particolarmente convincente. L’ultimo atto del disco è una ghost track inserita alla fine di un brano di silenzio, proponendo all’ascoltatore un’allegra canzoncina folk accompagnata dal banjo, perfetta per portare un album come questo alla sua conclusione.The Shadow of a Mountain si rivela un prodotto piacevole,  interessante anche per chi non è un appassionato del genere, ma ha voglia di lasciarsi trasportare attraverso fredde foreste e scorci naturali.Consigliato quindi a buona parte della comunità metal, dagli appassionati di death e black melodico ai folkster più incalliti, che in questo disco si divertiranno non poco a cercare di pescare le influenze dei nomi più significativi della loro scena musicale preferita.Che dire allora, se avete intenzione di intraprendere questo viaggio armatevi di bussola e lasciatevi trasportare dal vento gelido per ammirare gli splendidi paesaggi della foresta!</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Everlast - Songs of the Ungrateful Living</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6579</link> 					   
					  <description>Ok, lo ammetto: prima di occuparmi di questa recensione non conoscevo minimamente la carriera di Everlast, personaggio che invece può vantarne una di alto livello. Come mai? Semplice, la carriera di questo soggetto -altrimenti conosciuto come Mr. Whitey Ford e con il suo vero nome, ossia Erik Schrody- si è svolta in ambito rap. In questo settore il nostro sembra essere molto conosciuto, avendo fatto parte del collettivo La Coka Nostra ed essendo stato il cantante degli House of Pain, gruppo hip hop molto quotato, a quanto sembra. Come se ciò non bastasse egli risulta anche autore di una hit mondiale di Carlos Santana intitolata Put Your Lights On, ed ha collaborato con gente del calibro di Madonna, Run DMC e svariati altri nomi altisonanti, almeno in un certo mondo. Fatta questa premessa, i nostri lettori mi scuseranno se nulla sapevo di cotanto personaggio (senza ironia alcuna), visto che lo scrivente è un vecchio rinc... un diversamente giovane, aduso ad ascoltare musica di ben altra atmosfera; tuttavia concedere una possibilità a qualcosa di diverso non ha mai ucciso nessuno, ed allora sentiamo cosa ha da proporci il Sig. Everlast.Cominciamo con lo stabilire che il rap è solo una delle componenti di Songs Of The Ungrateful Living, disco composto da un mix di suoni rock-blues, country, folk, cantautorali, ed ovviamente ritmiche rap assolutamente non accentuate, almeno nella prima parte dell'album, con voce cavernosa da cantautore maledetto. Preso atto della distribuzione europea della SPV, che spiega come mai il disco sia stato posto all'attenzione anche del nostro mondo, l'analisi di quanto contenuto all'interno di Songs Of The Ungrateful Living ci pone di fronte ad un album che, ovviamente, è da approcciare sgombrando, per quanto possibile, la mente dal tipico modo di ascoltare un album metal, perchè qui di suoni duri non c'è nemmeno l'ombra. Tutto rimane sempre avvolto da un'atmosfera ovattata, a volte a suo modo dura ed oscura, assoltamente americana fino al midollo, altre volte più tipicamente rap, anche se talvolta sottotraccia, quasi come sottoprodotto, come scoria della linea musicale principale, fatta degli elementi sopra enunciati, per la maggior parte delle volte proposti in acustico. Il tutto è teso anche a supportare dei testi i quali, per quello che ho potuto seguirli, tentano la via dell'impegno, non sempre riuscendoci, ma anzi, lasciando spazio più di una volta ad alcuni stereotipi più tipici del country impegnato che del rap.La prima parte del lavoro scorre via senza sussulti, ma riuscendo a tratti ad essere anche interessante, con quel suo modo minimalista, rarefatto, di arrangiare i pezzi e di esaltare la voce di Everlast, con pezzi piuttosto riusciti come Long At All e Little Miss America. Quando però i tappeti ritmici si lasciano andare ai canoni più consueti e la voce del protagonista diventa più tipicamente rappeggiante, sarà la mia idiosincrasia per certa pseudo-musica, sarà la mia impreparazione in materia, ma si sconfina nella noia, ed anche se nella parte finale si tende a tornare sulla linea musicale più efficace, la lunghezza eccessiva di Songs Of The Ungrateful Living ne annulla parzialmente le qualità. Diciotto pezzi sono troppi, a mio parere, per questo tipo di proposta, mentre un paio di canzoni in meno avrebbero forse tenuto più alta la soglia dell'attenzione, anche se non escludo che la mia poca abitudine a questi suoni abbia dato il suo contributo in negativo.Songs Of The Ungrateful Living non è un brutto disco nel suo settore, ma certamente potrà interessare una fascia risicatissima di lettori di questo sito e, a prescindere da questo, non è esente da pecche che ritengo oggettive, che ne abbassano la valutazione finale. Potrebbe essere un modo per farsi una cultura rispetto a modi lontanissimi dal nostro di vedere la musica e, forse, la vita, ma se mi chiedeste se vale la pena acquistarlo.... bè, non arriverei a tanto, ma questo è solo il parere del rinc... del diversamente giovane.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Bush - The Sea Of Memories</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6578</link> 					   
					  <description>Quando i Bush compaiono sulla scena è il 1994 e i Nirvana di Kurt Cobain sono appena diventati leggenda.Il Grunge, il movimento musicale nato pochi anni prima dai sobborghi di Seattle, ha da qualche tempo oltrepassato i confini nazionali ed è diventato un fenomeno di costume vero e proprio. L’eco dei suoi suoni distorti, varcando l’oceano, ha infine raggiunto la vecchia Inghilterra, dove i Bush di Gavin Rossdale -appena usciti dall’underground- sono diventati un’interessante ed apprezzata realtà.Al primo album della band, il convincente Sixteen Stone del 1994, fa seguito Razorblade Suitcase -pubblicato nel 1996 e curato dallo stesso Steve Albini, già produttore di In Utero. E’ l’album della definitiva consacrazione.  Seguono poi un paio di dischi discreti, dopo i quali tuttavia, la band si perde per strada. Il carrozzone dei Bush si trascina stancamente fino al tanto vituperato Golden State del 2001 ed al successivo tour.Sembra l’epilogo definitivo, poi, nel corso del 2010, complice l’attuale revival degli anni 90, Rossdale decide di rimettere insieme la band. Coadiuvato dall’altro membro originale dei Bush, il batterista Robin Goodridge, ingaggia, per sopperire alle defezioni di Nigel Pulsforde e Dave Parsons, Chris Traynor e Corey Britz, rispettivamente alla chitarra e al basso. Un anno di lavoro sui nuovi pezzi, poi The Sea of Memories vede la luce.La curiosità è tanta quando, per la prima volta, mi accingo all’ascolto dell’ultima fatica discografica della band britannica. Il disco parte subito con una coppia di canzoni di sicuro impatto come The Mirror Of The Signs ed il singolo The Sound Of Winter (massicciamente trasmesso dalle radio durante l’estate), che ci mostrano la band in un buono stato di forma. L’adrenalina sale. Se il fatto che il song-writing di Gavin Rossdale si confermi ad alti livelli non costituisce di per se una novità assoluta, ora finalmente le sonorità della band ci appaiono come rinvigorite e ricalibrate con efficacia. Sempre rispetto all’ultimo periodo dei Bushin particolare, i vari fraseggi e abbellimenti chitarristici di cui il nuovo acquisto Chris Traynor si rivela capace, costituiscono una piacevolissima sorpresa, in grado di rendere interessante e all’occorrenza energico ogni passaggio chiave. Si arriva poi ad All My Life, un blues moderno caratterizzato da un ritornello accattivante. In questo caso è piacevole notare come la voce di Gavin, nonostante giochi sempre su un’estensione di un’ottava scarsa, si rivela comunque sempre molto espressiva e ricca di pathos.All Night Doctors è invece la prima ballad del disco. Ascoltando il suo giro armonico, non posso fare a meno di pensare alla linea melodica di Glycerin, di cui costituisce, a mio parere, un rifacimento in chiave moderna, con tanto di arrangiamento di piano. Qui la mano del produttore Bob Rock, sempre capace di tirare fuori il potenziale pop di ogni pezzo, ci appare quanto mai evidente.Approdiamo poi a tutta una serie di pezzi molto orecchiabili ma forse poco ispirati come Red Light o She’s a Stallion, che mi appaiono un po’ troppo preconfezionati, forzati e in un certo senso annacquati. Che l’intento fosse quello di godere del maggior numero di passaggi radio possibile, mi appare, in questo caso, fin troppo evidente. Archiviata questa parentesi negativa si arriva poi a Stand Up, un pezzo che riporta il disco alla giusta dimensione, caratterizzato ancora una volta da un bel fraseggio di chitarra.  In conclusione, nonostante si sia portati a pensare alle reunion quasi esclusivamente in termini negativi, mi sento di dire che The Sea Of Memories, fatta eccezione per alcuni episodi più deboli e, per così dire, furbi, risulta in prevalenza un disco piacevole ed interessante. Siamo di fronte ad una buona premessa di quanto i nuovi Bush potranno realizzare in un futuro molto prossimo, continuando a lavorare sulle proprie idee e sul proprio talento.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Recensione_passata::.. OZ - Fire In The Brain</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6577</link> 					   
					  <description>Negli anni ottanta la NWOBHM rappresentò un fenomeno imprescindibile per lo sviluppo dell’heavy metal che investì non soltanto la natia Gran Bretagna, ma anche gran parte del mondo. Persino un paese come la fredda Finlandia seppe sfornare un gruppo del calibro degli OZ, formatosi nel 1977 e molto apprezzato per aver realizzato nel 1983 l’eccellente full lenght Fire In The Brain. Riscoprire oggi questo piccolo capolavoro, non troppo conosciuto specie dai metallari di ultima generazione, è quanto meno doveroso nei confronti di una band che, purtroppo, non seppe più confermarsi ad un tale livello, per poi sciogliersi mestamente nel 1991 tra l’indifferenza generale. Stendiamo un velo pietoso sul loro recente ritorno sulle scene con il deludente semiantologico Burning Leather: non è questa la sede adatta, ma le sempre più frequenti reunion si stanno sovente dimostrando un completo fallimento.Fire In The Brain segue cronologicamente l’anonimo debut album Heavy Metal Heroes dell’anno precedente e contiene brani dal piglio decisamente più aggressivo e di valida fattura compositiva, che si ispirano chiaramente allo stile di mostri sacri quali Saxon, Iron Maiden e Raven. Il punto di forza degli OZ è costituito dall’ottima qualità degli assolo di chitarra prodotti dal duo Foxx/Wolff, che indubbiamente elevano la resa finale delle singole canzoni; Ape De Martini, dotato di un ugola graffiante e la buona sezione ritmica, composta da Mark Ruffneck alle pelli e Jukka Homi al basso e cori, completano la formazione originaria di Nakkila. Il sound, come l’orrorifica  e banale cover fa già intuire, contiene atmosfere oscure che richiamano un po ’i Mercyful Fate e che esplodono dirompenti nella cadenzata e melodica Black Candles. Il full lenght, dopo una breve tenebrosa parentesi introduttiva, si apre con la dirompente ritmica di Search Lights, un pezzo di puro heavy metal, nel quale si apprezza subito un bell’assolo alle sei corde; segue il martellante mid tempo di Fortune, dotato di un accattivante refrain e di parti di chitarra coinvolgenti; Megalomaniac è aperta da un assolo che sembra scaturire dall’estro di Edward Van Halen, poi la song prosegue convincendo però meno rispetto ai brani precedenti; la maideniana Gambler costituisce uno dei momenti migliori dell’album, grazie ad un tema portante davvero entusiasmante; Stop Believin' è contraddistinta da un riffing deciso che ti porta inevitabilmente ad un headbanging sfrenato; in chiusura, ecco la meno interessante Free Me, Leave Me e la trascinante title track contraddistinta ancora da un grande assolo, degno epitaffio per questa perla di metallo scandinavo.Ascoltare a distanza di tanti anni il platter che costituisce l’apice della carriera degli OZ significa fare un bel tuffo nel glorioso passato dell’heavy metal, in un momento storico in cui il movimento si stava esprimendo alla grande: recuperare dall’oblio album validi come questo, eclissati all’epoca da capolavori intramontabili, è quanto meno d’uopo, specie in questo momento di forte stasi creativa nel settore. Procuratevelo ragazzi! Non ve ne pentirete!</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Recensione_passata::.. Violator - Chemical Assault</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6576</link> 					   
					  <description>Il primo impatto con i brasiliani Violator, di qualsiasi loro disco si tratti, è sempre lo stesso: adrenalina fomentata con delirio e senza alcun fronzolo, nel riffing serrato e mitragliato, nelle ritmiche martellanti ed ultraveloci, nell’esplosiva sbornia di energia scatenata e freneticamente ossequiosa nei confronti del thrash metal old school, quello più eccitante, tipico e tagliente che ci si possa immaginare. Le pretese di Chemical Assault, disco d'esordio rilasciato nel 2006 soto l'egidia della Kill Again Records, non sono eccessive, ma killer-tracks come Atomic Nightmare, Destined to Die, o Toxic Death non possono che essere prese per ciò che sono: inni al pogo ed incentivi all’headbanging, infervorate da assoli fulminei, generalmente assai brevi e lancinanti, e a sparuti stop’n’go.A porre ulteriormente l’accento sull’elevato tasso di concitazione che pervade il debut dei tre di Brasilia, attivi fin dal 2002, ci pensano gli immancabili cori da pugni al cielo, esasperati quanto basta; certo, il full length è gradevole e creato ad hoc per creare scompiglio tra i thrashers medi, magari quelli più giovani ed inesperti, che si bagnano per le prime volte: infatti, la ricetta del combo sudamericano pecca assai in varietà ed originalità, dopo la prima manciata di canzoni inizia ad apparire ripetitivo ed emanare quel flavour di “già sentito” che lo limita in fase di giudizio. Chi ama le sonorità fast’n’furious, i riff secchi e a rincorsa, troverà qui di che placare i propri istinti, ma va detto che non è la qualità tecnica la dote migliore di questi ragazzi: le canzoni tendono tremendamente a somigliarsi tutte, senza che qualche riff incisivo aiuti a conferir loro un minimo di personalità, mentre le linee vocali -per quanto follemente thrashy- sono troppo statiche nel canovaccio, nell’inflessione, nell’approccio. Il drumworking infaticabile tiene viva la proposta (e la tensione), e nel complesso l’album è inquadrabile come poco impegnativo nell’ascolto, un prodotto come tanti nella (buona) media ma non certo destinato a lasciar tracce particolarmente profonde. E' quasi impossibile citare una traccia che si distingua, per merito o demerito, nella fin troppo omogenea tracklist: la totalità dei  trentasette minuti di musica viene sparata a velocità considerevole, senza alcun attimo di pausa o differenziazione di sorta, ma al tempo stesso senza lasciarci in eredità nessun brano vagamente memorabile, sintomo di mancanza di incisività più che di efficienza complessiva. Il trio brasiliano decide di prendere una direzione, quella del picchiare forte senza concedere pietà, e la percorre a testa bassa, incaponendosi sul drumkit e maltrattando le sei corde con foga e, questo bisogna dirlo, perizia.Raramente si cerca di percorrere strade alternative, magari attraverso un guitar solo appena più consistente (Brainwash Possession) o esibendo nel riffery fibrillante le influenze più marcate (Ordered to Thrash, una strumentale con diversi buoni spunti e l’adrenalina costantemente a mille, sembra a tutti gli effetti una citazione agli Whiplash); i ritmi trascinanti di pezzi come The Plague Returns concludono l’album con la stessa veemenza con cui esso si era aperto e sviluppato, niente di più e niente di meno: ma per tanti, questo sarà solo un elemento a favore dei Violator.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Demo::.. Avelion - Cold Embrace</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6575</link> 					   
					  <description>La storia degli Avelion ha inizio in quel di Parma nel 2008, per volere dei due chitarristi Luigi Mauro e Pietro Ghirardi, a cui si aggiunge quasi subito il batterista Alessio Massimo. Dopo i primi tentativi di trovare una line-up definitiva, nel 2011 entra a far parte della band il cantante William Verderi che, insieme ad Angelo Manotti al basso ed Oreste Giacomini alle tastiere, va a costituire il fulcro principale della formazione parmense. L’idea di partenza è quella di creare canzoni in puro stile power metal, cosa che ancora oggi appare come il punto di vista centrale delle loro composizioni. Ritmiche serrate, numerosi virtuosismi tastieristici e graffianti riff di chitarra, sui quali s’inserisce la voce pulita del singer, sono le caratteristiche principali dell’esordio discografico targato Avelion. Cold Embrace, l’EP autoprodotto che ci viene qui proposto, si evolve nel suo insieme in quattro brani dalla durata totale di appena diciannove minuti, mostrandoci una band compatta e precisa, melodica sì, ma senza esagerazioni di sorta. L’autoproduzione si rivela quasi un’arma in più per questi ragazzi, vista l’efficacia sonora del disco, che si presenta livellato al punto giusto e curato in ogni minimo dettaglio. Forse anche troppo, visto che se da una parte il risultato è a dir poco ottimale, al limite della perfezione, dall’altra c’è da chiedersi quanto lavoro ci sia stato dietro per rendere al meglio ogni elemento dell’album, ogni suo singolo istante. Oggigiorno, è quasi impossibile riuscire a capire se il valore di una band sia davvero quello che si percepisce semplicemente ascoltando un disco dalle nostre cuffie o dalle casse del computer, oppure se la cura minuziosa che c’è dietro ogni produzione abbia a suo modo “compromesso” la realtà dei fatti. Ma lasciamo da parte questi problemi e andiamo a scrutare più a fondo ciò che i sei musicisti nostrani hanno da dirci nel concreto.  La partenza è delle migliori: Cold Embrace, la traccia che dà il titolo al breve EP, si apre su toni evocativi, spinta dalle rullate ascendenti di Alessio Massimo e dalla melodia virtuosa delle tastiere, su cui fanno poi il loro ingresso la voce e le chitarre. Il tutto si evolve in un vortice melodico sempre più prettamente power metal, con assoli e doverosi momenti di pausa e rallentamenti. Occorre fare un appunto a riguardo dela voce, dato che sembra quasi (e non solo in quest’occasione, ma anche nelle successive tracce) che il cantante, per così dire, “si sforzi di non osare”: ovvero, che arrivi ad un certo livello con le proprie tonalità, ma poi lì si mantenga, senza provare ad addentrarsi oltre. Questo comporta una piattezza abbastanza significativa della linea vocale e delle soluzioni adottate nel corso di tutte e quattro le canzoni. Limiti a parte, la successiva Immortals’ Light si mantiene sul livello dell’opener, a cui aggiunge alcuni tratti epici e più accattivanti. Come sempre, maestoso si rivela il lavoro della batteria e delle tastiere, che si pongono costantemente al di sopra degli altri strumenti, risultando in assoluto i più efficaci tra tutti. Bright Angel è l’immancabile ballad, in cui spicca più che altro il cantato dolce di William Verderi, che dimostra una buona dose di capacità interpretativa. Leggermente fuori contesto la sfuriata di doppia cassa poco dopo la metà del brano, ma la canzone risulta tutto sommato molto piacevole anche ad un ascolto distratto. A chiudere il disco troviamo Follow Me, il brano meno incisivo dei quattro qui presenti. In questo caso la colpa maggiore è proprio della voce, che sarebbe stata nettamente più interessante se portata su toni più alti ed acuti, invece che mantenersi sulla stessa identica linearità delle precedenti canzoni.  Per essere un EP d’esordio questo Cold Embrace sa certamente farsi rispettare; mette in mostra alcuni segnali importanti ed allo stesso tempo anche segnali d’allarme. Se si vuole diventare una band completa è assolutamente necessario rendersi conto dei propri limiti (in questo caso la voce) e arrivare ad una soluzione che possa soddisfare tutti. Se c’è da lavorare di più su un singolo elemento, allora è su questo che si deve focalizzare la propria attenzione nei mesi a venire. Il successo è alla loro portata, bisogna solo sperare che sappiano approfittarne.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Cadaveria - Horror Metal</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6574</link> 					   
					  <description>Nella vita quotidiana spesso accade che in famiglia è la donna a portare i pantaloni. E noi uomini lì a prendere ordini, come delle vere e proprie “femminucce”…Se volessi utilizzare questo luogo comune per introdurre i Cadaveria di oggi, questa volta dovrei almeno parzialmente ritrattare dato che, mai come in Horror Metal, i contributi di tutti (i “maschietti”) sono funzionali alla buona riuscita del prodotto. Detto ciò, la dark lady piemontese - che presta il proprio soprannome al progetto - rimane sempre l’indiscussa punta di diamante del combo nostrano, per immagine, caratterizzazione e carisma.Ma parliamo di musica.I contributi di questa quarta release, una vera e propria dichiarazione di intenti uscita per Bakerteam Records, sono come di consueto molto vari e variegati. Si passa agevolmente da un gothic metal atmosferico ed orrorifico ad un death metal aggressivo e veloce. Inutile poi negare le molte derive thrash (soprattutto nel riffing), così come nascondere le reminiscenze melodic black provenienti dalle precedenti esperienze della coppia Cadaveria e Flegias (Marcelo Santos). Detto questo, ciò che più mi ha stupito in questa pubblicazione non è tanto il camaleontismo della band, già chiaro fin dagli esordi e conclamatosi apertamente nel precedente In Your Blood, bensì la cura inserita nel songwriting e soprattutto la capacità di costruire arrangiamenti che, sempre molto voluminosi, riducono la pur eloquente distanza tra i vari pezzi singoli. Inoltre va detto che il disco è mediamente molto violento ed intenso: lascino pertanto perdere quelli che vorrebbero trasposta nei Cadaveria la femminilità della loro prima rappresentante (che comunque, sia ben inteso, ha sempre voluto dare un’immagine di sé molto robusta e risoluta).Per meglio capirci dovremmo lanciarci cinicamente sulla disamina della tracklist, sequenza interessante e molto esplicativa delle reali intenzioni della band, tuttavia, prima di farlo, vorrei lasciare qualche considerazione generica sul sound espresso in Horror Metal.In primis l’aspetto vocale: Cadaveria alterna molti registri, anche trattati con un’effettistica interessante; sicuramente il mid-growling è divenuto più “imponente” a livello timbrico, anche se meno squillante e graffiante di un tempo (forse anche a causa di una produzione completamente differente rispetto al passato). L’effetto che provoca il cantato distorto, utilizzatissimo e rafforzato nella sua funzione concettuale, è da considerarsi più “death” che “black”, aspetto che accompagna perfettamente la variazione iconografica che vede la band passare da un’immagine oscura e decadente ad una decisamente più “horror” (basti passare in disamina la copertina e le artwork promozionali). Come sempre accade, sin dai tempi degli Opera IX, Cadaveria “duetta” con se stessa mescolando i cantati e sostenendoli l’un l’altro con l’espediente della sovraincisione: di fatto la conduzione delle linee è quella di un gruppo con due cantati differenti, uno dedicato alle parti aggressive, l’altro a quelle melodiche. Il valore aggiunto è quello di sapere la sola Cadaveria capace di tutto ciò (ma rimango molto curioso di sentire i ri-arrangiamenti per gli spettacoli live). Per quanto mi concerne una prova davvero molto buona!Ottime le sei corde, sia quando remano pesanti con i power chords, sia quando colpiscono di fioretto con assoli indiscutibilmente “metallici” e, a volte, isterici (Whispers Of Sin). L’opportunità di suonare finalmente con due asce è comunque la vera chiave dell’opera e delle sue composizioni, senza per questo svilire il lavoro della sezione ritmica, costantemente impegnata a condire le variazioni imposte dal trio melodico (e dentro ci metto anche la performance di Cadaveria, come dicevo multiforme e spesso plurivocale). Lo sdoppiamento piuttosto evidente delle linee chitarristiche (raggiunto proprio grazie a contributi creativi di artisti differenti) permette giochi che altrimenti riuscirebbero meno efficaci e probabilmente scontati. Un esempio ne sono la parte centrale di The Oracle (Of The Fog), vera e propria cattedrale nel deserto che si eleva a perla grigia nella tracklist di Horror Metal, ma anche il gancio e il chorus di Death Vision e il sabba satanico di Apocalypse. A fare da contraltare stilistico a questa scelta, con la finalità implicita di non compattare esageratamente i suoni, le keys vengono relegate ad un ruolo prettamente, ma non esclusivamente, armonico (per godere di partiture articolate di tastiera ci si posizioni per esempio su The Night's Theatre e Assassin), espediente che lascia un po’ sfumare l’appiglio sinfonico che i Cadaveria hanno sempre orgogliosamente mantenuto tra le righe. Massiccia, ma capace di mutazioni camaleontiche, la coppia Flegias (riconoscibilissimo il suo stile)/Killer Bob: il drumming gode di volumi che mettono in facile risalto l’operato, anche nei tempos più rapidi, mentre il basso rimane un po’ troppo dietro agli altri strumenti. Entrambi sanno comunque sostenere con abilità i passaggi meno estremi, dove è necessario (e presente) un discreto groove.Ma lanciamoci sulla tracklist.Flowers In Fire è un crescendo molto lento che scaglia, poco per volta, l’ascoltatore nel mondo Cadaveria: mid-tempos ritualistici, alternati a stacchi darkeggianti, caratterizzano l’intera song, un po’ nella medesima vena degli album precedenti. In un certo senso il pezzo va interpretato come “contentino” per i fan più tradizionalisti!Completamente diversa The Night's Theatre, che si fonda integralmente su di un gain piuttosto corposo: l’appeal melodic-death dei primi secondi disegna un quadro secco e cattivo, immediatamente squarciato dal rallentamento su cui si incuneano il pianoforte ed il cantato pulito. Strofe violente e ritornello melodico: è questo il punto forza del brano che ancora separa poco il guitarism, che si mantiene invece compatto e spedito all’unisono. Il drumming di Flegias rulla preciso, soprattutto quando la solista si stacca in single note per l’assolo della parte finale. Tutto gira a dovere.Death Vision è più corale e varia. I contributi delle chitarre cominciano ad evolversi, mentre sale alto il risuono delle keys, preponderanti durante i rallentamenti. La traccia è molto oscura e vince soprattutto nelle decelerazioni: le parti spedite sono un po’ stantie e già sentite, anche se il condimento della voce di Cadaveria migliora il risultato finale. È un brano che non ho apprezzato particolarmente e che metterei nella fila dei meno riusciti.L’avvio sparato di Whispers Of Sin sembrerebbe uno specchietto per le allodole per i fan più “cattivi”, ma così non è. Per tutti i suoi tre minuti e mezzo pare di sentire un gruppo raw thrash con vocalism tirato: tutto suona molto slayerano! Lo sviluppo, a dire il vero, è un po’ piatto, anche se con la parte centrale i Cadaveria cercano di riportare il pezzo sui canali conosciuti. L’assolo finale, quasi cacofonico, non concede compromessi: Whispers Of Sin è l’esempio che anche i Cadaveria sanno picchiare duro, durissimo. Personalmente li preferisco più riflessivi, ma ai thrasher convinti piacerà, garantito!Meravigliosa la malefica Assassin, perfetto esempio di costruzione estrema che per intensità sfiora il death metal dei bei tempi novantiani. Atmosferica la partenza, ma ferale la sferzata centrale - in rallentamento - che ricorda storici esempi olandesi di old-style (Asphyx?). Il finale, accompagnato dal pianoforte, offre uno spunto melodico inaspettato che delinea la completezza del sound degli odierni Cadaveria.The Days Of The After And Behind prosegue il filotto di canzoni ben riuscite iniziato proprio con la precedente Assassin: l’andamento è quello di un mid-tempo piuttosto thrasheggiante che, con il supporto della doppia cassa di Flegias, rimane costantemente soffocante. Cadaveria si stacca dal growl solo quando anche le chitarre prescindono dai power-chords, alleggerendo così la parte mediana. Non è certo pari alle sorelle limitrofe, ma comunque risulta un brano piacevole e facilmente memorizzabile che contribuisce alla godibilità della tracklist (soprattutto nella parte di chiusura, vagamente gothic ed arricchita a livello armonico da keys piuttosto evocative).Se è vero che Apocalypse parte un po’ stancamente con un riffing molto vicino al death melodico degli Arch Enemy, è altresì vero che il meglio del brano fuoriesce quando, dalle viscere degli ultimi minuti, gorgoglia l’anima stoner dei primi Black Sabbath. La voce effettata di Cadaveria danza sulle ritmiche luciferine delle chitarre di Frank Booth e Dick Laurent che chiudono con un crescendo ritmico scandito dall’apocalittico blast-beat di Flegias. Bellissima davvero.Di The Oracle (Of The Fog) ho già accennato in precedenza: si comincia con partiture accostabili al black sinfonico per giungere ad un contributo medioevaleggiante che spezza un up-tempo ferocissimo e riporta il brano sui canali stilistici iniziali. Con Apocalypse e Assassin rappresenta il picco di Horror Metal.This Is Not The Silence ha degli echi nu-metal nel duetto con il pulito, ma nel complesso vive ancora di pane e thrash. Il brano però è molto easy-listening, soprattutto nel ritornello, e forse sconta ai primi ascolti una commercialità un po’ esagerata che lo distanzia dagli altri titoli inclusi nella scaletta. Conclude la brevissima Hypnotic Psychosis che imprime tra le note delle sue strofe una chiara reminiscenza darkwave, abbondantemente superata nei ganci e nel ritornello in cui la band esplode il proprio gothic metal tagliente e tecnico (tutto il finale è sostenuto da un solismo in tapping molto particolare). La struttura ed il timbro vocale pulito mi ricordano il rifacimento di Bela Lugosi’s Dead degli Opera IX, a dire il vero un po’ discutibile. La traccia, a differenza dell’infelice esperimento dell’epoca, suona invece piuttosto piacevole e gratificante, chiudendo con sufficiente freschezza un disco che non può certo essere considerato statico e stantio.Per finire due domande:1) Miglior disco dei Cadaveria? A mio avviso sì (anche se c’è da giocarsela ad armi pari con Far Away From Conformity). Rimanendo sulla carriera artistica di Cadaveria va ammesso che non siamo ai livelli del passato remoto di The Black Opera (Opera IX), dato che qualche filler lo si percepisce. Ma di godimento ce n’è tanto e ciò non può passare inosservato!2) Da comprare? Senza dubbio, soprattutto se amate spaziare su molti sottogeneri metal, senza voler cadere nel “miele” degli esperimenti più commerciali.Insomma, pantaloni o non pantaloni, provate ora a dire che i Cadaveria sono delle “femminucce”…</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Infamous - Of Solitude and Silence</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6573</link> 					   
					  <description>Bisogna spulciare il web e carpire informazioni da esso per scoprire che gli Infamous provengono dalla Sardegna e non da un'ipotetica regione al centro della Germania o, meglio ancora, dall'Oregon. Un duo che arriva di sorpresa e sorprende l'ascoltatore, un duo (o forse sarebbe meglio dire una sorta di one-man-band visto che Alessandro ricopre &quot;solo&quot; il ruolo di tastierista, mentre tutto il resto è scritto e suonato da S.A.) che si discosta dal resto della scena sarda per proporre qualcosa di diverso e più di contemporaneo alla scena black metal mondiale.Of solitude and Silence si caratterizza per i suoi suoni caldi, avvolgenti, corposi e nebulosi che rendono bene l'idea di uno spaesamento e di un crollare sotto l'affanno della serialità di una spoglia vegetazione; la terribilità della natura nel suo duplice significato: rispettabile ma sconvolgente se presa in contropiede.Continui cambi di stati d'animo ravvivano questo prodotto, che si lascia ascoltare che è una meraviglia. Le chitarre compongono riff alquanto ispirati e i blast-beat serrati e monolitici ci riconducono, con l'ascolto, dall'altra parte dell'oceano, verso i Wolves in the Throne Room, verso i Panopticon, passando -perché no- dall' Irlanda degli Altar of Plagues. Il tutto è magnificamente amalgamato dai synth, i quali proiettano questo progetto verso la rispettabile direzione dei Lunar Aurora.Dalla palese aggressività che emerge dai brani trasudano continuamente interessanti melodie. Grey Euphoria - nonostante alcune piccole e trascurabilissime pecche nelle splettrate- trae corpo da un guitar-working accattivante e quando i tempi si calmano arriva il pianoforte a stimolare ulteriormente l'attenzione dell'ascoltatore.Piccole variazioni che fanno la differenza: parti sinfoniche decisamente emperoriane bilanciano un songwriting decisamente più teutonico. Human Scum e Rex Verminorum richiamano un certo black metal made in Germany di una decade fa, quel modo melodico e unico di suonare che avevano i Bilskirnir, Vargsang e Judas Iscariot.Il tutto va però ammorbidito e traslato da un concetto nichilista-nazionalista a qualcosa di più naturalistico e vagamente fantastico.Si tratta certamente di un modo di suonare manieristico ma, nel grande collage che è il black metal contemporaneo, i nostri Infamous sono stati attenti a pescare, da artisti anomali, le giuste melodie per il giusto concetto. Le chitarre zanzarose dei cugini Sine Luce sono state totalmente evitate e l'approccio mardukiano dei vicini Locus Mortis è stato, per fortuna, saltato a piedi pari. Qualche influenza sembra essere carpita dagli Arcana Coelestia, forse le melodie più ariose e soleggiate, ma tutto il resto risulta abbastanza personale prima ancora di essere piacevole.Non ci sono alcune tracce di epicità o di richiami cavallereschi eppure, quando gli arpeggi di Spiritual Desolation lasciano il campo alle tastiere e alla furia cieca della batteria, sembra improvvisamente di svegliarsi in un'altra epoca e assistere all'epifania di momenti lontani. Il sentore di astrazione si manifesta di nuovo a metà brano quando le chitarre acustiche rimbombano nènie di armonie disarmanti; la trascrizione sonora di una malinconica felicità che batterà definitivamente le ali con Lugore, e si distaccherà dal suolo e dai più alti rami secchi con gli ultimi rintocchi di pianoforte.</description>					  
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					  <title>Al Namrood - Kitab Al Awthan</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6572</link> 					   
					  <description>Abbiamo qui con noi un interessante combo proveniente dal mondo arabo, gli Al Namrood,alfieri di un black metal di stampo piuttosto classico, che richiama sovente il modo di interpretare  la materia degli svedesi, con massicce influenze tratte dal loro retroterra culturale. Non è semplice recensire un gruppo del genere, è necessario dirlo immediatamente: i numerosi elementi presentati rendono la fruizione di questa terza fatica sulla lunga distanza della band, difficile, a volte spiazzante. Perché questo? Perché l'album non si mostra immediatamente nella sua essenza, preferendo offrire tracce elaborate, lunghi intermezzi strumentali, riff orientaleggianti in cui è fin troppo agevole perdersi. Partiamo dal lato prettamente tecnico, in modo da inquadrare fin dall'inizio cosa ci viene proposto. Innanzitutto abbiamo una produzione curata in ogni suo aspetto, fin nel minimo dettaglio, quindi potete dimenticarvi quelle orride tastiere dal suono dannatamente fasullo, oppure una drum machine visibilmente meccanica, distante anni luce dal timbro di una vera batteria. È da sottolineare questo importantissimo aspetto: per quanto oggi ottenere un risultato accettabile non sia un'impresa eroica, ed anzi oso affermare che sia una qualità alla portata di tutti, vediamo ancora con sgomento uscite che sul lato dolente della resa sonora sfigurerebbero con un demo registrato da una sgangherata garage band. Proseguendo ad analizzare gli strumenti, troviamo chitarre degnamente rese nell'economia del plot, con le corrette impostazioni e le giuste equalizzazioni, mentre il basso, ahimè, non riesce a ritagliarsi uno spazio di rilievo, finendo, come nella maggior parte dei casi, abbandonato sullo sfondo. Ed è un peccato, in quanto la potenza ritmica di un buon quattro corde dona alla sezione di appartenenza un senso di rotondità, profondità, varietà se vogliamo, complicato da eguagliare. Era lecito attendersi qualcosa di meglio definito nel campo degli strumenti tradizionali: non solo essi sono per la maggior parte riprodotti virtualmente, ma sovente risultano, a differenza del resto della strumentazione, approssimativi, causando più di un rimpianto.Ultima, ma non meno importante, la voce, penetrante e velenosa, dall'impostazione originale, forse poco presente, rispetto ai contributi dati dai compagni di avventura. Scivolando via via verso il “lato emotivo”, incontriamo le nove tracce in cui Kitab Al Warthan si articola, otto compiute a cui va sommata l'inevitabile quanto leggermente superflua introduzione, affidata ai due minuti e tre quarti di Mirath Al Shar, che tuttavia, nelle sue semplici partiture strumentali, cala alla perfezione l'ascoltatore nell'atmosfera del disco. La struttura dei brani seguenti resta, come potrebbe essere semplice intuire, schematica: dapprima una progressione armonica o una melodia impostata dagli strumenti acustici, proseguita subito dopo dalla ripresa del tema da parte dei “cugini elettrici”, che prendono sulle loro spalle il compito di condurre le danze. Saltuariamente, mi riferisco alla seconda venuta, la lunga Min Trab Al Jahel, le già precedentemente citate aperture unicamente strumentali, fanno capolino, monopolizzando la scena. Reputo questi passaggi i migliori dell'episodio qui recensito, poiché in essi è possibile comprendere maggiormente il forte legame con la terra natia, e con la necessità di affermare la propria identità artistica. Inoltre si configurano nella veste, se sfruttati a dovere, di rallentamenti dal fortissimo impatto emotivo, ricreando le condizioni per un'immedesimazione nell'opera quanto mai completa. Avete mai provato quella strana sensazione di essere nei luoghi che implicitamente vengono descritti o delineati dalla musica? Ecco, qui potrebbe trattarsi di una cosa di tal genere. Non mancano però, a soddisfare anche coloro i quali non amano particolarmente le sognanti atmosfere orientali, momenti di vera aggressione sonora, comunque attenuata dall'uso di un particolare tipo di scala, che nel nostro sistema tonale potrebbe essere resa con un modo (il quinto) della scala minore armonica, il quale dona necessariamente colore alla successione suonata. Non è, per intenderci, plasmabile come una comune pentatonica, ma ha dentro di sé una personalità ben definita, inconfondibile. Questa caratteristica, benché moderi sì il potenziale sfruttabile nel momento in cui si desidera martellare i timpani con un po' di sano blast beat abbinato al fedele scudiero tremolo picking, contribuisce a “spostare l'orizzonte” più in là, regalando soluzioni e cadenze melodiche di comprovata originalità. Ma che i musicisti medio-orientali abbiano talento non è una novità: gli Al Namrood hanno finora tenuto un ruolino di marcia superiore per qualità a molti altri esempi radicati in Europa, conquistandosi sul campo il diritto di diffondere la loro musica in svariati contesti, fra cui proprio nel vecchio continente, e recentemente negli USA, avendo in aggiunta un seguito discreto anche in Germania. Riprendo un secondo il discorso riguardo alla componente folk: ho purtroppo il sentore che il buon lavoro svolto in questa sede sia un'arma a doppio taglio, perché ciò che qui è accennato, oppure può essere accolto in maniera positiva, rischia, a lungo andare, di logorarsi (è nel destino delle cose). Attenzione quindi: a mio parere è fondamentale non escludere la voce della propria patria, ma va armonizzata, ponderata, approfondita. Non vorrei che il gruppo si adagiasse sulla riproposizione del  concetto di musica tradizionale in modo terribilmente superficiale, allo stesso modo di numerose altre realtà, donando all'ascoltatore non quanto la propria nazione offre, ma quanto il cliente desidera sentire. È  un rischio non da poco, che ha già fatto rotolare molteplici teste importanti. Seguendo la stessa via, è da respingere una conformazione al modello europeo od occidentale in genere, che segue canoni evolutisi attraverso un periodo di tempo abbastanza esteso. Gli Al Namrood però si tengono ben distanti da questa deriva, dando prova di un maturo gusto melodico, che permette di sperare in positivo. Traendo i responsi, mi ritrovo a consigliare almeno per cultura personale il presente lavoro, in quanto amplia i propri orizzonti verso luoghi e tipologie di approccio all'arte differenti. Non va preso, però, per un episodio catalogabile in strette categorie di genere, essendo esente da etichette di sorta. È, a suo modo, un esempio di come la germinazione della musica non trovi ostacoli, né di religione, né di cultura, e lo capiamo dal nome scelto dai nostri califfi:  Al Namrood significa i “non-credenti”, e in un mondo vincolato alla componente islamica è una presa di posizione non di poco conto, quasi a simboleggiare l'impossibilità di catalogare l'arte stessa, e il “piano dell'essere” differente riservato agli artisti di qualsiasi genere. Se dovessero continuare sulla strada tracciata, senza perdersi in virate commercialmente vantaggiose, ma traditrici sul piano, diciamo etico, questa band ha le qualità per imporsi, portando con sé le altre voci dei musicisti della sua terra.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Demo::.. Deadly Kiss - Alone in the Void</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6571</link> 					   
					  <description>Provenienti dalla fascinosa Comacchio (Ferrara) i Deadly Kiss si propongono all’attenzione generale con questo EP di debutto, forti di un’esperienza ormai consolidata che li porta ora a tentare il salto in avanti. La band sembra voler evitare di categorizzare la propria proposta, indicando come generi di riferimento hard rock, southern, alternative metal. In realtà, sin dal primo ascolto, è impossibile non rilevare il territorio su cui queste canzoni vanno inevitabilmente a parare: il thrash evoluto e dinamico dei Pantera di Cowboys from Hell e le atmosfere doom/sludge/southern dei Down di Phil Anselmo e Pepper Keenan. Oscillando ora verso un estremo, ora verso l’altro, la band riesce comunque a mostrare interessanti margini di miglioramento ed aperture che sembrano dirigersi anche verso gli orizzonti post grunge di band quali Candlebox e Staind. Si tratta quindi di un bacino di ispirazione potenzialmente molto ampio e, in questo, il gruppo sembra quindi aver ragione nel non volersi rinchiudere all’interno di definizioni troppo stringenti. Per converso, i Deadly Kiss sembrano invece difettare -date per scontate alcune ingenuità abbastanza ovvie in un debutto- proprio in ciò che sembrerebbe conseguenza naturale di quanto appena detto, ovverosia nell’originalità. Alone in the Void si compone di quattro brani più intro rumorista/radiofonico, che mostrano ciascuno una diversa sfaccettatura del sound del gruppo, risultando in questo modo piuttosto eterogeneo e discontinuo, con una prima parte più tipicamente thrash ed una seconda più legata alle influenze sludge e grunge. Il minutaggio ridotto dei brani, per quanto tutto sommato funzionale alla proposta, finisce così per mostrare una band che appare ancora incerta sulla strada da percorrere, con le diverse ispirazioni ancora fin troppo separate ed assai poco amalgamate, con l’unico trait-d’union costituito dalla voce di Babol. Problema che diventa eclatante poi, quando si scende nel dettaglio dell’interpretazione della band, palesemente ispirata dai modelli delle band succitate, specialmente nel cantato di Babol, che richiama in maniera aperta il Phil Anselmo meno esagitato e più interpretativo, finendo per tarpare le ali a brani che di per sé risultano anche molto godibili. Che poi Babol sia anche bravo e riesca ad interpretare più che degnamente le linee melodiche impostate, è un ulteriore motivo di disappunto, visto che di per sé non avrebbe nessun motivo di indulgere così tanto nel tentativo di essere Phil Anselmo. Stessa cosa si potrebbe dire ai compagni di band nei rispettivi ruoli.Sorpassato l’intro, la doppietta iniziale è quella che si rifà in maniera più forte al groove thrash di Cowboys from Hell, ricordando anche -vagamente- gli Anthrax di Sound of White Noise ed i Sacred Reich di Indipendent. Discorso evidente in My Satan, canzone di per sé riuscitissima e piacevole, che però si dibatte clamorosamente in piena orgia derivativa panteriana, il che ne riduce grandemente l’impatto finale. Molto buona anche Brainwash, che mostra una band tecnicamente preparata e dinamica, spaccona ma anche consapevole di come si costruisce un movimento di riff capace di dare vera dinamicità, senza per questo affondare insensatamente il pedale nell’acceleratore; forse la chiusura è un po’ affrettata ma si tratta di particolari. Eccoci così arrivare a The Grandfather Is Dead, semiballad paludosa che si attesta nel giusto mezzo tra influenze grunge e southern/sludge. Buona prova anche se si tratta probabilmente del brano meno riuscito dell’EP. La canzone non fa gridare al miracolo e probabilmente farà cadere le braccia ai thrashers arrivati fin qua, ma mostra chiaramente che la band sa costruire anche questo tipo di brano in maniera credibile e potrebbe puntare lontano se riuscisse a togliersi di dosso le pesantissime influenze, che fino a qua hanno spadroneggiato tanto sul songwriting quanto sull’interpretazione. Chiude la trascinante Sister’s Screaming, marchiata Down a fuoco, dotata di un orecchiabilissimo riff e di un una seconda parte che è la cosa migliore ascoltata su Alone in the Void.Si tratta insomma di un debutto che lascia l’amaro in bocca. Da un lato è infatti impossibile non riconoscere le più che buone capacità strumentali e tecniche della band, che mostra anche un discreto livello di songwriting e un potenziale di crescita sicuramente molto molto elevato, data la capacità di strutturare intelligentemente canzoni brevi ma significative gestendo melodia ed irruenza. Dall’altro lato, è davvero troppo profonda l’impronta che deriva dalle fonti primarie d’influenza per la band. Un vero piombo al piede che impedisce all’EP di spiccare quel volo che sembra alla portata dei Deadly Kiss, visto anche il buon lavoro in studio che dona il giusto risalto agli strumenti impastandoli a dovere tra di loro pur mantenendo una gran nitidezza individuale. Spiace non valorizzare una band per quello che merita, ma le scelte stilistiche vanno tenute in considerazione ed in questo caso affrancarsi il più presto possibile dai propri “padrini”, appare l’unica scelta possibile per diventare una vera band sfruttando l’ottimo potenziale a disposizione.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Demo::.. Interceptor - One with the Beast... Meet with the Damned</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6570</link> 					   
					  <description>Thrash. Solo quello, niente di più niente di meno. Se vi interessa l'articolo, bene, se no potete anche fare a meno degli Interceptor, un moniker che trasuda amore per un certo periodo e aderenza a certi schemi che negli anni 80 si delinearono prima, e si consolidarono dopo. One with the Beast...Meet with the Damned è un autoprodotto di cinque pezzi (con una cover) più intro, che riporta alla mente tempi in cui certe realizzazioni erano basate sulla dedizione, sul sudore, sull'immediatezza e sulla carica esecutiva. Per ciò che mi riguarda, qualità importanti.I ritmi sono sostenuti; il songwriting non particolarmente originale, ma efficace; la voce aggressiva; i soli arrembanti; i suoni crudi, ma mixati in maniera adeguata ed anche la cover proposta è scelta con criterio tra i pezzi più belli degli anni 80. Saltato l'intro si parte con 2012, e sono subito mazzate governate dalla batteria di Leonardo De Donatis e rese al pubblico dalla voce di Fausto Di Persio. Segue Drag Me To Hell che, se possibile, aumenta ancora la carica fin qui stabilita, martellando senza pietà e senza incertezze, mentre con Take It Out! si passa in ambito misto/speed. A seguire la title-track, che mostra venature più tipicamente heavy, rivelandosi abbastanza varia ed interessante, stabilendo oltretutto il giusto mood per passare al finale, con la cover della quale vi parlavo nel primo paragrafo. Il pezzo selezionato dagli Interceptor è uno di quelli che ritengo più affascinanti del repertorio dei Grim Reaper, ossia See You In Hell. L'anthem della band di Steve Grimmett viene thrashizzato senza eccessi, in modo da conservarne lo spirito, rendendolo più duro. Ovviamente imparagonabile la prova vocale, ma Helka -un guest insieme al chitarrista Triumphator dei Draugr, anche alla voce- riesce comunque ad essere piacevole. Gli Interceptor non inventano nulla e non sono certo il prototipo dell'originalità in musica, ma il loro demo funziona. Questo perchè è immediato e sincero come una birra fresca, senza troppi fronzoli e dritto al cuore dello stile scelto. Da consigliare forse solo a quelli che del thrash hanno fatto una ragione di vita, ma se siete tra questi, potete annotare il nome di questa band pescarese tra quelli da tenere d'occhio.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Theudho - When Ice Crown The Earth</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6569</link> 					   
					  <description>I Theudho sono una band belga di Ghent in attività da diversi anni, ma rimasti per parecchio tempo relegati nell’underground.Da pochi giorni è uscito il quarto full lenght, preceduto da un EP promozionale (War Into The World) che, per raggiungere il pubblico con quanta più forza d’impatto possibile, è stato reso disponibile gratuitamente on line dall’etichetta Aurora Australis Records.Rispetto al loro ultimo Cult of Wuotan c’è stato un cambio nella line up: ai veterani Jurgen e Joachim si affiancano ora Nick e Dieter rispettivamente al basso e alla chitarra. Inoltre con questo nuovo lavoro la band cambia il suo sound ponendo una maggior enfasi sulle chitarre riducendo la presenza (negli scorsi album spesso ingombrante) della tastiera che viene relegata a creare soltanto un background sonoro d’atmosfera.Una nota di merito va data all’artwork, che mostra un gelido sole che sorge tra i monti su una distesa di ghiaccio. Interessante il fatto che, come quello dell’EP precedente, sia lavoro di Jurgen stesso.In When Ice Crowns the Earth i Theudho si mostrano più maturi nelle capacità compositive: le tracce hanno una struttura solida, in quanto pur presentando parecchie digressioni non perdono mai di vista il discorso principale. Un discorso che cerca di tornare alle radici del viking con un sound che frequentemente richiama i Bathory, ma che è comunque pervaso da diverse influenze, con numerosi assoli spesso molto heavy metal e ritmi marziali che talvolta ricordano gli ultimi Rotting Christ. Sebbene la band e l’etichetta ci tengano a sottolineare il ruolo delle chitarre in questo lavoro, anche la batteria di Joachim si fa notare, assumendo in alcuni momenti ruolo di protagonista e creando buona parte dell’atmosfera dei brani. Inoltre il ritmo è sempre serrato, per tutto il disco: è evidente che i Theudho, semper fidelis a Wuotan, non credono negli alti e bassi. Per loro solo alti. Solo adrenalina. Tuttavia il fatto che l’album sia sempre così sostenuto ha un rovescio della medaglia: un momento di pausa probabilmente renderebbe l’ascolto più vario e meno stancante perché, a dirla tutta, è un disco impegnativo e verso le ultime tracce ci si trova ad essere un po’ stufi.L’opener dell’album War Into The World  (già nota al pubblico grazie all’EP omonimo) è probabilmente il pezzo più riuscito dell’album, quello che ti rimane in testa alla fine dell’ascolto, anche per via del suo ritornello, molto catchy ed epico grazie alla voce (s)doppiata di Jurgen. Questo pezzo, un’invocazione a Odino per sollevare il mondo dalla sua decadenza, è anche una dichiarazione di intenti dei contenuti che accompagnano l’ascoltatore per tutto il resto del disco. Subito segue la title track When Ice Crowns The Earth con il suo attacco di chitarra decisa e vibrante ed il coro di voci pulite ed ipnotiche che ci introducono al rituale neopagano. Con un cambio di ritmo la batteria diventa incalzante e si entra nel vivo del brano. Peccato solo per i successivi cori del ritornello che risultano un po’ pallidi, riducendo l’impatto della traccia che resta comunque una delle più belle del disco. Ancora galvanizzati si passa a The Second Coming, un pezzo dall’inizio immediato, in cui strofe aggressive si alternano a ritornelli più epici con una chitarra più melodica ed una voce sprezzante che condanna la falsità del cristianesimo e afferma la supremazia degli antichi Déi del Nord. Nidr ok Nordr inizia con i freddi venti germanici: una chitarra solenne accompagnata da un basso profondo e da note volutamente dissonanti delle tastiere ci conducono, in un’atmosfera cupa e gelida, in basso a nord (nidr ok nordr, per l’appunto), a Hel, gli inferi norreni. I Theudho a questo punto ci portano con la loro nave dal fiume Gjöl alle calde acque del mediterraneo. Heraclidae (Seevölkersturm) stupisce col suo inizio arabeggiante, tuttavia perfettamente coerente alle tematiche del brano, che racconta di razzie perpetrate dal nordico popolo del mare (Seevölk) ai danni delle coste del Mare Nostrum. Sacrifice The King descrive i motivi che spingevano i popoli al sacrificio supremo, quello del loro regnante. Il selvaggio assolo di chitarra di metà traccia esprime bene la violenza del rituale. Anche questo brano è ben riuscito, ma gli ingredienti sono gli stessi dei precedenti. Persino la torta Sacher, per quanto buona, alla sesta fetta inizia a stufare. Lokabrenna non migliora la situazione: sette minuti e mezzo sono troppi per un brano strumentale che continua a riproporre gli elementi caratteristici dell’album, e l’assenza della voce non fa che renderla più monotona. Forse un brano più lento e/o acustico, magari messo a metà album e non alla fine, sarebbe stato più opportuno. Per The Straw Death il discorso è lo stesso che per Sacrifice The King; inoltre, per quanto sia un pezzo ben fatto, posto in questa posizione dell’album non si può non percepirlo come un’appendice vestigiale a causa del livello di attenzione ormai ai minimi termini. Un peccato, visto che si tratta di una bella canzone, troppo penalizzata dall’essere il brano conclusivo di un album buono ma che forse necessita di più ascolti per essere apprezzato fino in fondo.Se il produttore Dan Swäno (se non la band stessa) avesse rivisto l’ordine delle tracce, mettendo Lokabrenna a metà e uno dei brani più coinvolgenti (ad esempio la titletrack) alla fine forse l’effetto complessivo sarebbe stato diverso.Nell’artwork del precedente EP ci avevano promesso 100% germanic wrath, ed è quello che otteniamo con questo album. Se siete persone da palestra e cercate una colonna sonora che accompagni con successo il vostro workout allora non potete non includervi When Ice Crowns the Earth.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Milking The Goatmachine - Clockwork Udder</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6568</link> 					   
					  <description>All’interno del panorama  musicale esistono  differenti vie da poter seguire, esistono i tecnicismi, i melodici,  il gruppo sinfonico, la violenza fine a se stessa  e  così andando avanti. Esiste poi una piccola nicchia formata da un genere, il quale inclassificabile  viene   chiamato  nel gergo da strada “ la musica  ignorante”; quella musica  sviluppata su  due accordi, un  cantato  monocorde, tematiche al limite dell’imbecillità e  passione  pari a  zero. Senza stare a citare nomi,  diversi  esempi di quest’ultimo genere si son visti e   alcuni han anche avuto un discreto riscontro sia mediatico che di vendite. Ma erano altri tempi, non confondiamoci.I Milking The Goatmachine appartengono senza   dubbio a genere  musicale  descritto  qui sopra, ma son ovviamente di  tutt’altra caratura, queste “misteriose” creature di forma caprina, così come  sottolineano da sempre,  provengono dal pianeta Goateborg, arrivano sulla terra per  proferire il verbo del grind, dato che nel loro mondo ormai son diventati delle celebrità, e si fan guidare dal loro capo-caprone  tale Goatfreed  Udder.Ora la domanda è legittima, Perché?Perché oggigiorno si ha ancora  la presunzione che  la gente stia  ad ascoltare certe sciocchezze? Perché, soprattutto, una delle case discografiche più popolari al mondo è caduta nel tranello di metterli all’interno del proprio roster?  In un ultima istanza, perché io ascoltatore, ma soprattutto appassionato  di musica, dovrei concederti i miei sudati soldi dandoti pane per continuare a  tenere in vita tale scempio? La domanda diventa sempre  più  ridondante  durante l'ascolto il disco nella sua  interezza, le canzoni scorrono via  senza lasciare traccia alcuna, riff  banali, scontati e ormai riascoltati da anni e anni di saturazione del genere. Anche questo è un punto dolente, il genere proposto dai Milking The Goatmachine  viene definito come grind, ma in realtà si tratta di un sound ormai mutato completamente in un melodic death, dato che  l’intera strutta  dei brani, per quanto semplice  ruota intorno ai tipici stilemi del Gothenburg sound. La tracklist  del disco viene  impreziosita durante  l’arco dell’ ascolto da riferimenti tra i più dispariti quali I'm Scatman (famosa canzone dance di Scatman John), alla più recente  Barbara Streisand (canzone house composta nel  2010 da Duck Sauce) per concludere  con la bonus track, un rifacimento in versione  grind della celeberrima Mr. Vain dei Culture Beat.Il leader Goatfreed  Udder  prova a utilizzare differenti regimi vocali, dal classico growl passando per  il  pig squeal sino all’utilizzo della  voce  pulita  all’interno di In Hardest Conditions, quest’ultima di pessima fattura e completamente fuori tema. Il punto a favore di questo disco sta nell’avere canzoni talmente  brevi che risulta praticamente impossibile stancarsi del singolo brano o cadere nel tranello di premere  il pulsante forward. Le possibilità che ci rimangono sono due: l’ascolto, sconsigliato, dell’intera  opera oppure il compito, molto semplice, di ascoltare altro.Se  avete una spirito ignorante, nel vero senso del termine, dunque siete in grado di soprassedere alle critiche  e  non cercate la poesia all’interno di un disco, solo allora, potreste dare anche una piccola chance a questo Cloackword Udder.  Alrtimenti il mondo è pieno di bravissimi musici con gruppi  meno conosciuti pronti per essere ascoltati ed apprezzati. La globalizzazione vuole creare una massa  di  capre senza un pensiero,  ma  questo non vuol dire che si debba seguire questo gregge, sopratutto se il leader  si chiama  Goatfreed Udder.</description>					  
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					  <title>Vildhjarta - Måsstaden</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6567</link> 					   
					  <description>Succede spesso nella moda, negli accessori e gingilli vari, nella televisione e ovviamente nella musica, che ogni tanto qualcuno inventi un format vincente; succede poi ancora più spesso che qualcun altro segua alla lettera questi format cercando lo stesso identico successo dei fondatori.  Alla fine dell’arpeggio iniziale di Shadow, primo brano del lotto, sinistri (e destri) presagi si insinuano nella mente di chi ascolta sotto forma di un nome: Meshuggah. Ma andiamo con ordine: dopo l’EP Omnislash del 2009, gli svedesi Vildhjarta si accasano presso il colosso Century Media; forti del nuovo e prestigioso contratto non perdono tempo e danno alle stampe Måsstaden: una sorta di concept album che dovrebbe parlare delle “avventure di una città nascosta e isolata, narrate nella classica maniera delle favole”. La formazione del gruppo è piuttosto atipica: oltre alla sezione ritmica (basso, batteria) sono presenti tre chitarristi e due cantanti che interagiscono fra loro con growls e screams. Taglio subito la testa al toro: non ci siamo. Nothing, Obzen, Chaosphere suonati in maniera antitetica: voci monocordi e poco ispirate, a volte quasi fastidiose.L’intero disco si assesta sui mid tempo senza nessuna accelerazione o variazione degna di nota; nei pochi momenti in cui si raggiunge una discreta intensità, spuntano dal nulla arpeggi fastidiosissimi a distruggere il poco che si era creato, spezzando letteralmente in due i brani. Evitabilissimo poi il pezzo centrale di Traces, in cui fanno sfoggio clean vocals che strapperanno più di una risata. Si fatica parecchio ad arrivare in fondo alle tredici tracce del lotto; tredici tracce in cui il tedio regna padrone senza fare sconti.Stellare, ma non c’era bisogno di precisarlo, la produzione: ogni strumento è al posto giusto e compie il suo sporco dovere; forse, a trovare il pelo nell’uovo, la cassa avrebbe potuto avere un suono meno ovattato. Una doverosa e giusta parentesi: non mi sono pervenuti l’artwork e i testi, quindi non posso esprimermi in merito. La band è giovane e questo è il suo primo full lenght ufficiale; si possono quindi perdonare l’ingenuità, la piattezza e l’attingere a piene mani da idee altrui senza inserire niente di personale.  Pochi nascono geni, ma in questo periodo è lecito e obbligatorio aspettarsi molto di più.Di una cover band dei Meshuggah, quindi, non se ne sentiva proprio il bisogno; suggerisco a chi legge di aspettare qualche mese e godersi il ritorno di Haake e soci. Per chi invece non ce la facesse, suggerisco di recarsi al proprio bar di paese e osservare l’intensità, la rabbia, il sentimento e il colpo di cassa micidiale dell’ottuagenario di turno mentre schiaccia l’asso di briscola sul tavolo con sorriso e fare ghignante. Molto, ma molto più sincero e credibile.</description>					  
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					  <title>Arch/Matheos - Sympathetic Resonance</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6566</link> 					   
					  <description>John Arch. Jim Matheos. E poi Joey Vera. E Bobby Jarzombek.Questo per cominciare a definire questo album dai nomi, importanti, dei musicisti che lo suonano.Tre su quattro sono gli attuali Fates Warning. L'altro, il cantante John Arch, lo è stato per i primi tre dischi, sino al monumentale Awaken The Guardian.Heavy metal. Quello americano degli anni 80. Gli arpeggi di chitarra aperti e squillanti. La voce cristallina di John Arch a disegnare arebeschi arrampicandosi su note altissime eppure sempre catturate con morbidezza. Scale orientaleggianti, una batteria che lavora più di piatti che di cassa, cavalcate esaltanti e intermezzi evocativi.Sì, l'heavy metal americano degli anni 80 è tornato. Ma rivisto in ottica moderna (le distorsioni sono quanto mai attuali e sono quelle a cui ci ha abituato da circa un decennio Matheos) e senza nostalgie retrò, quasi a dimostrare come un certo stile, una certa attitudine sia ancora contemporanea e ben lontana dal poter essere mandata in pensione.Fates Warning che furono fusi con i Fates Warning che sono: un riprendere vecchi sentieri ma con l'accortezza della maturità. Un viaggio nel passato ma con la sensibilità del presente.I virtuosismi si sprecano: se Matheos lascia le briglie sciolte alla velocità e, per una volta, gioca al guitar hero rispetto ai lenti ascoltati negli ultimi lavori di FW e OSI, Jarzombek si conferma batterista capace di eseguire qualsiasi partitura,  così come Vera. E Arch?Per Arch facciamo un discorso a parte, visto che il disco porta anche il suo nome; la forma è smagliante, la voce bellissima, le linee melodiche su cui si lancia, affascinanti e complesse. Tutto benissimo quindi?No: non eccediamo con la melassa, ci sono anche i difetti. Il disco è infatti un po' troppo omogeneo, e, vista la durata e la complessità delle trame, ciò può stancare, anche perché, a mio avviso, mancano quelle due o tre melodie assassine. Inoltre la voce di Arch è sì sopraffina, ma anche continuamente impostata su registri che vanno dall'alto all'altissimo e questo, in chiave interpretativa è  un limite e l'espressività ne risulta a volte sacrificata alla tecnica ed al virtuosismo. Per concludere: se vi piacciono i Fates Warning delle origini, questo è il disco che potrebbe seguire ad Awaken The Guardian - e spesso gioca a rincorrere quel classico, c'è anche un cameo di Frank Aresti, solista dei primi FW - perfettamente coerente e perfettamente moderno. Se vi piace il metal americano degli anni 80, questo è un monumento a quel genere, un modo di rifare quella musica ma senza nostalgia o reducismi, solidamente piantati nel 2011.Disco di altissima qualità con pochi difetti e un mare di pregi: manca Alder e la sua carica romantica ma in compenso c'è da godere del ritorno di un cantante impressionante e di un chitarrista tra i migliori della scena. </description>					  
					  </item><item>
					  <title>Illogicist - The  Unconsciosness Of Living</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6565</link> 					   
					  <description>La Valle d’Aosta è la regione più piccola, meno popolata e la seconda più ricca  d’Italia; una geografia tanto affascinante quanto particolare nei suoi differenti aspetti morfologici da portarla  per certi  versi a diventare una gemma decontestualizzata dall’intero panorama del nostro caro bel paese. L’aria  pura che  ti inonda i polmoni e  i ruscelli che ti ispirano la domanda: “cosa c’è di meglio al mondo?”. Sarà probabilmente merito questa piccola regione, tanto differente dal resto dell’Italia, che i musicisti coinvolti qui non s’inseriscono all’interno dei tipici standard melodici nazionali.Si sa che nei territori di montagna si narrano sempre leggende e storie di altri tempi, creature misteriose e incontri ravvicinati del terzo tipo. Anche nell’ormai lontano 1997 un incontro  tra ragazzi ha dato vita ad una creatura di bellezza musicale sorprendente, al limite del soprannaturale; un’unione di tecnica e  intensità che prima  d’ora  si era vista solamente nelle lontane  terre  della Florida  meridionale, là dove  un signore di nome Chuck Schuldiner diede  vita  ad  un mastodonte che  tutti ricordiamo chiamato Death.E’ proprio in Florida che questo platter prende le sue radici e  le allunga sino alla Valle D’Aosta dove  gli Illogicist sono riusciti a far rivivere gli echi d’oltreoceano. Appresa la lezione di maestri quali i già citati Death, gli Atheist e i Pestilence, i nostri sono riusciti far riaffiorare ricordi di quel tecnicismo che, una volta,  era pura espressione di un’anima in costante litigio tra inferno e paradiso, mentre oggi è divenuto  totale autoproclamazione del chitarrista di turno senza un briciolo di passione.Andando ad approfondire il tema prettamente musicale di questo piccolo gioiello dei tempi moderni si nota come la produzione porti a valorizzare  ogni singolo passaggio. Il basso di Dattolo ricorda molto quello del miglior Steve Di Giorgio e diventa  strumento a sè, non più di sfondo, creando una struttura con vita propria. Le chitarre son pulite e la loro dose  di cattiveria  e armonia esce ad ogni cambio di tempo; Ambrosi e  Minieri hanno effettuato un accurato lavoro per  portarci in lidi caleidoscopici distorti. Proprio Minieri si occupa delle vocals e queste hanno un vago richiamo al tipico cantato blackish; infatti la doppia vocalizzazione dona un’enfasi lugubre e ricorda quella puzza di zolfo che risiede all’interno di The Unconsciosness Of  Living  e che diventa protagonista. Ultimo, ma non per importanza, il pregevole lavoro di Tinti alle casse, dove un Gene  Hoglan al massimo della forma sarebbe  onorato di sentirsi messo in causa come  termine di paragone  per  i quarantacinque  minuti della durata.Considerando la proposta  e  la descrizione  fatta sino ad ora  potrebbe venire  in mente una domanda:  “ma non abbiamo già sentito queste note?”. Infatti l’unico neo, se così possiamo dire, risiede  proprio nel “già sentito”, nella mancanza di una vera innovazione  e  di un  “vorrei, ma non posso” che,  probabilmente, ha convissuto con la band durante l’arco di tutta la fase compositiva  del disco. Le canzoni  per quanto di ottima fattura  richiamano a “tout court” ogni composizione  già creato dal nostro caro Chuck andando a ripescare ogni elemento presente  in  dischi quali Human e  Symbolic.Le canzoni scivolano via in maniera fluida ed è quasi impossibile citarne una fra tutte e definire le migliori del lotto. Una volta premuto il pulsante “play” per  i successivi tre quarti d’ora  sarete pervasi da una pioggia di cambi tempo, melodie  e  sfuriate  al limite del umana comprensione. Canzoni quali Mind Repaer ed Hypnotized saranno impossibili da scordare sin dal primo approccio e non ci sarebbe nulla di strano nel sorprendersi a canticchiarle nella nostra testa di continuo.Gli anni trascorsi dall’uscita di The Insight Eye son tanti, ben quattro, ma  come  non poter  dire che ne è valsa la pena?. La tecnica  è stata  notevolmente migliorata, le canzoni son meno barocche e  più dritte al punto, per quanto non lineare  esse siano.  La consapevolezza delle proprie capacità ha  fatto sì che  il marchio del gruppo rimanesse  intatto senza andare a snaturare la propria anima ormai maturata a pieno. Un prodotto sopraffino che farà sicuramente aprire un varco di luce all’interno del mercato sovraffollato di gruppi vuoti e senza linfa vitale. La musica  è arte e gli Illogicist hanno scolpito il loro David nel 2011; attendiamo che il mondo li riconosca e non li lasci sprofondare nell’oceano di gruppi definiti solamente  “bravi”.Questo disco è la guida che  ci porta non in un tranquillo paesaggio di collina, bensì attraverso un cammino tra le  cime  vertiginose di montagne senza  età dove  d’ora  in poi i racconti dello yeti saranno affiancati da quelli n un gruppo di ragazzi che si facevano chiamare Illogicist.L’incoscienza del vivere  è proprio quella di saper rischiare senza avere paura.</description>					  
					  </item><item>
					  <title>Contemporanea::.. The Rolling Stones - Goats Head Soup</title> 
					  <link>http://www.metallized.it/recensione.php?id=6564</link> 					   
					  <description>Passata la &quot;sbornia da gloria&quot; post-Exile On Main St. e relativo trionfale (ed estenuante) tour, i Rolling Stones si ritrovano a fare i conti con l'altra faccia della medaglia, poichè lo stress comincia a farsi sentire e all'interno del gruppo si manifestano alcune frizioni: da un lato abbiamo un Mick Jagger più snob che &quot;ragazzaccio ribelle&quot;, perfettamente calato nella parte di uomo-copertina e assiduo frequentatore del jet set insieme alla moglie Bianca, dall'altro un Keith Richards alle prese con seri problemi di tossicodipendenza da eroina; a questo si aggiunga il malcontento di Mick Taylor, che continua a vedersi &quot;depredato&quot; delle sue composizioni dai dispotici Glimmer Twins, ed il non troppo esaltante quadro è completo.Per cercare di ritrovare un po' della serenità perduta l'entourage della band propone quindi ai suoi pupilli di recarsi in Giamaica, più precisamente a Kingston, presso i Dynamic Sound Studios. Proprio questa scelta influenzerà il titolo del nuovo album Goats Head Soup -infatti la &quot;zuppa di testa di capra&quot; è un piatto tipico dell'Isola. L'artwork (le fotografie sono opera di David Bailey) presenta una particolarità: la foto nel retro-copertina che ritrae Richards appare disomogenea rispetto a quelle dei compagni, ciò è dovuto al fatto che il chitarrista -a causa dei succitati problemi di droga- semplicemente non si presentò alle sessions fotografiche; una menzione particolare la merita anche l'inner sleeve dell'LP, la quale altro non è se non una divertente quanto inquietante raffigurazione del titolo del disco. Ultimo album degli Stones prodotto da Jimmy Miller, Goats Head Soup si apre con Dancing With Mr. D in cui l'iniziale arpeggio di chitarra, subito seguito dalla batteria e dal basso -qui curiosamente suonato da Taylor- sfocia presto in un ritmo suadente che ipnotizza ed avviluppa l'ascoltatore, mentre Jagger vaneggia di una macabra danza con un misterioso e sulfureo &quot;signor D&quot; (Devil? Death? ascoltando il testo entrambe le opzioni sembrano plausibili); ottimo inizio, non c'è che dire. Molto bella anche 100 Years Ago, le cui sonorità funky-rock sono implementate da una pregevole jazz guitar che dà un'impronta marcata al pezzo, rendendo la song sempre più frenetica grazie anche all'apporto del clavinet; ma è la terza canzone che si rivela una vera e propria sorpresa: Coming Down Again (la quale vede alla voce un ispiratissimo Keith Richards e ai cori Jagger e Taylor) è una perla di rara bellezza, una ballad stupenda sorretta dal piano di Nicky Hopkins e che trova nel sublime e sognante &quot;dialogo&quot; di sax a metà canzone il proprio culmine; a parere del sottoscritto il miglior brano dell'album. Il testo tratta della relazione sentimentale che lo stesso Keith ebbe con Anita Pallenberg, &quot;rubata&quot; all'amico ed ex-bandmate Brian Jones, tragicamente scomparso pochi anni prima.Tipico sound seventies per il rock blueseggiante di Heartbreaker, dove è la sezione fiati a farla da padrone; una grande song che divenne il secondo singolo estratto dall'album (il primo era Angie). A proposito di questa dolce ballata, basata su chitarra acustica e pianoforte, va detto che il pezzo -al contrario di quanto comunemente si crede- non si riferisce al presunto amore per Angela (la prima moglie di David Bowie) bensì a quello ben più evidente per l'eroina, come dichiarato dal suo stesso compositore Keith Richards che la scrisse durante un periodo in cui stava tentando di disintossicarsi dalla droga.Ritmi rock con una spruzzata country per la successiva Silver Train, dove oltre allo slide del talentuoso Mick Taylor possiamo apprezzare l'armonica di Mick Jagger a imitare il fischio di un vecchio treno a vapore, un'esecuzione davvero riuscita. Buona ma non trascendentale Hide Your Love, un po' più interessante Can You Hear the Music, che risulta essere più sperimentale rispetto agli altri brani grazie all'utilizzo di campanelli e flauti sparsi qua e là.E' con Winter che il disco si risolleva nuovamente, grazie alla magnifica interpretazione del cantante e soprattutto all'esecuzione di Taylor (anche qui, come in altre songs, Keith è completamente assente); nonostante i credits della release attribuiscano tutte le composizioni al duo Jagger/Richards, Winter è una creatura del &quot;nuovo&quot; chitarrista che come detto si sentirà molto frustrato dai tirannici atteggiamenti della coppia leader degli Stones (a proposito, non è piuttosto singolare che la prima canzone scritta e registrata in un paradiso tropicale qual'è la Giamaica abbia come tema principale il freddo inverno?).Chiude l'album il rock n' roll sixties-style di Star Star, il cui titolo definitivo è dovuto alla censura della label, che ebbe da ridire sull'originale Starfucker: un brano trascinante, che ben si adatta a fungere da finale per l'ennesima fatica della band britannica. Da segnalare infine che durante le sessions dell'album videro la luce, tra gli altri, due brani che verranno poi riproposti qualche anno dopo all'interno di Tattoo You, le bellissime Tops e Waiting on a Friend.  Goats Head Soup è un disco per certi versi introspettivo e permeato di un leggero velo di malinconia, meno votato a sonorità travolgenti rispetto ad altri capitoli della band e ricco di ballads evocative: il rischio è che rimanga nell'immaginario collettivo come &quot;l'album di Angie&quot;, la qual cosa sarebbe una vera ingiustizia nei confronti di un'opera che, pur non essendo oggettivamente un masterpiece assoluto, rimane comunque un ottimo esempio delle capacità compositive ed esecutive dei Rolling Stones. Da riscoprire; dategli una possibilità, ne vale davvero la pena.</description>					  
					  </item></channel>
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