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The Rolling Stones - Exile on Main St.
( 7512 letture )
Capita, a volte, che album fra i più geniali e brillanti nascano in situazioni apparentemente tutt’altro che ottimali: problemi economici, traversie personali, guai di ogni genere dovrebbero in teoria frustrare, se non uccidere la creatività di qualunque musicista, fosse anche la rockstar più abituata e scafata. Ciò nonostante, si sa che è quando il gioco si fa duro che i duri incominciano a giocare ed è così che, in certe situazioni, sono nati alcuni album storici. È decisamente questo il caso di Exile on Main St., uno degli album più riusciti nell’immortale carriera dei The Rolling Stones e, verosimilmente, il più complesso e ricco di influenze, a dispetto di una produzione a dir poco scellerata. La storia dietro questo lungo e variopinto lavoro è infatti costellata di ogni genere di intoppi e ritardi, dovuti alle cause più disparate, eppure, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua pubblicazione, continua ad esser considerato un capolavoro del rock, da alcuni addirittura IL capolavoro di Mick Jagger. I diciotto brani che compongono Exile on Main St. furono scritti in un intervallo di tempo piuttosto lungo, che va dal 1968 al 1972; in mezzo, i cinque si separarono dal loro produttore per evitare di dovergli riconoscere i diritti sui nuovi pezzi, dovettero trasferirsi in Francia a causa dell’elevatissima pressione fiscale britannica, furono costretti a spendere tempo e denaro per effettuare sovra-incisioni a iosa e si trovarono a combattere con le ripetute assenze dei vari membri della band, in particolare di Keith Richards, che in quel periodo stava precipitando nel vortice letale dell’eroina. Qualunque musicista, probabilmente qualunque essere umano sarebbe impazzito o avrebbe mollato. Invece, contro ogni difficoltà e con quella grandezza innata che solo alcuni possiedono, i Rolling Stones produssero l’ennesima pietra miliare della loro carriera.

Exile on Main St. si fa subito notare, innanzitutto, per la copertina, frutto di un bizzarro collage di foto e spezzoni di film in bianco e nero; è interessante il fatto che questo artwork, in qualche modo, simboleggi i molteplici “volti” e le ricchissime sfaccettature delle canzoni composte dalla band, che si destreggia indifferentemente fra rock ‘n’ roll, blues, folk, country, gospel e molto altro ancora. Anche la musica, insomma, costituisce un collage, un collage incredibilmente fresco e vitale, nonostante una produzione che, come detto, è tutt’altro che all’altezza, con la voce di Mick Jagger frequentemente penalizzata. Le danze vengono aperte dal consueto riff intrigante di Keith Richards, raggiunto presto dagli altri strumenti, fra cui un frizzante piano in sottofondo e, in un secondo momento, trombe; la voce del frontman, in compenso, è sepolta fin troppo in profondità e non riesce ad emergere del tutto, pur contribuendo all’eccellente tiro del brano. Rip This Joint va meglio da questo punto di vista, con la voce di Jagger maggiormente presente e particolarmente sguaiata per i suoi standard, accompagnata ancora da un festival di strumenti sui quali spicca il sassofono. Terza traccia e terzo stile diverso! Stavolta abbiamo a che fare con Shake your Hips, cover del celebre bluesman Slim Harpo, dove la parte del leone la fa nuovamente Keith Richards, benché anche la sezione ritmica si destreggi ottimamente nel groove irresistibile del brano. Casino Boogie poggia invece in modo decisivo proprio sulla sezione ritmica, ma anche in questo caso il protagonista del brano è il chitarrista della band, dato che è proprio lui a suonarvi il basso! Come si verificava di consueto durante le registrazioni di Exile on Main St., circostanza che abbiamo già rimarcato, Bill Wyman era assente e quindi fu proprio Richards a darsi da fare al basso, con il contributo del bassista aggiunto in un secondo momento. E’ poi la volta di uno dei brani più celebri dell’album, Tumbling Dice, dove vanno segnalate ancora una volta una splendida prestazione corale della band, ma anche una produzione piuttosto melmosa, che soprattutto nell’ultima parte rende quasi incomprensibili le parole di Jagger. Un peccato davvero, se si considera la validità della canzone, che fu anche scelta come primo singolo. Le vostre orecchie non si sono ancora abituate alla variopinta alternanza di stili dell’album? Allora le prossime tracce non vi aiuteranno: si cambia infatti completamente registro con il country rilassante e suggestivo di Sweet Virginia e Torn and Frayed, quest’ultima arricchita dalla presenza di un pianoforte. Riguardo alla prima, invece, più delicata nel complesso, si vocifera che ai cori abbia partecipato la leggenda del country Gram Parsons, che in quel periodo si trovava nella medesima città francese dove si erano rifugiati gli Stones e che era grande amico di Richards. Realtà o finzione? Forse si tratta solamente di una delle tante leggende del mondo del rock, ma è comunque un’ipotesi suggestiva, considerando anche il fatto che Parsons venne definito il Jimi Hendrix bianco dal produttore Terry Melcher. Sweet Black Angel mantiene un’atmosfera acustica e rilassata, con aggiunta di una gradevole armonica, ma il testo è tutto tranne che sereno, essendo dedicato all’attivista delle Black Panthers Angela Davis, in quel periodo accusata di omicidio. Loving Cup muta ancora, essendo sostenuta soprattutto dal pianoforte e verso la fine irrobustita da un sassofono; potrebbe sembrare quasi un brano di Bruce Springsteen, se non fosse ovviamente per l’inconfondibile voce di Jagger, sostenuta a dovere da Richards. Curiosamente, sulla traccia successiva il chitarrista, non contento di aver fatto la parte del leone in buona parte delle canzoni, ruba al compagno di band sia la scena, sia addirittura il microfono! Più seriamente, su Happy il microfono passò al chitarrista in virtù dell’assenza del “titolare” e la versione definitiva piacque un po’ a tutti. Inusuale per chi è abituato a considerare –giustamente- Mick Jagger un totem, ma gradevole. Turd on the Run, penalizzata di nuovo dalla terribile produzione che soffoca quasi totalmente la voce del frontman, è per il resto un brano dal ritmo incalzante, un pezzo blues che invoglia a ballare sulla propria sedia o dovunque ci si trovi mentre lo si ascolta. Restiamo nel blues più caldo ed accogliente con la splendida Ventilator Blues, e sarebbe meglio restarci ancora, dato che I Just Want to See his Face, unico brano veramente malriuscito dell’album, è un’accozzaglia sonora devastata da una produzione da demo dei peggiori bar di Caracas. Poco male, Let it Loose risolleva subito le quotazioni di Exile on Main St. grazie al suo incedere melanconico ed ai suoi piacevoli cori gospel, mentre All Down the Line è rock ‘n’ roll allo stato puro, con un bell’assolo di Mick Taylor. Non ne avete abbastanza, vero? Spero di no, dal momento che i tre brani finali si mantengono su un livello qualitativo molto elevato e scacciano qualunque parvenza di noia che, dopo così tante canzoni, potrebbe legittimamente fare capolino. Stop Breaking Down è una gradita e riuscita cover del maestro Robert Johnson, l’uomo del patto col Diavolo, Shine a Light è una piccola gemma nobilitata dall’organo e da una prestazione alla chitarra da brividi di Keith Richards. Non è un caso che Martin Scorsese, per il titolo del suo film-documentario sui The Rolling Stones, abbia optato proprio per quello di questo meraviglioso e-forse sottovalutato- brano dal vago sapore gospel. Si chiude il sipario con Soul Survivor, teatro di una delle migliori prestazioni di Mick Jagger e resa indimenticabile dall’esplosione sonora finale, che è il modo perfetto di concludere l’album.

Giunti alla fine di questo nostro lunghissimo viaggio, non restano poi troppe cose da dire: come affermò Mick Jagger molti anni dopo, Exile on Main St. manca di un brano davvero indimenticabile, una Satisfaction, una Paint it, Black, insomma una hit di pochi minuti che resti impressa nella memoria di qualunque ascoltatore. Probabilmente è vero, non c’è un pezzo realmente immortale nell’album, nonostante Shine a Light si candidi seriamente ad esserlo; ciò nonostante, se si considera che un buonissimo lavoro come Goats Head Soup è stato quasi penalizzato dalla presenza di uno di questi capolavori, fino ad esser praticamente ricordato come “l’album di Angie” e poco altro, forse non è un male che Exile on Main St. manchi di questa hit: è infatti possibile lasciarsi cullare dall’album nella sua interezza, dall’impressionante varietà di generi che gli Stones riescono ad affrontare con indifferenza e con assoluta maestria. Siamo di fronte all’opus magnum della band? Forse no, più che altro a causa della produzione, di cui non si può non tener conto quando si intende giudicare un capolavoro. Siamo però di fronte ad un capolavoro? Un album degno di rimanere impresso nella storia del rock e della musica in generale? A queste ulteriori domande la risposta non può che essere assolutamente affermativa. Mai esilio fu più dolce di questo.



VOTO RECENSORE
93
VOTO LETTORI
95.15 su 45 voti [ VOTA]
The Outsider
Venerdì 31 Luglio 2020, 19.18.35
21
Album superlativo. Torn and Frayed una gemma di rara bellezza.
Kiko
Martedì 3 Marzo 2020, 13.35.00
20
Album da 100, nel quale l'apporto di Jagger è stato pari a quello di Richards. E' vero infatti che la maggior parte delle canzoni furono registraei in Costa Azzurra con Jagger spesso assente, ma è vero anche che Jagger trasformò sensibilmente quelle registrazioni, portandole a Los Angeles (e registrando lì alcuni brani) e aggiungendo fiati, piano e cori che non erano presenti nelle sessioni originali.
Fabio Rasta
Venerdì 27 Settembre 2019, 16.20.52
19
Considerato il vertice degli STONES, ed è in effetti un Capolavoro di Rock-Country-Blues, ma non mi capacito di come si possa pensare anche solo lontanamente di ritenerlo superiore a Sticky Fingers. Già se mettiamo vicine Rocks Off (gran pezzo eh! ... X carità) e Brown Sugar, abbiamo un primo oggettivo paragone. Ma poi è tutta l'ispirazione che ci passa un mondo, senza contare che il produttore Jimmy Miller (e non solo lui) era strafatto e si sente la differenza. Seppur di poco, quindi, x me inizia la flessione di cui in poi non si alzeranno +, a livello di Album. Del resto, da Beggar Banquet, era un passo disumano da tenere. /// Consiglio l'ascolto della versione di Tumblin' Dice eseguita da LINDA RONSTADT, song che pare scritta apposta x lei. /// Bellissimo l'aneddoto della villa affittata che non aveva il cancello abbastanza grande x far passare il Camion-Studio. Della serie come buttare via le palanche. /// Quasi dimenticavo: recensione ineccepibile.
GRC
Lunedì 25 Marzo 2019, 11.28.16
18
Non capisco quelli che non capiscono quest'album. Non credo ci sia molto da capire, disco grezzo, sporco, "ignorante". Voto 100
Litos
Domenica 10 Febbraio 2019, 12.21.09
17
Da rollingstoniano incallito, il miglior album della band. Un piccolo appunto:non è l'album di Jagger ma l'album che più di ogni altro è di Richards e si sente alla grande. La band ha soggiornato mesi in una villa in Francia dove Jagger spesso era assente. I musicisti strimpellavano in attesa che Richards, pieno di eroina, scendesse dai suoi alloggi all'ultimo piano e ciò poteva accadere come no, ma quando accadeva creava magie. Un anno di festini, droga, sessions e andirivieni di gente più o meno discutibile hanno contribuito a creare il capolavoro. A Jagger il merito di aver aggiustato suoni e cose a lavoro finito in fase di produzione.
The Reaper
Venerdì 10 Agosto 2018, 14.14.14
16
L'Album più controverso e difficile, il meno immediato degli Stones. E' per loro quello che è stato "Street Hassle" per Lou Reed, oppure "Heroes" per David Bowie. Oppure "Animals" per i Pink Floyd. A volte oscuro, pieno di contaminazioni e sperimentazioni, con ritmi a volte sincopati e a volte persino "catchy". Non sono ancora riuscito a catalogarlo se capolavoro incompreso, esagerato, incompiuto. Forse questo lavoro rappresenta l'anima stessa degli Stones, e perciò della musica pop-rock della fine del 20à secolo. Ma vorrei solo capire perchè l'incisione, come in altri loro lavori, debba essere così scadente (o forse bisogna dire "la Produzione è volutamente Sporca e Grezza come loro Marchio di Fabbrica"?)
Albatross
Giovedì 5 Aprile 2018, 12.40.44
15
Vero, grande capolavoro degli Stones. Brutti, sporchi e cattivi. Un sound davvero graffiante per un disco che mostra interamente le peculiarità artistiche di questa mitica band. Un disco fortemente voluto da Keith Richards, ma che la band tutta riesce ad assimilarlo con estrema facilità, dimostrando un affiatamento davvero fuori dal comune.
Funy
Giovedì 5 Ottobre 2017, 14.09.13
14
Ancora non capisco il talento di questa band su questo decantato album.....bà
Rob Fleming
Sabato 13 Febbraio 2016, 17.34.17
13
Bello, bellissimo, ma in tutta sincerità non lo ritengo il loro vertice. 80
Psychosys
Lunedì 29 Giugno 2015, 14.20.25
12
Musica semplicemente IMMORTALE. Rocks Off immensa.
JPJ
Martedì 7 Ottobre 2014, 16.50.22
11
Parlare male della produzione in questo disco è come rimproverare a Picasso uno scarso realismo.
Hellion
Domenica 20 Luglio 2014, 19.40.49
10
Non l'ho mai capito.
Le Marquis de Fremont
Giovedì 3 Luglio 2014, 14.32.19
9
Disco un po' frammentato e non lineare ma qualcuno ne ha visto in questo il suo punto di forza. A me piace. Incredibile come Keith Richards, in quelle condizioni, abbia partorito una prestazione superlativa. Si sente poco Mick Taylor, per me troppo sottovalutato in seguito. Comunque gli Stones al loro meglio. Voto molto, molto alto.
Conte Mascetti
Giovedì 3 Luglio 2014, 12.27.31
8
Capolavoro. Gli Stones all'apice.
blackiesan74
Giovedì 3 Luglio 2014, 12.02.10
7
Ah, dimenticavo il voto: 65, e solo perché sono gli Stones, altrimenti gli avrei dato anche meno.
blackiesan74
Giovedì 3 Luglio 2014, 11.59.42
6
Mah, che dire? A quanto sento e leggo tutti lo considerano un capolavoro, io non riesco ad ascoltarlo tutto di fila... la produzione è veramente orrenda, ma al di là di quello secondo me a mancare sono le canzoni, mi sembrano raccogliticce, scarti di altri dischi e pure incisi male... Su 18 canzoni salvo "Rocks Off", "All Down The Line", "Tumbling Dice" e "Happy".
VomitSelf
Mercoledì 2 Luglio 2014, 20.17.33
5
Tra i più grandi dischi di fottuto e lurido rock n' roll di sempre. Una canzone più figa dell'altra. Gli Stones erano all'apice del loro sacro fuoco creativo e 'tossico', e questo fu forse il 5 capolavoro quasi di fila che partorirono (e gli altri non è che fossero brutti, per me neanche 'Satanic Majesties...') anche se per me, sarà l'ultimo...poi grande bravura e mestiere, ma per me, qualcosa si è spento dopo 'Exile'.
Malleus
Mercoledì 2 Luglio 2014, 19.22.16
4
93? Ma anche 100 se vogliamo proprio dirla tutta dai.
galilee
Martedì 1 Luglio 2014, 9.23.34
3
Disco stupendo, un gradino sotto sticky fingers, che rimane sempre il migliore.
bls furlan chapter
Martedì 1 Luglio 2014, 1.33.06
2
Secondo me semplicemente la degna conclusione del ciclo dorato che inizia con Beggars Banquet! Album epico.
MiltonKeef
Lunedì 30 Giugno 2014, 20.53.40
1
Oh mio Dio, il mio disco preferito. Quest'album è la vita.
INFORMAZIONI
1972
Rolling Stones Records
Rock
Tracklist

SIDE ONE
1. Rocks Off
2. Rip this Joint
3. Shake your Hips
4. Casino Boogie
5. Tumbling Dice

SIDE TWO
6. Sweet Virginia
7. Torn and Frayed
8. Sweet Black Angel
9. Loving Cup

SIDE THREE
10. Happy
11. Turd on the Run
12. Ventilator Blues
13. I Just Want to See His Face
14. Let it Loose

SIDE FOUR
15. All Down the Line
16. Stop Breaking Down
17. Shine a Light
18. Soul Survivor
Line Up
Mick Jagger (Voce, Armonica, Chitarra nelle tracce 5 e 16, Percussioni)
Keith Richards (Chitarra, Cori, Basso nelle tracce 4, 10 e 18, Piano nella traccia 13)
Mick Taylor (Chitarra, Basso nelle tracce 5, 7, 13 e 17)
Bill Wyman (Basso)
Charlie Watts (Batteria)

Musicisti Ospiti
Clydie King (Cori nelle tracce 5, 13, 14 e 17)
Venetta Fields (Cori nelle tracce 5, 13, 14 e 17)
Jesse Kirkland (Cori nelle tracce 13 e 17)
Tamiya Lynn (Cori nella traccia 14)
Shirley Goodman (Cori nella traccia 14)
Mac Rebennack (Cori nella traccia 14)
Joe Green (Cori nelle tracce 14 e 17)
Kathi McDonald (Cori nella traccia 15)
Al Perkins (Chitarra nella traccia 7)
Nicky Hopkins (Piano)
Ian Stewart (Piano nelle tracce 3, 6 e 16)
Billy Preston (Piano ed Organo nella traccia 17)
Bill Plummer (Basso nelle tracce 2, 11, 13 e 15)
Jimmy Miller (Batteria nelle tracce 5, 10 e 17, Percussioni nelle tracce 8, 9, 13 e 15)
Richard Washington (Marimba nella traccia 8)
Chris Shepard (Tamburello nella traccia 11)
Bobby Keys (Sassofono, Percussioni nella traccia 10)
Jim Price (Tromba, Trombone, Organo nella traccia 7)
 
RECENSIONI
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