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Jane`s Addiction - Ritual de lo Habitual
( 4146 letture )
Troppo grandi per durare. I Jane’s Addiction in soli sei anni di vita e con tre album rilasciati a partire dal 1987 diventeranno uno dei punti di riferimento assoluti in ambito crossover, riuscendo con la loro carica oltraggiosa e decadente a superare le strette barriere dell’hard rock, per donare al mondo una musica praticamente inedita, polimorfica e carismatica. Se il grezzo e seminale debut aveva gettato i semi di una vera e propria rivoluzione, già col primo vero album da studio Nothing’s Shocking la band di Los Angeles aveva composto un capolavoro assoluto di schizofrenia musicale, portando come corredo funk, psichedelia, hard rock, urgenza punk, visioni mistiche e sciamaniche, oltraggi sessuali, dipendenze varie, influenze tribali e ambizioni sfrenate. Un cocktail micidiale che sembrava in grado di infrangere ogni dogma prestabilito, che fece del gruppo una delle punte di diamante del cambiamento che passava sotto il nome di crossover e che avrebbe presto condotto la musica alla svolta degli anni Novanta. Un decennio che in realtà i Jane’s Addiction come band lambiranno appena, sciogliendosi del tutto inaspettatamente nel 1991, per la disperazione dei fans, ma anche degli addetti ai lavori, che videro uno delle realtà più talentuose emerse in quegli anni autodistruggersi con la stessa carica nichilistica e iconoclastica che ne aveva caratterizzato l’ascesa. Prima dello scioglimento, però, il gruppo riuscì a lasciare al mondo il proprio secondo album da studio, questo splendido capolavoro a titolo Ritual de lo Habitual, l’album forse anche più noto, grazie al successo dei singoli Stop! e Been Caught Stealing, entrambi sul podio più alto della classifica di Billboard in quel fatidico 1990.

L’album riprende la strada esattamente da dove si era interrotta col precedente Nothing’s Shoking, confermando in cabina di regia a fianco di Perry Farrell un coproduttore d’eccezione, quel Dave Jerden che da lì a poco sarebbe diventato uno dei professionisti più ricercati, il quale legherà indissolubilmente il proprio nome ad Alice In Chains, Social Distortion, Armored Saint, Sacred Reich, Anthrax, Biohazard, Offspring, PitchShifter e via dicendo. Il suono di Ritual de lo Habitual è probabilmente il migliore ottenuto finora dalla band: caldo, profondo, dotato di uno spettro ampio all’interno del quale gli strati sonori si sovrappongono come colori su una tavolozza e la straordinaria carica sprigionata dal gruppo si esprime al massimo del proprio potenziale. Base di partenza resta la strepitosa sezione ritmica di Eric Avery e Stephen Perkins, che macina funk e ritmiche tribali a tutto spiano, donando una dinamica irresistibile alla chitarra del grande Dave Navarro, il quale invece si muove sempre tra funk, psichedelia, hard rock e pulsioni quasi metal, con una naturalezza e una qualità anche in fase solistica davvero invidiabile. Su tutti, esaltata dal mixing, l’acuta e istrionica voce di Perry Farrell, vero e proprio maestro di cerimonia. Accentratore, tirannico, egocentrico, il cantante è tutte queste cose, ma fortunatamente anche tante altre e la sua particolare vena melodica, così come l’oltraggiosa ed esplicita carica lirica, contribuiscono in maniera decisiva al già ricchissimo melting pot creato dal gruppo. Assolutamente impensabile resistere ad una opener come Stop!, tanto veemente da apparire al limite tra punk, hard rock e metal, eppure al contempo dannatamente melodica e ritmicamente irresistibile. Ma è solo l’inizio perché la successiva No One’s Leaving con il suo dialogo tra ritmica funk ed esplosioni hard lisergiche è da contagio immediato e rappresenta senza dubbio uno degli apici del disco, grazie ad un andamento rutilante ed ossessivo e ad un assolo fiammeggiante di Navarro, mentre Avery e Perkins sono semplicemente da manuale. Farrell farnetica una parte delle liriche di Sex & Drugs & Rock’n’Roll di Ian Dury and the Blockheads nella stralunata introduzione di Ain’t No Right, altro missile hard funk irresistibile ed appiccicoso che lascia presto il campo ad un vero capolavoro a titolo Obvious. Questa canzone, che meriterebbe di essere tramandata ai posteri, si insinua ancora una volta a partire dal basso di Avery, sul quale si innestano poi in strati multiformi e poliedrici tutti gli altri strumenti e la voce di Farrell, con un sottofondo di piano costante e martellante, che esalta la melodia e gli strepitosi inserti di Navarro in una dimensione liquida, nella quale la musica sembra galleggiare e le note viaggiare come colori nello spazio. Il tutto con una facilità di accesso e contagio immediato davvero encomiabile, che non nasconde però anche sfumature drammatiche, come già nel finale della celeberrima Epic dei Faith No More uscita l’anno prima. Tocca al terzo singolo Been Caught Stealing ristabilire un’atmosfera di sana ribalderia, con un testo che è praticamente un inno alla cleptomania e un andamento ballabile ancora una volta semplicemente irresistibile, come irresistibile è la melodia di Farrell. Da qui in poi il disco prende tutta un’altra piega, tanto che nella versione in cassetta il Lato A terminava con nove minuti di silenzio, prima che la musica riprendesse nel Lato B, come a sottolineare che le due metà andassero separate in maniera netta, anche a costo di lasciare uno stacco così lungo. Fu Farrell naturalmente a volere tutto questo, dato che le canzoni di questa parte costituiscono una sorta di omaggio alla memoria di un’amica e amante del cantante, morta di overdose. I brani di questa seconda sezione pur essendo quattro sono infatti mediamente più dilatati dei precedenti, a partire proprio da Three Days, che stupisce sia per la lunghezza (siamo vicini agli undici minuti), sia per il continuo crescendo dalla forte impronta psichedelica e hard che si avvale però di una struttura atipica e quasi progressive nel suo incidere, che si priva dei punti di riferimento tipici della forma/canzone (strofa-ritornello-assolo), a favore di andamento ben più emozionante che divide il brano in parti diverse eppure collegate in un fluire davvero ipnotico e dal grande fascino. In questo brano il tema portante è dato da un weekend che il cantante e la sua amica passarono assieme ad un’altra donna, amandosi e verosimilmente anche perseguendo le rispettive assuefazioni. A dispetto dell’argomento trattato, The She Did appare quasi rilassata, centrata inizialmente su un arpeggio in pulito di Navarro, sul quale si inerpica poi una progressione ben più carica di tensione, che ancora una volta rivela una struttura libera in crescendo che colpisce profondamente per la carica emotiva sprigionata, mentre l’arpeggio iniziale perde tutta l’apparenza nostalgica. Ancora una volta, siamo al cospetto di un brano capolavoro, che esalta le potenzialità infinite di questa band, la quale si permette anche dissonanze quasi free jazz da parte di piano e tastiera prima del finale. In questo secondo brano la storia procede e l’amica/amante di Farrell è in realtà già morta e il cantante le chiede di portare il suo saluto alla propria madre, morta suicida quando il nostro Perry aveva solo quattro anni. Of Course spariglia ancora le carte in tavola, introducendo sonorità mediorientali affidate principalmente ad un violino e alle percussioni, con un effetto di tensione continua quasi opprimente. Si tratta dell’unico brano nel quale Avery non suona il basso, ma in effetti qui le suggestioni offerte dagli altri strumenti e dal tipico cantato di Farrell rubano tutto lo spazio, confezionando un pezzo d’arte di splendida fattura. Chiude l’album Classic Girl, la più breve della seconda parte, che riporta le atmosfere ad una maggiore pacatezza, seppure sempre senza una vera e propria liberazione, senza un punto di fuga o una sublimazione compiuta.

Si chiude così uno dei dischi più belli, complessi e completi di quegli anni. Un album che nel tempo non ha perso nulla della propria carica e della propria innovazione e che anzi ancora oggi sembra godere del proprio status di capolavoro al di fuori della mischia. Una tale profondità e ricchezza di influenze e suggestioni è davvero rara in ambito rock e parliamo comunque di musica che tutto sommato cerca ancora di coinvolgere l’ascoltatore. L’ampio ricorso alla melodia e il piacere di ascolto restano un faro discriminante, così come la capacità della band di suscitare emozioni piuttosto forti, che vanno a toccare diversi stati d’animo, regalando luci e ombre continui. Il crossover ricercato dalla band è sì oltraggioso, sessualmente esplicito, nichilista e iconoclasta, come già detto, punta a creare shock e deridere i tabù, ma non lo fa attraverso esoterismi o astrazioni intellettualistiche dalla difficile e dubbia interpretazione. Qua tutto è chiaro, esposto alla luce del sole, puro nella sua viziosità. La grandezza di questa band e della sua musica è sotto gli occhi e alla portata delle orecchie di chiunque, basta dimenticarsi che la musica debba avere un codice e una chiave di lettura univoca. Basta accettare che non tutto deve avere una forma prestabilita e che i paradigmi si possono superare solo abbattendoli e creandone di nuovi. Ritual de lo Habitual è quindi un disco ambizioso, enormemente ambizioso, eppure terribilmente fisico e scopertamente emotivo. Un disco che è un capolavoro assoluto sia a livello di perizia strumentale che di profondità compositiva, seminale e anticipatore per decine di gruppi anche lontani l’uno dall’altro. Un album maturo ancorché perfettibile, dotato di un fascino irripetibile e difatti non ripetuto, anche dagli stessi Jane’s Addiction. Come detto, il gruppo si scioglierà di lì a poco, minato dai rapporti instabili tra il dispotico Farrell e gli altri musicisti e per tutti resterà il dubbio di cosa questi pionieri avrebbero potuto ancora esplorare se fossero rimasti uniti nel momento di maggior ispirazione.



VOTO RECENSORE
91
VOTO LETTORI
85.38 su 21 voti [ VOTA]
patrik
Martedì 14 Luglio 2020, 23.15.00
20
uno dei dischi migliori degli anni 90 e non solo , bellissimo , pochi album hanno fatto ma ottimi , contraddistiguono i fugaci anni che verranno, con cambi di mode repentine , in questo periodo a parte il grunge che derivera dalla loro musica solo i tool mi colpiranno , questo è il loro ultimo album con avery al basso In un fantastico mix di metal , funk , progressioni e psichedelia , le liriche ambientaliste sempre attuali di perry farrel fanno da sfondo alla decadenza etica edeologica pronta a venire anche in europa , mai sentito una chitarra solista come quello di navarro , in tree days il capolavoro del disco.
Maurilio
Lunedì 8 Aprile 2019, 23.01.08
19
Che band! Album strepitoso.
Area
Lunedì 1 Aprile 2019, 13.01.45
18
Ribadisco che questo disco va ascoltato almeno una volta nella vita solo per la parte iniziale di These Days!
tartu71
Lunedì 1 Aprile 2019, 9.52.57
17
che belli gli anni 90!!
Patton76
Venerdì 4 Gennaio 2019, 22.34.22
16
Three days da sola vale una carriera...da sempre uno dei miei album preferiti, geniali.
Area
Mercoledì 20 Giugno 2018, 12.08.28
15
Ricordo che lo presi quasi 20 anni fa solo per Three Days... la parte iniziale mi ha sempre fatto impazzire! Comuque qui sarà pure Crossover ma siamo già in area Alternative Rock.
pajuuk
Giovedì 17 Agosto 2017, 16.26.27
14
cazzo sono le divisioni dei prodotti del supermercati)) ahahaah nu metal head ahahahahahahaha. daccordo con Rockerolla. bello leggere le cazzate di chi non ha vissuto quell epoca... uni spasso
Nu Metal Head
Sabato 18 Marzo 2017, 16.04.00
13
@rokkerolla: mettendomi al tuo stesso (basso) livello, tu più che rokkerolla mi sembri uno che ha il cervello di pasta frolla... e per di più ignorante, uno che scrive "misà" a quel modo... mmmmmhhhhhh, non dovrebbe avere nemmeno il diritto di sedersi davanti a una tastiera a scrivere...
Rob Fleming
Mercoledì 27 Gennaio 2016, 18.41.13
12
Three days: 10 minuti di ipnotica perfezione. Il resto è tanta buona musica. Peccato che la voce di Perry non mi sia mai piaciuta
Rokkerolla
Lunedì 20 Luglio 2015, 12.52.58
11
@Nu Metal Head a me invece misà che sei solo un dick head ahhuauhauhahuahu
Nu Metal Head
Martedì 11 Marzo 2014, 23.14.03
10
sì giusto qualcosina, perché anche sulla recente recensione dei RHCP siamo in disaccordo! comunque, nessuno nega l'importanza che possono avere avuto i jane's addiction, ma a me proprio non piacciono... poi sì, io sono nu metal head, ma in alcuni casi anche crossover head, solo che come già dissi un po' di tempo fa, per me il vero crossover è quello di RATM, living colour e primus... subito dopo arrivano i faith no more, e poi, un po' distaccati, i RHCP... infine, ma proprio alla fine, i jane's addiction.
VomitSelf
Martedì 11 Marzo 2014, 22.10.48
9
@numetalhed dai che su qualcosina noi si va d'accordo, ihihih...fatto sta che senza dischi come questo, probabilmente nemmeno il tuo amato nu-metal sarebbe mai nato
Nu Metal Head
Venerdì 28 Febbraio 2014, 17.01.22
8
ovviamente sono in disaccordo con vomitself (ma non c'era bisogno di dirlo), e stranamente, molto stranamente, anche se per motivi completamente diversi, per questa volta sono d'accordo con lambruscore... @argo: mi sembra strano come nel 2014 ci sia ancora gente che non sappia il significato della parola ancorché...
Lizard
Venerdì 28 Febbraio 2014, 13.56.27
7
@Argo: sono certo che un buon dizionario saprà darti la risposta che cerchi.
Argo
Venerdì 28 Febbraio 2014, 13.36.53
6
Cosa vuol dire "ancorchè"?
VomitSelf
Venerdì 28 Febbraio 2014, 12.17.44
5
Ovviamente li adoravo.
LAMBRUSCORE
Domenica 23 Febbraio 2014, 12.04.54
4
Ovviamente mai sopportati...
hm is the law
Sabato 22 Febbraio 2014, 18.36.22
3
Epico
Galilee
Sabato 22 Febbraio 2014, 14.06.56
2
Uno dei capolavori della storia del rock. Bellissimissimo, e non invecchia mai, ogni volta che lo ascolti sembra la prima volta. 99/100
vecchio peccatore
Sabato 22 Febbraio 2014, 13.02.42
1
Il loro secondo capolavoro, disco stupendo, soprattutto "Three days", voto meritatissimo.
INFORMAZIONI
1990
Warner Bros.
Crossover
Tracklist
1. Stop!
2. No One's Leaving
3. Ain't No Right
4. Obvious
5. Been Caught Stealing
6. Three Days
7. Then She Did…
8. Of Course
9. Classic Girl
Line Up
Perry Farrell (Voce)
Dave Navarro (Chitarra)
Eric Avery (Basso)
Stephen Perkins (Batteria)

Musicisti Ospiti
Charlie Bisharat (Violino su traccia 8, Violino elettrico su traccia 7)
Ronnie S. Champagne (Basso su traccia 8)
John Philip Shenale (Archi su traccia 7)
Geoff Stradling (Piano su trace 4 e 7)
 
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