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Redemption - Long Night’s Journey into Day
28/12/2018
( 752 letture )
Long Night’s Journey into Day è la settima fatica degli americani Redemption, band che dal 2001 a oggi si è imposta come una realtà positiva nell’ambito del progressive metal. Dopo la dipartita dello storico vocalist Ray Alder (cantante dei pionieristici Fates Warning), la band si è cimentata in una nuova opera complessa e articolata, dando il duro compito di sostituto a Tom Englund, degli svedesi Evergrey.

L’ascolto inizia nel migliore dei modi, facendoci capire dopo pochi istanti il guitarwork che ci ritroveremo davanti per circa 70 minuti –escludendo il conclusivo radio edit della seconda traccia– di puri labirinti e virtuosismi musicali. L’introduttiva Eyes You Dare Not Meet in Dreams si impone prepotentemente con il suo riff d’apertura, accompagnato dopo pochi secondi dal primo assolo dell’album; se chi ben comincia è a metà dell’opera, Van Dyk e compagnia hanno già messo in cassaforte un giudizio più che positivo prima dello scoccare del primo minuto, ma procediamo per gradi. Il brano continua graziando l’ascoltatore con le superbe tastiere di Vikram Shankar e la chirurgica componente ritmica di Chris Quirarte (batteria) e Sean Andrews (basso). Conclusa la magistrale apertura, ecco iniziare la canzone definibile come la più "commerciale", inteso positivamente, dell’intero album. Il guitarwork diventa forse leggermente più orecchiabile a discapito della complessità, ma un ritornello estremamente convincente e il connubio chitarra/tastiera creano un brano che rimane facilmente nella testa dell’ascoltatore senza perdere di qualità. Il riff è stato vittima di critiche, in quanto anche all’orecchio meno attento appare come similare –forse troppo– al giro chitarristico della celebre Ytse Jam; conoscendo però le grandissime influenze e i rapporti tra Van Dyk e i Dream Theater appare più come un goliardico citazionismo piuttosto che subdolo plagio. In tutto questo, il cantato? Englund si è ritrovato delle tracce non semplici e linee vocali che, anche escludendo un discorso nostalgico, erano implicitamente più indicate per lo storico Ray. Ciò non toglie che, come vedremo nel corso dell’analisi, il nuovo vocalist riesce nel complesso compito di rendere onore alle composizioni di Van Dyk e farlo a testa alta.

L’ascolto continua con due brani che non alzano l’asticella della qualità, anzi la abbassano leggermente, con l’unica costante data dall’ottimo guitarwork e dagli splendidi ritornelli. Specialmente quello solistico continua a manifestarsi come qualcosa di spaziale grazie ai due ospiti di quest’album, Simone Mularoni e Chris Poland, entrambi chitarristi di altissima qualità tecnica che riusciranno a provocare non poco piacere alle orecchie degli shredder più accaniti. Ecco arrivare però, come quinta traccia, la perla dell’intero album: Indulge in Color. In quasi otto minuti la band statunitense emoziona, fa viaggiare con la mente anche il più apatico degli ascoltatori trascinandolo in una complessità fuori dal comune. Musicalmente ci troviamo di fronte a un capolavoro vero e proprio, dalle chitarre alla maniacale e articolata sezione ritmica. Le linee vocali sono convincenti e ben interpretate dalla voce di Englund, che -senza l’intento di giustificarlo- si è dovuto interfacciare con una parte strumentale di un livello talmente alto nella quale un numero sconfinato di vocalist avrebbe trovato difficoltà a emergere. La ciliegina sulla torta è la magistrale componente orchestrale a carico di Ron Fish, il quale riesce perfettamente a rendere il brano un viaggio ancora più emozionante, ricco di sentimenti contrastanti ma energici che non rinunciano alla violenza tipica del genere da noi amato. L’assolo detta legge, quasi un minuto di puro piacere chitarristico per il quale contenere l’entusiasmo è una fatica degna di Ercole. Circa otto minuti che sono la quintessenza del progressive metal, del suo saper essere sconfinato ed emozionante.
Quella che non si perde mai è l’influenza dreamtheateriana di questa band, che prosegue anche nella successiva Little Men (forse il brano più sottotono dell’intera opera) e in And Yet, che nella sua brevità e malinconica lentezza funge da intermezzo tra la prima e la seconda parte del disco. The Last of Me riprende le danze senza far gridare al miracolo, la melodia generale sembra meno ispirata, con basso e tastiera che risollevano il tutto e ben due assoli di chitarra. L’ultimo in particolare colpirà gli ascoltatori di più ampi orizzonti, arrivando a toccare la musicalità del death metal. Segue poi la fantastica cover di New Year’s Day degli U2, realizzata con maestria compositiva e con il solito virtuosismo strumentale. Si arriva quindi alle ultime battute, gli ultimi magici momenti di Long Night’s Journey into Day, proprio con la title track, una suite di dieci minuti in pieno stile Redemption. Il ritmo è incalzante e l’intero brano è un climax di violenza e sonorità labirintiche; con lo scorrere dei minuti i riff e le melodie convincono sempre di più. Le tastiere, poi, provengono da pianeti invalicabili per farci perdere completamente nel viaggio di cui il disco è fautore. La fase orchestrale finale arricchisce questo brano che tuttavia non arriva alle vette delle prime tracce (in particolare della quinta). Il disco si conclude con la canzone più violenta di tutte: Noonday Devil, che con la sua sezione ritmica e i riff pungenti si innalza a carrarmato musicale pronto a investire l’ascoltatore che per più di un’ora si era forse perso in troppi romanticismi di sorta. Il ritornello, si voglia per le linee vocali, si voglia per il riff e il giro di note utilizzato, potrebbe ricordare i migliori Mastodon. L’assolo di rara bellezza e le chitarre in toto rendono tale brano una degna conclusione.

In fatto di liriche il disco si attesta su ottimi livelli, rispecchiando appieno le sonorità utilizzate. L’opera inizia con un ritmo incalzante, e le tematiche dell’incompletezza dell’anima e della paralisi sono preponderanti. Si approfondisce la limitatezza umana, il suo giudizio verso il diverso, l’opposto e la natura peritura e insensata del cambiamento (in pieno stile del divenire filosofico). Il tono nichilistico pervade quasi tutta l’opera: l’uomo viene visto come un semplice e futile momento dell’esistenza, un momento ricco di insensatezza e spesso sacrificio per il prossimo, un sacrificio che quasi mai trova compenso. Le nostre azioni vengono giudicate una volta concluse e dimenticate, la nostra grandezza o piccolezza definita dopo la nostra scomparsa. Il dolore è lì davanti a noi e la sofferenza tangibile. In questo quadro pessimista Van Dyk inserisce però, soprattutto sul finale, le vie di fuga dalle problematiche esposte. La quinta traccia in particolare incita a vivere senza paura e ad accettare il fallimento; la meravigliosa title track ci invita ad accogliere il dolore evitando la sofferenza, rendendo (come da titolo) la notte un passo definitivo verso il giorno, dove l’unica cosa che rimane è la dimensione onirica. L’undicesima traccia, a conferma di ciò, lo afferma esplicitamente: non bisogna mollare, questa volta i demoni vanno combattuti, e non è impossibile farlo.

Tirando le somme il settimo album dei Redemption è un’opera registrata divinamente, ricca di influenze dei Dream Theater e con una sezione strumentale come se ne sentono poche. Le poliritmie di Quirarte valorizzano insieme a ogni singolo musicista uno dei migliori guitarwork sentiti in questo anno solare. Le tastiere sono a dir poco meravigliose e il tutto è a favore di uno spettacolare viaggio i cui unici difetti sono semplici abbassamenti dell’originalità compositiva e la voce di Englund che ben si sposa con l’intero album ma che obiettivamente non riesce a toccare le corde più profonde dell’ascoltatore. A farlo però ci sono questi straordinari musicisti che hanno graziato tutti gli ascoltatori del prog con una perla per coloro che hanno un cuore e una testa devoti alla musica; lo stesso cuore e la stessa testa che i Redemption stessi hanno donato a noi tutti sfornando questo gioiello, non perfetto ma verso cui difficilmente si può restare indifferenti.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
87.6 su 5 voti [ VOTA]
d.r.i.
Mercoledì 13 Marzo 2019, 8.50.59
7
Io gli darei sicuramente sopra l'80. Voce spettacolare, ma sono di parte, con un compito arduo cioè sostituire Adler. Compito riuscito! Le canzoni pur complesse scorrono bene e non annoiano
Tatore
Venerdì 22 Febbraio 2019, 9.23.17
6
Album che cresce esponenzialmente con gli ascolti. Per me i Redemption sono un gruppo fantastico e il loro prog metal è quello che preferisco tra le sue varie declinazioni. Voto oltre l'80 strameritato. Grandi!
Alessandro
Domenica 20 Gennaio 2019, 23.40.19
5
album strepitoso. credo solamente che l'unica pecca siano le linee melodiche del cantato..non perché Englund non sia un enorme cantante ma perché le trovo poco valorizzate..avrei alzato un pelino il volume della voce. se dietro il microfono ci fosse stato un Russel Allen staremmo parlando di un capolavoro.
CeccoProg
Martedì 8 Gennaio 2019, 13.29.13
4
Bel disco, Tom Englud a parer mio era uno dei pochi singer con la personalità sufficiente per sostituire Alder e devo dire che non ha tradito le aspettative. Vedremo con il prossimo album dove ci saranno sicuramente linee vocali costruite su misura per Tom se saprà mantenere alto il livello. Indulge Color e And Yet a parer mio sono due piccole gemme, le migliori del lotto.
GT_Oro
Venerdì 28 Dicembre 2018, 8.21.26
3
Benvenuto Gabriel e ottima recensione, d'accordo parola per parola! Aggiungo che il ritornello di Impermanent è uno dei più belli del prog metal degli ultimi dieci anni IMO!
lisablack
Venerdì 28 Dicembre 2018, 5.38.03
2
Benvenuto Gabriel!!
Wonderboy
Venerdì 28 Dicembre 2018, 0.11.01
1
Diamo il benvenuto a Gabriel Galiano con il suo primo scritto!
INFORMAZIONI
2018
Metal Blade Records
Prog Metal
Tracklist
1. Eyes You Dare Not Meet in Dreams
2. Someone Else's Problem
3. The Echo Chamber
4. Impermanent
5. Indulge in Color
6. Little Men
7. And Yet
8. The Last of Me
9. New Year's Day
10. Long Night's Journey into Day
11. Noonday Devil
12. Someone Else's Problem (radio edit)
Line Up
Tom Englund (Voce)
Nick Van Dyk (Chitarra, Tastiera)
Vikram Shankar (Tastiera)
Sean Andrews (Basso)
Chris Quirarte (Batteria)

Musicisti ospiti
Simone Mularoni (Chitarra)
Chris Poland (Chitarra)
Ron Fish (Orchestrazioni)
 
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