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Eagles - The Long Run
( 2778 letture )
IL POST-HOTEL
Il 1976 era stato l’anno d’oro sotto ogni aspetto per gli Eagles: Hotel California aveva raggiunto prepotentemente il primo posto della Billboard 200, restandone saldamente a capo per ben otto settimane. Con le vendite alle stelle e singoli che continuavano ad essere estratti fino all’anno successivo gli Eagles stavano vivendo il loro momento migliore, avevano creato una pietra miliare nonostante l’abbandono di un pezzo fondamentale della loro storia quale Bernie Leadon; nulla poteva andare storto. O quasi. Come dopo le registrazioni di One Of These Nights, le tensioni e le incomprensioni tornarono a farsi sentire in seno e questa volta fu Randy Meisner a mettere la parola fine. La band, da qui in poi, ebbe non pochi problemi; lo stress e la fatica di scrivere nuovi brani si fece più pesante che mai, tanto da spingere il gruppo a prendere un lungo periodo di pausa prima della pubblicazione del nuovo album. Entrato finalmente in formazione Timothy B. Schmit il gruppo, sul finire del Settembre ’79 riuscì a pubblicare la nuova, tanto sofferta, fatica in studio. In questo difficile clima il nuovo The Long Run vide la propria nascita.

FINALMENTE: THE LONG RUN
L’album, dal titolo quantomeno evocativo, sarebbe potuto essere un semi-fallimento per diversi motivi, quali la difficoltà di pubblicare un qualsivoglia disco dopo un capolavoro come Hotel California, i problemi interni alla gruppo e il tempo -seppur non eccessivo risulta essere molto elevato rispetto agli standard fino ad allora rispettati- di gestazione dell’album.
L’uso del condizionale fatto precedentemente si rivela però fondamentale, in quanto The Long Run riesce a far svanire qualsiasi dubbio con i suoi dieci pezzi che trasudano bellezza. Tutte le incomprensioni sembrano svanire non appena la traccia omonima apre le danze per queste nuove dieci tracce targate Eagles. La prima cosa che salta all’orecchio durante l’ascolto è come il disco si distanzi, in maniera ancora più netta rispetto al suo predecessore, dal country delle origini, che era stato un marchio di fabbrica fondamentale nei primi quattro lavori del quintetto americano. Come già detto l’album si apre con l’omonima traccia, The Long Run. La voce di Don Henley, bella e fresca, contribuisce a creare e caratterizzare un brano dalle vesti allegre e molto friendly. I riff studiati minuziosamente accompagnano un brano che riesce immediatamente nel suo intento, ovvero scalare le classifiche radiofoniche. Molto bello il lavoro solista sul finale che viene –purtroppo- fatto sfumare pian piano. Come già detto The Long Run è una bellissima traccia, ma i veri capolavori devono ancora farsi sentire e arrivano prontamente con la successiva I Can’t Tell You Why, ballata dalle tinte dolci e malinconiche, accompagnata dalla passionale e calda voce del nuovo arrivato, Schmit, anche maggiore autore del brano, che si classifica come un grandissimo colpo per la band sia in fase compositiva che strumentale. Anche questa volta è magnifico il lavoro alle chitarre, soprattutto a quella solista, che riesce a sposarsi perfettamente con l’andamento del brano, regalando un solo malinconico e sognante al punto giusto, che fa della semplicità -l’esatto contrario se paragonato alla meravigliosa Hotel California- il suo punto forte. In The City, terza traccia scritta e cantata da Joe Walsh, venne registrata e rilasciata originariamente come colonna sonora per il capolavoro stradaiolo che fu The Warriors. Quando il resto della band sentì la canzone ultimata rimase talmente colpita da voler re-incidere il brano ed inserirlo nel nuovo disco. Le differenze con la prima versione risultano essere minime, ci fu qualche accorgimento in più a livello di incisione che sfornò così un brano perfettamente pulito e senza sbavature di natura alcuna -nonostante il sottoscritto preferisca la prima versione che in linea con il film risulta più cruda. La canzone si basa per la maggior parte su una ripetizione di quattro semplici power chords -La, Re, La, Mi- che nonostante tutto si rivelano estremamente efficaci e esaustivi, riempiendo perfettamente tutta la canzone e regalando un momento unico alla voce di Walsh. La successiva The Disco Strangler risulta forse come la traccia più debole di tutto il platter, nonché la più corta. C’è da specificare che comunque il pezzo in se ha una vena molto divertente e allegra. Nonostante tutto la parte strumentale lascia più a desiderare, con un'ossessiva ripetizione del chord iniziale che alla fine diventa quasi fastidioso, tante le volte che viene ripetuto all’interno -a maggior ragione- di un brano così corto. A risollevare l’andamento del disco, dopo il piccolo pezzo sottotono, c’è Kings Of Hollywood, brano dalle tinte fortemente blues che riporta l’intero lavoro su livelli molto alti, classificandosi, senza ombra di dubbio, come il miglior pezzo del disco. Anche questo con rimandi estremamente malinconici ha una grandissima presa a livello emozionale anche grazie alla voce molto espressiva di Frey (insieme a quella di Henley) che riesce finalmente a cantare il suo primo brano.
È, come abbiamo già detto, innegabile che gran parte dell’album punti alle vette più alte della classifica e Heartache Tonight ne è un’ulteriore prova, infatti il brano raggiunge senza troppi convenevoli la vetta delle classifiche, vendendo solo come singolo più di un milione di copie. Il brano riprende molto il filone rock ‘n’ roll classico, strizzando l’occhio addirittura al rhythm’n’blues anni ’50. Don Felder riesce a riprendersi dal precedente brano “sottotono” -The Disco Strangler- con Those Shoes pezzo dallo stile quasi atipico per gli standard degli Eagles con cupe sfaccettature. L’andamento del brano è scandito minuziosamente dalla batteria e dai chords di Felder eseguiti con il talk box, usato anche per il solo che grazie all’effetto risulta ancora meglio costruito. Arriviamo ora ad un brano dai tempi decisamente più cadenzati, quale Teenage Jail, che con la sua lentezza fa venir voglia di stendersi in qualche luogo remoto ed ascoltare la canzone volta dopo volta. Ad impreziosire ancor di più il brano abbiamo, oltre le incursioni vocali di Henley, uno dei soli più belli di tutto il platter, anche questo fatto sfumare troppo presto.
La band continua le proprie sperimentazioni e nella penultima The Greeks Don't Want No Freaks arriva quasi a toccare lidi funky, creando un brano veloce e senza troppe pretese. La chiusura è perfetta. Un brano fine, ancora una volta una ballata, che chiude quello che sostanzialmente si rivelerà come il canto del cigno del gruppo californiano. In The Sad Café la tristezza che aleggia nel titolo è presente in tutta la canzone come se qualcosa lasciasse intuire che parola fine è stata ormai messa.

The Long Run è un album preciso, composto e strutturato fino all’ultimo dettaglio, è un disco che ha sicuramente le sue diversità; la distanza col country, la predilezione per brani empatici ed emozionali, l’attenzione alle hit da classifica e una condotta più lineare anche a livello strumentale, in contrasto con quello che poteva essere Hotel California. The Long Run segna, nostro malgrado, la fine di una grande band ma almeno ha il pregio di farlo con grandissimo stile e senza rimpianti. È un disco ambizioso, che riesce in ciò che si prefissa, arrivando addirittura a spodestare, al numero uno della Billboard, nientemeno che In Through The Out Door. Un disco estremamente fine e ricercato in ogni suo particolare, come possiamo notare dall’elegantissima copertina. Da avere per comprendere chi davvero sono gli Eagles e che non esiste solamente quel capolavoro di Hotel California.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
74.45 su 11 voti [ VOTA]
nat 63
Mercoledì 22 Giugno 2016, 20.38.33
7
@ rob fleming: te lo dico io il perchè. Perchè è molto bello.
Rob Fleming
Martedì 19 Gennaio 2016, 15.02.01
6
Non so perché, ma questo disco mi è sempre piaciuto tantissimo.
matocc
Domenica 11 Ottobre 2015, 14.46.51
5
Guardando i credits Tj è cantata da entrambi
dzalen
Domenica 11 Ottobre 2015, 11.18.19
4
Teenage Jail in realtà è cantato da Glenn Frey non da Don Henley . A mio parere questo pezzo assieme a The Greeks e The Disco , sono i punti deboli di un grande album .
Matocc
Martedì 7 Ottobre 2014, 22.45.20
3
disco di gran classe -come sempre quando si tratta degli Eagles. per me In the City è la vetta dell'album (nonché una delle loro canzoni che preferisco) ma anche I Can’t Tell You Why, The Sad Café e la title track sono stupende. io preferisco la versione di In the City presente qui rispetto a quella di Walsh utilizzata ne I Guerrieri della Notte -comunque ottima- trovo che così "ripulita" sia perfetta per lo stile della band.
Jimi The Ghost
Martedì 23 Settembre 2014, 10.57.52
2
Album molto importante e che Lorenzo è riuscito a mettere brillantemente in evidenza. Un cover nera, che riflette un quadro musicale inciso nel vinile e che raffigura le ombre che avanzano nell'oscurità. Gli Incubi emergono, il contro romanticismo avanza, mentre, tra quelle vie tenebrose., locali e café, una musica emozionale timidimante illumina la megalopoli disatrata. Forse il migliore degli Eagles. Bravo Lorenzo. Jimi TG
Pink.
Domenica 21 Settembre 2014, 12.35.38
1
Album fantastico che ha accompagnato quei anni meravigliosi, recensione che condivido pienamente.
INFORMAZIONI
1979
Asylum Records
Rock
Tracklist
1. The Long Run
2. I Can’t Tell You Why
3. In The City
4. The Disco Strangler
5. King Of Hollywood
6. Heartache Tonight
7. Those Shoes
8. Teenage Jail
9. The Greeks Don't Want No Freaks
10. The Sad Café
Line Up
Don Felder (Voce, Chitarra, Organo)
Glenn Frey (Voce, Chitarra, Sintetizzatore, Tastiere)
Joe Walsh (Voce, Chitarra, Tastiere)
Timothy B. Schmit (Voce, Basso)
Don Henley (Voce, Batteria)
 
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