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Betraying the Martyrs - Phantom
( 2223 letture )
Quando si mettono a produrre questo genere di album li aspetti sempre al varco, gli americani, perché ci sono due trappole dalle quali è molto raro che riescano a sfuggire: da un lato sai già che spingeranno per qualcosa che più si accosti alla tendenza di mercato, dall’altro sai che lo faranno in modo sufficientemente simile ai dischi dei Meshuggah, aggiungendovi poi quei ritornelli da hit-parade radiofonica che tanto fanno imbestialire i puristi del genere. D’altra parte viviamo in un momento storico in cui le vendite dei CD precipitano sempre più verso il basso ed è comprensibile che le label di media grandezza tentino di acchiappare due piccioni con una fava sfornando dischi ibridi che uniscano il lato commerciale a quello sperimentale, così da poter soddisfare più fette di pubblico possibile.
I Betraying the Martyrs non fanno eccezione, e non lo dico con tono retorico, ma con tono pratico: se il pop incontrasse il death metal probabilmente suonerebbe così. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo di una traccia come Let It Go.

Ma facciamo un breve passo indietro: nati a Parigi nel 2008, nel giro di appena due anni i Betraying the Martyrs passano dal semi-anonimato della capitale parigina alla gloria dei grandi palchi grazie a una serie di tour per tutto il mondo, al fianco dei nomi forti della scena “core” americana, quali Whitechapel, Veil of Maya, Five Finger Death Punch e altri, ottenendo non solo un ottimo riscontro di pubblico, ma anche un contratto con la Sumerian Records che darà alle stampe di lì a poco l’osannato Breathe in Life e, tre anni più tardi, il qui presente Phantom.
Come era quindi lecito aspettarsi dalle premesse, Phantom suona benissimo sotto ogni aspetto: la produzione è tra le migliori che abbia mai avuto modo di ascoltare, di quelle che quando pesta lo fa con tutta la forza di questo mondo e al contempo con una limpidezza del suono che il 98% degli altri gruppi se la sogna di notte. Un gioiellino l’impianto sinfonico (migliorato sotto ogni aspetto rispetto al debut) che riesce sempre a tener testa ai chitarroni a otto corde e a tirare fuori qualcosa di davvero elegante: What’s Left of You ne è un primo chiaro esempio, come lo è il fraseggio di pianoforte di Closure Found che, accostato alla doppia cassa incessante, tocca delle vette di scrittura musicale d’alta classe. Insomma, tutto tiene un ritmo perfetto e sarà anche paradossale, me dall’altra parte dell’Atlantico c’è chi capisce molto meglio di noi europei se una cosa funziona oppure no. Saranno pure schematici, ripetitivi e omologati, ma le loro strutture (un po’ come per i film) spesso e volentieri sono anche le migliori.

A parte questo, però, Phantom piacerà tanto ma non per molto. È probabile che mi sbagli, che questa sia una delle tante visioni distaccate e troppo critiche, ma sono convinto che farà parte di quella fila lunghissima di dischi deathcore che avranno un cospicuo successo nelle quote di vendita e per numero di biglietti venduti ai concerti ma di cui tra un po’ nessuno si ricorderà più o avrà voglia di ascoltare. Il motivo è sempre lo stesso: Phantom non è un album autentico, e non è una semplice questione di genere, sia chiaro, ma di stile. Per quanto violenti e incalzanti siano, i riff di chitarra, e più in generale le canzoni, troppo spesso mancano d’intelligenza e di ricercatezza che vada oltre quella tecnica. Senza scomodare Thordendal e soci, basti paragonare uno qualsiasi dei brani presenti in Phantom, come la sterile Walk Away, con una qualsiasi canzone dei Monuments, degli All Shall Perish o degli Arsonists Get All the Girls per rendersi conto che oltre all’impatto iniziale rimane ben poco all’orecchio di cui cibarsi. I brani partono subito col turbo, ma dopo pochi secondi si fermano. Cioè, vanno avanti, ma sai già perfettamente come. Gli elementi in gioco, poi, si dimostrano col proseguire degli ascolti alquanto ovvi: i breakdown al terzo/quarto ciclo si ripetono tali e quali, o al massimo si spostano di qualche semitono, i blast beat velocissimi il più delle volte vengono impiegati come tappa buchi per enfatizzare quei punti che altrimenti sarebbero vuoti come il deserto. Aggiungiamoci pure che il cantato (sbaglio, o la pronuncia inglese del cantante è un po’ approssimativa?) non brilla particolarmente di varietà, ma solo in potenza ed in post-produzione, e che in fondo tutti questi crismi non sono propriamente degli elementi nuovissimi, ed il giudizio che si ha alla fine non è proprio dei più benevoli. Non si esclude che a qualcuno possa piacere, ma solo se a quel qualcuno basta solo il profumo delle cose per saziarsi la mente. Finché si continuerà a pensare che gli album innovativi siano questi e che non sia necessario suonare cose complesse ma sia sufficiente fingere di farlo, allora noi tutti avremmo una polizza sicura come l’oro sui nostri acquisti e sui nostri ascolti. Questa forma di ammorbidimento della musica dura, tuttavia, non è dettata dalla semplicità, ma dalla facilità. Ne consegue che il rischio, per noi ascoltatori, di atrofizzare le nostre percezioni a causa questi dischi è pericolosamente alto.

Comunque, questo è unicamente un giudizio sul disco e non sul gruppo in sé. Non mi sorprenderebbe affatto se tra qualche anno questi ragazzi sfornassero l’album definitivo. Stando a oggi, però, ciò che ancora manca ai Betraying the Martyrs non è tanto la consapevolezza di sé e dei propri limiti quanto il desiderio di volersi tirare fuori dallo scacco mediatico che vuole un gruppo come il loro piegarsi ad una logica di mercato limitante e suonare qualcosa di più intimo che un codice binario ripetuto su dei pattern fissi. Sono sicuro che qui sotto si celano delle potenzialità inespresse che potrebbero tranquillamente portare i Betraying the Martyrs dall’essere uno dei tanti gruppi sumerian-core (perdonatemi il neologismo) al diventare tra i nomi importanti della scena mondiale del metal estremo.

“Devi mangiare tante, tantissime fibre finché non cagherai un maglione”.



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
61.66 su 3 voti [ VOTA]
Acasualdjentleman
Martedì 22 Agosto 2017, 20.14.13
1
Ma io non so te....ma ti sei fumato una canna ? Recensione sterile,senza senso e soggettiva ai massimi livelli.
INFORMAZIONI
2014
Sumerian Records
Death Core
Tracklist
1. Jigsaw
2. Where the World Ends
3. Walk Away
4. Let It Go
5. L’Abysse des Anges
6. Phantom (Fly Away)
7. What’s Left of You
8. Afterlife
9. Legends Never Die
10. Lighthouse
11. Your Throne
12. Our Kingdom
13. Closure Found
Line Up
Aaron Matts (Voce)
Baptiste Vigier (Chitarra)
Lucas D’Angelo (Chitarra)
Valentin Hauser (Basso)
Victor Guillet (Tastiere, Voce)
Mark Mironov (Batteria)
 
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