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Mike LePond`s Silent Assassins - SIlent Assassins
( 1856 letture )
Comprimàrio agg e s.m. – che è primario insieme ad altri […] il cantante (e l’attore) che ha la prima parte dopo quella dei protagonisti (Treccani)

La parola “comprimario” si adatta alla perfezione al ruolo che Mike LePond riveste nella sua band principale, i noti Symphony X. Il bassista assolve infatti meravigliosamente il proprio compito assieme al gemello di sezione ritmica, Jason Rullo, lasciando il proscenio musicale al trio costituito da Russell Allen, Michael Romero e Michael Pinnella. La sua presenza è una garanzia di qualità e, d’altra parte, chiunque abbia mai provato a suonare uno strumento sa che in una band la prima cosa in assoluto che deve funzionare è la sezione ritmica. Il resto viene in un secondo momento e anche se poi finisce spesso per essere più appariscente e raccogliere i maggiori favori dal pubblico, la verità è che se la sezione ritmica non è all’altezza del proprio compito, non c’è solista o virtuoso della voce che possa compensare. Di solito, quelli che poi restano sempre più defilati, in particolare nell’heavy metal a 360°, sono proprio i bassisti, spesso relegati ad una mera funzione di accompagnamento, se non di doppiatura delle linee impostate dalle chitarre. Ecco, Mike LePond è in effetti un grande comprimario, che sa ritagliarsi i suoi spazi, ma essenzialmente svolge un compito e lo fa al meglio.
Capita poi che un bel giorno, senza neanche pretendere chissà quale posto al sole, un musicista di questa caratura decida di voler fare un passo in avanti e dimostrare in primo luogo a se stesso, di avere qualche carta da giocare anche al di fuori dell’alveo protettivo impostato dalla formazione di provenienza. Ecco spiegata la nascita dei Mike LePond’s Silent Assassins, una band evidentemente funzionale alle necessità del bassista, che è autore unico di musica e liriche e si avvale dell’aiuto del noto Metal Mike alle chitarre, del compagno Michael Romeo che si occupa anche della programmazione della batteria e di un grandissimo vocalist come Alan Tecchio (Watchtower, Hades, Non Fiction, Seven Witches), a sua volta assai poco apprezzato per quello che il suo valore assoluto da una scena musicale a volte un po’ distratta.

L’album che promana da questa formazione è una bella sventagliata di robusto e muscolare power metal di matrice USA. Il tasso tecnico è ovviamente molto alto, in particolare per quella che è la prova del bassista/leader, ma l’enfasi non va molto a concentrarsi su questo aspetto e d’altra parte si evita ogni vicinanza col prog. Qui c’è solo del fumigante heavy metal di matrice Judas Priest, veloce, cattivo, tagliente, massiccio, dotato di un substrato epico che emerge spesso e volentieri a completare un quadro tronfio e potente. La caratteristica che più emerge dall’ascolto sono indubbiamente le lunghe parti strumentali e le ripetute fughe del basso, che ben si amalgamano però nel contesto dei brani. Le composizioni sono tutt’altro che meri pretesti su cui arrampicare infinite masturbazioni musicali, tutto è funzionale ai brani e alla canzone in quanto tale. Ciò non toglie che in molti casi LePond abbia scelto di dare spazio a costruzioni piuttosto articolate e nelle quali tanto il suo basso quanto le chitarre potessero prendersi il proscenio. Spazio quindi a lunghe introduzioni, squarci solistici, code, parti arpeggiate. Il tutto quasi sempre tenuto sotto controllo in primis dal buon gusto e in secondo luogo dalla necessità rispetto alle esigenze delle canzoni e, solo in ultimo, offerto come sfoggio di qualità tecniche e strumentali che si presumono assodate. In effetti, non fa male di quando in quando ascoltare un disco nel quale il basso abbia tanto spazio e sappia esaltare i brani inserendosi in maniera credibile nel contesto. Di Alan Tecchio non si può che dire bene: a livello vocale conferma le proprie qualità di screamer di classe, anche se il timbro appare leggermente più sgranato che in passato; questo non è un male, dato che la tendenza a dare fin troppo in termini di estensione aveva reso un po’ pesanti le sue interpretazioni di quando in quando. In questo caso, il cantante mantiene sempre tutto sotto controllo, sfoderando i suoi acuti solo quando necessario e per il resto mantenendo una timbrica graffiata e molto piacevole, che ben si adatta a linee melodiche tipicamente power (sempre di matrice statunitense), che svariano quindi tra parti velenose a parti eroiche, con refrain cantabili ma non votati al coro-con-boccaledibirrainmano.
L’album è abbastanza lungo, toccando quasi l’ora complessiva per appena nove brani, il che indica una durata media piuttosto elevata delle singole tracce, con la conclusiva, cadenzata ed epicissima Oath of Honor a raggiungere e superare gli undici minuti. Come detto, sono soprattutto le parti strumentali e i numerosi intro a caratterizzare i brani in questo senso, mentre le canzoni vere e proprie sono sempre molto scattanti, potenti e ricche di groove. In effetti, quello della lunghezza è l’unico difetto riscontrabile all’ascolto, dato che complessivamente l’album tende a diventare un po’ pesante a causa delle parti strumentali, mentre recupera decisamente una volta che i brani entrano nel vivo. Prese singolarmente, comunque, non c’è una sola canzone che non sia di ottimo livello sin dall’iniziale e velocissima Apocalypse Rider, classico up tempo da headbanging garantito (non fosse per i coretti epici, si potrebbe avvicinare a Cowboys From Hell dei Pantera). Molto bella la intro della successiva Red Death con LePond a gestire un veloce arpeggio su scala orientaleggiante che sfocia poi in un riffone cadenzato alla Into the Jaws of Death dei Raven per un brano che fa della continua variazione ritmica sempre tesa alla compressione dinamica un vero e proprio punto di forza. Molto bello anche l’intro della successiva The Quest, variegato e che unisce una prima parte suonata da una spinetta synth ad una seconda gestita da chitarra acustica e violoncello, per poi lasciare spazio alla prepotente entrata del basso e di un riff potentissimo, ai limiti del thrash, che arriva a sublimazione in un coro epicissimo. Anche in questo caso, colpisce la strutturazione del brano che introduce continui cambi di atmosfera e l’utilizzo di numerosi strumenti, accompagnati da una prestazione notevolissima di LePond, vero collante tra le varie sezioni. E’ una caratteristica questa che ci accompagnerà per tutto l’ascolto e che farà poi la differenza arrivati in fondo, tra un disco di maniera e tutto sommato discreto e un lavoro di ottimo livello come questo Silent Assassins. Il substrato musicale non può certo definirsi innovativo, dato che è lo stesso mastermind a definire il disco un omaggio alle proprie radici e alle classiche band che ne hanno influenzato lo stile e le scelte di vita. Sono quindi le capacità compositive e l’arrangiamento complesso e ricercato dei singoli brani a fare la differenza, anche in una ballad semiacustica come Masada, che richiama il Bruce Dickinson di Chemical Wedding, bella ed ispirata quanto semplice all’ascolto. La velocità torna a farla da padrona con Silent Assassins, tipicamente Judas Priest e squarciata dagli ottimi assoli di Metal Mike la quale ci accompagna verso la parte finale del disco nella quale troviamo Ragnarok, caratterizzata da un approccio –nemmeno a dirlo- più rockeggiante e la cadenzata e potente The Progeny, fino alla lunga e già citata Oath of Honor, mid tempo epico grondante heavy metal da ogni poro.

La parola comprimario non indica un personaggio di minor spessore ed importanza, rispetto ai protagonisti. Anzi, spesso sono proprio i comprimari a determinare l’evoluzione degli eventi (come scordare l’importanza di queste figure ad esempio nelle tragedie omeriche o nel teatro di Shakespeare?) nelle complesse trame narrative, come in quelle meno visibili degli equilibri interni di una band. Mike LePond non è forse il musicista più appariscente che potrebbe venire in mente, eppure in questa sua prima uscita da solista riesce a colpire il bersaglio pieno, con un disco sincero e ispirato di livello tecnico superiore. Forse dal bassista dei Symphony X molti attendevano un lavoro diverso, d’avanguardia o comunque rivolto a quanto realizzato con la band madre. Invece, il bassista sceglie un tripudio di heavy metal classico, modernizzato appena in alcuni riff, dalle strutture complesse ma lontano da ogni riferimento prog. Una scelta che potrebbe far storcere il naso a molti, i quali commetterebbero però un peccato di sottovalutazione. Non è un peccato scegliere soluzioni classiche se a sorreggerle c’è una vera ispirazione. Ad ogni modo, c’è da credere che per LePond questa non voglia essere un’uscita volta a raggiungere chissà quali riconoscimenti, quanto un sentito omaggio alla propria identità di musicista e la scelta di non avvalersi di un vero batterista indica anche la necessità di mantenere bassi i costi di produzione; peraltro, il risultato è tutt’altro che malvagio e non pesa affatto sull’economia del disco e sulla resa dei brani, grazie all’ottimo lavoro di Michael Romeo, che inserisce anche degli essenziali passaggi di tastiere. Silent Assassins non è il disco dell’anno ed è probabile che finisca schiacciato tra le spire di un mercato sovraffollato e nel quale anche i grandi nomi faticano a guadagnare attenzione, eppure è un acquisto consigliatissimo a tutti gli amanti del metal classico, che non rimarranno davvero delusi dell’atmosfera epica, tagliente e possente creata da questo talentuoso musicista e compositore. Onore al merito.



VOTO RECENSORE
76
VOTO LETTORI
84.66 su 3 voti [ VOTA]
Lento ma inesorabile
Martedì 12 Febbraio 2019, 19.16.34
4
Praticamente il primo album dal 2000 in poi il cui il basso di LePond abbia una qualsiasi rilevanza.
zorro61
Martedì 11 Novembre 2014, 9.16.54
3
a me è piaciuto, la scelta di non seguire la band madre secondo me è ottima e la scrittura di Mike è diversa da quella di Romeo. Anche la batteria programmata sembra "umana" , francamente se inserivano il nome di un qualsiasi turnista non avrei capito la differenza e questo ci fa pensare su molte altre produzioni dove non viene menzionato nulla.
Lizard
Lunedì 10 Novembre 2014, 20.59.38
2
Ho letto anche recensioni di pura sufficienza. Legittime, perché il lavoro non si vuole porre come pietra miliare. Però... è fresco, potente, ispirato, sincero... per me uscite del genere fanno molto più bene di tante altre fini a se stesse che affollano il mercato senza apportare niente.
Master
Lunedì 10 Novembre 2014, 19.45.16
1
Sembra interessante, ho sentito solo una canzone completa e qualche preview dall'intervista a Mike, ma tutto promette per il meglio, pur non essendo un lavoro particolarmente ambizioso. Lo stesso Mike cita come influenze Black Sabbath, Judas Priest, Iron Maiden, Manowar e Blind Guardian: se queste sono le premesse...
INFORMAZIONI
2014
UDR Records
Power
Tracklist
1. Apocalypse Rider
2. Red Death
3. The Quest
4. The Outsider
5. Masada
6. Silent Assassins
7. Ragnarock
8. The Progeny
9. Oath of Honor
Line Up
Alan Tecchio (Voce)
Metal Mike (Chitarra)
Michael Romeo (Chitarra, Drum Programming)
Mike LePond (Basso, Chitarra)
 
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