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Isis - Panopticon
( 4515 letture )
Noi che viviamo in questo carcere, nella cui vita non esistono fatti ma dolore, dobbiamo misurare il tempo con i palpiti della sofferenza, e il ricordo dei momenti amari. Non abbiamo altro a cui pensare. La sofferenza [...] è il nostro modo d'esistere, poiché è l'unico modo a nostra disposizione per diventare consapevoli della vita; il ricordo di quanto abbiamo sofferto nel passato ci è necessario come la garanzia, la testimonianza della nostra identità (Oscar Wilde)

Our skin worn thin
Our bones exposed
Life reduced to ticks (Isis, "So Did We")


Parole pesanti come macigni, le grida di un uomo senza più speranza: così inizia il viaggio all'interno del Panopticon di Aaron Turner e dei suoi Isis. Sono passati quasi dieci anni dal 19 ottobre 2004, data di uscita del disco. Panopticon, terzo LP della formazione bostoniana, nasce in una congiuntura storica che definire vorticosa è riduttivo. La release date dell'album è compresa tra due eventi di fondamentale importanza per l'anno 2004 e per l'intera decade successiva. Il 4 febbraio un giovane studente di Harvard, Mark Zuckerberg, lancia il social network Facebook. Il 2 novembre, invece, George W. Bush viene eletto presidente degli USA per la seconda volta.

Aaron Turner, artista dall'abbagliante sensibilità romantico-nichilista, riesce a inquadrare l'attimo con assoluta pregnanza, dando alle stampe il secondo capolavoro in fila dopo l'osannatissimo Oceanic. Il concept di Panopticon è filosofia trasposta in musica, urgenza umana cristallizzata in note. L'idea viene dallo studio delle opere di Michel Foucault, seminale pensatore della metà del Novecento. Foucault, nel suo studio sul sistema carcerario moderno "Sorvegliare e punire: nascita della prigione", dedica particolare cura alla riflessione intorno ai ritrovati dell'ingegneria carceraria dell'Età dei Lumi. La figura messa in maggior risalto è quella di Jeremy Bentham, filosofo e giurista inglese della seconda metà del Settecento. Proprio a quest'ultimo si deve la teorizzazione del Panopticon, un innovativo modello di prigione che prevede il minimo impegno di mezzi e risorse, da una parte, e il massimo delle potenzialità di controllo nei riguardi dei carcerati, dall'altra. Il correttore sta nascosto al centro della struttura, sempre vigile; chi dev'essere corretto è disposto sul perimetro (circolare, quadrato, o rettangolare che sia) della prigione. Ogni cella è isolata da quelle adiacenti. Il sorvegliante può dedicarsi all'osservazione dei sorvegliati ogniqualvolta lo desidera, il sorvegliato può solo ipotizzare se il sorvegliante lo stia osservando o meno, senza esserne mai certo. Massima efficienza, minimo sforzo. L'immagine di copertina di Panopticon parrebbe essere stata scattata da un elicottero; forse da un drone. Natura e civiltà s’incontrano, monitorate da un grande occhio che levita in cielo. Le restanti raffigurazioni del booklet contribuiscono a creare un senso di estraniamento che, come vedremo, è la vera cifra musical-concettuale dell'opera.
Il primo brano So Did We è un trattato di nichilismo sonoro. Gli Isis ci consegnano un sound, già dalle prime battute, radicalmente diverso rispetto a quello più detonante e metallico di Oceanic. La rabbia di Turner sfuma in un passaggio chitarristico ipnotico, circolare, sostenuto da un basso mai così spiritualmente elevato e dalla batteria di Aaron Harris che, memore della lezione di Danny Carey dei Tool, si prende tutto lo spazio che merita. So Did We è un inseguirsi di stati e strati emotivi contrastanti, un ribaltarsi di prospettive senza alcuna fine possibile. È musica nella sua forma più pura, più dolorosa: è il canto della fine dei tempi, un drammatico inno alla morte dell'uomo come individuo e dell'umanità come specie. Basta lasciarsi trasportare dai suoni per ritrovarsi all'interno delle spire del Panopticon, per finire catapultati in una folle e soffocante corsa lungo le stanze del carcere. Pare di vederli i suoi prigionieri: nascosti dentro minuscole celle oscure, immersi nell'ombra, intenti a mimetizzarsi con le pareti delle stanze, dimentichi del proprio passato e inconsapevoli del proprio futuro, totalmente focalizzati sull'unica occupazione loro concessa e sull'unico tempo a loro noto. Abbandonarsi all'oblio, al nulla, qui e ora, ora e sempre.
Backlit, riallacciandosi al finale del brano precedente, sembra aprire un minuscolo spiraglio nell’oceano di oscurità delineato dalla band. La traccia si muove su binari opposti rispetto a quelli di So Did We, infatti a un primo movimento (perché è di movimenti che si tratta) più luminoso ne segue un secondo inquieto, minaccioso. La Morte dell'individuo torna di nuovo a bussare alle porte della società civile.
Qualcuno potrebbe vedere le lyrics della canzone come una profetica anticipazione della realtà di oggi, dominata dall'utilizzo ossessivo dei social network (che annientano l'individualità tanto quanto la mettono in mostra) e da amministrazioni statali sempre più intrusive e capillari, altri potrebbero interpretarle come una fine dissertazione sulle grandi dittature novecentesche, sulla decisione deliberata di opprimere per riplasmare. Potrebbe pure venire alla mente la lotta senza quartiere tra fanatici religiosi di fazioni opposte sparsi per tutto il mondo (il nome Isis torna drammaticamente d'attualità proprio in questi giorni). Forse i cinque bostoniani guardavano alla situazione contingente, alla propria epoca e al proprio paese, alle "guerre mondiali" dell'amministrazione Bush e al conseguente giustificazionismo del governo.
I parallelismi letterari, pure, non mancano. Dal Grande Fratello di Orwell all'Occhio di Sauron del Signore degli Anelli, occhio che tutto vede e tutto sa (e che controlla i Nazgul, spettri senza volontà e senza forma). Poi sì, ci sarebbe anche la musica, e che musica. La perfetta sposa delle idee e delle parole di Turner. Ogni sezione musicale sottolinea un concetto, ogni nota brilla come una scintilla di pura trascendenza. Backlit ha vita propria: nasce, si sviluppa, si contorce, ritorna a sé stessa, muore e rinasce nel brano successivo. Gli Isis non suonano: dipingono. Il quintetto di Boston procede come un'entità unica: Turner (miglioratissimo sui clean vocals e in generale d’un intensità quasi dolorosa) è struggente e distruttivo; la sua chitarra alterna discese agli inferi e voli d'angelo, miscelandosi al canto malinconico di quella di Gallagher. Caxide disegna architetture metafisiche degne di De Chirico, riempite dalle spirali tastieristiche di Meyer e dal suono ineluttabile della batteria di Harris. Le note escono a vortici, a turbini, collidono e si dilatano: hanno la forma del Dna, riecheggiano l'origine di ogni cosa.
Col terzo brano In Fiction gli Isis fanno qualcosa che non avevano mai sperimentato in precedenza: si avvicinano, in modo del tutto personale, alla forma-canzone. La traccia diviene fondamentale anticipazione dei due massimi risultati raggiunti dal gruppo all'interno del metal "canonico", Holy Tears e Dulcinea, presenti sul successivo In the Absence of the Truth. Non a caso il pezzo è stato scelto anche per essere trasposto nel primo video della band. Esulando dal, notevole, risultato visivo raggiunto dalla rappresentazione "cinematografica" di In Fiction, basti dire che il senso di inquietudine che attraversava le tracce precedenti è qui almeno raddoppiato. L'ossessiva riproposizione del tema portante arriva a una quasi esplosione solo dopo cinque minuti di attesa. Le lyrics sono agghiaccianti, spaventosamente profetiche: la letteratura, il cinema, la "fiction" in generale, ci hanno fatto intravedere i prodromi del totalitarismo, della morte della democrazia, della fine del pensiero libero; noi, umanità intera, li abbiamo quasi sempre ignorati, preferendo farci forza, l'uno con l'altro, nella decisione di non fare.
Wills Dissolve è forse il pezzo più prog del disco, con la sua alternanza di momenti eterei e furenti accelerazioni. A livello tematico, il brano rappresenta la definitiva rassegnazione del condannato di fronte alla sua condizione di prigionia. Alla vista della torreggiante struttura posta al centro del Panopticon egli non può far altro che arrendersi e inchinarsi a baciare i piedi dei suoi aguzzini. Il Panopticon è simile alla più potente delle droghe: distrugge la volontà e rende assuefatti, docili. Gli Isis hanno fatto un passo in più, rispetto a Foucault: per la band di Turner ogni residua speranza di salvezza (ventilata ad esempio nell'opener So Did We) è ormai definitivamente scomparsa. E così Syndic Calls è il canto dell'abbandono, dell'attesa del giudizio finale. Ora il prigioniero non può far altro che attendere la sua chiamata, col viso smagrito appiccicato alla finestra della sua cella. I quasi dieci minuti della traccia sono forse il momento musicalmente più intenso mai prodotto dalla formazione bostoniana. Restituiscono un senso di attesa, di ineluttabilità, di implosione emotiva assolutamente tangibile. I suoni crescono, crescono e crescono, e sembrano non finire mai. Syndic Calls è il Big Bang degli Isis, un Big Bang al contrario, che parte dalla massima espansione possibile e torna al nucleo, all'assenza di tutto. La conclusione del brano pare elevarsi verso un ipotetico Paradiso, verso un qualcosa del tutto al di fuori del Panopticon, ma in realtà non è altro che il fugace desiderio di salvezza del condannato a morte, che già intravede un colossale stormo di corvi agitarsi in cielo.
Eccoci arrivati alla conclusiva Grinning Mouths, che disintegra ogni pretesa di elevazione precedente. La batteria è pesantissima, le chitarre spettrali, il basso batte i rintocchi del tempo che sta per terminare. Il riferimento alla peste è quantomai calzante: in epoca medievale i legislatori talvolta arrivavano ad augurarsi lo scoppio di epidemie, in modo da riuscire a controllare più facilmente la popolazione terrorizzata.

Is it there? Are they there? (Isis, "Grinning Mouths")

Si chiede Turner, ed è la madre di tutte le domande retoriche. Ci sono, ci sono eccome. E ci osservano.

Forse oggi l'obiettivo non è scoprire quello che siamo, ma rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare (Michel Foucault)



VOTO RECENSORE
92
VOTO LETTORI
92 su 17 voti [ VOTA]
Macca
Mercoledì 3 Dicembre 2014, 23.12.35
12
Belissima recensione e disco ottimo, d'accordo con chi li considera i migliori interpreti del genere insieme ai Cult Of Luna. E ai Neurosis, ovvio, ma quelli vengono da lontano...voto 90
Airamnaig
Martedì 7 Ottobre 2014, 20.09.54
11
Grande recensione, accurata, profonda e ben scritta. Conosco bene questo capolavoro e l effetto che rende la lettura del pezzo rimanda esattamente alle atmosfere uniche del disco. Nn "commento" le allusioni politiche di alcuni commenti, quanto di piu lontano dalla musica degli Isis si possa immaginare.
marmar
Giovedì 11 Settembre 2014, 21.56.02
10
Veramente bello, splendide melodie fatte di trame ipnotiche e circolari che avvolgono pian piano in un vortice sonoro emozionante e profondo. Probabilmente il migliore degli Isis (anche "Oceanic" non scherza), sublimazione di ricerca sonora ed innovazione curate nei minimi dettagli, onore al merito!
Midnight
Martedì 9 Settembre 2014, 14.09.02
9
Grazie per i complimenti. Pare addirittura che in America i fan degli Isis stiano facendo di tutto per disfarsi del merchandising della band per non essere associati con i terroristi. Quando si dice l'esagerazione... Comunque io preferisco di pochissimo Oceanic, ma quando si parla di dischi di questo livello è proprio questione di gusti.
YouFailMe
Martedì 9 Settembre 2014, 13.41.57
8
Ma solo io trovo ridicoli i commenti sul loro nome ? Ne ho letti qui, ne ho letti altrove. Ma risate, proprio. Eccezionale recensione e uno dei migliori gruppi in assoluto per certe sonorità, hanno appreso la lezione dei Neurosis e poi son partiti per la loro strada. Io apprezzo molto pure lavori come Celestial e The Red Sea, più ruvidi, ma per questo non meno d'impatto. Discografia varia e qualità sempre alta, è veramente difficile cosa preferire, anche se Panopticon la spunterà sempre di poco nei miei ascolti.
VomitSelf
Domenica 7 Settembre 2014, 16.29.38
7
Tra le band più interessanti del decennio passato. Album stupendo questo. Pur continuando a preferirgli l'inarrivabile "Oceanic"...
Arrraya
Domenica 7 Settembre 2014, 12.05.21
6
Insieme a Cult of Luna, tra le cose migliori degli ultimi dieci anni. Cercare di plasmare il metallo ,rendendolo ancora vivo e interessante, non è impresa semplice.
entropy
Sabato 6 Settembre 2014, 14.15.10
5
Capolavoro assoluto. Il loro album migliore, ma cmq sono eccellenti tutti! Sono stato completamente conquistato dalla loro musica e da tutti i loro album. Voto 98
Galilee
Sabato 6 Settembre 2014, 14.13.14
4
Che si può dire di un disco così? Splendido.
Mickey
Sabato 6 Settembre 2014, 13.41.48
3
Splendido album.
hj
Sabato 6 Settembre 2014, 13.21.29
2
che brutto nome di questi tempi...
ErnieBowl
Sabato 6 Settembre 2014, 12.50.54
1
Bella recensione, mi è piaciuta sul serio anche se del disco a livello musicale si parla poco ma pazienza. Complimenti a te e alla redazione che ha deciso di recensire quest'album. Dal mio punto di vista devo ancora assimilarlo bene ma l'idea del concept è stupenda e le poche che l'ho ascoltato non era per niente male.
INFORMAZIONI
2004
Ipecac Recordings
Post Metal
Tracklist
1. So Did We
2. Backlit
3. In Fiction
4. Wills Dissolve
5. Syndic Calls
6. Altered Course
7. Grinning Mouths
Line Up
Aaron Turner (Voce e Chitarra)
Michael Gallagher (Chitarra)
Bryant Clifford Meyer (Chitarra e Tastiere)
Jeff Caxide (Basso)
Aaron Harris (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Justin Chancellor (Basso nella traccia 6)
 
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