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Timo Tolkki`s Avalon - The Land of New Hope
( 2262 letture )
Sulla scia dell’imponente successo ottenuto da un monicker come quello degli Avantasia, non poteva farsi mancare l’opportunità di dar vita ad una metal opera neppure il buon Timo Tolkki, conosciuto ai più per essere stato in forze agli Stratovarius dal 1985 al 2008, anno dello scioglimento della formazione finlandese prima che il gruppo decidesse di riformarsi senza di lui. In passato, Tolkki aveva già intrapreso in piccole dosi una sua carriera solista, con due album pubblicati nel 1994 e nel 2002, ed è da situarsi subito dopo la sua uscita dagli Stratovarius il progetto Revolution Renaissance, col quale dà alle stampe tre dischi prima di porre fine anche a quel capitolo. Nel 2010 è poi tempo dei Symfonia, superband che poteva contare su nomi di punta della scena power mondiale come André Matos (Angra, Shaman), Uli Kusch (Holy Moses, Gamma Ray, Helloween, Masterplan, Mekong Delta, Ride the Sky), Jari Kainulainen (Stratovarius, Evergrey) e Mikko Härkin (Sonata Arctica e Divinefire tra gli altri). Dopo aver posto fine anche a questo gruppo sul finire del 2011, Tolkki sembra voler abbandonare del tutto il mondo della musica, salvo tornare sui suoi passi nella primavera dell’anno seguente. Il 2013 è invece l’anno della metal opera chiamata Timo Tolkki’s Avalon, ambizioso tentativo di risollevare le proprie sorti artistiche con l’aiuto di un gran numero di ospiti come la tradizione delle metal opera a gran voce richiede. Su The Land of New Hope, primo capitolo di questo nuovo corso, partecipano nomi che fanno ben sperare per le sorti del disco: dietro al microfono si susseguono infatti le quotate voci femminili di Elyze Rid degli Amaranthe e di Sharon den Adel dei Within Temptation, oltre a quelle maschili dei vari Michael Kiske (ormai onnipresente), Rob Rock, che già prestò le sue corde alle band di Axel Rudi Pell e di Chris Impellitteri, Russel Allen dei Symphony X e Tony Kakko dei Sonata Arctica. E se dietro le pelli troviamo il “nostro” Alex Holzwarth (Rhapsody of Fire), alle tastiere si alternano Jens Johansson (Stratovarius), Derek Sherinian (con un passato nei Dream Theater) e nuovamente Mikko Härkin, che era già presente nei Symfonia. Tutti nomi altisonanti e che dovrebbero garantire un risultato sicuro per Tolkki, anche se, come vedremo, non andrà proprio così.

L’andamento generale dell’album è buono, ma non certo eccezionale. Strutture ritmiche e melodiche tipiche del power sono comuni a tutti i pezzi qui presenti, con appena due-tre brani che si distinguono in meglio per intensità ed atmosfere trasmesse. Gli ospiti giocano le proprie carte a regola d’arte, ma difficilmente traspare qualcosa di più del puro e semplice compitino che tutti sono chiamati a svolgere. L’inizio non è dei migliori per via di due brani che non lasciano nulla più che le solite sensazioni a cui siamo da sempre abituati in ambito power/sinfonico. Stiamo parlando di Avalanche Anthem e A World Without Us, canzoni apprezzabili ma con poche possibilità di restare impresse a lungo. In entrambe le occasioni abbiamo l’alternarsi di voci maschili e femminili, con i sempreverdi Rob Rock e Russel Allen sugli scudi e la più giovane Elyze Rid ad inserirsi in alcuni punti. Tra le due, l’opener è comunque migliore. Resta in testa invece la seguente Enshrined in My Memory, utilizzata come singolo apripista così come la traccia precedente. Qui tocca a Elyze Rid reggere tutto il pezzo e, anche grazie alle sue tonalità quasi pop, il risultato finale è un brano decisamente orecchiabile, anche se non certo tra i migliori del lotto. Tutt’altro discorso per In the Name of the Rose, ballad delicata e dalle tinte oscure che riesce nel difficile compito di elevare l’intensità emotiva del disco, fin qui abbastanza assente. Anche le sei corde di Tolkki sembrano ritrovare la dignità più volte perduta grazie ad un assolo degno di nota. Sono i cori i protagonisti di We Will Find a Way, brano arrembante e divertente con un duetto davvero interessante tra Rob Rock e Tony Kakko. È però Shine il brano che più di tutti trasmette le giuste sensazioni e va a finire subito nel lotto dei migliori a dispetto di altre tracce sicuramente più impegnative e strutturalmente più complesse. Il merito va quasi tutto alla bellissima e candida voce di Sharon den Adel, qui sorretta da quella della più volte citata Elyze Rid. Buone le successive tre canzoni, che dimostrano le eccezionali doti vocali degli ospiti qui presenti, dai “soliti” Rob Rock e Russell Allen (molto intensa è la lenta I’ll Sing You Home, mentre molto più spedite e tirate sono le altre due) per arrivare all’intramontabile Michael Kiske, autore di una prova coi fiocchi nella conclusiva The Land of New Hope, suite di quasi nove minuti emozionante e dalle forti tinte sinfoniche.

Ciò che preme sottolineare, però, è la poca genuinità che emerge dal disco nel suo complesso. Se da un lato abbiamo delle canzoni apprezzabili per vari motivi, dall’altro abbiamo un prodotto creato palesemente ad hoc per seguire una tendenza felice e dal sicuro ritorno commerciale. Certo, questo The Land of New Hope può essere un must per un vero appassionato del genere, o perlomeno un disco da ascoltare con piacere, ma non potrà che incorrere in critiche più o meno aspre da tutta quella fetta di pubblico che non è alla ricerca del disco creato su misura per un certo tipo di ascoltatori, quanto piuttosto di un lavoro che sia in grado di andare al di là della semplice prova priva d’imperfezioni e che sappia raggiungere davvero le corde più nascoste di ognuno di noi. In questo Tolkki fallisce ed è inevitabile pensare che pur di ottenere questi risultati volutamente cercati ci sarà negato di attenderci qualcosa in più da tale progetto.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
88 su 3 voti [ VOTA]
JERICHO 2014
Martedì 8 Aprile 2014, 20.44.43
2
Concordo in toto con quanto detto da Radamanthis: album buono,ma non spettacolare (x dire) come i 2 primi Avantasia,ovvero le Metal Opera! La title-track con Kiske è stupenda,e vero in certi passaggi scimiotta Keeper of the 7 Keys,però è tra le 3 migliori assieme a (personalmente) In the Name of the Rose e To the Edge of The World. Quest'ultima mi ha ricordato i vecchi Stratovarius (quelli veri!) e un pizzico della power songs ultimi Avantasia!
Radamanthis
Martedì 8 Aprile 2014, 17.42.13
1
Disco che aspettavo e che mi immaginavo il nuovo Avantasia...dopo qualche ascolto però l'idea dell'essere bello ma incompiuto si rafforzava sempre più. Pochi giri di paroleper dire che mi sarei aspettato altro e certamente di meglio. Non parlo della qualità dei musicisti, dei cantanti, delle melodie, delle performance dei singoli (tutta roba di pregevolissima fattura) parlo proprio della qualità compositiva. Tutte le tracce sono gradevoli e anche più ma da un'opera del genere mi aspettavo di più. La stessa traccia con Kiske alla voce che è più bella e qualla da me più attesa prova (inutilmente) a ricalcare Keeper of the 7 keys senza la magia di qualla traccia, senza le idee di qualla traccia, senza il pathos di quella traccia; la sola splendida voce di Kiske (la stessa di quella traccia) non basta anche se è in alcuni tratti da brividi e alza il livello medio di una bella tecca!. Voto 75 che di per sè non è male ma le aspettative erano ben altre.
INFORMAZIONI
2013
Frontiers Records
Power/Symphonic
Tracklist
1. Avalanche Anthem
2. A World Without Us
3. Enshrined in My Memory
4. In the Name of the Rose
5. We Will Find a Way
6. Shine
7. The Magic of the Night
8. To the Edge of the World
9. I’ll Sing You Home
10. The Land of New Hope
Line Up
Timo Tolkki (Chitarra, Basso)

Musicisti Ospiti:
Elyze Ryd (Voce)
Sharon den Adel (Voce)
Michael Kiske (Voce)
Rob Rock (Voce)
Russell Allen (Voce)
Tony Kakko (Voce)
Jens Johansson (Tastiere)
Derek Sherinian (Tastiere)
Mikko Härkin (Tastiere)
Alex Holzwarth (Batteria)
 
RECENSIONI
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