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Maat - As We Create the Hope from Above
( 1652 letture )
Cosa succederebbe se Piotr dei Vader si mettesse a jammare in uno stanzino con i Nile? Semplice risposta: nascerebbero in pochi istanti i Maat.

Contenti? Finiamo qui la recensione e andiamo a casa, dai, saluti e baci, buonanotte e figli maschi!
No, dai, non siamo ciarlatani qui e soprattutto quasi nessuno nel belpaese conosce questo gruppetto fresco fresco dalla Tedeschia (io per fortuna ho amici che mi stuzzicano con novità di questo tipo, altrimenti io stesso li avrei persi e mi sarebbe dispiaciuto un sacco). Nati nel 2009, hanno all’attivo un solo EP di tredici minuti scarsi risalante all’ormai datato 2010, che non forniva molti spunti di interesse (anzi, diciamo che era solamente passabile), ma come succede nelle più belle favole della Disney “boom-kaboom-patatrack” ed ecco che il passabile diventa questo prezioso oggetto dedito ad un (e qui cito il gruppo stesso) Egyptian Death Metal, che vuol dire tutto e niente, ma a noi piace così e tamarreide ci fa un baffo.

PILLOLE DI QUARK
Maat è una parole che nell’antico Egitto determinava un concetto di bilanciamento, verità, legge della morale interiore e giustizia. Il tutto era personificato in una dea regolatrice delle stelle, delle stagioni e della morale umana che decideva lo scorrere dell’intero universo, dal momento del chaos primordiale sino all’inizio della specie umana.

Non so cosa sia successo poco fa, non è colpa mia! Se c’ero dormivo!
Veniamo all’aspetto musicale, dato che della solita storiella pre-recensione poco si ha da dire, avendo queste tanta longevità quanto un classico matrimonio di Elzabeth Taylor: come inquadrare questa band senza utilizzare i soliti preconcetti, le frasi fatte e rifatte che fanno sembrare questo scritto uguale ad altri mille? Potrei raccontarvelo come fosse un film porno, oppure descrivervelo a gesti, o ancora meglio ricordando che ogni album uscito nell’ultimo periodo dal 90% delle band con all’attivo venti o più anni di carriera fa ridere almeno quanto The Benny Hill Show. Provate giudicate voi stessi, non ho voglia di mettermi lì a farmi il solito raccontino canzone per canzone: quando i matusa saranno all'ospizio, saranno band come i Maat (che ne frattempo avranno arricchito il bagaglio tecnico-strumentale) a portare avanti la baracca. Prendete delle canzoni a caso dall’album come la title track, con l’incedere thrash in tipico stile polacco, oppure Preservation of the Immortal con lo stacco centrale da lacrime, ma anche Duat… After my Last Breath dove Thoth chiude la saracinesca e grugnisce “DUUUAAAATT”. Piccole cose, piccole sensazioni ed istanti che uniti all’interno di un’unica cornice rappresentano un mondo fatto di genuinità e freschezza, o meglio di ben riusciti incastri musicali che fanno bene alla salute e abbassano la pressione arteriosa. Nelle decine e decine di ascolti ho ritrovato l’intera scena polacca sintetizzata in un solo disco: elementi tipici di band quali Vader, Hate, Behemoth, Lost Soul e Decapitated combinati con le ritmiche orientali dei Nile. Credo che molto più semplicemente, oltre alle band che, più o meno, hanno fatto scuola si possa definire questo come uno stile tipico di casa Maat: copia -analizza-personalizza-crea. Bisogna tenere conto anche della produzione, quasi dimenticavo: quasi non ho pensato ad analizzare la produzione perché tutto è molto naturale, spontaneo e nitido al punto giusto, da sentire in certi spezzoni vibrare anche le corde, o l’eco del fruscio del plettro ed è fantastico; raramente ho percepito questa naturalezza da un album ed evitato il punto di non ritorno del "fattore suoni-di-plastica", per fortuna i quarantacinque minuti qui a disposizione non sfiancano e rendono facile il tutto. Pensate che mentre vi scrivo sono al terzo ascolto filato e trovo elementi nuovi di volta in volta, come succede da settimana a questa parte. Cosa c’è di più bello nel trovare la voglia di ascoltare un disco per comprendere il celato alle nostre orecchie?

Dovrei parlarvi di qualche punto a sfavore, e giustamente, altrimenti siamo qui a riscaldare l’acqua bollente. Esiste una pecca grave all’interno di As We Create the Hope from Above che risiede nell’essere ancora acerbo e grezzo al punto tale da riuscire benissimo ad immaginarsi quelli che potrebbero essere gli sviluppi futuri della band; consideriamolo come il primo vero passo lungo una strada in discesa per la quale si prospettano sentieri tra i più creativi possibili.
Certamente non saremo mai e poi mai ai livelli dei Lykathea Aflame: questo è un ottimo inizio, un album che mi sento di promuove e consigliare con la speranza che qualcuno con tanta voglia di rischiare si compri pure il disco in un gesto di follia pura. Io alzo la mano, folle no ma malsano si, supportiamo l’underground, non si dice così?

Beh, è arrivato il momento di chiudere questa malsana recensione e di salutarvi, raccomandando i Maat a tutti coloro che amano la scuola polacca di stampo primi duemila, a coloro che piacciono gli “egiziani degli Stati Uniti” e a tutti quelli che adorano scoprire all’interno del death tecnico nuove realtà in cerca di quell’angolo di notorietà, quello spiraglio per far breccia nel malcapitato di turno.

Alcune persone non impazziscono mai. Che vite davvero orribili devono condurre!
Charles Bukowsky



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
82 su 2 voti [ VOTA]
Gian
Mercoledì 21 Gennaio 2015, 17.22.52
3
ascoltati su soundcloud....cazzo bel gruppetto...
Ad Astra
Lunedì 19 Gennaio 2015, 18.59.04
2
@ Gianmarco anche te un augurio e sono contento ti possano piacere
gianmarco
Domenica 18 Gennaio 2015, 20.43.57
1
buon anno Andrea, sto ascoltando Sobek dal Tubo e spacca .
INFORMAZIONI
2014
Aural Attack Distribution
Technical Death Metal
Tracklist
1. As We Create the Hope from Above
2. Shards of Osiris
3. Sobek
4. El-Enh-Aa
5. Preservation of My Immortal
6. Atum – Conqueror of Chaos
7. Duat …After My Last Breath
8. In Shoals
9. Rituals to Drown the Suffer
Line Up
Thoth (Voce)
Scaradeus (Chitarra)
Morguloth (Chitarra)
Horus (Batteria)
Tempest (Batteria)
 
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