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Faith No More - We Care a Lot
( 3104 letture )
We Care a Lot, ovvero i Faith No More quando ancora non erano i Faith No More: questo concetto dice tutto e niente sul disco in questione, una proposta certamente genuina eppure piuttosto particolare, che ha chiaramente dentro di sé il gene FNM pur differenziandosi dalla produzione che seguirà e che vedrà moltissimi cambiamenti, il più importante dei quali sarà lo split nel 1988 del cantante Chuck Mosley -che potremmo definire quantomeno "ordinario"- e relativo reclutamento del più eclettico e dotato Mike Patton, vero genio delle corde vocali, colui che farà compiere il definitivo salto di qualità al combo californiano.

Qui non ci sono i voli pindarici e le evoluzioni degli album che verranno, né tantomeno i vocalizzi che in futuro lasceranno a bocca aperta il pubblico di tutto il mondo: ciò che sprigiona una volta premuto il tasto PLAY è un mix di rock, metal, funk e -grazie alle tastiere di Roddy Bottum- progressive. Quello che la band ci propone non senza qualche piccola ingenuità (Arabian Disco sfocia quasi nell'hip hop) ha le fattezze di un embrione sonoro che vuole esplorare molto, forse addirittura troppo; ebbene sì, con We Care a Lot si può parlare di pionierismo di un nuovo genere che prenderà sempre più piede nel panorama musicale, il crossover.
Come appena accennato non mancano i difetti in questo lavoro, e uno di questi è senz'altro la poca versatilità vocale di Mosley (New Beginnings) unita a una certa ripetitività compositiva fatta di refrain reiterati e chorus non sempre efficaci che tentano di innalzare il livello di coinvolgimento dei pezzi. Un album mediocre quindi? No, affatto, perché nonostante la tracklist non sia composta di grandi classici, il valore aggiunto che salta subito all'orecchio anche di un profano è dato indiscutibilmente dalla sezione ritmica: basso e batteria recitano la parte del leone facendo intravedere le enormi potenzialità di Bill Gould e Mike Bordin (il quale non a caso lavorerà come turnista per nomi del calibro di Ozzy Osbourne e Korn, mentre il bassista prenderà parte al progetto Brujeria). Non ci sono solo composizioni dal sound ossessivo tra i solchi del disco, la quarta traccia Jim è una breve pausa di chitarra acustica semplice ma bellissima, la quale si contrappone alle sperimentazioni della successiva Why Do You Bother o di As The Worm Turns. Greed è un po' più canonica e per certe sonorità pop che presenta potrebbe quasi essere uscita da un disco dei Depeche Mode di inizio 90s, mentre Pills For Breakfast è sicuramente l'episodio più pesante del platter, uno dei rari momenti in cui brilla la chitarra di Martin ovviamente supportata dalla solita coppia Bottum/Bordin della cui validità si è già detto, anche se il meglio per entrambi dovrà ancora arrivare.

I fan della prima ora dei Faith No More ovviamente adoreranno la particolarità di We Care a Lot ma obiettivamente, anche tra i più affezionati, difficilmente ci sarà qualcuno che -al di là del fascino tipico dei debut album e di quelli che possono essere i sacrosanti gusti personali- affermerà che questo sia senza ombra di dubbio il capolavoro degli statunitensi: si tratta del primo, necessario passo verso l'ulteriore crescita di Introduce Yourself per poi giungere all'esplosione di The Real Thing e della Patton-Era. Purtroppo per Chuck Mosley il confronto col suo successore al microfono è a dir poco impietoso, ma comunque questo è un disco interessante, soprattutto per comprendere l'evoluzione sia del gruppo stesso che del crossover in generale; una corrente questa che grazie a pionieri come i Faith No More si preparava attraverso la svolta funk ad influenzare pesantemente l'evoluzione dell'alternative, come di molti altri generi -compresi l'hard rock ed il thrash- e a gettare la sua ombra lunga anche sul decennio successivo.



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
75.57 su 7 voti [ VOTA]
Voivod
Lunedì 8 Luglio 2019, 16.28.10
5
Primo vagito dei FNM: dopo l'esperienza maturata nei Faith No Man, Gould e Bordin uniscono le loro forze con Jim Martin (chitarrista d'estrazione thrash) e con il tastierista Roddy Bottum dando vita a un crossover ancora acerbo ma assolutamente originale. Almeno 3 brani sono eccellenti, il resto ancora poco a fuoco.
Rob Fleming
Sabato 23 Gennaio 2016, 18.09.42
4
Questo è uno di quei dischi in cui si capisce perfettamente la differenza che può fare un cantante all'interno di un gruppo. E lo stesso discorso vale per Introduce Yourself. Dischi penalizzati dal cantante
Fox
Lunedì 3 Novembre 2014, 9.58.46
3
La voce di Mosley non mi piace proprio, se Patton fosse subentrato già con Introduce yourself avremmo avuto un capolavoro alla pari di The Real Thing. Purtroppo Introduce rimarrà sempre un gradino sotto.
P2K!
Lunedì 3 Novembre 2014, 8.48.09
2
Disco acerbo e ancora lungi (ma non poi così tanto) da quell'evoluzione qualitativa intrapresa poi con il successivo "Introduce Ypourself" (che darei per sentirlo con Patton alla voce). "Arabian Disco", "Mark Bowen", "As The Worm Turns" pezzoni... "We Care A Lot" in questa prima versione è un po' lenta e psante da ascoltare, ma comunque buona... io un 70 glie lo darei...
Galilee
Sabato 1 Novembre 2014, 11.10.29
1
Questo disco mi manca , ma ho il successivo Introduce yourself dove in tracklist c'è comunque sempre We Care a lot, che tra l'altro è una song da paura. Ce n'è ancora di strada da fare per arrivare a the real thing, ma il livello è già decisamente buono, e il suono era avantissimo.
INFORMAZIONI
1985
Mordam Records
Crossover
Tracklist
1. We Care a Lot
2. The Jungle
3. Mark Bowen
4. Jim
5. Why Do You Bother
6. Greed
7. Pills for Breakfast
8. As the Worm Turns
9. Arabian Disco
10. New Beginnings
Line Up
Chuck Mosley (Voce)
Jim Martin (Chitarra)
Bill Gould (Basso)
Roddy Bottum (Tastiere)
Mike Bordin (Batteria)
 
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