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Imago Mortis - Carnicon
( 3269 letture )
Due decadi, è l’anniversario che celebrano quest’anno gli Imago Mortis, e sono 20 inverni di occultismo, misticismo e integralismo black metal, ci tengono a specificare. La storia di questa formazione black metal bergamasca e del suo perno Abibial, cantante, bassista e fondatore, è fatta di coerenza, costanza e insindacabile militanza nell’underground lombardo e non, con quasi una dozzina d’anni di tape alle spalle del loro debutto Una Foresta Dimenticata. Negli ultimi anni invece, consolidato il legame con l’etichetta francese Drakkar Productions, è arrivata per gli Imago Mortis la possibilità di solidificare una stratificata esperienza musicale prima con l’eccellente Ars Obscura, un vero punto di riferimento per l’underground nostrano, e poi quest’anno, intervallato dallo scorso EP Sgàbula, il terzo full Carnicon.

Dal libretto del disco, si apprende che la parola "carnicon" è ormai defunta, ma la si poteva leggere in passato nei verbali degli inquisitori in terra padana, e stava ad indicare le fosse comuni in cui i corpi venivano seppelliti in fretta e lontano da ogni conforto, dalle quali le streghe attingevano i reperti umani poi utilizzati nei propri sabba. In effetti, il disegno creativo degli Imago Mortis non si esaurisce nella sola forma musicale, ma mette in luce una profonda dedizione alla sepolta cultura dell’occulto nel Nord Italia, vissuta con una morbosità ossessiva per l’oltretomba e con una perizia agghiacciante di dettagli nel riportare storie di negromanzia e dannazione, così come documentate da chi in passato ne raccolse testimonianze e frammenti.

Le vestigia musicali dei nostri sono più che mai maestosamente nere. Le radici scandinave e i richiami al black più freddo dei Darkthrone sono vagamente meno evidenti negli ultimi editi del gruppo, e in questo Carnicon permangono prettamente rimanescenze alle atmosfere notturne dei maestri Bathory. Per un sentimento di appartenenza geografica, ricercherei lo spirito della musica degli Imago Mortis nella più vicina scena nazionale o in quella greca limitrofa. Le linee melodiche incisive ed emozionanti, unite alle linee vocale ricche di pathos, richiamano alla mente nomi leggendari quali Rotting Christ e Varathron (spingendosi fino allo stile dei belgi Ancient Rites), mentre l’anima più prettamente magica e occulta, che si respira soprattutto nelle più ipnotiche e torve sezioni doom-oriented rimanda alla mente i primi Samael, i Necromantia o a maggior ragione i nostrani Necromass. Le chitarre stridono, ma non mancano di chiarezza ed incisività, ora gridando con asprezza od ora esplorando l’anima più introspettiva e cupa degli Imago Mortis, tanto che non mancano eccellenti passaggi d’atmosfera ad alternarsi ai tipici tempi in d-beat richiesti dal nervo più oltranzista del genere black metal.

L’album è strutturato in una sorta di percorso tematico che si esaurisce intorno a cinque storie differenti, e per l’esattezza cinque narratori, che raccontano in prima persona le proprie vicissitudini, a partire dall’opener Per Chi Gà Renegà La Fede, che ha per protagonista la strega e meretrice Helena de Ghislanantiis, condannata al rogo negli anni più duri della Santa Inquisizione, tra il ‘500 e il ‘600. Il pezzo si gioca nel contrapporsi delle parole in latino dell’inquisitore bergamasco, interpretate con un registro più gutturale, e quelle della giovane condannata, in lombardo vernacolare, che prendono la forma di uno scream aspro e stridente, giocate a loro volta su un avvicendarsi di ritmi diversi, che si chiudono in un climax ascendente con le parole della strega, che rivendica con orgoglio la propria appartenenza alla nera congrega.

La seconda traccia, Oltretomba, è la più complessa ed estesa, volta a scandagliare l’intero repertorio espressivo del black metal di stampo scandinavo, con melodie dissonanti e sinistre, tempistiche serrate e strofe in italiano, ma anche ritmi più cadenzati e meno freddi, con un finale tetro che racconta di un misterioso rituale di negromanzia compiuto da un giovane borghese sedotto dal fascino dell’occulto fino alla rinnegazione della vita terrena. Lümere è poi il pezzo più diretto e aggressivo, in cui la commistione del dialetto bergamasco, più volte utilizzato dagli Imago Mortis, e dell’incedere incalzante conferiscono un tono fatale e angosciante a una storia di mutato scetticismo in una notte infestata dagli spiriti dei morti.

L’apice lirico lo si raggiunge però con la quarta traccia, che porta il titolo di Hodie Mihi Cras Tibi, che narra degli ultimi giorni di un maggiore carrista della Wermacht, rifugiatosi sotto falsa identità presso un convento di Pontida, della sua redenzione, e del suo suicidio a fronte dell’incombente denuncia da parte dei partigiani a metà degli anni Cinquanta. Il testo, in italiano, è più che mai pregno di compartecipazione emotiva e mette in luce una poetica singolare, nonché una sensibilità unica, nel delineare i pensieri del protagonista nell’affrontare il suo destino; intanto, il pace è rallentato, assestandosi su ritmi di doppia cassa che riempiono il lavoro più melodico delle chitarre, in questo senso più vicine all’esperienza dei gruppi su cui ho posto l’accento nella prima parte dello scritto.

La conclusione è celebrata infine dalla riuscitissima Il Canto del Negromante, che arde di una luminosità musicale inedita, forse per meglio infiammare le parole di un sacerdote che abbandonò la fede per cercare le risposte della ragione ed assecondare il piede che calpesta la nuda terra e la sua materia, ma che dovette soffrire la durezza della condanna da parte della Santa Giustizia. Le linee vocali sono tra le più memorabili del disco, accompagnando, nella parte centrale, il riffage più heavy-oriented mai sentito dai nostri, mentre il finale eccelle per espressività e pathos. Per il resto, le parole possono rendere solo in parte lo spessore di questo ottimo album, che appassiona per l’aspetto musicale quanto per quello tematico e, concedetemi, quasi narrativo del percorso che propone.

Se non avete mai avuto la possibilità di addentrarvi tra le tenebre in musica di questa istituzione del nostro underground, davanti all’occasione offertavi da questo Carnicon non avete decisamente più alcuna scusa.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
87.12 su 8 voti [ VOTA]
Doomale
Domenica 22 Marzo 2015, 20.23.49
5
Concordo con Enry...album che merita e band che metita..solita conferma di.quanto di buono c'e` nella ns scena underground..nn mi stanchero mai di ripeterlo. Purtroppo ancora l'ho ascoltato poche volte per ragioni di troppa carne al fuoco...ma recuperero` a tempo debito.
enry
Domenica 22 Marzo 2015, 19.24.49
4
Peccato, meritava ben più di quattro commenti in croce...Bel disco, recensione centrata e voto che ci può stare. Nota di merito anche alla copertina, semplice ma inquietante. Bravi.
kroky78
Venerdì 12 Dicembre 2014, 23.26.26
3
Giusto domani mattina mi arriverà Carnicon, spedito direttamente da Abibial. Non sono mai riuscito ad apprezzare del tutto il debut, mentre trovo Ars Obscura un disco memorabile. Attendo Carnicon al varco, augurandomi che sia il degno successore di Ars obscura! La copertina promette bene: bella ed inquietante.
Vecchio Sunko
Giovedì 11 Dicembre 2014, 4.18.24
2
Ars Obscura è un signor disco, questo non ho ancora avuto modo di ascoltarlo...
ErnieBowl
Mercoledì 10 Dicembre 2014, 15.11.57
1
Gruppo niente male, li ho visti di spalla agli Inquisition e ci sanno fare. Su disco nulla di eccezionale se non buoni dischi. A mio parere il migliore resta Ars Obscura, questo è carino però lo dovrei ascoltare meglio anche se dubito possa superare il sopracitato. Pestilentia rimane un masterpiece della loro discografia per me quindi un po' di parte lo sono.
INFORMAZIONI
2014
Drakkar Productions
Black
Tracklist
1. Per Chi Gà Renegà La Fede
2. Oltretomba
3. Lümere
4. Hodie Mihi Cras Tibi
5. Il Canto del Negromante
Line Up
Abibial (Voce, basso)
Scighèra (Chitarra)
Faust (Chitarra)
Axor (Batteria)
 
RECENSIONI
70
 
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