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Sanctuary - The Year the Sun Died
( 6527 letture )
Si sa che in un campo così particolare come quello del rapporto individuale con la musica, molto spesso più della sostanza, contano le aspettative. Quante volte siamo rimasti sorpresi e ammaliati da album verso i quali non nutrivamo alcuna attesa o, al contrario, delusi o perfino offesi da dischi nei quali riponevamo grandi aspettative, che poi per una qualsiasi ragione non sono state appagate, anche al di là del valore reale degli album? Nel caso di The Day the Sun Died dei ritrovati Sanctuary c’è poco da fare: se state pensando che questo sia in realtà il nuovo disco dei Nevermore con un monicker diverso, niente di quello che leggerete in questa recensione o anche ascoltando l’album senza averla minimamente letta, potrà convincervi del contrario. Perché in ogni caso, sarà letta nell’ottica del tentativo disperato di negare l’evidente. Eppure, l’assunto preventivo su cui si basa questo ragionamento, prima che sbagliato è superficiale. Ovverosia, che Sanctuary e Nevermore siano state due monadi indipendenti l’una dall’altra, che rischiano adesso di sovrapporsi e annullarsi. Niente di vero in tutto ciò e niente di più immeritato da parte dei Sanctuary che la sottovalutazione del loro operato e di quanto creato venticinque anni or sono con i loro primi due dischi. Una prospettiva “a posteriori” che schiaccia tutta la storia della band di Seattle, relegandola sotto i talloni del gigante Nevermore, band che ha sicuramente raccolto più allori di quanto siano toccati ai Sanctuary nella loro breve carriera e che senza dubbio è molto più nota e approfonditamente conosciuta di quanto essi siano mai stati. Ebbene, chi ama entrambi i gruppi allo stesso modo, ciascuno per se stesso, non potrà prescindere dal considerare che già tra il debutto Refuge Denied e il seguente Into the Mirror Black il salto fosse enorme, controverso e spiazzante. Il secondo disco fece fare alla band un passo in avanti in termini di personalità, identità e proiezione al futuro incredibile e sicuramente maggiore rispetto a quello compiuto col primo disco dei Nevermore, quello sì da intendersi come una prosecuzione di quanto fatto fino a quel momento con interpreti diversi e, almeno in quel caso, con risultati inferiori. E’ la storia dei Nevermore a nascere su quanto fatto dai Sanctuary e non viceversa, ricordiamolo sempre.

Fatta questa doverosa premessa e senza mai sottovalutare il ruolo enorme avuto da Van Williams e soprattutto Jeff Loomis (per tacere degli altri “comprimari” di lusso, a partire dal grandissimo Tim Calvert) nel successo e nell’identità dei Nevermore, è possibile affrontare The Year the Sun Died nella corretta prospettiva. Ovverosia, quella della continuità nell’evoluzione. Dai Sanctuary ai Nevermore, passando per l’album solista di Warrel Dane, e ritorno. Ciascuna band con le sue specificità. Che l’evoluzione dei Nevermore sia stata più costante e continua, mentre quella dei Sanctuary proceda per “salti” e, naturalmente, per conseguenza delle divisioni tra Dane e Loomis non va dimenticato, ma nemmeno preso acriticamente. The Year the Sun Died non è un disco dei Nevermore, anche se di quel gruppo conserva ed incamera diversi tratti. Innanzitutto, il cantato di Warrel Dane: se speravate in un ritorno alle tonalità acute di Refuge Denied, rimarrete delusi. Ciò che è perso è perso, almeno su disco e comunque coerente già con quanto fatto su Into the Mirror Black. Dane modula la propria teatralità inconfondibile e personalissima nello stesso modo in cui lo ha fatto negli ultimi vent’anni, aggiungendo qualche armonizzazione sui cori qua e là (in particolare nell’opener Arise and Purify), ma mantenendo quasi sempre tonalità medie e più comode per la sua attuale condizione vocale. In secondo luogo, l’atmosfera del disco, assolutamente plumbea, nichilista e opprimente. In terzo luogo, la produzione moderna, ipercompressa e tagliente molto più vicina a quella dei Nevermore che a quella dei primi due album dei Sanctuary, pienamente ottantiana. Rispetto a quanto sviluppato da The Politics of Ecstasy in avanti, però, si colgono anche delle significative differenze: innanzitutto, la natura dei Sanctuary non è di base thrash come quella dei Nevermore, ma casomai di base US Power e, di conseguenza, nel disco raramente dominano tempi veloci e serrati, ma piuttosto up e midtempos rocciosi e potenti, mai pienamente thrash. In secondo luogo, i Sanctuary hanno sempre avuto una vena in qualche maniera riconducibile al prog metal, nello stile dei concittadini Queensryche, anch’essa mai pienamente sviluppata e sempre latente, che miracolosamente conservano ancora dopo tutto questo tempo e che strisciante caratterizza tutto il lavoro. In terzo luogo, se l’atmosfera resta decadente, oscura e opprimente, sicuramente l’album risulta meno aggressivo e soffocante di quanto fatto dai Nevermore e il taglio moderno e cibernetico, pur presentissimo, qua viene stemperato da un approccio più schiettamente metal, che si fa più evidente man mano che si procede con gli ascolti e permette ad esempio al basso di Jim Sheppard di giocare un ruolo che nei Nevermore praticamente non ha mai.
Eppure, pur conservando i tratti di entrambe le band, The Year the Sun Died compie un ulteriore passo in avanti, finendo per essere un qualcosa di nuovo rispetto a tutte e due. Il disco è bellissimo, articolato, emozionante, pieno di pathos e denso, densissimo di cambi di tempo e atmosfera ed appare dannatamente ispirato e difficile da penetrare. Per molti sarà molto più facile bollarlo come “clone” dei Nevermore senza averlo ascoltato, che penetrarlo davvero e coglierne la mutevolezza e le infinite sottigliezze di arrangiamento. Il lavoro compiuto tanto da Dane quanto dai due chitarristi, il ritrovato Lenny Ruthledge e il nuovo arrivato Brad Hull, è encomiabile sotto tutti i punti di vista. I brani sono complessi, misteriosi, strapieni di parti solistiche e cambi di tempo e pur mantenendo una lunghezza media relativamente bassa (si superano i cinque minuti solo due volte), si rivelano piuttosto ostici da affrontare e digerire, quasi una versione moderna e futuribile dei Mercyful Fate o dei citati Queensryche. In questo senso, la citata opener Arise and Purify può rivelarsi molto ingannatrice, con uno schema compositivo abbastanza lineare e un ritornello facile facile che i fan dei Nevermore non avranno mancato di notare, così come una velocità sostenuta che ritroveremo solo in Frozen. D’altra parte, è della opener che parliamo, non del pezzo forte. Già la successiva Let the Serpent Follow Me cambia le carte in tavola e mostra un andamento decisamente meno facile e ruffiano, pur nel suo up tempo di matrice power/thrash, con la coppia di chitarristi che inizia decisamente a scaldarsi. Se è un capolavoro che stiamo cercando, ecco che con la seguente Exitium (Anthem of the Living) i battiti cardiaci cominciano seriamente a crescere. Il brano è lento, cadenzato, evocativo, lugubre e onirico al tempo stesso, emozionante nel suo variare tra velocità e ossianicità del riffing, sublimato da un refrain splendido. Altro brano sostenuto, nel quale a mettersi in mostra è anche il più che discreto Budbill alla batteria, è il seguente Question Existance Fading, non il migliore del lotto ad onor del vero, piacevolissimo ma privo di una reale evoluzione. Tempo di semiballad ed ecco I Am Low, sorretta da un riff semiacustico malinconico che sfocia poi in un ritornello cadenzato e potente: non è The Heart Collector e non arriva a quei livelli di intensità pur essendo molto bella, ma certo lo schema non è proprio inedito. Frozen come detto è il brano più veloce e si caratterizza per l’ottimo lavoro solistico e per una linea melodica tipicissima dello stile di Warrel Dane. Tempo per un nuovo colpo pienamente a segno ed ecco One Final Day (Sworn to Believe), che introduce una splendida chitarra acustica nel contesto di un brano drammatico ed evocativo, che ha il difetto di finire forse in maniera un po’ troppo drastica. Poco male, perché la successiva The World Is Wired ci riporta a sonorità pesanti e sostenute, coinvolgenti ma paradossalmente più ariose e meno impegnative. Arrivati alla fine c’è spazio per altri due brani da KO come The Dying Age e The Year the Sun Died, intervallate dall’acustica e strumentale Ad Vitam Aeternam. Siamo di fronte a due brani splendidi, intensi ed emozionanti: lento e avvolgente il primo, che si stringe attorno all’ascoltatore come una spirale, dotato peraltro di un doppio assolo splendido, onirico e nerissimo il secondo. Assieme a Exitium (Anthem of the Living) e a One Final Day (Sworn to Believe) costituiscono senza dubbio i punti massimi di un album peraltro privo di difetti, ispiratissimo e che vale tutti i soldi che costa.

Come detto, inutile negare che l’influenza dei Nevermore sia evidente e palpabile. Sarebbe fatica sprecata. Le soluzioni melodiche, l’atmosfera, il suono stesso, parlano in maniera netta di quanto realizzato da Dane con loro. Ma dimenticarsi che gli stessi Nevermore nascevano dalle ceneri dei Sanctuary sarebbe altrettanto sbagliato e ingiusto. Coerentemente, nel momento in cui la band ha deciso di riportare alla vita il glorioso monicker, ha anche scelto di non guardare al proprio passato, ma di andare ancora avanti. Quanto fatto negli anni con la sua seconda band riverbera in maniera netta nel lavoro di Dane in particolare e in più di un passaggio emergeranno i ricordi di altrettanti brani, molto di più di quanto non accada con i primi due dischi dei Sanctuary. In effetti, questo è probabilmente l’unico vero appunto che si può muovere a The Year the Sun Died: il fatto di non poter essere un capolavoro, perché troppo affine a quanto fatto dai Nevermore. Eppure, questo non è un disco dei Nevermore. Non solo e non tanto perché non ci suonano Jeff Loomis e Van Williams, ma soprattutto perché le caratteristiche proprie dei Sanctuary che furono restano ancora in questa nuova incarnazione e si estrinsecano in un modo diverso di intendere la materia e di lavorarne l’essenza. Affini, ma non sovrapponibili. Come è giusto che sia.
Per chi invece non fosse affatto interessato alla diatriba Sanctuary/Nevermore e vuole solo sapere che cosa lo aspetta premuto play, allora diremo che The Year the Sun Died è un disco di power/thrash metal evoluto, pesante e complesso, moderno ma al tempo stesso dotato di un feeling atemporale, ricco di brani oscuri e malinconici, potente ed emozionante, che presenta composizioni di livello superiore per la quasi sua interezza e nessun vero punto debole. Da avere e ascoltare spesso, per penetrarne la mutevole essenza, per quanto assolutamente non di semplice ed immediata fruizione. Ancora una volta, band stratosferica e di gran lunga superiore alla massa. Se poi sia meglio o peggio di Refuge Denied e Into the Mirror Black, è giusto che sia il gusto individuale a dirlo. Certo Jeff Loomis dovrà darsi parecchio da fare, se intende fare di meglio.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
86.37 su 51 voti [ VOTA]
Re-Volver
Martedì 14 Marzo 2017, 19.52.21
34
Disco monolitico.... Bravi ....
Il Rettiliano
Martedì 1 Dicembre 2015, 10.21.20
33
@Dany71: il problema di quel mio amico è che continua a non voler capire una mazza, o forse proprio non riesce a capire (che sarebbe giustificabile). Qui non c'entra il pessimismo di Dane. La scelta della cover potrebbe essere dettata dall'amore di Dane stesso per i Doors (in primis) e in seconda battuta l'aspettare un nuovo sole può avere un senso dopo che è morto. Non è una acrobazia, è qualcosa di concettualmente coerente con lo spirito del disco e non se ne deve desumere che il "sole/speranza" arriverà: lo si sta solamente aspettando. Si dovrebbe semplicemente dire: la cover mi piace/non mi piace. Stop.
Dany71
Lunedì 30 Novembre 2015, 16.57.00
32
@rettiliano: le tue acrobazie argomentali sono fini a se stesse, io dico che il tuo amico è molto più con i piedi piantati a terra, questo mondo non ha speranza e Dane bene lo sa, motivo per cui la cover poteva fare benissimo a meno di inserirla in un disco magnifico con una linea già completa. Un di più attaccato propio con la vinavil. Se la potevano tenere x il Live e usarla in altra maniera.
AL
Lunedì 30 Novembre 2015, 16.39.22
31
disco che mi è piaciuto subito. potente, ben prodotto e veramente d’atmosfera in certe canzoni. Dane è sempre una spanna sopra la media. le canzoni più lente (la quinta e la settima) sono state quelle che mi hanno preso meno all’inizio ma perché sono stato colpito subito dai primi 4 pezzi e da Frozen. Andando avanti con gli ascolti ho apprezzato tutto l’album e concordo con recensione e voto. mi è piaciuta molto la disamina fatta da Lizard riguardo le due band, direi centrata alla grande. Certo che tra Nevermore e Sanctuary si va sempre sul sicuro!
Il Rettiliano
Lunedì 9 Marzo 2015, 16.55.18
30
Un mio caro amico ha affermato che la bonus track sembra attaccata con il vinavil in coda alle altre canzoni. Devo dissentire perché è noto l'amore di Dane per i The Doors e omaggiarli coverizzando la stupenda Waiting For The Sun non credo sia una trovata insensata. Poi, può piacere o meno. A me risulta molto gradita: al di là dell'aspetto più squisitamente musicale, inquadro il significato concettuale dell'attendere nuovamente il sole proprio all'interno della sua morte, una calda ventata di speranza tra le rovine di un mondo freddo e fatiscente... per me ci può stare.
Keyser Söze
Sabato 21 Febbraio 2015, 13.55.24
29
Più che buono, riesce a non far rimpiangere i dischi dei Nevermore. Recupererò i primi due che non conosco. 80
Dany 71
Giovedì 8 Gennaio 2015, 11.08.23
28
La versione con bonus-track ha la "toppa" Sanctuary all'interno!
Dany 71
Martedì 28 Ottobre 2014, 17.10.00
27
......e si Loomis dovrà darsi veramente tanto da fare.....gran disco.
Punto Omega
Mercoledì 15 Ottobre 2014, 19.09.18
26
Dopo aver ascoltato un paio di pezzi ho deciso di acquistarlo. Mi è arrivato più o meno una settimana fa e da allor l'ho divorato. Premesso che dei vecchi Sanctuary non mi è mai importato nulla e che li ho ascoltati nella speranza di trovare qualcosina riconducibile ai Nevermore, devo dire che questo The Year The Sun Died mi è piaciuto. Da fan dei Nevermore devo dire che questi Sanctuary sono molto più vicini al gruppoi di The politics of ecstasy e Dead heart in a dead world che al loro passato, cosa che non mi dispiace assolutamente, anzi... Però questi non sono i Nevermore, le accelerazioni e i ritmi sincopati di una Never Purify ve le sognate di notte, però tutto l'album è pervaso da un mood oscuro e da melodie che definire belle è una riduzione. Dane amministra la sua voce in modo magistrale - non vuole strafare e va bene così. Si gestisce in maniera matura, comprendendo i suoi limiti e sfoggia un'espressività che lascia di stucco. Non ci sono sirene e va bene così. In definitiva: non sono I Nevermore e va bene così. In effetti, il discorso da fare è proprio il seguente: non sono i Sanctuary, ma non sono neanche i Nevermore. Ci troviamo dinnanzi ad un'entità del tutto nuova e così andrebbe valutata. Poi è sì vero che i riferimenti ai Nevermore sono molti di più, però l'assenza di Loomis è palese. Da fan dei Nevermore concludo dicendo che per questa formazione sono inarrivabili, nonostante ciò si tratta di un lavoro molto bello su cui vale la pena investire tempo e denaro, perché è in grado di emozionare. Mi pare però ovvio che non verserei una lacrima nell'eventualità in cui venisse dato un successore a The Obsidian Conspiracy, sacrificando nel processo i Sanctuary.
entropy
Martedì 14 Ottobre 2014, 23.42.20
25
Dico anche io che qui si sentono molto i nevermore (quelli più easy, tipo obisdian Conspiracy o dead heart) e anche abbastanza vicini al dane solista. Mi ricordano meno i vecchi sanctuary. Per me questi sono elementi cmq positivi (in realtà andavo abbastanza sul sicuro, mi piacevano i vecchi sanctuary , e adoravo i nevermore in tutte le loro incarnazioni). Dopo i primi 4/5 ascolti condivido con l'81. Ci sta tutto!
Radamanthis
Domenica 12 Ottobre 2014, 12.10.14
24
Ascoltato dopo che solo la scorsa settimana ho scoperto di questa uscita discografica a firma Warrel Dane. Moooolto Nevermore e dunque moooolto bello! Ottimo disco. Voto 83
CYNIC
Venerdì 10 Ottobre 2014, 17.01.54
23
@ Al Pacino
Dome
Venerdì 10 Ottobre 2014, 11.08.10
22
Al di là di pareri e gusti (sto ancora ascoltando il disco), complimenti a Lizard per una recensione davvero di ottimo livello, a parer mio.
Pacino
Giovedì 9 Ottobre 2014, 23.33.36
21
Cynic li vale,intendendevo dire che non sembrano proprio i vecchi Sanctuary,si sente che l'autore principale é Dane,il sound é tipo il suo album solista!
Resurrection
Giovedì 9 Ottobre 2014, 18.57.20
20
"Nevermoniano" o no, a me sto disco piace, sicuramente mi piace più di "The Obsidian Conspiracy" che poi ci sia poco dei vecchi Sanctuary poco mi importa.
dorian gray
Giovedì 9 Ottobre 2014, 18.05.23
19
praticamente sono i nevermore come sonorità,dei vecchi sanctuary c'è poco
CYNIC
Giovedì 9 Ottobre 2014, 17.46.59
18
@ Al Pacino spiegati meglio visto che a differenza mia lo hai assimilato meglio il disco, li vale 85 su 100? perché se fosse cosi allora si tratta di un grande album.
Pacino
Giovedì 9 Ottobre 2014, 13.24.23
17
85 al disco...ma chi suona?i Sanctuary?allora 75
Celtico
Mercoledì 8 Ottobre 2014, 16.14.47
16
Non ho ascoltato l'album, però tutto quanto scritto da Lizard sui Sanctuary ottantiani corrisponde al 100% al mio pensiero. Band eccezionale!!
Radamanthis
Mercoledì 8 Ottobre 2014, 11.03.38
15
Non sapevo del ritorno dei Sanctuary, ho la loro discografia (demo del 1986, Refuge denied e Into the Mirror Black oltre che 3 live) e certamente non mi perderò questo disco!
ObeYM86
Martedì 7 Ottobre 2014, 16.25.28
14
Beh in primis vorrei complimentarmi col recensore perchè la sua analisi è splendida.Ne ho lette di tutti i colori su questo disco:Nevermore castrati senza Loomis,disco inutile,il falsetto non c'è(c'è chi lo pretende dopo 25 anni)....i soliti discorsi di chi ascolta in modo superficiale e non coglie le sfumature che questa recensione sottolinea sapientemente..questo disco di Nevermore ha poco...ma è anche vero che si discosta molto dai lavori made in Sanctuary,a me è sembrata un evoluzione piuttosto coerente col disco solista di Dane,che nonostante la produzione moderna ha "atmosfera",ed è raro di questi tempi...un disco che è in lavorazione più o meno da tre anni(ascoltai un intervista di Dane datata dicembre 2011 in cui già citò il titolo dell album e ne accennò qualcosa)non un capolavoro ma un lavoro degno di nota ed emozionante che va assimilato poco alla volta. 83(qualche punticino in più perchè trovo bellissima anche Question Existence Fading)
entropy
Lunedì 6 Ottobre 2014, 23.57.27
13
e allora per forza spendi un patrimonio.. cioè la feltrinelli ha i prezzi più alti di tutti!
CYNIC
Lunedì 6 Ottobre 2014, 16.54.10
12
@ entropy on line no, dalla Feltrinelli libri e musica da li compro i cd.
Zess
Lunedì 6 Ottobre 2014, 15.36.31
11
Cito dalla recensione: "le caratteristiche proprie dei Sanctuary che furono restano ancora in questa nuova incarnazione e si estrinsecano in un modo diverso di intendere la materia e di lavorarne l’essenza"... ma proprio no, questa è solo una versione dei Nevermore meno complessa. Torno a ripeterlo, disco inutile; se facciamo il paragone con i primi due, poi, c'è da sentirsi male dallo sconforto.
zorro61
Lunedì 6 Ottobre 2014, 12.32.30
10
album discreto, fatto benissimo anche perchè la classe non è acqua. ma è chiaro che chi come me si è scapocciato all'epoca per i Sanctuary vede le cose in modo differente da chi ha iniziato con i Nevermore.
freedom
Lunedì 6 Ottobre 2014, 0.03.14
9
L'ho ascoltato già un paio di volte, e devo dire che non mi sarei mai aspettato un album tanto bello. Sono un fan dei Nevermore e di Warrel lo ammetto, ma credo che se fosse stato un album schifoso non avrei avuto problemi a dirlo. Mi sembra un signor disco, ben composto e suonato alla grande (ovvio). Unica pecca: la produzione plasticosa. Ma posso chiudere un occhio questa volta, visto che i contenuti ci sono eccome. Non vedo l'ora di avere tra le mani la mia copia, consapevole di aver speso bene i miei soldi. Per il voto mi pronuncerò più avanti. Comunque Exitium (Anthem of the Living) è favolosa.
Andy Thrasher
Domenica 5 Ottobre 2014, 23.30.30
8
Sarò di poche vedute, sarà che i Nevermore non mi piacciono, o qualcos'altro... ma questo disco mi ha fatto pena. Noioso, stilististicamente non c'entra nulla con i precedenti 2 lavori, produzione di plastica, niente falsetti. Delusione totale, ho buttato via del denaro.
entropy
Domenica 5 Ottobre 2014, 21.37.34
7
@ cynic.. non so dove compri i dischi.. ma io l'ho trvoato on line a soli 14 euro
CYNIC
Domenica 5 Ottobre 2014, 20.13.35
6
@ Lizard OK
lux chaos
Domenica 5 Ottobre 2014, 20.06.21
5
Non vedo l'ora di sentirlo!!!
Forbiddenevil
Domenica 5 Ottobre 2014, 19.41.59
4
Grandissimo disco, lo sto ascoltando da tre giorni e devo dire che questi sono i SANCTUARY del 2014, ottime atmosfere, passaggi e cambi davvero perfetti. Come ha analizzato perfettamente Lizard, c'è un dualismo tra SANCTUARY e NEVERMORE, ma questi NON sono i Nevermore. Era da tempo che non mi emozionavo tanto nell'ascolto di un disco, acquistato in vinile (con cd).
Lizard
Domenica 5 Ottobre 2014, 18.50.37
3
@Cynic: ascoltalo invece, perchè come ho scritto, non è nella linea dei primi due album e potrebbe non piacerti. @Remedy: posso chiederti quante volte lo hai sentito? Curiosità eh...
Remedy
Domenica 5 Ottobre 2014, 18.47.53
2
L'ho sentito e i brani migliori sono le ballad dove Dane si vede di più per il resto niente di che, abbastanza dimenticabile, pochi cazz1 Loomis e Williams sono di un altro livello.
CYNIC
Domenica 5 Ottobre 2014, 18.33.11
1
io ho Refuge Denied 1987 Into the Mirror Black 1990 autentiche perle di u.s. metal, l'album in questione non c' è lo ma leggendo la rece... ho capito che non vale la pena perdere tempo ad ascoltarlo sul tubo. Acquisto sicuro. Anche se le nuove uscite si agiranno come prezzi sui 19,99 Euro.
INFORMAZIONI
2014
Century Media Records
Power/Thrash
Tracklist
1. Arise and Purify
2. Let the Serpent Follow Me
3. Exitium (Anthem of the Living)
4. Question Existence Fading
5. I Am Low
6. Frozen
7. One Final Day (Sworn to Believe)
8. The World is Wired
9. The Dying Age
10. Ad Vitam Aeternam
11. The Year the Sun Died
12. Waiting for the Sun (Bonus Track)
Line Up
Warrel Dane (Voce)
Lenny Rutledge (Chitarra)
Brad Hull (Chitarra)
Jim Sheppard (Basso)
Dave Budbill (Batteria)
 
RECENSIONI
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