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Royal Hunt - A Life to Die For
( 1831 letture )
Il secondo disco a volte è più difficile del primo. Soprattutto se il primo disco è stato azzeccato: ecco che allora diventa necessario confermarsi, dimostrare che tutto ciò che di buono è stato concepito nel primo lavoro non è stato solo un fuoco di paglia, bensì il primo frutto di una pianta destinata a portare molte altre rigogliose messi. Il tutto, senza poter più disporre dell' "effetto sorpresa" determinato dalle scelte compositive che, nel primo disco, erano una novità, e nel secondo invece devono dimostrare di saper reggere alla prova del tempo.

I danesi Royal Hunt non sono certo al secondo disco; anzi, hanno da poco festeggiato il loro ventennale e A Life to Die For è il loro dodicesimo album di inediti, cui vanno aggiunti due live e diverse raccolte antologiche. Eppure, il loro precedente album Show Me How to Live è stato visto da molti fan (e forse anche dalla band stessa) come una sorta di nuovo inizio di carriera. Perché è tornato il cantante storico D.C. Cooper, dopo quasi quindici anni di assenza, perché, insieme con lui, sono ritornate le magniloquenti melodie vocali e strumentali che avevano reso splendidi i dischi della prima "era-Cooper" (a scapito della forma più essenziale ed aggressiva tipica dei dischi con John West e di un certo manierismo neoclassico che caratterizzava i due dischi con Mark Boals); non ultimo, perché, a detta di molti, è ritornata prepotentemente l'ispirazione fra le mani compositive del mastermind André Andersen, nuovamente su livelli che da troppo tempo non aveva toccato.
Show Me How To Live è stato un successo pressoché unanime: ora, per la band danese, l'obiettivo è riconfermarsi e, se possibile, migliorarsi ancora. Impresa non facile, come detto; dopotutto, anche nella prima "era-Cooper" ad un disco meraviglioso come Moving Target(1995) è seguito un album come Paradox che, seppur validissimo, lasciava in alcuni momenti intravedere accenni di stanchezza compositiva. Questa volta ci sarà la conferma completa?

Andiamo con ordine: il disco parte coi quasi dieci minuti della opener Hell Comes Down From Heaven. Il pezzo è un mid-tempo che presenta tutti gli elementi tipici dello stile Royal Hunt (intro strumentale imponente, grandi linee vocali ben doppiate da cori maestosi, arrangiamenti quasi operistici puntellati da una sezione ritmica precisa e granitica), tuttavia a posteriori si rivelerà essere il pezzo meno riuscito dell'intero disco: rimane un parziale senso di incompletezza, come se la chiave di volta compositiva non fosse stata completamente trovata e si ha la sensazione che vi siano un paio di minuti di troppo. Con A Bullet's Tale i danesi spingono sull'acceleratore: il pezzo è il più veloce ed aggressivo dell'intero disco e l'assolo di chitarra è assolutamente al fulmicotone. Anche qui, però, una linea vocale molto operistica e certe scelte di arrangiamento rendono un poco pesante un pezzo che sarebbe potuto essere una autentica rivelazione. Ma è dal terzo pezzo Running Out of Tears che le cose cambiano davvero: il brano è semplicemente da urlo, un mid-tempo saltellante con una linea vocale di D.C. Cooper talmente bella da stamparsi in testa e non togliersi più, assolo di chitarra splendido ad opera di un bravissimo Jonas Larsen e arrangiamenti talmente riusciti da non sfigurare con i pezzi migliori della loro cospicua discografia.
Si procede di bene in meglio, dato che One Minute Left to Live è un altro capolavoro nel quale sono condensati tutti gli elementi che fanno dei danesi un gruppo praticamente inimitabile: velocità, melodie stellari, linee vocali che solo chi ha un cantante di tal livello può sognarsi di proporre, sferzate chitarristiche al fulmicotone, contrappunti tastieristici pressoché perfetti, cambi di tonalità azzeccati, assoli e accelerazioni che completano perfettamente il tutto e danno quel tocco di cattiveria in più, che non guasta. Sign of Yesterday ritorna ai ritmi medi, ma sfoggia un'altra melodia vocale talmente bella e così perfetta da chiedersi come sia possibile pensarne di diverse. Anche qui, il gruppo risponde degnamente alle meraviglie del singer, con break, ripartenze e crescendo che preparano adeguatamente all'esplosione finale. Superfluo, per gli affezionati del gruppo, ricordare come D.C. Cooper inserisca sempre, in ogni nuova strofa e/o ritornello, piccole variazioni di melodia che rendono ogni secondo interessante e vario.
Un introduzione orchestrale imponente sfuma in una dolce melodia sostenuta dagli archi: Won't Trust Won't Fear Won't Beg è forse il pezzo più "teatrale" dell'intero disco, ma questa caratteristica non gli fa perdere nulla in termini di immediatezza e fruibilità; il crescendo centrale non è di quelli che si dimenticano facilmente e dimostra (se ancora ce ne fosse bisogno) come solo la voce di D.C. Cooper sia in grado di esaltare al meglio la capacità compositiva di Andersen.
Infine la title-track: il pezzo sembra la versione aggiornata di certi riuscitissimi brani hard rock anni '80 (penso a gruppi come Dare, Giuffria, Europe e, perché no, i primi Bon Jovi) con il contrappunto fra chitarre rock e pungenti, tastiere ariose e classicheggianti, sezione ritmica che pesta come si deve ed una linea vocale che ti si stampa in testa sin dal primissimo ascolto, e non ne esce per giorni. Il pezzo era già uscito un paio di mesi prima dell'album, in versione ridotta, mentre qui presenta anche una lunga coda sia vocale sia strumentale, che forse lo appesantisce più del necessario (personalmente, ho preferito la versione corta).

Conferma ottenuta quindi? Assolutamente sì. Se Show Me How To Live era un disco splendido, A Life To Die For è sicuramente ottimo; la lieve differenza è data solamente da quei pochi momenti "di stanca" che avrebbero potuto essere ridotti o eliminati per rendere ancora più fruibile l'ascolto anche a chi per la prima volta approccia la musica del gruppo danese. Ma si tratta di piccolezze, a fronte di un album che la gran parte dei gruppi concorrenti si può sognare di comporre, nel 2013. Quasi superfluo ricordare tutto ciò che in questo disco funziona: produzione cristallina (opera dello stesso Andersen), musicisti dotati in egual misura di tecnica strumentale elevatissima e gusto sopraffino nel metterla al servizio dei pezzi (cosa non così scontata, nel genere), uso dei cori e delle linee vocali mai banale o scontato, sezione ritmica potente e precisa, interrelazione fra chitarra e tastiere assolutamente fuori dal comune.
A Life To Die For è un capolavoro assoluto? No, ma per un solo motivo: è un album che racchiude tutte le caratteristiche dei Royal Hunt "era-Cooper", senza mutarne di una virgola le caratteristiche compositive ed esecutive già ben note. I fan lo adoreranno e lo consumeranno, mentre a chi non ha mai ascoltato una nota dei nostri consiglio, prima di tutto, di partire dal fondamentale Moving Target (tuttora ineguagliato) e dall'inarrivabile live 1996.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
90.4 su 5 voti [ VOTA]
Aceshigh
Giovedì 2 Maggio 2019, 14.46.12
6
Per me se la batte col precedente, faccio fatica a decidermi. Però agli album storici degli anni 90 io senza alcun timore affianco The Mission, capolavoro anche quello.
JC
Giovedì 2 Maggio 2019, 13.25.20
5
Per me il migliore disco dei RH dopo la serie storica dei capolavori degli anni 90.
Aceshigh
Giovedì 2 Maggio 2019, 9.40.26
4
Band dalla classe immensa! Album stupendo, così come il precedente e il successivo. Dal rientro di DC Cooper hanno tirato fuori un sacco di bella musica. Ritornelli sempre vincenti, sound e orchestrazioni di una raffinatezza fuori dal comune. Voto 88
entropy
Lunedì 30 Marzo 2015, 15.00.20
3
Condivido appieno la recensione, ottimo album, ma un pò meno ispirato del precedente album, forse avrebbero potuto prendersi un pò di tempo tra i due album. Anche se in effetti ora sono in fremente attessa del successore e due anni mi sembrano troppi
entropy
Lunedì 30 Marzo 2015, 15.00.15
2
Condivido appieno la recensione, ottimo album, ma un pò meno ispirato del precedente album, forse avrebbero potuto prendersi un pò di tempo tra i due album. Anche se in effetti ora sono in fremente attessa del successore e due anni mi sembrano troppi
lux chaos
Domenica 28 Dicembre 2014, 1.16.51
1
Io da fan adoro e consumo come previsto in recensione Concordo su tutto, tranne sulla bestemmia che Paradox denota momenti di stanchezza compositiva...siamo matti??? A parte gli scherzi bella recensione!
INFORMAZIONI
2013
Frontiers Records
AOR
Tracklist
1. Hell Comes Down from Heaven
2. A Bullet’s Tale
3. Running out of Tears
4. One Minute Left to Live
5. Sign of Yesterday
6. Won’t Trust, Won’t Fear, Won’t Beg
7. A Life to Die For
Line Up
D.C. Cooper (Voce)
Jonas Larsen (Chitarra)
André Andersen (Tastiera)
Andreas Passmark (Basso)
Allan Sørensen (Batteria)
 
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