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Paradise Lost - Believe in Nothing
( 2517 letture )
I Paradise Lost calcano le scene del metal da ventisei anni. Un’affermazione forse ovvia, ma necessaria affinché il nostro sguardo possa stendersi sereno a seguire il lungo percorso che questo gruppo ha compiuto nel tempo, con le svolte, anche quelle più perigliose, ed i rettilinei che permettono all’andatura di farsi sicura ed all’orizzonte di rendersi ampio. Uno sguardo che va a focalizzarsi su questo Believe in Nothing inserendolo tuttavia in un iter più vasto che non ne travisi il valore ed il senso.
Ecco, Believe in Nothing segue Host (1999), il secondo degli album della tanto criticata fase synth pop/darkwave inaugurata con One Second (1997), quella nella quale si fanno predominanti le influenze di gruppi come i Depeche Mode ed i Sister of Mercy.
Sperimentazione elettronica, melodie di fruizione immediata, voce pulita, partiture completamente estranee alla durezza del death/doom del primo periodo (quello dell’esordio di Lost Paradise e di Gothic), ma anche del periodo di transizione o meglio di fusione e sintesi tra il death/doom ed il gothic, che va da Shades of God (1992), passa attraverso Icon (1993) e raggiunge il suo apice nel 1995 con Draconian Times: queste le caratteristiche del periodo incriminato, giustamente aggiungerei, dal quale i Paradise Lost cominciano ad uscire proprio a partire da Believe in Nothing.
Che, com’è normale che sia, contiene ancora numerose tracce del sound sperimentato negli anni precedenti, non necessariamente negative visto che a modificarsi rispetto al passato è la quantità di questi influssi e la loro proporzione rispetto agli altri elementi costitutivi. Ed è proprio questa nuova formula a fare la differenza qualitativa; in realtà, essa non prenderà mai una struttura definitiva, né qui né in seguito, ma si inserirà in un continuum di sperimentazione che è forse il leitmotiv più significativo della carriera dei Paradise Lost.
I fan di vecchia data devono aver tirato un sospiro di sollievo nell’ascoltare per la prima volta Believe in Nothing: non era quello che desideravano, ma neppure quello che temevano.
Ma entriamo nel dettaglio, per comprendere meglio.
Numerose song hanno un incipit di matrice elettronica che di solito si riassorbe nel giro di poche battute; le campionature elettroniche ricompaiono talvolta come una delicata filigrana che ricama appena il tessuto sonoro senza mai eccedere in misura.
La struttura dei brani è semplice ma non banale, fondamentalmente gothic rock nell’appeal: pur nella mancanza totale di quel death/doom che ha fatto la storia del gruppo di Halifax, tornano ad avere un ruolo di primo piano le chitarre, che sostengono i brani più tirati e tessono avvolgenti melodie in quelli più lenti e malinconici. In questi ultimi, ma non solo, compaiono orchestrazioni sobrie e perfettamente contestualizzate e passaggi affidati a strumenti classici come gli archi ed il pianoforte.
La voce di Nick Holmes non è più né quella “alla Hetfield” che tanto gli è stato contestata né il growl delle origini; ha invece una timbrica pulita molto ispirata, calda e malinconica nei mid-tempo ma capace di farsi roca, aggressiva, persino tagliente quando necessario. Io la trovo più originale, più matura che in passato. La fase darkwave lo ha visto impegnato nel tentativo di emulare Dave Gahan così come lo stile inimitabile che Martin Gore dona ai suoi Depeche Mode; un esperimento che inevitabilmente fallisce, ma che gli dà la possibilità sia di rendere più essenziali e dirette le sue composizioni che di usare la propria voce in modo diverso. Appena passato il coup de foudre, una volta attenuatasi l’infatuazione Holmes riesce a fondere tutte le esperienze passate in un cantato finalmente originale.
Se un pezzo come Never Again è ancora fortemente in debito con i Depeche Mode, questa sudditanza scompare negli altri brani che appaiono piacevolmente differenziati, curati nella forma, ricchi di spunti sonori di diversa natura pur nella loro vena incontestabilmente “popular” di facile fruizione e d’immediatezza melodica che per i fan più accaniti non rende onore al loro spessore artistico, alla loro capacità, testimoniata da lavori come Draconian Times, di avvolgere l’ascoltatore in un sound oscuro, raffinato, saturo di una malinconia inquieta che attrae ed al contempo repelle per la sua ambiguità, per il suo aspetto duplice da Giano bifronte, seducente ma anche freddo e respingente; un mood che costringe chi ascolta ad un moto emotivo continuo, ad abbandonarsi completamente al flusso sonoro per poi subito dopo ritrarsi di fronte ad un improvviso gelo.
I Paradise Lost impiegano questo ed altri tre dischi (con l’ultimo dei tre, In Requiem, già di notevolissima fattura), per uscire definitivamente dalla palude synth pop nel quale si erano voluttuosamente immersi. Se avessero fatto un altro disco di quel genere avrebbero probabilmente decretato la loro morte artistica. Invece si sono rimessi gradualmente in carreggiata ed hanno compiuto una progressiva svolta in direzione gothic/doom che non è esattamente un ritorno alle origini ma un approfondimento, la summa di un viaggio che può aver avuto, in certi momenti, passaggi meno felici, ma che sicuramente è stato sempre vissuto con grande intensità ed autentica partecipazione. Un processo che ha trovato il suo culmine negli ultimi due dischi, soprattutto in Faith Divides Us Death Unites Us nel quale i Paradise Lost tornano finalmente alla loro pienezza, che è sublime oscurità.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
83.1 su 10 voti [ VOTA]
Rob Fleming
Mercoledì 3 Febbraio 2016, 13.00.37
13
Era nel pieno del loro periodo Depeche Mode. Gradevole, ma non sono loro
gianmarco
Giovedì 21 Maggio 2015, 9.45.56
12
a quando host
lux chaos
Venerdì 26 Dicembre 2014, 1.56.44
11
Marchese@ in parte posso capirti, ma per farti un esempio la prima volta che ho ascoltato Draconian Times l'ho trovato noioso, e le canzoni mi sembravano tutte uguali...se non avessi fatto altri 2/3 ascolti mi sarei perso uno dei più grandi dischi della storia del metal, e non solo
simo
Mercoledì 24 Dicembre 2014, 17.30.44
10
Marchese anch io la pensavo cosi ma alcuni dischi li ho lasciati li per un lungo periodo li ho ripresi in mano e toh...erano splendidi! Questo per dire che non bisogna mai fidarsi ciecamente del primo ascolto
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 24 Dicembre 2014, 17.13.19
9
Non mi hanno mai preso, neanche nel loro momento glorioso. Hanno un songwriting che mi convince poco ma confesso di non averli mai ascoltati più volte. Del resto, diffido sempre dei dischi che devi ascoltare varie volte perché ti entrino in testa (o ti piacciano per forza perché hanno belle recensioni). Au revoir.
Kenos
Mercoledì 24 Dicembre 2014, 15.12.17
8
A me Host piace non poco, ma questo probabilmente è il loro peggiore, assieme all'omonimo del 2006. Poi per fortuna si sono ripresi.
Galilee
Lunedì 22 Dicembre 2014, 9.26.24
7
Disco piacevole e ben strutturato. L'ultimo che ho ascoltato di questa band.
P2K!
Domenica 21 Dicembre 2014, 22.38.23
6
Anche io concordo con bloob. Io adoro proprio la parte tanto messa sotto accusa dal recensore (e da molti fan della band). "Believe in Nothing" a differenza degli altri dischi di questa deriva è quello che meno mi ha esaltato, e il motivo risiede sulla sensazione di confusione su cosa volessero veramente essere. "One Second" era molto ispirato, così come "Host" che qualche filler ce lo aveva ma di contro suonava molto convinto. Questo invece boh... Con il successivo "Symbol of Life" si rialzò l'ispirazione fino all'omonimo del 2005. A me poi il ritorno alle origini (o presunto tale) degli ultimi due mi ha lasciato sempre indifferente.
lux chaos
Domenica 21 Dicembre 2014, 20.19.19
5
Concordo con bloob, possiedo questo disco comprato in diretta nell' ormai lontano 2001, ascoltato molte volte, ma...non mi ha mai detto quasi nulla. Una band nè carne nè pesce in quel momento, confusa, e inoffensiva dopo i tanti capolavori passati. Si riprenderanno, senza tornare a livello dei loro lavori più celebri, più avanti
klostridiumtetani
Sabato 20 Dicembre 2014, 17.51.37
4
Lost Paradise - Gothic - Shades of God - Icon - Draconian Times, per me sono dei capolavori assoluti, poi hanno iniziato ad "arrotolarsi" su se stessi dimostrando apparentemente, di non capirci molto neanche loro, di cosa volessero fare.
bloob
Sabato 20 Dicembre 2014, 14.56.45
3
L'unico disco dei Paradise Lost che non mi piace, lo considero il periodo meno ispirato... ci sento un gruppo confuso che da una parte è ancora legato alle 'abitudini' del precedente ma allo stesso tempo vorrebbe tornare a suonare metal... un album a metà, con nessuna delle due attitudini che riesce a prevalere sull'altra...
hj
Sabato 20 Dicembre 2014, 13.57.23
2
adoro la svolta gothic/depeche mode di questa band e questo album assieme a one second e symbol of life ne rappresenta lo stato dell'arte massimo. 90
Masterburner
Sabato 20 Dicembre 2014, 9.40.12
1
Gran bel disco, le canzoni sono ottime e la voce di Nick sempre adatta alle sfumature del contesto
INFORMAZIONI
2001
EMI
Gothic
Tracklist
1. I Am Nothing
2. Mouth
3. Fader
4. Look at Me Now
5. Illumination
6. Something Real
7. Divided
8. Sell It to the World
9. Never Again
10. Control
11. No Reason
12. World Pretending
Line Up
Nick Holmes (Voce)
Gregor Mackintosh (Chitarra)
Aaron Aedy (Chitarra)
Steve Edmondson (Basso)
Lee Morris (Batteria)
 
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