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Deadly Carnage - Manthe
( 1822 letture )
Al terzo full-length, dal titolo Manthe, il secondo sotto la nostrana ATMF (Urna, Forgotten Woods, An Autumn for Crippled Children...) e dopo due buoni episodi indipendenti, il percorso dei riminesi Deadly Carnage si dipana verso le meno crude coordinate melodic black caratterizzanti il precedente Sentiero II - Ceneri, ma maggiormente assimilabili al più liquido post-black dei recenti The Great Old Ones, Harakiri for the Sky o De Arma, per fare qualche norme, disdegnando, per altro, il più appetibile post-rock e shoegaze degli ultimi Alcest e Lantlos (mentre i punti di contatto con .neon sono già di più), come pure le commistioni black metal/post-hardcore tanto in voga ultimamente, andando, invece, a sviluppare ulteriormente le funeree, ma pur sempre accessibili anche ai meno "pachidermici" ascoltatori, note di spartiti doom metal già presenti, in stato embrionale, nei loro precedenti sigilli discografici. In aggiunta, striscianti influenze jazz e art rock fanno capolino qua e là tra le linee del pentagramma della band.

Sui rintocchi del basso e delle note di un accordo in minore arpeggiato della chitarra si apre la prima traccia Drowned Hope; i cordofoni sono presto inghiottiti dal viscerale e lacerante growl di Marcello, accompagnato dall'energico, e sempre più dinamicamente sviluppato, lavoro del drumkit, mentre il brano si dipana, partendo da coordinate prossime al doom metal, verso lidi post-black, conditi da un assolo finale della sei corde.
Gli ottavi del quattro corde (le ricercate ed eleganti linee di basso del disco sono un tappeto ritmico e armonico imprescindibile per Manthe) aprono la satura Dome of the Warders (evocativo anche il video), nella quale gli overdrive delle chitarre giocano un ruolo primario nel creare quelle melodie "zanzarose" tipiche del genere; brano che qualcosa dei meno aggressivi Woods of Desolation ricorda, per lo meno fino all'interludio centrale dalle tinture ambient, dominato da chitarra acustica e tabla, chiuso da un giro di tom, e contornato da un finale echeggiato dalla poetica melodia di un flauto traverso.
Più aggressiva si scopre Carved in Dust (il black metal più tirato del gruppo si avvicina agli ultimi Rotting Christ), mentre il medium slow-tempo di Beneath Forsaken Skies, assieme ai palm-muting delle chitarre, inghiottiscono l'ascoltatore in una nera spirale maggiormente canonica rispetto agli standard del nero metallo, alternata, per brevi cenni, a sprazzi più moderni, nei quali il registro vocale di Marcello si fa più alto e le sei corde si concedono qualche accordo in maggiore, accompagnate dai sintetizzatori.
Il si corda vuota del basso echeggia durante l'alba della solenne Il Ciclo della Foglia, unico brano in lingua madre dell'album, il quale, pur stilisticamente non discostandosi granché da quanto sopra descritto, evidenzia una volta di più l'ottima prova del cantante sia al microfono che nella scrittura dei pezzi, e la più eclettica tessitura del drumkit, il quale disegna raffinati up-tempo qua e là tra i cambi d'atmosfera dei brani e i chorus delle chitarre, dimentica per buona parte del disco della propria opera di soverchiante mitragliatrice assolta nel precedente full-length (ed anzi, nel missaggio di Manthe lo strumento resta tutto sommato ovattato, tendenzialmente lontano ed etereo).
Ma il vertiginoso picco artistico il gruppo lo raggiunge grazie alla titletrack, non a caso inserita ultima nella tracklist, ove i Deadly Carnage, in un brano di 15 minuti, mettono in risalto tutte le idee stilistiche e compositive affinate in dieci anni di attività professionale. Tra le coordinate stilistiche e tecniche fino a qua menzionate, meritano menzione, in aggiunta, due stacchi dai notturni colori jazz.

La cupa drammaticità dei brani (influenzata dal movimento cascadian) è accentuata da ambientazioni avvolgenti ed un missaggio bilanciato fra i volumi, ben lontano dai gelidi canoni delle immaginose produzioni black metal norvegesi dei tempi che furono.
Suggestivi, in generale, anche i classici schemi di ciclica alternanza tra parti dei brani più tirate in doppie cassa e tremolo-picking e stacchi più minimali di synth e basso, pure se, in effetti, tale soluzione nell'ambito del post-black si svela più che abusata, rendendo, alle volte, gli sviluppi delle tracce un po' troppo prevedibili.

Tirando le fila, bisogna riconoscere al gruppo romagnolo come, seppur la scena post-black sia una fra le più affollate che memoria umana ricordi, le commistioni con il doom del suddetto (sotto)genere che i Deadly Carnage propongono con cognizione di causa non siano state, ancora ad oggi, fra le più sperimentate. Originalità intrinseca dell'opera, dunque, apprezzabile, unita ad una sempre maggiore consapevolezza artistica dei musicisti, ormai alla sesta pubblicazione, fanno di Manthe non quel capolavoro che si ha la sensazione la band potrebbe scrivere, ma un album sicuramente sopra la media, il migliore della band fin'ora, rendendo il prodotto, inoltre, accessibile anche a chi non mastica black metal quotidianamente.
Manthe è un enigmatico viaggio celestiale grazie al quale l'ascoltatore, chiuso nella propria quotidiana gabbia di illusioni, vedrà riflessa l'immagine del proprio subconscio sulla volta dell'Universo. L'artwok è degno epitaffio della definizione.

Si consiglia l'ascolto di: Dome of the Warders, Il Ciclo della Foglia e Manthe.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
82.42 su 7 voti [ VOTA]
Amfortas
Sabato 7 Febbraio 2015, 10.57.11
1
Tralascio Dome Of The Warders, canzone che fa effetto perchè contrasta col carattere generale dell' album, ma che in realtà non ha molto da dire (ottimo invece il video, e l' idea che lo sorregge). Sicuramente un bel miglioramento rispetto a Sentieri II, perchè qui le idee vengono fuse al meglio e scorrono più fluidamente, e le idee più sperimentali sono più decise e realmente peculiari (anche se non ancora sperimentali per davvero). Inoltre la caratura tecnica è aumentata, specialmente per quanto riguarda il batterista. La musica è di base un ibrido fra black e doom che in alcuni casi va sicuramente oltre la media, offrendo riff e passaggi davvero neri e di tutto rispetto e degnissimi di attenzione. Belle, infine, anche le parti melodiche. I Deadly Carnage sono maturi e con le idee chiare sul da farsi, ma in ogni caso Manthe non è ancora un capolavoro, un bel disco sì ma in generale non ancora in grado di ergersi sopra la media (ricollegandomi a quanto detto prima); e comunque per me I Deadly Carnage sono ancora quelli di Decadenza, quelli non ancora persi dietro il tentativo di "sperimentazione - non porsi limiti a tutti i costi", quelli che con poco (si fa per dire ovviamente) hanno saputo tirare fuori un disco realmente affascinante. Manthe supera sicuramente Decadenza in qualità, ma non ne possiede la stessa carica. Drowned Hope e Manthe le migliori. 75
INFORMAZIONI
2014
ATMF
Black
Tracklist
1. Drowned Hope
2. Dome of the Warders
3. Carved in Dust
4. Beneath Forsaken Skies
5. Il Ciclo della Forgia
6. Electric Flood
7. Manthe
Line Up
Marcello (Voce, testi)
Alexios Ciancio (Chitarre, sintetizzatori)
Dave (Chitarre)
Adres (Basso)
Marco Ceccarelli (Batteria)
 
RECENSIONI
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