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Intervals - A Voice Within
( 2206 letture )
Avevo già avuto modo di ascoltare gli Intervals dal vivo in supporto a Tesseract e Protest the Hero nella scorsa data milanese e l’impressione a caldo che fecero sia a me che al resto del pubblico fu piuttosto positiva. Tuttavia, prima di allora, non c’era stato ancora il modo di poter ascoltare l’album proposto in sede, così decisi di rimandare ogni mio giudizio a quando l’avrei ascoltato con calma nella tranquillità delle mura domestiche. Con grande piacere (e, ammetto, con un po’ di sorpresa) posso dire che, dopo diversi e attenti ascolti, ogni aspettativa nei loro confronti è stata ripagata se non superata.

Dopo la sfortunata parabola con i The HAARP Machine, l’arrivo in pianta stabile di Mike Semesky al microfono (oltre ad aver reso gli Intervals un gruppo di fatto non più unicamente strumentale) ha portato un’indubbia ventata d’aria fresca all’interno della formazione, facendo lievitare vertiginosamente il livello qualitativo dei brani grazie ad un songwriting più maturo e autentico, intento ad abbattere per un istante la falsa credenza che vuole in un suono algido e calcolato di matrice djent l’impossibilità di far trasparire sensazioni umane. Dimenticatevi per un po’ di quel brutto vizio tipico di certi gruppi della nuova leva prog che vuole concentrare a tutti i costi in quattro minuti circa di canzone una quantità tale di riff e di segmenti tali da poter coprire tre album. E dimenticatevi quindi di quelle canzoni fredde, oggettivamente complicate, ma profondamente vuote e inconcludenti, piene di idee statiche e prive di sviluppo. Stavolta gli Intervals ci risparmiano questo copione trito e ritrito, riuscendo a tracciare un unico filo conduttore per tutta la durata del disco senza perdersi per strada, riuscendo a complicare a dovere il suono con tempi dispari, accenti irregolari e quant’altro senza mai farne un esercizio di stile volto ad atti masturbatori. Insomma, uno dei pochi gruppi in circolazione consci del fatto che pubblicare un album non è necessariamente un’occasione per auto compiacersi!
In A Voice Within non troverete riempitivi, poiché ogni canzone rappresenta una sfaccettatura diversa della personalità del gruppo, che vuole incorporare a sé quante più influenze possibili, dalla musica estrema fino ad arrivare alle schitarrate acustiche latino-americane. Infatti, seppur il disco spazi da brani con un tiro, passatemi il termine, più “americano” (Ephemeral, The Self Surrendered e Atlas Hour) ad altri strutturalmente e concettualmente più complessi e ricercati (Moment Marauder e l’omonima) non vi si percepisce attrito tra lo scorrere di una canzone e l’altra, concedendo così una certa facilità all’ascoltatore nel godersi un ascolto prolungato e continuativo dell’album nella sua interezza senza doversi approcciare a piccole dosi.

Tornando in merito al nuovo arrivato, l’approccio di quest’ultimo circa lo stile vocale si discosta radicalmente da quanto sentito in Disclosure, abbandonando definitivamente le parti vocali sporcate (ottimamente, aggiungerei) optando quindi per un approccio melodico, versatile sia per quanto concerne le parti più mordenti sia per quelle più delicate, costruendo quindi un’ampia gamma di sfumature che lascia il dovuto spazio ad ogni espressione e sensazione che verrebbero altrimenti offuscate da un comune growl. Il lavoro svolto dai due chitarristi Marshall e Guyader si svolge in maniera abbastanza tipica su quelli che sono diventati ormai i dettami del genere (downtuning, palm-muting, eccetera) presentando comunque dei lampi di genio molto acuti capaci di rimanere impressi anche dopo l’ascolto. L’assenza di un bassista in formazione (con ottave così basse per molti gruppi djent questo ruolo non è più diventato primario) permette sicuramente maggior libertà d’espressione alle due chitarre ma, soprattutto, consente una costruzione più organica delle frequenze che suonano compatte in ogni situazione, facilmente giostrabili nell’economia del disco. Come al solito, in merito alle percussioni e alla produzione non vi è alcun appunto da fare: semplicemente ineccepibili.

Confesso che l’uscita sulla breve distanza di album come Antrophocene dei Being, il recente The Joy of Motion degli Animals as Leaders e questo A Voice Within mi fanno ben sperare per il futuro del genere che, alla luce di queste uscite, pare aver trovato finalmente un suo versante d’appartenenza e che stia in tutti i modi cercando di uscire allo scoperto dalla forza gravitazionale che agisce in direzione dei tanto imitati/plagiati Meshuggah. Chiaramente potrei essere smentito in ogni momento, ma in cuor mio spero tanto di no.
In definitiva, se siete dei ‘djentlemen’ alla ricerca di un disco fresco, onesto e suonato con intelligenza, non perdete tempo e comprate subito questo album. Non rimarrete delusi.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
80.57 su 14 voti [ VOTA]
Red Rainbow
Giovedì 24 Aprile 2014, 11.17.06
3
Album più che buono, concordo anch'io sulla positiva novità dell'arrivo di Semesky a superare l'impostazione strumentale degli esordi. Gli faccio superare l'80 per la title track, magnifica...
Christian
Giovedì 24 Aprile 2014, 0.44.35
2
Ho avuto modo di apprezzarli dal vivo al concerto dei Protest The Hero ad Assago e mi sono piaciuti molto, l'album l'avevo già ascoltato e non l'ho trovato male. Assolutamente da tenere d'occhio.
Aelfwine
Mercoledì 23 Aprile 2014, 23.35.49
1
Bella recensione, un gruppo interessante che sto tenendo sott'occhio da tempo. Dal vivo sono molto coinvolgenti.
INFORMAZIONI
2014
Autoprodotto
Djent
Tracklist
1. Ephemeral
2. Moment Marauder
3. Automaton
4. The Self Surrendered
5. Breathe
6. The Escape
7. Atlas Hour
8. Siren Sound
9. A Voice Within
Line Up
Mike Semesky (Voce)
Aaron Marshall (Chitarra)
Lukas Guyader (Chitarra)
Jason Novalis (Batteria)
 
RECENSIONI
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