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I Killed The Prom Queen - Beloved
( 1915 letture )
Lo ammetto, ho sempre visto gli I Killed The Prom Queen come i cugini (passatemi il termine) sfigati dei Parkway Drive. Il problema è che di quello split album I Killed The Prom Queen/Parkway Drive, ho ascoltato sempre e solo le due canzoni dei Parkway. Quando mi è stato proposto di recensire questo disco, mi sono sentito stranamente sollevato: potevo rimediare al mio errore, ma soprattutto ascoltare finalmente sti benedetti cinque australiani. Ma non prima di avere fatto i compiti per casa.

Della storia degli IKTPQ ci ho capito ben poco: il gruppo ha subito cambi di formazione "megadethiani", con ben tredici militanti in dieci anni di attività, intervallati da due pause, una nel 2007 e una dal 2008 al 2011; gli unici componenti fissi sono stati i chitarristi Jona Weinhofen e Kevin Cameron. Nonostante tutto, il gruppo ha all'attivo sei uscite discografiche, di cui tre album effettivi, uno split e due EP.
La formazione, per questo Beloved, vede schierati i già citati Weinhofen e Cameron alle chitarre, affiancati dai freschi Benjamin Coyte al basso e Shane 'O Brien alla batteria, che va a rimpiazzare lo storico JJ Peters, ora impegnato a fare casino coi suoi Deez Nuts. Alla voce, dopo l'uscita di Ed Butcher, troviamo Jamie Hope. Saprà reggere il confronto con Butcher e, soprattutto, con il memorabile Michael Crafter, primo vocalist ed esecutore di buona parte della discografia della band?

Uscito sotto Epitaph, registrato nel 2013 allo Studio Fredman e prodotto da Fredrik Nordström (Bring Me The Horizon, At The Gates, In Flames, Dimmu Borgir, Architects UK), l'album si apre con The Beginning of the End, una canzone/intro, formula ormai essenziale e canonica nel mondo del core (il titolo a mio avviso è però eccessivamente banale ed inflazionato); il pezzo introduce subito un Hope che esibisce un growl molto sporco, sorretto da un piano e da alcuni effetti ambient, ai quali si unisce successivamente la band; niente di troppo epico, ma comunque come introduzione può starci.
All'inizio Hope può risultare forse eccessivamente sporco, ma la sensazione passa a circa metà album, come se il ragazzo si fosse solo riscaldato la voce nelle prime tre-quattro canzoni; anche il suo clean, mai sfruttato eccessivamente, è di ottima fattura: basti ascoltare l'esempio più notabile in Kjaerlighet, canzone su comunque approfondirò l'analisi più avanti. Gli altri tre componenti tengono bene il passo, precisi, pesanti, grazie anche ad una scelta di suoni a dir poco perfetta. Evidentemente il buon vecchio Fredrik si è improvvisato cuoco, creando un denso minestrone di suoni, nel quale ogni ingrediente è palesemente distinguibile: si riesce a sentire benissimo ogni singolo componente, senza che uno sovrasti l'altro.
Colui che sorregge il baldacchino, però, è indubbiamente Weinhofen, che oltre a tirar fuori possenti riff che entrano subito in testa, inserisce magistralmente dei tappeti di violini e di strumenti classici, che contribuiscono ad infittire l'atmosfera generale.
L'intro ci lascia alla devastante To the Wolves, primo singolo dell'album: la band inizia, come un toro, a "caricare" la canzone, dando giusto il tempo per far aprire il circle pit, scatenando poi improvvisamente un break down in pieno stile aussie, pesante e ritmato al punto giusto. Nel mentre, Weinhofen accenna una melodia con la chitarra, che però è destinata a svanire, in favore di una parte "tirata", in cui Hope canta inferocito. La canzone procede, presentando un ritornello che esibisce anche il già citato tappeto di strumenti classici, che ci accompagnerà per tutto l'album in maniera stupenda, ma mai senza strabordare o crescere al di sopra degli altri strumenti. Dopo la classica progressione strofa-ritornello-bridge-break down (pesantissimo, introdotto da un Let Us Forgive urlato con disperazione da Hope, che fa salire i brividi), il pezzo è già finito.
Le successive Bright Enough e Melior partono con dei riff molto orecchiabili, salvo poi inesorabilmente scivolare nella solita struttura, sempre pregna di magistrali break down. Punto di forza di Bright Enough è sicuramente il ritornello, cantato in un bellissimo clean mascolino, a differenza di quelli estremamente effemminati che, ahimè, ormai pervadono il mondo del core.
Thirty One & Sevens (qualcuno ha detto August Burns Red?), secondo singolo estratto, riprende ciò che To the Wolves aveva iniziato, anzi, riprende praticamente l'esatta struttura generale: la batteria carica il tutto come una molla e alla conflagrazione generale ci pensa un break down bello pieno; l'unica variazione sta nel ritornello, questa volta in clean. Gli archi di Weinhofen ci sono sempre e le armonizzazioni di chitarra si fanno assiduamente sentire. Nel complesso, questa resta un'ottima canzone, anche se non si discosta troppo dal primo estratto.
Con Calvert Street, Hope ci urla addosso tutto il suo astio, salvo poi carezzarci con un bellissimo ritornello (sempre in clean) in pieno stile Soilwork; non a caso, il pezzo vanta la partecipazione del fantastico Björn Strid, cantante della band sopracitata. La canzone, comunque, l'ho sentita più come un "passaggio" verso quella che è una delle perle più brillanti dell'album: Kjærlighet ("amore" in norvegese; non so perché ma non sono affatto stupito).
Il pezzo alterna momenti calmi, con basi di synth, chitarre pulite, voci in clean, arpeggi e atmosfere trasognate a spezzoni di pura cattiveria, comunque mai esagerata: nessun break down, nessun blast beat, la voce di Hope in growl (non tirato quanto negli altri episodi dell'album), il tutto contornato dagli arrangiamenti classici di Jonah. La canzone, in breve, gioca sulla contrapposizione buio/luce, bianco/nero, buono/cattivo, creando un effetto veramente emozionante, che merita più di uno o due ascolti.
The Beaten Path prosegue, quasi senza che ce se ne accorga, forse perché si è troppo intontiti dalla precedente. Nightmares, invece, segue un po' il mood e la strada di Kjærlighet, ma in maniera più violenta, aggiungendo ciò che alla sua controparte mancava, ovvero qualche break down e dei riff un po' più spinti. No One Will Save Us ci presenta come supporto ad Hope nientemeno che Jonathan Vigil, già leader dei The Ghost Inside, che sfoggia una performance di altissimo livello (come tutte le sue esibizioni, d'altro canto), senza comunque coprire o far sfigurare Hope.
L'album si conclude con Brevity, che praticamente è un concentrato di break down, con spazio solo per un arioso ritornello, nel quale si fanno spazio gli archi e i violini, molto più distinguibili che nelle altre canzoni; ritornello che va cantato a squarciagola da chiunque ci sia sotto il palco, rendendo a tutti gli effetti questa traccia di chiusura uno degli "inni" dell'album.

Insomma, siamo di fronte ad un ritorno alle scene in pompa magna, con un'uscita che, a mio parere, riesce addirittura a superare le precedenti in tutti gli aspetti. L'unica nota negativa, che in realtà potrebbe essere vista quasi come una scusa per non lodare eccessivamente l'album, è la sua, in alcuni tratti, ripetitività (basti pensare alle eccessive similitudini di To The Wolves-Thirty One.. e Kjærlighet-Nightmares).
Sperando che la formazione resti stabile e che Weinhofen non esaurisca le idee, attendo con impazienza il prossimo lavoro di questi trionfalmente riformati I Killed The Prom Queen e, nel frattempo, prevedo che Beloved resterà nel mio stereo per un altro po' di tempo.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
66 su 11 voti [ VOTA]
Sonny
Lunedì 14 Aprile 2014, 10.54.08
1
Davvero una bella recensione che mi ha incuriosito parecchio!
INFORMAZIONI
2014
Epitaph Records
Metal Core
Tracklist
1. Beginning Of The End
2. To The Wolves
3. Bright Enough
4. Melior
5. Thirty One & Sevens
6. Calvert Street
7. Kjærlighet
8. The Beaten Path
9. Nightmares
10. No One Will Save Us
11. Brevity
Line Up
Jamie Hope (Voce)
Jona Weinhofen (Chitarra, Tastiera, Cori)
Kevin Cameron (Chitarra)
Benjamin Coyte (Basso)
Shane O'Brien (Batteria)
 
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