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Manilla Road - Out Of The Abyss
( 2151 letture )
Da sempre gli americani Manilla Road hanno incarnato l’essenza più sanguigna, coriacea e anti-modaiola dell’heavy metal nella sua forma basica: acciaio allo stato brado, violento e intransigente, epico e marmoreo, colto, lontano dalle pompose tendenze catchy di tanti illustri colleghi, lontanissimo dai cliché e dagli stereotipi; la creatura di Mark Shelton si è sempre distinta per coerenza e drammaticità, assurgendo al ruolo di band culto negli anni Ottanta grazie ad un periodo d’oro scandito da pilastri quali Crystal Logic, Open the Gates o The Deluge. Nel 1988, Shelton rilasciò Out of the Abyss, settima fatica della serie, il quale -pur essendo minimamente inferiore rispetto ai predecessori- non faceva che ribadire la possente epicità del combo del Kansas ed il suo tiro assolutamente lontano da ogni influenza vagamente commerciale. Ancora una volta, ci si trovava di fronte ad una colata di massi di granito secchi e letali, roba destinata a pochi intimi e che mai e poi mai avrebbe potuto e voluto ottenere significativi riscontri mediatici; in esso erano addirittura presenti delle forti contaminazioni col thrash metal, genere che al tempo andava per la maggiore e che affascinò pure la formazione originaria di Wichita.

Il disco è qualitativamente importante per la piccola svolta speed metal che porta nella discografia dei suoi fautori; in esso si distinguono parecchi pezzi dalla ritmica tiratissima, molto più che in passato, scanditi da un drumming scrosciante e asciutto. Il riffing velenoso e tonante di Shelton scolpisce nella roccia pezzi corposi e senza grosse melodie, nei quali il cantato evocativo del mastermind si articola nelle consuete inflessioni quasi liriche. Accelerazioni e galoppate devastanti -alternate a rocciosi rallentamenti- animano brani dal piglio thrashy, sempre molto lunghi e ricchi di sfaccettature: l’opener Whitechapel, la nervosissima titletrack (uno dei pezzi più eccitanti e coinvolgenti del lotto), le robustissime e serrate Black Cauldron o Midnight Meat Train sono solo alcune delle bordate in velocità proposteci nel platter, che tuttavia poggia pure su macigni lenti e cadenzati come Rites of Blood o Return of the Old Ones, addirittura grave e ieratica. In entrambe le tipologie di composizione siamo al cospetto di sonorità ostiche e difficili da assimilare, non certo immediate; gli stessi ritornelli sono ruvidi, stridenti, mai catchy. Nessuna similitudine, dunque, con l’epic radioso e ridondante dei Manowar, molto più piacente, ed è straordinario poter godere di due facce della stessa medaglia tanto differenti, proprio grazie all’operato di formazioni caparbie come i Manilla Road, costantemente alla ricerca di un sound proprio, originale e riconoscibile in pochissime note. Se possibile, Out of the Abyss è ancora più inscalfibile e serioso dei lavori che lo hanno preceduto, quasi volesse continuare un infaticabile percorso alla ricerca dell’essenza più pura e incorruttibile dell’heavy metal: un disco potente, compatto, molto cupo e capace di creare atmosfere sofferenti e rarefatte, anch’esse lontane dallo splendore fiorente di tanti altri esponenti del filone epico.

I suoni sono molto robusti e scarni, la produzione cruda e basica: non sporca, ma di sicuro verace, grezza, vera. Sembra quasi registrato in presa diretta, Out of the Abyss, un album naturale e privo di ritocchi tecnologici di alcun tipo. Il basso pulsa costantemente al fianco della chitarra, le cavalcate veloci di taglio thrash costituiscono come detto l’asse portante dell’opera e qua e là compare pure qualche raro e gradito assolo melodico (Midnight Meat Train), il quale va a puntellare con un tocco di classe il tutto. Forse è un prodotto meno vario dei suoi predecessori, nel quale anche le linee vocali non sono sempre fresche o originali, ma la tracklist è in ogni caso più che solida, omogenea al punto giusto e senza alcun calo di rilievo, se è vero come è vero che si conclude con due episodi vigorosi e ben ritmati quali Slaughterhouse e Helicon. Di lì a poco i Manilla Road andranno incontro ad un destino ingiusto, con uno scioglimento prematuro che sarebbe arrivato dopo un altro paio di album, ma questa è davvero un’altra storia, conclusasi per fortuna con la gratificante reunion del 2000, un gradito ritorno che ha riportato in auge una delle realtà più importanti e maestose dell’epic metal del decennio d’oro.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
78.75 su 4 voti [ VOTA]
Aceshigh
Venerdì 17 Luglio 2020, 14.50.34
2
Un gradino sotto ai 4 precedenti album, che compongono una quaterna eccezionale, ma comunque un bell’album. Le influenze thrashy già accennate nel precedente Mystification vengono qui confermare, il lavoro infatti si presenta bello aggressivo. Return of The Old Ones e la conclusiva Helicon, pezzi forse più old-style, rimangono comunque tra i vertici dell’album. Voto 80
spiderman
Sabato 21 Giugno 2014, 20.14.37
1
OTTIMA RECENSIONE.Da veramente l'idea dell'album,eh si proprio cosi'! la loro musia e' essenziale e robusta,valorizzata da una produzione semplice ma diretta ed efficace che risalta un epic heavy d'altri tempi. A mio avviso tutti i strumenti sono stati suonati in modo esemplare,senza tanti fonzoli in modo tale che il sound ti arriva dritto al cuore.Le mie preferite sono le tracce 1,3,6 e 9.Insieme ai Manowar e ai Virgin Steel, i Manilla Road saranno sempre nel mio cuore,Voto:84.
INFORMAZIONI
1988
Leviathan Records
Heavy
Tracklist
1. Whitechapel
2. Rites of Blood
3. Out of the Abyss
4. Return of the Old Ones
5. Black Cauldron
6. Midnight Meat Train
7. War in Heaven
8. Slaughterhouse
9. Helicon
Line Up
Mark Shelton (Voce, Chitarra)
Scott Park (Basso)
Randy Foxe (Tastiere, Batteria, Cori)
 
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